giovedì 13 luglio 2017

Abbiamo bisogno di nutrirci d'infinito



M’illumino d’immenso” 
 (Giuseppe Ungaretti)


Ci sono momenti, in verità rari, in cui il vero poeta, il grande poeta, fattosi portavoce non solo dei propri aneliti spirituali ma delle aspirazioni più profonde del genere umano, riesce a incidere parole destinate a rappresentarci per sempre, in modo definitivo. I suoi versi, scaturiti da un sancta sanctorum invisibile, in un attimo fuggente irripetibile, non si limitano ad accarezzare l’animo ma lo scuotono, lo squarciano come fa il fulmine caduto su un albero. È il caso di Mattina, la poesia che Giuseppe Ungaretti scrisse cento anni fa mentre era sul fronte del Carso, e che fa parte della raccolta L’Allegria in Naufragi. Chi non la conosce e non l’ha citata almeno una volta? D’altronde, non è impresa difficile vista la sua brevità. Sarebbe ingenuo, tuttavia, pensare che il successo di questa lirica sia dovuto alla sua estrema concisione. Mattina è il trionfo dei tropi più acclamati (l’ossimoro, la metafora, la sineddoche e l’iperbole) spogliato della ridondanza della retorica. È un tuono dolce e insieme potente, una freccia ermetica ma inequivocabile che va diritta al cuore, un richiamo ineludibile.  Al pari de L’infinito di Leopardi, rappresenta il momento più alto nella storia della letteratura, quanto meno in lingua italiana, in cui l’essere umano si relazione con la vastità dell’universo, con l’eternità, sciogliendo nel crogiolo animico la gamma caleidoscopica di sentimenti e aspirazioni abitualmente taciute. Succede quando l’oggetto è un’epifania, cioè la scoperta di qualcosa che era sotto i nostri occhi ma appariva visibile solo all’anima, quando avviene la magica fusione fra mente e spirito.
Non capita forse anche a noi, di tanto in tanto, di provare l’improvvisa, disarmante consapevolezza del senso della vastità dell’universo che Ungaretti avvertì fra le trincee della Grande Guerra? Non siamo forse anche noi umili fanti rannicchiati nel fango che sollevando la testa si sentono abbracciati dalla luce che proviene dall’alto o dall’orizzonte? Qualcuno si starà chiedendo di cosa parlo, pronto a giurare che non si è mai illuminato d’immenso, che la vita è grigia e il mondo in cui vive è sporco e asfissiante come la batteria dei polli. Beh, vorrei ricordare che anche dal fondo di un pozzo si può vedere la luna e che per quanto ritrovare l’armonia con il cosmo, anche solo per pochi istanti, non sia facile, è una via accessibile a tutti. È quello di cui l’umanità avvilita ha più bisogno in questo momento storico, un momento di radicali trasformazioni interne ed esterne non sempre sostenibili. Abbiamo bisogno di illuminarci d’immenso perché questo è l’antidoto più potente contro i veleni del nostro tempo, è la medicina più efficace, oltre che gratuita, contro la depressione, l’indifferenza, l’astenia intellettuale, l’idiosincrasia etica che ci rende abulici, pessimisti, ignari non solo della realtà esterna ma di noi stessi. Illuminarci d’immenso può aiutarci a risvegliare la coscienza letargica, a reagire al male che ci assedia e al quale siamo assuefatti, a riscoprire la nostra finitezza e a un tempo la nostra grandezza, perché è vero, siamo il nulla in confronto al firmamento, ma facciamo parte del tutto. Siamo atomi pensanti connessi all’infinito, molecole palpitanti nel cuore dell’eternità. 
