lunedì 26 settembre 2016

Si stava meglio quando si stava peggio?


La mia non è un’affermazione ma una domanda. Spesso, considerato il declino morale della società e l’inasprimento delle difficoltà esistenziali, ho avuto modo di pensare che per quanto il mondo sia migliorato sotto tanti punti di vista, si viveva meglio una volta. C’era meno stress, meno caos, più certezze e serietà. So bene che il mio giudizio è necessariamente condizionato da fattori come la nostalgia e il rifiuto di ciò che non collima con i miei valori, ideali e convinzioni, perciò non lo considero un assioma. Insomma, sono pronto a ricredermi. Lo sto facendo in questi giorni, ad esempio, in cui mi godo una serie televisiva che ha avuto un grande seguito di pubblico. Si intitola “Mad Man” e racconta le vicende dei personaggi legati a un’agenzia di pubblicità di New York. La serie è ambientata negli anni Sessanta e la sua collocazione temporale è un elemento di successo. Nel mio caso, l’attrazione ha una duplice ragione: ho vissuto negli anni Sessanta e ho lavorato a lungo come pubblicitario. Negli episodi di Mad Man ritrovo, dunque, nomi e fatti che mi sono familiari e rivivo esperienze che furono piacevoli oltre che gratificanti. 
Cedo alla nostalgia canaglia e dovrei convenire che una volta si stava meglio, la gente era più semplice e gentile, la vita più docile e la speranza nel futuro più marcata. Oggi, oppressi da una cappa grigia e triste, viviamo in maniera sfrenata, stressante. Dovrei… e invece no, non si stava necessariamente meglio. Mad Man racconta una società competitiva e viziata, ci offre la visione di uno spaccato dell’America di J.F.Kennedy e della guerra in Vietnam, della discriminazione razziale, del successo a ogni costo. Definisce un mondo in chiaroscuro. Soprattutto, mostra un consorzio umano cinico ed egoista, che fumava e beveva senza ritegno, mariti e mogli infedeli, padri distratti e madri autoritarie coi propri figli.  I comportamenti dei personaggi di Mad Man fanno riflettere. Mi inducono a revisionare la mia idea romantica e nostalgica del passato prossimo. È innegabile che la gente avesse valori e ideali di cui oggi è deficitaria. È anche innegabile che c’era più sicurezza e comprensione, che si guardava al futuro con ottimismo mentre oggi siamo assillati dai cattivi pensieri. Il mondo non era angosciato dagli effetti collaterali della globalizzazione, del sovraffollamento, inquinamento e depauperamento del pianeta, della deriva economica per non parlare di quella antropica. Non ci sentiva gusci di noce in balia delle onde durante una tempesta e si poteva contare su punti fermi come la famiglia, Dio, la patria e la scuola. Ebbene, i punti fermi non ci sono più e se a ciò aggiungiamo l’increscioso relativismo di cui siamo vittime, per cui si può dire e fare tutto e il contrario di tutto, dovrei concludere che era meglio una volta. Invece… abbiamo perso qualcosa d’importante ma abbiamo anche fatto passi da gigante. Non mi riferisco solo al progresso tecnologico e al benessere, sia chiaro. In realtà, parlo dei progressi in ambito sociologico. Ho parlato d un consorzio umano cinico, che fumava e beveva senza ritegno, di mariti e mogli infedeli, padri distratti e madri autoritarie coi figli.  Mi viene da pensare che la consapevolezza del genere umano fosse inferiore all’attuale, che la coscienza fosse in letargo. La concezione di salute e malattia era forviante. Il fumo è stato combattuto, quasi debellato e ci si indigna che in Mad Man uomini e donne fumino ovunque, con voluttà, anche in faccia a un neonato. Ci si stupisce di come l’alcolismo fosse diffuso e naturale. Un vero uomo doveva fumare e bere in continuazione e una donna doveva imitarlo per essere attraente e moderna. Oggi sorridiamo di tanta ingenuità, stupidità e ignoranza. Era dunque migliore il tempo in cui non si aveva coscienza di ciò che faceva bene o male alla salute? E che dire della facilità con cui ci si tradiva? 
