lunedì 4 settembre 2017

Il sogno di riciclare i traditori della Patria


Sono fra quelli che non dicono “il mio Paese” ma “la mia Patria”. Conservo, ben chiaro nella mente e nel cuore, il senso di appartenenza alla nazione in cui sono nato e vivo. Oriana Fallaci ha scritto che “la Patria non è un’opinione o una bandiera e basta. La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica. È un legame che non si può estirpare come un pelo inopportuno”. La penso esattamente così e ogni tanto mi assale il dubbio d’essere un dinosauro disperso nel Cretaceo. Tra poco sarò estinto e temo che in futuro la parola “Patria” sarà così obsoleta che l’Accademia della Crusca la rimuoverà dal vocabolario della lingua italiana. Italiana, sia chiaro, perché altrove la musica è diversa, la patria è viva e vegeta nello spirito dei francesi, dei tedeschi, dei britannici, degli americani, dei russi ecc. Qualche storico sostiene che in Italia il totem “patria” sia morto l’8 settembre 1943. Da allora, è diventato un tabù. Gli italiani hanno un pudore quasi monastico che impedisce loro di emettere questo suono così dolce, hanno paura di sembrare obsoleti, fuori moda, di essere additati come fascisti o nella migliore dell’ipotesi nostalgici. Preferiscono il termine populista “paese”, con cui esprimono inconsciamente la piccolezza, la relatività, il provincialismo di cui si compiacciono. Ma, soprattutto, rivelano il progressivo sgretolamento delle fondamenta dell’amore per la patria: l’identità e l’orgoglio nazionale, la memoria genetica, i legami. 
Gli italiani ancora non lo sanno ma sono diventati apolidi. Sapete perché siamo senza patria? Perché abbiamo permesso ai traditori di rubarcela mentre ci sodomizzavano. Giuseppe Mazzini andrebbe in escandescenza se fosse in vita. Diceva che “la patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo”. Oggi constaterebbe che l’Italia non è più una patria perché la casa è abitata da schiavi. A scanso di equivoci, gli schiavi siamo noi che fatichiamo ogni giorno e paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi e teniamo duro. Non i baluba lazzaroni, prepotenti e impuniti. Noi siamo i sudditi di una tirannia che si è imposta nell’indifferenza generale, con la complicità della politica, della finanza e dei mass media. Siamo le vittime di un crimen maiestatis più grave e deleterio dell’8 settembre 1943. Siamo governati da traditori che ci hanno venduto per un piatto di lenticchie, come fece Giacobbe con Esaù, e proseguono indisturbati in un progetto criminale che ha avuto inizio nel 1981. Tutto cominciò quell’anno con il divorzio fra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro. La scellerata divisione è la madre di ogni disgrazia economico-finanziaria capitata in seguito poiché provocò la perdita di autonomia della Banca d’Italia e l’esplosione del debito pubblico. Nel 1986, l’allora Ministro degli esteri Andreotti firmò lo sciagurato Atto Unico europeo, cioè il prodromo della resa che sarebbe avvenuta nel terzo millennio. Nel 1992, accettando il Trattato di Maastricht, l’Italia cedette la propria sovranità monetaria alla BCE (Banca Centrale Europea) e acconsentì alla dittatura monetaria dei grandi, ignobili banchieri internazionali. Nello stesso anno, accadde a Civitavecchia un fatto che passò inosservato perché i media avevano stornato la nostra attenzione sull’uccisione di Falcone e su Mani Pulite. Sul panfilo della regina Elisabetta I d’Inghilterra, alla fonda nel porto della città laziale, Draghi e Ciampi firmarono accordi che portarono alla svendita e privatizzazione delle aziende e delle società statali italiane. Efialte di Trachis, il pastore che mostrò agli eserciti di Serse il sentiero per aggirare il passo delle Termopili non avrebbe fatto di meglio. Alla fine degli anni Novanta, con la sinistra al governo, il signor Prodi, infido come Gano di Maganza a Roncisvalle, ci fece entrare nella tagliola della moneta unica. Nel 2007, lo stesso Prodi (che, guarda caso, aveva fatto parte del gruppo Bilderberg, della Commissione Trilaterale e della Goldman Sachs) e con lui l’amicone D’Alema rassegnarono la sovranità nazionale alla BCE firmando il Trattato di Lisbona. Nel 2012 i nostri perduelles (i nemici interni, come li chiamavano nell’antica Roma) hanno compiuto un capolavoro tattico firmando i trattati relativi a: