martedì 22 novembre 2016

L'odiosa faccia tosta degli indemocratici.


Credo che la democrazia sia la più grande illusione dei tempi moderni. Esaltata come la massima conquista in ambito politico dell’umanità, nel corso dei secoli si è trasformata in una frode perpetrata ai danni del popolo, che si illude di governare perché glielo si fa credere attraverso le elezioni e i referendum, mentre è vessato e preso per il culo da coloro che si definiscono i suoi “rappresentanti”. Le democrazie occidentali (e non solo) sono oligarchie travestite, in mano a lobbies che esercitano la sopraffazione del ricco sul povero, del forte sul debole, delle minoranze sulla maggioranza silenziosa. Sovente, come aveva messo in guardia Platone, “la democrazia si muta in dispotismo”. Perché ciò avvenga non è necessario agire con violenza né proclamare un dittatore. Basta scivolare verso le derive autoritarie. Le democrazie contemporanee sono regimi a volte più illiberali delle dittature illuminate. Nella maggior parte delle nazioni democratiche, la democrazia è finta. Forse che negli Stati Uniti d’America decide il popolo? No, il popolo è bue, in Oklahoma come a New York City. È illusorio pensare che sia il bue – sorry, il popolo – a comandare. È una prerogativa dei plutocrati, dei poteri forti, delle banche centrali, delle multinazionali. A proposito, che sensazioni vi ha dato il post-elezione di Trump a Presidente della nazione che si vanta di essere la più grande democrazia del mondo? Comunque la pensiate, dovrebbe farvi riflettere la reazione stizzita dei democratici, usciti sconfitti dalle urne. Per “democratici” non intendo solo i politici appartenenti al Democratic Party, il partito dell’asinello che sosteneva la candidatura di Hillary Clinton, bensì quei cittadini americani che si considerano migliori a priori, cioè i radical chic, i salottieri, i giornalisti e gli intellettuali, le star del mondo dello spettacolo, i docenti universitari, ecc. Storditi e affranti, i progressisti sono caduti in depressione e insieme in uno di quei paradossi così comuni quando la democrazia ci sorprende: Trump non è il nostro presidente, non accettiamo il responso delle urne, lo contesteremo in modo accanito, ce ne andiamo via. Questa è stata la reazione di quei democratici che faticano ad accettare la sconfitta, dimostrandosi antidemocratici. Non è il caso di stupirci; incongruenze e intolleranza sono peculiarità dei democratici di tutto il mondo e gli States sono solo l’ultimo esempio. 
Se guardiamo le storie italiche dal dopoguerra in poi, notiamo che i democratici amano ed esaltano i valori democratici soprattutto quando sono emarginati, all’opposizione. Ma quando entrano nella stanza dei bottoni, gettano la maschera e si uniformano, mostrandoci il ghigno della democrazia. I democratici nostrani pensano di essere il meglio del Paese per grazia ricevuta, più colti, intelligenti, lungimiranti e giusti di chi non la pensa come loro, ma basta che abbiano in mano il bastone di maresciallo perché si rivelino peggiori di quelli che disprezzano e combattono senza esclusione di colpi. Anzi, spesso sono così falsi, arroganti e avidi da indurmi a pensare che la loro idea di democrazia assecondi il principio machiavellico “il fine giustifica i mezzi”. Dov’è, infatti, il rispetto della morale, delle regole, della Legge e delle idee altrui da parte dei pseudemocratici? Personalmente, non l’ho mai ravvisato nei giacobini, nei riformisti ad oltranza, nella gauche ipocrita che cita Marx ma predilige il cachemire e lo champagne. Ecco un florilegio di pensieri comuni sia ai democratici un tempo legati allo scudo crociato sia a quelli schierati a sinistra. “Quello che è tuo dev’essere di tutti ma quello che è mio resta mio”. “Sono i nostri nemici che rubano, noi siamo gli eredi di Robin Hood”. “L’immigrazione fa bene, in particolar modo alle cooperative e alle onlus su cui esercitiamo il controllo”. “Taci tu, che non capisci niente”. “Bisogna sradicare la corruzione, il clientelismo e i malaffari, ma solo quella degli altri”. Ma torniamo al fine che giustifica i mezzi. Voglio ricordare a chi mi legge che nel 2011 in Italia è avvenuto un colpo di Stato orchestrato da forze extranazionali (UE, BCE, FMi e Gruppo Bilderberg) e appoggiato dal Presidente della Repubblica, che ha portato al potere le forze politiche di sinistra. L’attuale governo è illegittimo, non rappresenta la volontà della maggioranza del popolo italiano, che aveva scelto di essere governato dal centro-destra. Renzi e i suoi scherani stanno governando l’Italia senza diritto né merito, grazie a una manovra antidemocratica. Il Capo del Governo è un nocchiero abusivo e noi siamo gli schiavi di una democrazia sempre più autoritaria e simile a un regime assolutista