Si potrebbe obbiettare che le cose non sono cambiate granché, anzi. In realtà, molte cose sono cambiate. Le donne non sono più il derivato della costola di Adamo, hanno rifiutato il ruolo di accessori. Vantano gli stessi diritti degli uomini (se non di più), le stesse opportunità. Il mondo è migliorato anche sul piano delle diversità antropologiche. Ai tempi di Mad Man capitava ancora che un negro non potesse salire su un autobus affollato di bianchi e un gay fosse linciato. La diversità era oggetto di scherno e isolamento, un motivo discriminatorio. Oggi, fortunatamente, non è più così, nonostante sopravvivano le sacche di resistenza. Se mai, potremmo lamentarci della misura dei cambiamenti. Siamo passati da un eccesso all’altro. È avvenuto un ribaltamento troppo brusco delle prospettive, uno sgretolamento dei parametri che genera confusione e fragilità. I genitori autoritari di Mad Man hanno lasciato il posto ai genitori deboli e insicuri dei nostri tempi. La ribellione ha spazzato via il buon senso. Ho colto nei comportamenti dei protagonisti di Mad Man i segnali di una società troppo rigida e rigorosa, trasgressiva solo nel privato, pervasa di pulsioni animalesche. Ho letto nelle storie degli anni Sessanta trame condite dall’ingiustizia sociale e dallo sfruttamento, dall’ambizione sfrenata e dalla voglia di libertà. Era migliore dell’attuale quell’epoca solo apparentemente serena, scossa da una fibrillazione atriale che produsse una rivoluzione studentesca lesionista, la diffusione della droga, il consumismo sfrenato? Certo, se penso agli anni Sessanta come al tempo dei Beatles, dei film divertenti e garbati, dei soldi contati, del sorriso sulle labbra e delle buone maniere, della dolce vita, del miracolo economico, provo una profonda nostalgia. Ma se rifletto sugli effetti della crescita senza limiti, la prevaricazione del capitalismo, la guerra fredda, la corsa allo sfruttamento ambientale e all’inquinamento industriale, gli schemi comportamentali “militarizzati”, l’ipocrisia e il bigottismo della gente, tiro il freno. Non so se era meglio allora o se è meglio adesso. Il cuore mi fa rimpiangere il tempo d’antan ma la ragione mi fa pensare che la nuova energia ci porterà lontano, ci farà superare gli impasses attuali, le contraddizioni e le incongruenze in cui siamo avviluppati. 
Ho fiducia che le generazioni future (ndr: quelle dei bambini indaco) faranno tesori dei nostri sbagli, della nostra ignavia. Sono convinto che non abbiamo un grande futuro alle spalle, abbiamo un futuro che dipende da noi e potrebbe essere luminoso. Per questa ragione, non smetterò di lodare il passato ma scelgo il presente. In fondo, aveva ragione Einstein: “Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando”.

Si stava meglio quando si stava peggio?


La mia non è un’affermazione ma una domanda. Spesso, considerato il declino morale della società e l’inasprimento delle difficoltà esistenziali, ho avuto modo di pensare che per quanto il mondo sia migliorato sotto tanti punti di vista, si viveva meglio una volta. C’era meno stress, meno caos, più certezze e serietà. So bene che il mio giudizio è necessariamente condizionato da fattori come la nostalgia e il rifiuto di ciò che non collima con i miei valori, ideali e convinzioni, perciò non lo considero un assioma. Insomma, sono pronto a ricredermi. Lo sto facendo in questi giorni, ad esempio, in cui mi godo una serie televisiva che ha avuto un grande seguito di pubblico. Si intitola “Mad Man” e racconta le vicende dei personaggi legati a un’agenzia di pubblicità di New York. La serie è ambientata negli anni Sessanta e la sua collocazione temporale è un elemento di successo. Nel mio caso, l’attrazione ha una duplice ragione: ho vissuto negli anni Sessanta e ho lavorato a lungo come pubblicitario. Negli episodi di Mad Man ritrovo, dunque, nomi e fatti che mi sono familiari e rivivo esperienze che furono piacevoli oltre che gratificanti. 