ESM, Pareggi di bilancio, Fiscal Compact e ERF (fondo Europeo di Redenzione) con cui l’Italia ha perso ogni residuo potere decisionale e operativo. Nel frattempo, il colpo di Stato di Napolitano e della sinistra, iniziato nel 2011, sbriciolava ogni possibilità di resistenza alla manovra con cui ci arrendevamo allo straniero. Ma vogliamo parlare degli ultimi tempi? La cronaca la sappiamo leggere tutti e non occorre interpretarla per capire cosa c’è dietro il nulla della nostra politica estera, dietro le invasioni barbariche che hanno destabilizzato l’Italia più di quanto abbia fatto la crisi economica. È fin troppo evidente che alcune potenze straniere e i poteri occulti di natura economico-finanziaria hanno agito e continuano a operare per distruggerci con la collusione dei nostri politicanti, almeno quelli che hanno scelto di tradire la patria per convenienza e sete di potere, facendo gli interessi delle entità sovranazionali e delle potenze estere. I mandanti internazionali hanno lacerato il tessuto italico, sventrando il diritto, l’etica, l’economia e la cultura con l’aiuto dei fiancheggiatori interni, alcuni dei quali hanno avuto o hanno cariche istituzionali, ed è chiaro che le nostre disgrazie non sono casuali bensì il frutto di un ordito preciso. 
Non dovremmo limitarci a prendere coscienza di ciò. Dovremmo insorgere perché il vaso è pieno e i nostri discendenti vivranno fra le macerie. Si sa che in tempo di guerra i traditori venivano fucilati. Era una punizione esemplare ma durava un attimo. Se potessi, ai traditori della patria che ogni giorno pontificano e giustificano sui mass media lo scempio di cui sono i registi, mostrando un volto da scarafaggio, non riserverei la fucilazione ma la pena che Dante comminò loro nel Canto XXXII della Divina Commedia. Per la cronaca, i dannati relegati nel IX cerchio dell'Inferno, nella zona chiamata Antenòra, sono imprigionati in eterno nel lago ghiacciato di Cocito, da cui emerge solo la testa. I dannati dell'Italia mazziata li lascerei marcire molto lentamente in un Cocitò purulento e, una volta che si fossero trasformati in concime organico, potremmo disperderli nei campi, al posto dello stallatico.
Purtroppo, però, non posso. Nessuno di noi può fare giustizia in questo mondo in mano alle canaglie e agli infami, in questa triste Italia dove i traditori della patria sono premiati con onori e prebende. Riciclarli resterà un sogno di fine estate.

sabato 26 agosto 2017

Una bandiera azzurra sventola nel mio cuore


Ha ragione Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila. L’immagine che proiettiamo all’esterno e l’idea che gli altri si fanno di noi non è sempre corretta o esaustiva. Ogni essere umano è come un cristallo dalle tante sfaccettature e dai riflessi cangianti a secondo della specola da cui si osserva. Chi mi frequenta, ad esempio, sa che sono stato per tanti anni un imprenditore umanista e che oggi mi dedico a tempo pieno alla scrittura. Qualcuno sa anche dei miei incredibili vissuti spirituali, conosce la parte sommersa dell’iceberg. Ma quanti sanno che nutro una passione inguaribile per la squadra di calcio di cui sono tifoso da oltre mezzo secolo? Lo so, sembra strano e foriero di imbarazzo questo aspetto della mia natura che i benpensanti potrebbero disdegnare o deridere. I tifosi sono soggetti alla forza di gravità ma io non mi sento risucchiato in basso, al contrario ho sentore che il mio animo dispieghi le ali. Alcuni credono, a torto, che il calcio abbruttisca l’uomo, lo svilisca come facevano in epoca romana i giochi nell’arena e nel circo. Pensano che sia il passatempo del popolo bue, uno svago per individui amorfi o decerebrati. Che sciocchezze! Meno male che esiste il calcio, invece, che ha reso obsoleta la guerra. Umberto Eco, pace all’anima sua, un giorno disse che “il calcio è un rituale in cui i diseredati bruciano l’energia combattiva e la voglia di rivolta”. Può darsi, e se così fosse dovremmo essere grati al pallone, che aggrega più delle religioni. A tale proposito, vorrei citare una frase di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che adorava la sfera di cuoio e le partite nel fango: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Lunga vita ai tifosi di calcio, ispirati sacerdoti laici, purché non impugnino la clava ma indossino i paramenti della loro squadra. 