Bisogna riconoscere, però, che ai millantatori della democrazia non manca il senso dell’umorismo. Ricordate la Germania dell’Est, scioltasi con la caduta del muro di Berlino? Era un inferno comunista eppure i suoi padri fondatori ebbero la sfrontatezza di chiamarla Repubblica “Democratica” Tedesca. Ancora più paradossale è la situazione dell’ex Congo belga, che oggi si chiama Repubblica “Democratica” del Congo. Credo che a Kinshasa e dintorni, come accadeva a suo tempo a Berlino est, non abbiano la più pallida idea di cosa sia la democrazia. Così va il mondo. Attribuirsi i valori e i crismi democratici è una precauzione. Difficile accusare di essere liberticida chi sventola la bandiera della pace e impugna la scudo della democrazia. Non voglio arrivare al punto cui giunse Winston Churchill, che disse “la democrazia è la peggior forma di governo”, ma ho sempre diffidato di quei democratici di facciata che predicano bene ma razzolano male e hanno un istinto prevaricatore. Pensano di essere unti dal Signore e s’incazzano se li accusi di doppiezza, corruzione e ipocrisia. Ho sempre pensato che i veri democratici, qualunque sia il loro orientamento politico, siano coloro che rispettano e tollerano (non a parole ma coi fatti) chi non la pensa come loro, che accettano il dissenso, che non remano contro né sbraitano per imporsi se non ne hanno il diritto, che non fanno i moralisti ma rispettano l’etica, che danno il buon esempio. Dubito che tale quadro corrisponda agli Indemocratici al potere in Italia. 
Orsù, fate l’esame di coscienza, insopportabili facce toste sempre pronte ad accusare di fascismo e razzismo chi ha una visione politica diversa dalla vostra. Sì, voi che parlate ancora di resistenza settantuno anni dopo la fine della guerra civile e vi arrogate il diritto di essere i custodi della democrazia, che secondo voi è sempre in pericolo. Voi non siete il meglio del Paese né i depositari della verità, siete solo un’accozzaglia (è così che Renzi ha definito chi non la pensa come voi, vero?) di approfittatori cinici e bari. Ma forse vi meritiamo, perché noi poveri “antidemocratici” siamo ormai indifferenti allo sfacelo, incapaci di scendere in piazza e fare un quarantotto per spazzarvi via. Meritiamo una classe politica che disprezza l’elettorato, la fatica quotidiana della gente comune, la patria e i valori della costituzione, tant’è che vuole cambiarla per rafforzare il proprio potere. 
Probabilmente aveva ragione George Bernard Shaw, quando definiva la democrazia l’assicurazione di non essere governati meglio di quanto ci meritiamo, per poi precisare che il predominio del sistema democratico ha fatto sì che la nomina di pochi corrotti fosse sostituita dall’elezione di molti incompetenti. Magari fossero solo dei poveri incompetenti, gli indemocratici italioti…

martedì 1 novembre 2016

Il terremoto, la forza incompresa di un "memento"


Avete letto bene, ho volutamente scritto memento, e non momento. In latino, significa “ricordati”. Memento mori - cioè “ricordati che devi morire” - ammonisce una locuzione che si rifà a un’antica usanza romana. Quando un generale vittorioso entrava in Roma per ricevere il trionfo, c’era sempre qualcuno che camminava dietro di lui e gli ripeteva: hominem te memento, “ricordati che sei un uomo”. L’eco di questo avvertimento è nel Vangelo, che ci ricorda una triste verità: siamo polvere e polvere torneremo. Di polvere ne sollevano sempre tanta i terremoti, un incubo atavico del genere umano. Il terremoto, di fatto, non si limita a sollevare la polvere a causa del crollo delle case, dei ponti e di altre strutture, ma produce un polverone socio-mediatico scandito da sterili sproloqui, accuse, polemiche, sprechi e scandali. In queste ore non si parla che dello sciame sismico che fa tremare l’Italia centrale. Purtroppo, l’argomento è di moda. Non voglio andare controcorrente ma mi va di fare un paio di considerazioni non proprio banali. 