Cedo alla nostalgia canaglia e dovrei convenire che una volta si stava meglio, la gente era più semplice e gentile, la vita più docile e la speranza nel futuro più marcata. Oggi, oppressi da una cappa grigia e triste, viviamo in maniera sfrenata, stressante. Dovrei… e invece no, non si stava necessariamente meglio. Mad Man racconta una società competitiva e viziata, ci offre la visione di uno spaccato dell’America di J.F.Kennedy e della guerra in Vietnam, della discriminazione razziale, del successo a ogni costo. Definisce un mondo in chiaroscuro. Soprattutto, mostra un consorzio umano cinico ed egoista, che fumava e beveva senza ritegno, mariti e mogli infedeli, padri distratti e madri autoritarie coi propri figli.  I comportamenti dei personaggi di Mad Man fanno riflettere. Mi inducono a revisionare la mia idea romantica e nostalgica del passato prossimo. È innegabile che la gente avesse valori e ideali di cui oggi è deficitaria. È anche innegabile che c’era più sicurezza e comprensione, che si guardava al futuro con ottimismo mentre oggi siamo assillati dai cattivi pensieri. Il mondo non era angosciato dagli effetti collaterali della globalizzazione, del sovraffollamento, inquinamento e depauperamento del pianeta, della deriva economica per non parlare di quella antropica. Non ci sentiva gusci di noce in balia delle onde durante una tempesta e si poteva contare su punti fermi come la famiglia, Dio, la patria e la scuola. Ebbene, i punti fermi non ci sono più e se a ciò aggiungiamo l’increscioso relativismo di cui siamo vittime, per cui si può dire e fare tutto e il contrario di tutto, dovrei concludere che era meglio una volta. Invece… abbiamo perso qualcosa d’importante ma abbiamo anche fatto passi da gigante. Non mi riferisco solo al progresso tecnologico e al benessere, sia chiaro. In realtà, parlo dei progressi in ambito sociologico. Ho parlato d un consorzio umano cinico, che fumava e beveva senza ritegno, di mariti e mogli infedeli, padri distratti e madri autoritarie coi figli.  Mi viene da pensare che la consapevolezza del genere umano fosse inferiore all’attuale, che la coscienza fosse in letargo. La concezione di salute e malattia era forviante. Il fumo è stato combattuto, quasi debellato e ci si indigna che in Mad Man uomini e donne fumino ovunque, con voluttà, anche in faccia a un neonato. Ci si stupisce di come l’alcolismo fosse diffuso e naturale. Un vero uomo doveva fumare e bere in continuazione e una donna doveva imitarlo per essere attraente e moderna. Oggi sorridiamo di tanta ingenuità, stupidità e ignoranza. Era dunque migliore il tempo in cui non si aveva coscienza di ciò che faceva bene o male alla salute? E che dire della facilità con cui ci si tradiva? 