Bene, torniamo a bomba. Nel mio cuore sventola una bandiera di seta fine, il drappo azzurro del Como 1907. Quando andavo a scuola e fra compagni ci si chiedeva “per quale squadra tifi?” e tutti rispondevano “Juventus”, “Inter” o “Milan”, io dicevo “il Como”, suscitando quei risolini stupidi e le battute mediocri di chi non può capire che il vero merito, nella vita, non è schierarsi coi forti o salire sul carro dei vincitori per farsi ammirare, ma sposare la causa dei piccoli, dei deboli, di chi mette in preventivo di potere subire torti e rovesci. Da allora, non ho mai smesso di amare e seguire il Como, di attendere l’inizio di un nuovo campionato con trepidazione e fiducia. Ora, so bene che chi non ama il calcio storcerà il naso. In fondo, può anche capire, forse giustificare l’entusiasmo per le grandi squadre – oggi più che mai visto che il calcio si è evoluto, non è più il padiglione delle meraviglie ma un fenomeno planetario, un sistema mediatico ed economico-finanziario che coinvolge interessi non solo sportivi – ma sorriderà del calcio minore e del tifo di provincia. Alla domanda come si può spendere denaro, energie ed emozioni per sostenere squadre come il Como o più piccole, con un seguito di pubblico modesto, voglio rispondere aprendo il mio cuore. 
Amo il Como perché è la squadra della mia città e io amo la mia città. Amo il Como perché è il mio passato, il mio presente e il mio futuro. Il Como è per sempre, è un diamante purissimo. Me ne sono innamorato quando “ero piccolino e mio padre mi portava al Sinigaglia”, come recita la canzone che i tifosi della curva adorano al pari di “Azzurro” di Celentano. Anzi, da prima, quando a portarmi al Sinigaglia era mio nonno e poiché ero così picinin che mi sarei annoiato a vedere una partita intera, entravamo quando mancava un quarto d’oro alla fine, di straforo. Ma di quei quarti d’ora ho un ricordo indelebile. Hanno fatto nascere in me la passione e la voglia di assistere all’intera partita. In seguito, il quarto d’ora si è trasformato in un lasso di tempo estenuante. Ricordo un Como-Genoa con il tutto esaurito in cui entrai allo stadio cinque ore prima dell’inizio della partita e mi ritrovai circondato dai camalli genovesi, per tacere di quando ospitavamo la Juventus, l’Inter, il Milan, il Torino o il Napoli in serie A. Amo il Como perché i ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza sono un altare su cui, crescendo, continuiamo a celebrare la nostra vita, onorando ciò che siamo stati e non siamo più. Amo il Como perché è come il primo amore, che ho avuto la fortuna di sposare. Un amore al quale sei fedele e accanto al quale invecchi con gioia, senza mai pentirti delle tue scelte, senza smettere di sentirti innamorato. Il Como è una passione che mi accompagnerà anche quando sarò vecchio e forse non potrò più andare allo stadio. Certi amori durano tutta la vita e la scaldano, nella buona e nella cattiva sorte. Mia moglie, le mie figlie, i miei nipoti sanno che il Como ha un posto nel mio cuore da prima che loro arrivassero, perciò