Quando Ungaretti scrisse Mattina, dovette provare un forte senso di calore. Non era quello generato dalle bombe ma dal sole, dalla luce che riverberò dentro di lui aprendolo a una visione inattesa e rivelatrice. Il poeta, immerso nella stessa putrida, triste gora in cui oggi affogano milioni di esseri umani, ebbe sentore di appartenere agli infiniti spazi, e quindi di non essere solo, di potere accedere al sublime e alla pace, di essere vivo e non di sopravvivere, pur avendo i piedi imprigionati nel fango. Credo che la percezione esplosiva dell’Assoluto da cui arriviamo e al quale torneremo, la sensazione interiore di non essere lo zero assoluto che gli altri ci fanno sentire ma la lemniscata di Bernouilli (l’otto orizzontale), cioè il simbolo matematico dell’infinito, possa essere la nostra via di fuga in un mondo che ci incarcera, ci uniforma, ci castra con le sue pinze e ci manipola. Beati coloro che troveranno il loro rifugio nella contemplazione dell’infinito, nei bagni di sole che l’universo ci offre con la promessa di risanarci. Quando? Come? Dove? So che il lettore si pone queste domande ma che in fondo conosce le risposte. Non ci sono regole temporali, comportamentali e spaziali. Abbiamo la fortuna di poterci “abbronzare” quando e dove vogliamo. Nessuno può negarci il diritto di illuminarci d’immenso per riscattare una vita di cui non siamo soddisfatti. Le illuminazioni possono accadere all’improvviso e nei luoghi impensati, come è avvenuto per Ungaretti, o perché le abbiamo volute, preparate, accolte. Possono accadere nel corso di una ricerca spirituale o di un percorso fisico come l’ascesa di una vetta alpina. Ancora una volta, mi piace citare il Viandante sul mare di nebbia, lo stupendo dipinto di Caspar David Friedrich. Possiamo illuminarci d’immenso facendo meditazione (e magari qualche viaggio astrale), leggendo i grandi libri e ascoltando la musica immortale dei sommi compositori che ci riconciliano con il sublime. A volte, è sufficiente affogare nello sguardo luminoso di chi ci ama, di un bambino o di un animale domestico che ci adora. Possiamo ammirare la bellezza delle grandi opere dell’uomo e nutrirci di essa, senza resistere alla sindrome di Stendhal. Meglio ancora, possiamo cedere al fascino delle opere di Dio, ammirare in silenzio, estasiati, un panorama mozzafiato, un tramonto incandescente, la notte stellata o un mare in tempesta. Io sono innamorato del mare, in particolar modo quando c’è burrasca, e ogni volta che fisso lo sguardo sui cavalloni è come se la grande onda di Kanagawa di Katsushika Hokusai avanzasse verso di me e mi entrasse dentro, purificandomi e lasciandomi la sensazione che faccio parte dell’oceano e vi farà ritorno. Non è un capriccio che abbia disposto che il mio corpo sia cremato e le mie ceneri disperse in mare, ovviamente il giorno in cui avrò lasciato la dimensione sensibile. Va da sé che è in quella sottile che ci fonderemo con l’immensità ma intanto assaggiamone i bocconi prelibati. 
E dunque, cari lettori, dedicate sprazzi della vostra vita a illuminarvi d’immenso, cioè a nutrirvi d’infinito, scegliendo tra le tante opzioni che la vita vi offre. Non commettete l’errore di vivere nell’ombra, convinti che il sole baci solo i belli, i ricchi e i più fortunati. Fate come Ungaretti, meglio ancora seguite il consiglio che Gesù diede durante il discorso della montagna. Siate la luce del mondo.