Si potrebbe obbiettare che le cose non sono cambiate granché, anzi. In realtà, molte cose sono cambiate. Le donne non sono più il derivato della costola di Adamo, hanno rifiutato il ruolo di accessori. Vantano gli stessi diritti degli uomini (se non di più), le stesse opportunità. Il mondo è migliorato anche sul piano delle diversità antropologiche. Ai tempi di Mad Man capitava ancora che un negro non potesse salire su un autobus affollato di bianchi e un gay fosse linciato. La diversità era oggetto di scherno e isolamento, un motivo discriminatorio. Oggi, fortunatamente, non è più così, nonostante sopravvivano le sacche di resistenza. Se mai, potremmo lamentarci della misura dei cambiamenti. Siamo passati da un eccesso all’altro. È avvenuto un ribaltamento troppo brusco delle prospettive, uno sgretolamento dei parametri che genera confusione e fragilità. I genitori autoritari di Mad Man hanno lasciato il posto ai genitori deboli e insicuri dei nostri tempi. La ribellione ha spazzato via il buon senso. Ho colto nei comportamenti dei protagonisti di Mad Man i segnali di una società troppo rigida e rigorosa, trasgressiva solo nel privato, pervasa di pulsioni animalesche. Ho letto nelle storie degli anni Sessanta trame condite dall’ingiustizia sociale e dallo sfruttamento, dall’ambizione sfrenata e dalla voglia di libertà. Era migliore dell’attuale quell’epoca solo apparentemente serena, scossa da una fibrillazione atriale che produsse una rivoluzione studentesca lesionista, la diffusione della droga, il consumismo sfrenato? Certo, se penso agli anni Sessanta come al tempo dei Beatles, dei film divertenti e garbati, dei soldi contati, del sorriso sulle labbra e delle buone maniere, della dolce vita, del miracolo economico, provo una profonda nostalgia. Ma se rifletto sugli effetti della crescita senza limiti, la prevaricazione del capitalismo, la guerra fredda, la corsa allo sfruttamento ambientale e all’inquinamento industriale, gli schemi comportamentali “militarizzati”, l’ipocrisia e il bigottismo della gente, tiro il freno. Non so se era meglio allora o se è meglio adesso. Il cuore mi fa rimpiangere il tempo d’antan ma la ragione mi fa pensare che la nuova energia ci porterà lontano, ci fa superare gli impasses attuali, le contraddizioni e le incongruenze in cui siamo avviluppati. 
Ho fiducia che le generazioni future (quelle dei bambini indaco) faranno tesori dei nostri sbagli, della nostra ignavia. Sono convinto che non abbiamo un grande futuro alle spalle, abbiamo un futuro che dipende da noi e potrebbe essere luminoso. Per questa ragione, non smetterò di lodare il passato ma scelgo il presente. In fondo, aveva ragione Einstein: “Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando”.

giovedì 1 settembre 2016

Imparate a riconoscere gli sciacalli dello spirito


Siamo in un’epoca contraddistinta dalla confusione e da grandi trasformazioni che coinvolgono la sfera spirituale dell’uomo. Stiamo attraversando una delicata fase di cambiamento, vivendo il passaggio da una vecchia a una nuova energia. Ciò comporta disagi e resistenze che non tutte le anime riescono ad ammortizzare. Ne deriva una profonda inquietudine, un senso di vuoto e abbandono che ci rende fragili. La crisi del sentimento religioso comune ha aggravato la nostra sfiducia e alimenta il caos psichico. Le persone più sensibili e quelle che soffrono sono in prima linea nella ricerca del conforto e della speranza di cui hanno bisogno ma spesso, purtroppo, finiscono nelle grinfie dei falsi maestri spirituali, dei profeti mendaci, dei guru postmoderni che si vantano di ricevere messaggi dalla Madonna, dagli angeli (o dai demoni), dai defunti e dalle entità extraterrestri. Sta di fatto che in mezzo a noi vivono e ingrassano legioni di approfittatori, per non dire truffatori, che sfruttano l’ignoranza, la paura e la superstizione altrui. Si tratta di predatori più o meno abili e capziosi, capaci di manipolare le menti e svuotare i portafogli. Questi avvoltoi fanno leva sulla debolezza del cuore delle loro prede. 