rispettano il mio sentimento. Amo il Como nonostante le delusioni, le amarezze, la stanchezza, i fallimenti, gli spareggi persi, le retrocessioni, le trasferte da cui si tornava avviliti, i furti subiti in campo e fuori. E amo il Como per le gioie che mi ha dato, le splendide vittorie, le partite e i giocatori indimenticabili, le trasferte esaltanti, le promozioni. Amo il Como perché è la mia memoria storica, il baule dei sogni, lo scrigno dove ho stipato mille emozioni e pulsioni. Amo il Como perché ogni volta che varco i cancelli del Sinigaglia, uno stadio bellissimo a dispetto dei suoi acciacchi, è come se assaporassi una primizia e insieme affiorasse il ricordo atavico delle battaglie vinte contro gli eterni rivali, le squadre più blasonate o odiate. Come se si rinnovasse una magia, esplodesse il pathos e prendessi parte a una rappresentazione epica della vita che vogliamo vincere ma possiamo pareggiare e persino perdere, l’importante è lottare fino alla fine. Amo il Como perché l’azzurro è il colore più bello del mondo e sono orgoglioso di essere lariano. E nel mio cuore, che ultimamente si è messo a fare i capricci perché non sono più un giovanotto, continua a sventolare indomabile una bandiera azzurra come il lago, come il cielo, come gli occhi di chi non può smettere di sognare. 
Forza Como, amore mio, si ricomincia. Che il vento sia propizio e il sogno di tornare grandi si realizzi.

domenica 13 agosto 2017

I Pigmei che si credono Watussi


Rileggendo Proust, mi sono imbattuto in una frase che mi ha colpito per la sua modernità. Lo scrittore fa dire a uno dei suoi personaggi: “Credo sia oggi troppo grande il numero delle persone che passano il tempo a contemplare il proprio ombelico, quasi fosse il centro del mondo”. Ne conosco tante di persone così e basta accendere il televisore, leggere i giornali o navigare su Internet per fare un computo estenuante, simile a quello delle pecorelle che saltano lo steccato, che a un certo punto smetti di contarle perché tanto non riesci a prendere sonno. Occorrerebbe modificare la nota frase di Flaiano sulla prevalenza del cretino nella società. Difatti, sarebbe più giusto parlare di dominio incontrastato della tribù dei Pigmei, composta da uomini e donne (più gli oscillanti, di cui non si capisce il genere) il cui passatempo primario è riflettersi in uno specchio virtuale e compiacersi del proprio omphalos. Un ombelico, sia chiaro, che non ha nulla a che vedere con l’axis mundi o i presunti centri sacri del pianeta – il monte Kailas, l’Olimpo degli dei, il monte Sinai, il Golgota, Delfi, lo ziggurat di Ur, la grande Piramide, Cuzco, ecc – ma ricorda, piuttosto, quello cantato da Jovanotti. Per cui, l’ombelico dei Pigmei non è il punto d’incontro fra cielo, terra e mondo ctonio, ma più banalmente il loro punto G, benché gli studiosi abbiano dimostrato che il ginecologo tedesco Gräfenberg si sbagliava, in realtà esso non esiste. Per inciso, il mio G sta per “gratin” e indica una crosta, che a grattarla via ci si espone al rischio di apparire nudi e crudi. 