In primis, vorrei citare una frase di Elias Canetti che calza a pennello con il nostro attuale stato d’animo. “Sembra che gli uomini provino più sensi di colpa per i terremoti che per le guerre che essi stessi fomentano”. Fateci caso, la notizia di un terremoto – e poco importa quale sia la sua magnitudo e quante vittime faccia – ha il potere di turbarci, di suscitare in noi un profondo disagio. Ma perché ci impressionano di più i 300 morti di Amatrice e degli altri borghi appenninici che i 25.000 reietti che muoiono di fame ogni giorno nel mondo? Immediatamente, benché “ai terremoti non v’è rimedio alcuno”, come diceva il Petrarca, cerchiamo i presunti colpevoli anziché provare semplicemente pietà per le persone vittime della natura. Anzi, andiamo a caccia di capri espiatori con accanimento, per sollevarci da quel senso di colpa che avvertiamo nei meandri della coscienza. Come se la nostra impotenza fosse un reato. Lo è certamente speculare sui terremoti, ricostruendo in economia o rinunciando alla salvaguardia del territorio e alla manutenzioni degli edifici a rischio, ma non è colpa nostra se la terra è ballerina. Lo è sempre stata e sempre lo sarà, almeno finché non troveremo il modo di bloccare la tettonica delle placche, un’ipotesi che nemmeno la fantascienza più ardita prende in considerazione. A suo tempo, Darwin fece un’osservazione intelligente: “La terra, simbolo stesso della solidità, può muoversi sotto i nostri piedi come una sottile pellicola su un liquido”. Purtroppo ce ne dimentichiamo troppo facilmente. Come ci dimentichiamo della nostra precarietà sulla terra, ergo che dobbiamo morire. 
Ma ecco la mia seconda considerazione: abbiamo smarrito il senso della misura. Nell’esprimere la mia solidarietà alle vittime degli episodi tellurici che hanno colpito l’Italia centrale, voglio rimarcare che i danni e le vittime di questi terremoti sono risibili. Ma come, direte, i morti non fanno ridere e perdere la casa non è uno scherzo! Non fraintendetemi. Voglio dire che dovremmo mettere al bando il catastrofismo, il sensazionalismo e la retorica di cui pare non si riesca a fare a meno nei nostri tempi “esagerati”. La storia del genere umano è piena di terremoti terrificanti e bisognerebbe tenerlo presente quando ci tuffiamo nella cronaca. Perché il sisma che ha colpito Le Marche, l’Umbria e il Lazio viene descritto come un’apocalisse biblica? Mi infastidisce, ad esempio, che un giornalista inviato in un paesello colpito dal terremoto affermi con enfasi che il centro abitato è completamente raso al suolo, mentre le immagini mostrano che solo il 30% delle case è stato danneggiato o distrutto. Mi chiedo quali parole avrebbe usato quel solerte inviato se si fosse trovato nello Shanxii, in Cina, nel 1556, quando un terremoto di magnitudo 8 fece oltre 800.000 vittime. Oppure come si sarebbe comportato il giorno dopo il terremoto di Messina del 1908, che provocò 123.000 morti e la distruzione del 93% degli edifici della città. 