Ho una certa esperienza in materia e non parlo per sentito dire. Nel corso del mio cammino ho pagato un prezzo salato al desiderio di crescere spiritualmente, di evolvermi e raggiungere un livello di consapevolezza più alto. Infortuni e incidenti di percorso non hanno impedito alla mia coscienza di aprirsi a una visione più profonda e disincantata della vita. Anzi, le delusioni hanno rafforzato il mio sistema immunitario. Ne consegue che per me, adesso, è facile riconoscere gli sciacalli dello spirito. Nel mio libro LA FRONTIERA evidenzio, in modo romanzato, la facilità con cui si possono commettere errori in ambito spirituale. In sostanza, narro la storia di due sciacalli spirituali, una coppia diabolica (ispirata a personaggi reali) che evoca i lupi travestiti da agnelli contro cui ci mette in guardia il Vangelo. Pensavo che questi due ciarlatani – una veggente appariscente e un Rasputin platinato – due nomadi sempre in fuga a causa dei loro misfatti, si fossero dileguati. Sapevo che si erano trasferiti oltreoceano e avevano gettato la maschera mistica per indossare quella mondana. Speravo che avessero smesso di ingannare la povera gente e di spolparla; lo suggeriva il fatto che avevano barattato l’ambiente spirituale con quello estetico-edonistico. Lui lavorando come parrucchiere e lei facendo le unghie alle Barbie. Mi ero messo il cuore in pace. Sono fuori gioco, ho pensato, non faranno più danni, per lo meno in Italia. Ahimè, mi sbagliavo. A volte ritornano, si dice. Hanno dovuto fuggire anche dal Paradiso artificiale dove s’illudevano di diventare i beniamini del jet-set. Sono tornati in Italia con le pive nel sacco. Avviso per chi li ha conosciuti: sono stati avvistati in provincia di Reggio Emilia e a Domodossola. Pare che abbiano perso il pelo ma non il vizio e stiano adescando nuove prede, tramando nuovi imbrogli. Scommetto che avranno vita facile. Il mondo è pieno di persone labili e disperate, alle quali puoi far credere qualunque cosa. Chi volesse inquadrarli meglio dovrebbe leggere LA FRONTIERA. Qualcuno lo ha definito un manuale per il turista spirituale. In effetti, il mio ultimo romanzo non è solo una commovente storia d’amore, è un pamphlet contro la mala fede e insieme la dabbenaggine. 
È possibile distinguere un vero maestro spirituale da uno falso, il cui unico intento è ricavare benefici? La mia risposta è affermativa. Sulla base delle mie esperienze, voglio offrire al lettore alcuni spunti di riflessione per riconoscere gli avvoltoi dello spirito e bandirli. In sostanza, bisogna diffidare da chi mostra i seguenti caratteri o comportamenti. Primo: la falsa guida spirituale (cioè l’avvoltoio) predica bene ma razzola male. Vive di contraddizioni, di alti e bassi, recitando un ruolo ambiguo. Le sue parole sono seducenti, le sue azioni riprovevoli. Va da sé che se non c’è coerenza non c’è onestà. Secondo: l’avvoltoio crea dipendenza, come le sigarette, l’alcol e le droghe. Vincola i suoi adepti, soggioga i seguaci attraverso la paura, le promesse e gli inganni. Terzo: l’avvoltoio rende oscuro ciò che è chiaro. Il suo linguaggio è volutamente ermetico, a volte contorto o ingenuo, mai lineare. Quarto: l’avvoltoio è narcisista, presuntuoso, arrogante. L’Ego è il suo unico Dio. Si finge un padre misericordioso o una madre amorosa ma si comporta come un patrigno o una matrigna, rimarcando la propria autorevolezza e conoscenza, sottolineando la precarietà del seguace, la sua miseria umana. Quinto: l’avvoltoio finge di aiutare chi è in pena, in realtà lo rende sempre più debole e bisognoso, lo priva dell’autostima, lo colpevolizza. Sesto: l’avvoltoio afferma di essere un Iniziato e di avere una missione da compiere. Per vincolare l’adepto lo illude, bontà sua, di accettarlo nella cerchia degli eletti e gli fa credere che ha una missione vitale da svolgere, tipo prendersi cura del redivivo Gesù o salvare il mondo. Settimo: l’avvoltoio mente, in maniera sistematica, spudorata. Lo fa senza vergognarsi e giustifica le sue fandonie definendole “bugie bianche”. Ottavo: l’avvoltoio afferma d’essere depositario della verità e minimizza (o ridicolizza) le verità degli altri. Nono: l’avvoltoio non si nutre di sapere o di trascendenza. Si finge sapiente ma è ignorante, scolastico, ripetitivo. Pensa di non avere bisogno di imparare. Ha fame solo di soldi, potere e successo. Decimo: l’avvoltoio parla di fratellanza ma pratica la divisione, secondo il principio “divide et impera”. Gli piace sviluppare la competitività e la gelosia fra i discepoli. Ama regnare e perciò prende di mira le persone di più facile governo, quelle che hanno difficoltà e problemi, proponendosi come la soluzione dei loro mali. Finge di soccorrerli mentre in realtà assesta loro il colpo di grazia.
