La teoria
evoluzionistica di Darwin non cessa di tenere banco. Il comportamento umano
conserva inquietanti analogie con quello dei primati e non è fuori luogo
pensare che stiamo diventando il pianeta delle scimmie. Pensiamo a Mizaru,
Kikazaru e Iwazaru, per fare un esempio. Chi sono? Sono le famose Sanzaru, le “Tre
scimmie sagge” della cultura giapponese. La prima non vede, la seconda non
sente e la terza non parla. Spesso chiamate in causa come simbolo dell’omertà
(non vedono, non sentono e non parlano del male) esprimono per estensione un
difetto sempre più diffuso nella società del benessere: l’indifferenza.
L’essere umano mostra una propensione pronunciata all’indifferenza verso ciò
che accade attorno e in ciò è dimentico di fare parte del tutto. Ci comportiamo
come se fra noi e il resto del mondo (il famoso “prossimo” del Vangelo) si
fosse creata una frattura insanabile. Non ce ne frega niente degli altri, non
ci riguarda. Anzi, ci infastidisce e perciò voltiamo la testa dall’altra parte.
L’ultimo esempio di come la gente sia diventata indifferente al dolore altrui e
persino alla morte, è stato offerto l’altro giorno dai bagnanti di Formia, sul
litorale pontino. È accaduto che una donna anziana sia morta dopo un malore
capitatogli mentre era in acqua. Il corpo di questa turista straniera è stato
disteso sulla spiaggia, a pochi metri dagli ombrelloni, e mentre i sanitari del
118 tentavano invano di rianimarla, i bagnanti continuavano imperterriti a
passeggiare, prendere il sole, entrare in acqua, giocare a racchettone e
persino scambiarsi effusioni amorose a pochi passi dal cadavere. Il triste
fatto mi riporta alla mente episodi analoghi. Nell’agosto 2011, il cadavere di
un uomo rimase sotto un ombrellone per tre ore a Ostia, tra l’indifferenza
generale della folla. Al massimo, gli astanti buttano un occhio, ma solo per
curiosità, fanno qualche commento idiota e poi si rituffano in mare o addentano
una fetta d’anguria.
Che dire? La pietà è defunta e il genere umano non gode
certo di buona salute se è vero, come scrisse Cechov nella sua Una storia noiosa, che “l’indifferenza è
la paralisi dell’anima, una morte prematura”. Concetto ribadito da Kahlil
Gibran, per il quale “l’indifferenza è già metà della morte”. Ormai siamo
abituati a comportarci come le tre scimmie sagge. Pensiamo sia il male minore e
perciò riusciamo a giustificarci, ad assolverci. In fondo, l’indifferenza ci
permette di stare lontani dai guai, di non essere coinvolti, di rimanere
spensierati e di sopravvivere, anche se parzialmente defunti. In fondo, ha una
forza rassicurante, vitale. Secondo Pavese, è l’indifferenza che ha permesso
alle pietre di durare immutate per milioni di anni. Come dargli torto? Più che
alle scimmie, assomigliamo alle pietre. Chiunque, nel corso di una giornata
qualunque, ha modo di notare che le strade sono affollate di passanti distratti
e noncuranti, affetti da un’indifferenza di sasso verso gli altri (soprattutto
i reietti). Il genere umano, colpito dalla perdita dei valori morali, soffre dunque
di una malattia psicologica contagiosa che lo porta ad alienarsi, a richiudersi
in se stesso come un riccio. Siamo affetti dalla sindrome della coscienza
pulita. Pulita, certo, ma perché non la usiamo. È come se la nostra coscienza
fosse andata in ferie prima di noi, avesse abdicato per manifesta incapacità di
adeguarsi allo spirito del tempo, che detta regole ciniche, egoistiche e
perverse cui non sappiamo più opporci. In definitiva, conviene adattarsi,
arrendersi.
Qualcuno dirà che l’indifferenza non è poi il peggiore dei mali e
che se le tre scimmie giapponesi sono definite “sagge” una ragione ci sarà. Per
quanto nella filosofia antica, in particolare fra gli scettici e gli stoici, fosse
diffusa l’idea che il saggio dev’essere imperturbabile (atarassia), libero
dalle passioni (apatia) e indifferente nelle preferenze (adiaforia), non credo
che tapparsi la bocca e gli orecchi e chiudere gli occhi sia la via migliore
per la felicità. Personalmente, non condivido nemmeno il pensiero morale di
Schopenhauer, che propugna l’indifferenza ascetica come via di fuga. Gli
esistenzialisti giustificavano l’indifferenza, la consideravano la risposta più
corretta all’inutilità, precarietà e assurdità della vita umana. Potrei
continuare e chiamare in causa Heidegger e Sartre, per il quale l’indifferenza
altro non sarebbe se non il fallito tentativo di acquisire una precisa
configurazione di sé, della propria coscienza attraverso la relazione con
l’altro. Ma non voglio diventare noioso. Fa già caldo nonostante siano solo le
nove del mattino e capisco che il cervello ha voglia di svago e non di
elucubrazioni. Resta il fatto che mi rattrista riconoscere nei miei simili
stili di vita degni di un primate. Come soccorritore del 118 mi è capitato
tante volte di affrontare situazioni dolorose in cui i cosiddetti “astanti”
(ciò le persone presenti sul luogo di un evento sanitario drammatico) hanno
dato prova di indifferenza o, peggio ancora, di attenzione morbosa e
fastidiosa, che è il contraltare dell’empatia. Ci si butta anche fisicamente su un incidente per vedere il morto, non
per interesse nei confronti della vita. Ci si sbraccia per curiosità, non per
solidarietà. Salvo defilarsi quando ci si accorge che lo spirito d’iniziativa
può comportare un’assunzione di responsabilità. Eppure, grazie al cielo, non
tutti gli esseri umani sono indifferenti o vili. Anche quest’anno, come capita ogni
estate, qualche giovane coraggioso si tufferà in acqua per salvare qualcuno che
sta annegando. E speriamo che continuino ad esistere gli altruisti che
intervengono per sventare un furto, bloccare uno stupratore, difendere un debole o semplicemente
aiutare chi sta male.
Auguriamoci che i generosi non spariscano dalla
circolazione e che ci siano sempre uomini e donne che si rifiutano di fare come
le tre scimmie giapponesi. Altrimenti, prima o poi ci ritroveremo a ripetere le
parole che il capitano Taylor pronuncia nel film Planet of the Apes (l’originale del 1968) scrutando lo spazio: “Mi
sento solo”. È forse questo il lato peggiore dell’indifferenza, condannarci
alla solitudine.