Terza considerazione: ho la fortuna di abitare in un territorio in cui il rischio sismico è insignificante. Eppure, ho vissuto indirettamente alcuni terremoti importanti, come quello che colpì il Friuli nel 1976 e l’Irpinia nel 1980. In realtà, la mia conoscenza dei terremoti è più che altro letteraria. Mi feci un’idea generica di cosa fosse un terremoto nel 1974, quando presentai all’esame di maturità classica una tesina su Ignazio Silone e il terremoto della Marsica del 1915. Quel terremoto fece 28.000 vittime e il giovane Secondino Tranquilli (Silone è uno pseudonimo), allora studente del ginnasio, ne fu profondamente colpito. Egli avrebbe scritto poi: “Nel terremoto… morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto, la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza.” Fu per questo, forse, che si dice abbia accolto il cataclisma al grido “Viva la libertà!”. Molti autori hanno raccontato il terremoto, che nei tempi antichi agiva in modo imparziale, come un livellatore poiché colpiva ogni ceto sociale, anche chi avrebbe dovuto prevedere gli eventi. Penso, ad esempio, agli ebrei che avevano letto il capitolo del 29 del Libro di Isaia, dove è predetto che un terremoto avrebbe distrutto Gerusalemme. Le mie letture mi hanno spesso fatto immaginare gli scenari e gli effetti dei grandi terremoti passati alla storia ma senza che un Omero potesse descriverli. Mi vengono in mente il terremoto di Sparta del 454 a.C., che causò la rivolta degli schiavi, i cinque terremoti che cambiarono la faccia di Roma fra il VI e il IX secolo e il terremoto di Lisbona del 1755, sul quale ebbero modo di scriversi e dialogare Rousseau e Voltaire. E ripercorro le pagine di Aristotele, Lucrezio, Seneca, San Tommaso, Kant, Defoe, Pirandello e Singer, per citare gli autori che ho letto. I terremoti di cui parlano non risparmiavano nessuno. Un tempo, dicevo. L’impressione è che oggi il terremoto colpisca solo i ceti più bassi, la gente più semplice e umile. Forse il terremoto si è imborghesito e risparmia i ricchi, i potenti  e - ahimè -  i politici. Per costoro, il terremoto è un’opportunità per mettersi in mostra e blaterare. Grazie alle disgrazie altrui, la gente senza scrupoli ottiene visibilità e profitti, come ben sa la criminalità organizzata. Viva il terremoto! – pensano quelli che voglio ricostruire a tutti i costi, anche le casupole che erano fatiscenti e i capannoni deserti. 
Per ultimo, confesso che amo le definizioni. Mi piace quella di Guido Ceronetti, che definì il terremoto ”una specie di refrigerio per le città malate d’uomo”. Mi ha fatto riflettere, invece, quella recente dello scrittore napoletano Erri De Luca, che nel commentare il sisma nell’Italia centrale, l’ha definito “naufragio in terra”. Splendida immagine! Purtroppo, i terremotati sono naufraghi e spesso si finge di soccorrerli. Anziché tirarli a bordo ci si limita a lanciare loro un salvagente con l’augurio di cavarsela. Il problema è che la nostra memoria è labile. Chissà se capiremo mai che il terremoto è un drammatico “memento” di cui non riusciamo ad afferrare il senso.

martedì 25 ottobre 2016

Possiamo sperare in un mondo migliore?


È da qualche giorno che mi rimbalza nella mente il ritornello dell’ultima canzone di Vasco Rossi, un brano musicale piacevole e orecchiabile. Si intitola Un Mondo Migliore e recita: “tutto è possibile, persino credere che possa esistere un mondo migliore”. Questa semplice ma incisiva attestazione di fede nel futuro non può lasciarmi indifferente, soprattutto perché ho tre figlie e quattro nipoti in età prescolare che vivono un presente non facile, in una società iniqua, che a dispetto dei progressi tecnologi e scientifici è sempre più ostile e in crisi d’identità. Il loro futuro – ma il ragionamento coinvolge in assoluto le ultime generazioni – è aleatorio. Viviamo, infatti, in un mondo disumanizzato e troppo avido, all’insegna dell’alta velocità e del relativismo, dove le certezze sono state sgretolate e il domani evoca il buco nero dello spaziotempo. Il filosofo Leibniz, il cui ottimismo si concentra in due opere (“Principi della Natura e della Grazia fondati sulla Ragione” e “Monadologia”) che scrisse due anni prima della sua morte, potrebbe ancora sostenere che viviamo nel migliore dei mondi possibili? O aveva ragione il disincantato Voltaire? 