Amici, fate buon uso di queste considerazioni. Il mondo è pieno di falsi profeti e veggenti scaduti, venditori di incensi e taumaturghi che potreste incontrare e non riconoscere. Da parte mia, vi auguro di non imbattervi mai nei due famelici avvoltoi a piede libero di cui vi ho parlato. Ma se dovesse accadere, non fatevi ingannare dalle moine e dalle unghie sfavillanti ma simili ad artigli, restate lucidi e applicate il principio “passi lunghi e ben distesi”. Affidatevi al vostro istinto e al mio decalogo per smascherare i saprofagi spirituali. Ricordatevi che il diavolo moderno veste Prada (anzi, Chanel) e sa fare le pentole ma non i coperchi.

mercoledì 24 agosto 2016

L'orrenda visione di un soldato italiano in una trincea del Carso


Tonio è un umile fante dell’Esercito del Regno d’Italia e sta combattendo la Sesta battaglia dell’Isonzo. L’agosto 2016 gli ha già riservato emozioni inenarrabili, come la conquista della città di Gorizia, ma non c’è tregua per lui e i suoi compagni d’arme. Non si fa illusioni; sa di essere carne da macello. È un sopravvissuto in prima linea, in una fangosa trincea del Carso, alle pendici del bosco Panovizza, dove si annida l’artiglieria austroungarica. Sa che fra poche ore, all’alba, il 23° Reggimento della brigata Etna, di cui fa parte, sferrerà un attacco alla quota 165 allo scopo di aprire nuovi varchi per l’avanzata italiana verso est. Sa che molti commilitoni subiranno gravi lesioni e mutilazioni, mentre altri perderanno la vita, colpiti dai tiri provenienti dai nidi di mitragliatrice del nemico. Sarà uno stillicidio e chissà se anche questa volta lui si renderà invisibile alla morte. È nelle mani di Dio ma ha un brutto presentimento e un’ansia indefinibile nel cuore. Ha fatto un sogno, ma sarebbe più giusto parlare di incubo. O era solo un’allucinazione, indotta dalla spossatezza e dalla febbre? 
Tonio ha visto come sarà l’Italia fra cent’anni, nel 2016. 