mercoledì 28 giugno 2017

Il delfino, un gioioso capolavoro della natura


Quando ero piccolo non mi perdevo un episodio di Flipper, la serie televisiva che è andata in onda sulla Rai dal 1964 al 1967. Ne era protagonista l’omonimo delfino addomesticato – amico di Porter Ricks, guardia di una riserva marina della Florida, e dei suoi figli Sandy e Bud – che incarnava le straordinarie virtù di questo mammifero. Virtù già note nell’antichità, per altro. Secondo Omero, Apollo assunse le fattezze di un delfino più volte, anche quando accostò ai lidi di Crisa, che gli aprirono la via per Delfi. Lo stesso Omero cantò il delfino per la sua voce accattivante e per il salvataggio dei naufraghi (Telemaco, figlio di Ulisse, fu salvato da un delfino). Come il simpatico Flipper televisivo, i delfini amano gli esseri umani ed è innato in loro l’istinto di soccorrere chi rischia di annegare. Sono gli angeli del mare. Questo istinto compassionevole emerge nel mito del citaredo Arione, raccontato da Erodoto. Costui, costretto a buttarsi in mare, fu infatti salvato da un delfino e condotto in salvo sulle rive del Tenaro. Oppiano, invece, ha riportato la storia vera della tenera amicizia tra un fanciullo e un delfino che accorreva verso la riva quando sentiva il richiamo dell’amico, prendeva il cibo dalle sue mani e in segno di gratitudine lo portava sul dorso a fare un giro in mare aperto. Quando il ragazzo morì, anche il delfino morì di dolore. Difficile credere che un delfino non addestrato si presti a fare da cavalcatura a un essere umano? Eppure, nell’arte greca l’uomo è spesso scolpito a cavallo di un delfino. Gli antichi greci attribuivano al delfino la funzione di psicopompo; il nobile animale si caricava sul dorso le anime dei morti e le trasportava nell’oltretomba. È solo una credenza, sia chiaro, ma Plinio il Vecchio testimonia di come uomini e delfini comunicassero fra loro per catturare i pesci nella laguna di Sète, nella Gallia narbonese. E questo è un fatto vero, per quanto inverosimile. 
La simbologia del delfino ci fa comprendere il peso specifico di questo cetaceo gioioso e giocoso che non è considerato solo l’allegoria della salvezza, in virtù delle leggende che lo vogliono soccorritore e amico dell’uomo, ma anche il simbolo della rigenerazione. Valenza, quest’ultima, che deriva dal mito secondo cui i pirati, dopo avere legato il dio Dioniso all’albero della loro nave, si ubriacarono e caddero in mare, dove si pentirono, trasformandosi in delfini. Il delfino è anche associato alla saggezza, alla prudenza e alla velocità, prerogative facilmente osservabili. Forse, nessuno meglio di Plutarco ha descritto con precisione l’insieme delle qualità che ci fanno amare i delfini. Si tratta, però, di un’attrazione reciproca. “È il suo amore negli confronti degli uomini che lo rende caro agli dei” scrive Plutarco nel Banchetto dei sette saggi “…nel delfino soltanto si trova, in relazione all’uomo, quella cosa che vanno cercando tutti i migliori filosofi, ovvero l’amore disinteressato. Questo animale, infatti, non ha bisogno di ricevere nulla dagli uomini e, dal canto suo, nei confronti di tutti gli uomini mostra la sua benevolenza e amicizia”. 
Se usciamo dall’ambito letterario, scopriamo che anche scienziati ed etologi da una parte e spiritualisti dall’altra sono affascinati dai delfini. I primi hanno studiato a lungo le eccezionalità caratteristiche di quello che potrebbe essere definito “signore della navigazione”. I delfini, infatti, possiedono un metodo di propulsione straordinario che li rende velocissimi (possono raggiungere i 30 nodi marittimi) e sanno nuotare come nessun’altro animale marino, riducendo al minimo la frizione e le turbolenze dell’acqua. La loro capacità di orientamento è senza pari in natura, grazie a un sonar che percepisce l’eco dei segnali acustici e gli ultrasuoni. In effetti, i delfini emettono fischi modulati in una grande variazione e comunicano fra loro utilizzando almeno trentadue segnali chiave. Tanti ne hanno individuati gli studiosi fino ad oggi ma non è escluso che siano molti di più. D’altra parte, l’intelligenza dei delfini è proverbiale. Anche la loro vista e il loro udito sono eccezionali. E che dire della loro eleganza? Konrad Lorenz rimarcò che “il corpo affusolato del delfino è una di quelle cose esistenti in natura nelle quali la bellezza e l’utilità, come la perfezione artistica e tecnica, si combinano in modo quasi incomprensibile. In sostanza, è lecito definire il delfino “capolavoro della Natura”. Nobile e gentile, così ci appare. E capace di emozionarci come pochi altri animali sanno fare. 
Ho avuto la fortuna di avvistare molti delfini in mare e di nuotare in mezzo a loro in acque tropicali. Devo ammettere che mi sono sentito felice come un bambino ogni volta che mi sono trovato accanto ai delfini. Relazionarsi con loro è un’esperienza unica, che ci fa sentire bene e ciò mi fa pensare che gli spiritualisti non abbiano torto quando affermano che il delfino è quasi umano senza averne i difetti. Quasi, perché in realtà è originario di Sirio e delle Pleiadi. Lo so, rischio di entrare in un terreno minato. Mi limiterò a considerare che i delfini sono anime elevate, evolute, perciò “sanno”. Essi hanno il compito di collegare la griglia oceanica con quella terrestre. A buon intenditor poche parole. In più, voglio rimarcare la loro grande potenzialità guaritrice. Alcune università stanno studiando come utilizzare in ambito medico la capacità dei delfini di interagire beneficamente con le cellule del corpo umano. È ormai assodato che i delfini siano in grado non solo di risvegliare il nostro centro emotivo, che risiede nel limbo, ma anche di proiettare nei recessi del corpo umano raggi sonar dall’elevato potere guaritore. Il loro canto non è solo rilassante, dunque, ma terapeutico. Lo dimostra il lavoro svolto sui bambini autistici. A Miami, in Florida, la delfinoterapia viene applicata anche ai malati di cancro e ai terminali, ai paraplegici, ai ragazzi ciechi e sordi. Per ultimo, lo sapevate che il delfino ha poteri telepatici? Teniamolo presente, ogni volta che ne incontriamo uno, anche quelli costretti in un delfinario o in un parco acquatico per il nostro divertimento. Non so cosa pensi di noi un delfino costretto alla cattività, ma so che pensa e, probabilmente, soffre per la sua condizione e insieme per il nostro egoismo. Offriamogli un sorriso, possibilmente la nostra empatia. Ma voglio sperare che il suo amore per il genere umano gli renda meno dure le privazioni, a cominciare dalla perdita della libertà. 
A pensarci bene, uno strano destino unisce i capolavori; affinché siano ammirati li si chiude a chiave.