La mia modesta conoscenza della storia e più in generale delle scienze umanistiche, mi fa rimarcare che la storia del pianeta, e in particolare del genere umano, è percorsa da ere, periodi e cicli che si ripetono. In effetti, è legittimo pensare che la storia, come il tempo, non sia lineare ma ciclica. Lo dimostrerebbero i corsi e ricorsi storici. Nihil sub sole novum, come avevano intuito i latini. Nulla di ciò che affrontiamo è inedito e insolito. Ci siamo già passati, secoli oppure eoni fa, e siamo ancora qui a differenza dei dinosauri. Abbiamo già conosciuto lo smarrimento, la paura, la sfiducia. E per ragioni molto serie: le guerra e gli stermini di massa, le carestie, gli eventi naturali, le pandemie. Va da sé che non viviamo un periodo sereno ma se consideriamo con attenzione gli alti e i bassi della storia umana non abbiamo motivo di essere così pessimisti. Ergo, dovremmo essere ottimisti. Abbiamo il dovere di professarci tali, almeno finché il genere umano non rinuncerà all’immaginazione, non sconfesserà l’utopia, non perderà la capacità di rinnovarsi. Meglio, di rigenerarsi. Sebbene la capacità di rigenerazione tenda a ridursi, nel regno vegetale come in quello animale, man mano si sale la scala evolutiva, credo che l’umanità non l’abbia ancora perduta. Siamo essere pensanti ma come la talea o l’hydra siamo capaci di auto-ripararci e rigenerarci. Non siamo diversi dall’araba fenice. Quante volte il genere umano è risorto dalle proprie generi? Quante volte ai periodi oscuri, quelli privi di luce e senza Dio in cui l’umanità rischiava l’estinzione, è seguita un’epoca segnata dalla ripresa e dal progresso? È forse utopistico sperare che all’attuale periodo di chiaroscuro possa fare seguito un nuovo rinascimento? No, non lo è. 
Vasco non è un profeta né un umanista. È solo un possibilista che ci stimola con una canzonetta, ma questo non è un merito da poco. A volte, le canzonette sono più efficaci dei trattati e dei seminari. Tutti siamo possibilisti, in fondo. Sappiamo che un mondo migliore è possibile anche se al momento ci sembra improbabile. I mega-trend, infatti, suggeriscono per il futuro scenari tutt’altro che rassicuranti. Nonostante ciò, abbiamo diverse ragioni per scommettere sull’avvenire. Ciò che mi rende fiducioso è quella virtù insita nel DNA umano che non saprei come definire ma voglio provare a descrivere. È la forza interiore che ha spinto milioni di uomini a ricamare idee, fare progetti, lasciare il certo per l’incerto, avventurarsi nei territori fisici e dello spirito ancora ignoti. Questa pulsione ci ha portato a esplorare, sperimentare, varcare nuove dimensioni, conquistare frontiere inesplorate. Abbiamo percorso un cammino difficile, irto di difficoltà e inciampi, ma siamo sempre andati avanti, riparando gli errori. Se per questo cammino dovessi scegliere un sottofondo musicale, opterei per il Bolero di Ravel. È stato un crescendo inarrestabile e contagioso, un viaggio affascinante. È innegabile che in questo momento stiamo vivendo una fase di transizione, piena di contraccolpi antropologici, ma la marcia non si è mai arrestata. Non siamo alla vigilia dell’apocalisse, come pensano i catastrofisti, ma alle porte di una trasformazione epocale. Siamo arrivati ai bordi del precipizio ma l’abbiamo evitato. Nel frattempo è cambiata l’energia, a dispetto dei telegiornali, che continuano a dare solo brutte notizie perché hanno interesse a mantenere alta la paura, la sfiducia, la rassegnazione. È in atto una guerra sottile fra la vecchia e la nuova energia. Stiamo vivendo il momento topico di questa guerra da cui uscirà vincitore il nuovo. L’esito è fisiologico. La nuova energia (e le nuove generazioni con essa) cambierà gli scenari, ovviamente in meglio. 