Chi sono i Pigmei vanesi con la crosta di cui parlo e perché sono convinti d’appartenere alla tribù dei Watussi? Sono coloro che godono di successo, fama e considerazione sociale senza meriti reali ma grazie alle regole del gioco surreale, riflesso di una società malata, che oggi premia la merda d’autore, la stravaganza, l’apparenza, la dissacrazione, il vacuum, l’eccesso, la furfanteria, l’immoralità e il grand guignol a scapito dei valori, dei principi e della competenza che in un mondo normale dovrebbero definire il peso specifico di un essere umano. Provate a pensare a quanti Pigmei usurpatori di credito conoscete, iniziando da chi frequentate. Osservateli in azione. In un attimo, vi accorgerete di come siano numerose le persone piccolissime, e mi riferisco al cervello non alla statura, quanti di loro siano fatti di mollica di pane o appartengano alla categoria dei gonfiabili, quante indossino il paraocchi con la stessa vanità con cui si fanno le extension dei capelli o le unghie finte, quanti credono che a pomparsi si diventa più belli e appetibili, che ostentano orpelli e status symbol come se dovessero essere portati in processione sul corso principale, che ignorano cosa sia il vocabolario della lingua italiana e siano in gravi difficoltà quando devono formulare frasi sensate. Eppure, questi campioni senza valore si atteggiano a giganti, fanno la ruota come i pavoni e guardano gli altri dall’alto verso il basso, orgogliosi di fare parte del giro, di conoscere Caio e Sempronio, di frequentare i posti alla moda e di essere al passo coi tempi. Se poi allargate il raggio della vostra disanima dalla sfera privata a quella pubblica, vi accorgete di come i Pigmei siano in auge in ogni campo. La facilità con cui essi raggiungono notorietà e visibilità è per me misteriosa ma deduco che conoscano i meccanismi per riuscirci. Non mi spiego altrimenti la fortuna di chi è sulla bocca di tutti perché posta video demenziali su Youtube, canta come se avesse la gastroenterite, raccatta un oceano di followers e diventa un’icona web con le sue scemenze, scrive banalità ma vince i premi letterari, raccoglie consensi usando le tette e il culo come lasciapassare, entra nel club dei Paperon de Paperoni perché tira calci come pochi o ama le scorciatoie. Se poi analizziamo il mondo della politica, dove un tempo giostravano cavalieri senza paura (non dico senza macchia) e di elevata statura come Andreotti, Moro, Berlinguer, Almirante, Craxi e Pertini, tanto per citarne alcuni, e oggi parliamo di Renzi e di una (…lasciamo perdere) come la Boldrini, ci rendiamo conto che siamo entrati nell’era dei nani e chissà per quanto tempo ci resteremo. Anche la cultura si è adeguata. I Montanelli, i Biagi, i grandi scrittori del Novecento e gli intellettuali onesti sono stati sostituiti dai lillipuziani di Gulliver. Questa è una delle ragioni per cui ho smesso di acquistare i giornali e non entro più in libreria, ma preferisco estrarre dalla mia vasta biblioteca i classici già letti o i grandi libri che ho tenuto da parte, per i momenti difficili, temendo che un giorno avrei provato un profondo disgusto per la casa Minerva, trasformata in un postribolo, e per i suoi cortigiani. 
Mi chiedo perché gli Aka, i Baka e i Bambuti che si credono Tutsi – forse perché il loro specchio è deformante? – siano così diffusi, sciocchi e insopportabili. Perché li lasciamo fare, anzi li sosteniamo con i nostri “Mi piace”, i nostri applausi, la nostra piaggeria e un conformismo avvilente? Perché non usiamo loro lo stesso riguardo che il popolo mostrò all’imperatore vanitoso che sfila nudo nella fiaba di Andersen? Dovremmo risvegliarci dal torpore in cui siamo caduti e rivolgerci ai Pigmei con lo stesso candore del bimbo che spezzò l’incantesimo esclamando: “Ma il re non indossa niente!”. Se tutti avessimo il coraggio di dire ai piccini picciò del nostro tempo che sono alti un cubito e hanno il cranio brachimorfo, potremmo spezzare il sortilegio. Smascherando e mettendo in fuga i falsi maestri, i politici ignoranti e in malafede, gli amministratori pubblici incapaci, i millantatori, le persone prive di talento ma gonfie di boria, i lupi travestiti da agnello, i falsi progressisti e i buonisti fasulli, quelli che strillano per mettere a tacere chi ha ragione e gli sciacalli che prosperano sulle nostre debolezze, contribuiremmo al risanamento dell’aria. Proviamoci, per lo meno, con un cortese invito a considerare che un ombelico è solo un orifizio cicatrizzato. 
Ogni tanto, togliamoci la soddisfazione di fare lo sgambetto a chi si alza in punta di piedi e gonfia il petto per farci credere d’essere più alto di noi.