sabato 17 giugno 2017

Il rifiuto scoraggia o tempera la volontà?


Non c’è essere umano che non abbia conosciuto la delusione che subentra dopo un rifiuto. Non fa gran differenza che il rifiuto sia di natura sentimentale o morale, legato al lavoro o alla sfera più intima; esso ci turba, provoca reazioni ondivaghe, oscillanti fra gli estremi della rabbia e la rassegnazione. Molte persone sono scoraggiate da un diniego, soprattutto se è ripetuto. Perciò rinunciano ai loro sogni, alle prospettive e ai piani congegnati. Altre non desistono. Il rifiuto diventa per loro uno stimolo ulteriore, uno sprone per l’orgoglio. Sovente, il rifiuto tempera la volontà, la rende più forte. Può essere una fortuna nel prosieguo del proprio cammino esistenziale.
Ho collezionato tanti rifiuti nella vita ma sono uno che non molla mai. I rifiuti hanno temprato la mia volontà. Lotto con tenacia, fino alla fine, anche se sono consapevole che i rifiuti continui non lasciano margine alla speranza. Il rifiuto sistematico che potrei eleggere vincitore della mia personale classifica è quello editoriale. Lo equiparo alla lotta che Don Chisciotte ingaggiò contro i mulini a vento. Da sempre busso alle porte della grande editoria e ne sono respinto come se fossi un accattone. Nemmeno gli agenti letterari hanno intuito le mie potenzialità. Ho sperimentato l’intera gamma delle argomentazioni con cui puoi essere liquidato e confesso che alcune mi hanno esasperato. Fatti salva la maggioranza dei casi in cui gli editori rifiutano le proposte ricevute perché i libri sono sgrammaticati, mediocri o indegni d’attenzione, si è rifiutati per inadeguatezza, miopia, prudenza, viltà o invidia. Ma anche per motivi ideologici o tecnici, sulla base della poetica o della linea editoriale, per causa di forza maggiore. Comprendo alcune giustificazioni ma ci rimango male quando ti elogiano, dicono che il tuo libro è speciale, scritto bene ma con troppa eleganza e quindi inadatto al mercato, oppure non ti rispondono affatto. Mi è persino capitato che un editore importante mi mettesse sotto contratto ma poi non mi pubblicasse. Aspetto ancora oggi una spiegazione. Quello che fa più male è l’indifferenza che vale una condanna e mette sullo stesso piano lo scrittore e l’opera di pregio al tentativo velleitario di chi non possiede un briciolo di talento né gli strumenti per scrivere nemmeno un necrologio. Allora subentra nell’animo la frustrazione, che non è mitigata dalla consapevolezza che gli editori non sostengono la letteratura, si limitano a dare in pasto al popolo bue ciò di cui è ghiotto. Per fortuna, panta rei. Pensi che in fondo scrivi per un tuo bisogno fisiologico, che il dovere di uno scrittore sia continuare a produrre idee e storie. Essere pubblicati sarebbe il coronamento della propria fatica ma non è la quintessenza della missione creativa. Il vero sforzo è compiuto nel dare alla luce il libro. È così che pensi, e poiché hai un animo che non si arrende trovi la forza per andare avanti, per mettere in cantiere un nuovo progetto. 