Come faccio a dirlo? Lo avverto. Ho imparato a percepire le vibrazioni del pianeta, a sintonizzarmi sulla giusta lunghezza d’onda. Ho affinato il mio sentire, conciliandolo con la conoscenza che ho acquisito in una vita spesa per sapere e capire. Fidatevi di me, che ho smesso di temere il futuro e vorrei essere molto più giovane per vedere i nuovi, radiosi orizzonti che ci attendono dietro l’angolo. Credo che l’egoismo, l’avidità, la cattiveria e l’ignoranza che attualmente dettano legge nel mondo, scemeranno. Forse avremo bisogno di eventi traumatici perché ciò succeda. Ma accadrà. So che i miei discendenti vivranno in un mondo migliore e questa certezza spirituale mi consola. I miei cari, come tanti loro coetanei, non sopportano più lo schifo del mondo e riusciranno a spazzarlo via. Tutto è possibile, e senza preavviso, come dimostra l’onda lunga della caduta del muro di Berlino, dell’attentato alle torri gemelle e delle migrazioni di massa. Avvenimenti che ci hanno colto di sorpresa e hanno cambiato il mondo nel volgere di pochi anni. Nulla è impossibile e dipende da noi. Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo, diceva il Mahatma Gandhi. È la chiave di volta. Se i giovani e i bambini sapranno cambiare se stessi – e io credo che saranno in grado di farlo – e dunque lotteranno contro un sistema incancrenitosi e il conformismo per abbatterli, il cambiamento sarà inevitabile. E il mondo diventerà un luogo migliore dove vivere.

lunedì 17 ottobre 2016

Onore al merito, purché sia adeguato



L’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura 2016 a Bob Dylan ha suscitato scalpore e vibrate proteste. Non poteva essere diversamente. Aldilà dei meriti artistici del cantautore statunitense, autore di ballate raffinate come Just like a woman e brani immortali come Like a Rolling Stone, Blowin’ in the Wind, Knocking on Heavens door e tanti altri, non poteva non suscitare perplessità un riconoscimento che appare fuori luogo. O, se preferite, improprio, non attinente, ingiusto. La questione non è riconducibile alla domanda: “Ci sono scrittori che meritavano il Nobel più di Dylan?” – è scontato che ci siano letterati meritevoli, basti pensare a Philip Roth e Haruki Murakami, che strameriterebbero il Nobel – bensì alla constatazione che il menestrello di Duluth non è uno scrittore e nemmeno un poeta. Insomma, anche se i testi delle sue canzoni sono belli, Dylan c’entra con il Nobel per la Letteratura come il cavolo a merenda. Tanto varrebbe assegnare il premio Nobel per la pace a Massimo Bottura, probabilmente il miglior cuoco del mondo, con la motivazione che è capace di riappacificare mariti e mogli e mettere d’accordo figli e fratelli con i suoi manicaretti, e quello dell’Economia a Cristiano Ronaldo, che guadagna 88 milioni di dollari all’anno dando calci a un pallone. Azzardo che se fosse in vita, oggi offrirebbero il Nobel per la Fisica a Marylin Monroe. 
Non conosco le ragioni che hanno spinto gli accademici di Stoccolma a prendere una decisione quanto meno avventata, ma presumo si possano ricondurre alla deriva socio-culturale dei nostri tempi, segnati da un relativismo imperante, dal sensazionalismo e dalla sfrenata ambizione di innovare ad ogni costo, anche pisciando fuori dal vaso. Nulla di grave, sia chiaro. Il successo di Dylan è meno scandaloso delle porcherie cui assistiamo, ogni giorno, nel mondo che ci circonda. Possiamo affermare, infatti, che il merito non rientra nella classifica “Top Ten” delle valenze che occorre possedere per avere successo. Ben più importanti del merito, nella nostra società, sono i soldi, un fisico bestiale, le amicizie, la fortuna e via di seguito. Il discorso diventa ancora più attuale se pensiamo al merito in Italia. Indro Montanelli scrisse che “il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto”. Parole sacrosante ed evergreen. D’altra parte, lo avevano già capito i nostri antenati che un pelo di fica tira più di un carro di buoi. La realtà è davanti agli occhi di tutti e non sarebbe necessario ricordare agli smemorati che da noi avere dei meriti è quasi una iattura mentre è utile avere i contatti giusti e il culo al posto della faccia. Siamo o non siamo il Paese del nepotismo sfrenato (ce l’hanno insegnato i Papi), del favoritismo, del clientelismo, delle oligarchie, delle lobbies e delle corporazioni? Il vero merito, in Italia, è seguire l’onda, salire sul carro del vincitore, fare comunella coi potenti, sfruttare il  prossimo e procacciarsi la fortuna. Che c’entra la fortuna? C’entra eccome. Goethe diceva che “agli stupidi non capita mai di pensare che il merito e la buona sorte sono strettamente correlati”. Siamo stupidi a pensare che la fortuna è cieca. In realtà ci vede benissimo e premia gli sfrontati, i furbi, quelli che non hanno scrupoli e non si fanno scrupoli di calpestare il prossimo. La fortuna non considera se vali e meriti, premia chi la cerca con fermezza, la lusinga, la seduce. 