È stato come se la baionetta di un crucco fosse affondata nel suo petto, scarnificandolo. Adesso è come inebetito. Gli ufficiali non si stancano di ripetere che è bello e nobile morire per la patria e che il sangue versato sul Carso sarà il seme dell’Italia del futuro, una nazione unita, libera, prospera e forte. Perciò è da vili temere la morte. Fino ad oggi, Tonio non l’ha temuta, ha creduto che la guerra sia necessaria per quanto orribile e che la morte faccia parte del gioco. Benché sia solo un contadino padano ignorante, un giovane tagliato con l’accetta, ha un animo virile che ha fatto suoi i valori più alti della retorica militare e le ragioni della guerra. Ma adesso… Adesso ha visto quali saranno i frutti del sacrificio di tanti soldati come lui. Ha visto come sarà l’Italia dei pronipoti di quelli che s’illudono di combattere per un futuro migliore. Ha visto la sua patria ridotta in minutaglie, privata della sovranità nazionale, defraudata dai signori dell’alta finanza e svenduta dai faccendieri. Ha visto un Paese allo sfascio, dove il lavoro latita e i giovani, quelli volonterosi, devono fuggire all’estero in cerca di fortuna. Ha visto una nazione vecchia, stremata, imbelle. Ha visto che a governarla è gente ignobile, truffaldina, non eletta dal popolo. Mai avrebbe immaginato che al posto del Re ci fosse un’accolita di ribaldi e ciarlatani che regnano grazie a un silenzioso colpo di Stato. E mai avrebbe pensato che la classe politica potesse essere così avida e infame. Ha visto che lo Stato è un leviatano ingordo, che stritola i contribuenti con una pressione fiscale degna del Feudalesimo e si mostra indulgente coi potenti e crudele coi deboli. Ha anche visto la dissoluzione delle istituzioni, la crisi irreversibile della Chiesa, la decadenza dei costumi, l’estinzione dell’etica. Ha visto un Paese maleducato e incarognito, dove la gente si è disumanizzata e ha paura. Ha visto il suolo italiano occupato sistematicamente, in base a un progetto destabilizzante, da orde di migranti indolenti e famelici come cavallette e si è ricordato di quando la sua maestra parlava delle invasioni barbariche che fecero crollare Roma. Tonio ha visto la miseria morale di un’Italia incapace di reagire allo schifo in cui è avviluppata e si è indignato a causa del servilismo degli intellettuali, della corruzione dei funzionari pubblici, dell’iniquità dei magistrati, della protervia dei ricchi e di chi si crede più furbo, e dell’ignavia della gente comune. Ha visto che il servizio militare è stato abolito e i giovani sono inermi, confusi, senza spina dorsale. Tonio non ha capito cosa fossero quegli strani marchingegni che i giovani adorano e dai quali non riescono a staccarsi ma deve avere pensato che la tecnologica ha reso fiacco e bolso il genere umano. Non riusciva a credere che le sale da ballo si fossero trasformate nei luoghi dello sballo, e che solo l’alcol e la droga facciano sentire vivi quelli che sono già morti dentro. Non riusciva neppure a credere che gli italiani avessero smarrito l’orgoglio nazionale, la dignità, il genio e la speranza. Tonio deve avere pensato che la sua visione, qualora fosse vera, poteva indicare solo una cosa, che l’Esercito Regio avrebbe perso la Grande Guerra e la sconfitta avrebbe prodotto conseguenze gravissime, e quindi una decadenza della nazione tale da renderla succube della Germania, schiava dei plutocrati, terra di conquista dei neri e dei musulmani, serva di una sistema paralizzante. 
Tonio ha pianto, nel silenzio assordante della trincea. E  il suo pianto si è presto trasformato in rabbia. Era quella l’Italia per cui valeva la pena morire? Era quello il futuro della patria? Forse era meglio non fare ritorno a casa, nella cascina della Bassa di cui suo padre era fittavolo, non sposare la Rosetta e mettere al mondo dei figli.  Provò un senso di colpa e una vergogna che non erano sue.
I primi bagliori del giorno hanno annunciato il momento dell’attacco. Tonio ha meditato a lungo sulla sua orribile visione. Per un attimo ha pensato di disertare o procurasi una ferita per evitare il combattimento. Ha macerato dentro di sé il disgusto per quello che aveva visto e ha maledetto il ventre delle donne che negli anni a venire avrebbero messo al mondo la progenie dei traditori della patria, dei vigliacchi, dei miserabili. In lui, tuttavia, ha prevalso il senso del dovere. Non poteva venire meno ad esso, anche se la sua dedizione fosse risultata vana. Lui era un italiano vero, di quelli che non si tirano indietro. 
Nell’imminenza dell’attacco, Tonio ha guardato la bandiera tricolore che un ufficiale stringeva in una mano e ha sorriso. Si è illuso che la visione avuta nel corso della notte fosse menzognera. E quando è partito l’ordine di balzare fuori dalla trincea e avanzare verso il bosco di castagni, fino al reticolato fra le quote 165 e 174, ha messo a tacere i pensieri e le remore. 
Tonio ha gridato “Viva l’Italia” mentre usciva allo scoperto.