Recentemente ho provato l’ennesima delusione. Alcuni mesi proposi una nuova opera ambiziosa a una ventina di editori. A tutt’oggi, uno di loro si è detto dispiaciuto di “non potere inserire il mio lavoro nel suo catalogo perché i meccanismi del mercato editoriale sono molto legati alla effettiva capacità e diffusione e promozione dei libri”. Ci sta. Gli altri diciannove – e uso volutamente un’espressione poco letteraria – non mi hanno cagato nemmeno di striscio. Poco male, rebus sic stantibus auto-pubblicherò il mio sesto libro e lo affiderò all’universo, con preghiera di benevolenza. Mi consolano due riflessioni. La prima l’ha suggerita mia moglie: “Non trovi un editore perché non lo desideri veramente. Tu ami solo scrivere, detesti quello che viene dopo”. Come darle torto? Amo la solitudine e la libertà, non sopporto le logiche, le regole e gli impegni di cui un autore che entra in una scuderia editoriale è fatto carico. Inoltre detesto gli intellettuali, i salotti, le conventicole culturali, i compromessi e la falsità. Forse ha ragione lei, io non cerco veramente un editore. L’avrei trovato se fosse il fine ultimo del mio lavoro. In verità, desidero continuare a vivere nel mio eremo, scrivere sulla mia torre eburnea, lontano dal mondo, indifferente al giudizio degli uomini. Il secondo motivo consolatorio è che il rifiuto nobilita e a conoscerlo sono stati tanti grandi scrittori. Ho riletto Il gattopardo e non posso fare a meno di pensare alla sorte del povero Tomasi di Lampedusa. Questo romanzo fu rifiutato dagli editori, misconosciuto da Vittorini e pubblicato postumo. La storia della letteratura è piena di rifiuti e ripensamenti tardivi. Anche Moby Dick fu rispedito al mittente dagli editori e Melville dovette pubblicarlo a sue spese. I grandi editori rifiutarono Il diario di Anna Frank, Nabokov fu giudicato indegno d’essere pubblicato e Stephen King collezionò le lettere di rifiuto degli editori. Alla fine, i libri che ho citato vennero alla luce, malgrado gli ostacoli e le difficoltà. Ma finisce sempre bene? No, credo che molti grandi scrittori non abbiano visto riconosciuto il loro valore, che molti grandi libri siano marciti in un cassetto. 
Camus sosteneva che l’uomo è la sola creatura che si rifiuta di essere ciò che è. Perché meravigliarci se il rifiuto è nelle corde di gran parte del genere umano? Rifiutiamo perché è più facile dire “No!” che intuire, comprendere, riconoscere, sostenere. Non siamo capaci di essere noi stessi, come potremmo aiutare gli altri, quanto meno quelli che valgono, a diventare ciò che sono? Io sono uno scrittore, forse bravo. Ma tutto è relativo e ho deciso di affrontare il massimo sforzo letterario della mia vita. Tranquilli, non intendo scrivere un nuovo libro di spessore biblico (ce l’ho già, è nel cassetto). Sto leggendo La ricerca del tempo perduto. Ho atteso d’essere maturo, come lettore oltre che scrittore, per misurarmi con questo capolavoro impegnativo. Penso sia una reazione. Voglio tuffarmi nella grande letteratura, nelle pagine che appagano lo spirito e stimolano la mente. Mille miglia lontano dalla vacuità, ottusità e pochezza della maggior parte dei libri che gli editori pubblicano e promuovono con la pubblicità, le comparsate radiofoniche e televisive, gli scambi di favore. Anche Proust conobbe la bocciatura. Il dattiloscritto fu rifiutato dall’editore Dasquelle, dalla Nouvelle Revue Française e da Ollendorf, di cui è rimasta famosa la frase “Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno”. Proust riuscì a pubblicare il primo volume del suo romanzo con un piccolo editore, sobbarcandosi tutte le spese. 
Di che mi lamento, dunque? Animo! Devo godere del fatto di essere diventato granitico grazie ai rifiuti, cui ho fatto il callo, senza rinunciare alla curiosità e alla fantasia del bambino che è ancora in me. Senza rinunciare al vizio di scrivere.