Alla mia età, ho smesso di pensare che ognuno ha ciò che merita. In realtà i meriti servono a poco se non sono supportati da una grande determinazione e dalla sfacciataggine. Come dare a torto a Jean de la Bruyere quando afferma che “gli uomini sono troppo occupati di se stessi per concedersi lo svago di cogliere e distinguere gli altri; perciò accade che con un grande merito e una modestia più grande si possa rimanere a lungo ignorati”? Ma forse non è un male vivere nell’ombra, ignorati dai potenti e dalla massa. Peccato che la desistenza di chi vale e merita produca conseguenze disastrose. Se le nostre menti migliori scappano all’estero perché in Italia non viene riconosciuto il loro talento e non c’è lavoro, i mediocri si avvantaggiano. Succede in ogni ambito sociale, a cominciare dalla politica. Siamo governati da gente alla quale, cinquant’anni fa, non avrebbero offerto nemmeno il posto di usciere nei palazzi del potere. Ovunque, dalle stanze romane fino agli uffici comunali più piccoli, trionfano la mediocrità, l’incompetenza, l’ottusità, la furbizia, il menefreghismo, la disonestà. Ci sono le eccezioni, ovviamente. Nel nostro Paese esistono ancora le persone capaci ma, il più delle volte, vengono affossate. Se qualcuno vale e merita è ostacolato, umiliato, attaccato con cattiveria. A determinare ciò è l’invidia, la paura, l’impossibilità di controllare e manipolare chi non si piega al sistema. Fare il proprio dovere e farlo bene, così come avere le idee giuste, non è un merito ma un limite, praticamente una colpa. I miei lettori sanno bene come funzionano le cose; chi non ha visto misconosciuti i propri meriti? Chi non ha assistito, impotente, al trionfo dei quaqquaraqua, dei profani, dei marpioni, degli stronzi? Ci abbiamo fatto l’abitudine e quasi non ci arrabbiamo più. D’altra parte, basta accendere il televisore per assuefarsi alla prevalenza dei cretini, dei vuoti a perdere, dei campioni senza valore. In ogni campo, ripeto, dalla cultura (anche uno scemo più scemo, purché famoso, può firmare un libro) alla politica, dall’economia alla vita quotidiana. Oggi il vero merito è apparire in televisione, e chissenefrega se hai compiuto una strage o balli come uno scimpanzé, se la tua conoscenza della lingua italiana è inferiore a quella di un bracciante del XIX secolo o fai sesso in ascensore. Oggi vanno di moda meriti inimmaginabili quand’ero piccolo. La meritocrazia ha cambiato pelle.
Ogni tanto, mia moglie mi ricorda che se volessi veramente pubblicare con un grande editore e avere il successo che (forse) merito, dovrei gettare nel sacco dell’immondizia i miei valori e uniformarmi ai tempi. Sì, in effetti potrei fingermi stupido, snaturare il mio stile, dichiararmi di sinistra, fare outing, accettare i compromessi e leccare il culo a chi di dovere. Ma non lo farò mai. A volte penso che il mio vero, grande merito, è non avere mai finto, essere me stesso senza mai essere stato padrone o servo di nessuno, come diceva con orgoglio Marco Aurelio. Detto ciò, non ho mai invidiato chi merita. Anzi, sorrido quando una persona meritevole ce la fa. Onore al merito, dunque, purché sia adeguato. E non me ne voglia Bob Dylan. Sono dell’idea che il Nobel non renda giustizia a chi ha scritto “faccio del mio meglio per essere come sono ma tutti vogliono che sia come loro” (da Maggie’s Farm, in Bringing it all back Home).