mercoledì 11 luglio 2018

L'amore senza fine esiste e resiste

Esiste ancora l’amore senza fine, quello che i romantici chiamano “amore eterno”? La domanda è legittima, specialmente in un’epoca in cui la crisi d’identità e dei valori provoca la fragilità dei legami familiari e la caducità dei rapporti di coppia. La coppia scoppia, si dice, e parlare di eternità in tempi in cui trionfa l’effimero sembra fuori luogo. Confucio diceva che l’amore eterno dura tre mesi. Attualmente, un po’ meno. È difficile contestare il detto che “l’amore è eterno finché dura”. Eppure… Intanto bisognerebbe chiarire cosa sia l’amore senza fine. Facile. Si tratta di un sentimento che unisce due anime in un vincolo d’affetti così granitico, delicato ed esclusivo da conservarsi in vita e perpetrarsi oltre la vita stessa. È l’amore sprezzante delle convenzioni e delle mode, indifferente alle tentazioni e fedele alle promesse, che sa resistere all’usura del tempo e trionfa sulla morte. Io credo che non esista solo nei miti e nelle fiabe questo amore più forte delle intemperie. È reale per quanto sia raro, forse rarissimo. 
Ho letto una notizia, corredata da una di quelle immagini che lasciano senza parole, che mi ha confortato e insieme rattristato. Un uomo anziano è stato fotografato di spalle sul lungomare di Gaeta mentre compiva un rito commovente. Seduto su un muretto basso, di fronte al mare, aveva posato accanto a lui la foto incorniciata della moglie defunta, anch’essa rivolta verso il mare. Si è poi saputo che Giuseppe Giordano non si separa mai dalla foto della moglie, scomparsa nel 2011, ed è solito compiere questo gesto perché quando Ida era ancora in vita amavano passeggiare insieme sul lungomare, mano nella mano, affondando lo sguardo nel blu del mar Tirreno. Non so davvero come commentare una tenerezza così irrazionale e insieme logica, così delicata e struggente da scuotere l’apatia. Credo che il vedovo di Gaeta sia la dimostrazione vivente che l’amore senza fine esiste e resiste. Costui evoca personaggi e storie antiche. Come quella di Filemone e Bauci, narrata da Ovidio nel libro VIII delle Metamorfosi. Chi ha fatto gli studi classici potrebbe ricordarsi che questa coppia anziana e povera, il cui unico conforto era rappresentato dalle reciproche carezze, riceve la visita di Zeus ed Ermes sotto mentite spoglie. Gli dei li ricompensano per l’accoglienza promettendo loro di esaudire un desiderio. I due vecchi non scelgono il denaro, la giovinezza o l’immortalità ma di morire insieme e rimanere legati indissolubilmente anche dopo la morte. Per Filemone e Bauci l’amore eterno era il bene più grande, tant’è che gli dei esaudirono la richiesta. Furono trasformati in una quercia e un tiglio uniti tramite il tronco e quella pianta, cresciuta davanti alla loro umile dimora terrena, fu venerata come il più fastoso tempio di Zeus. Chissà, forse Giuseppe e Ida avrebbero fatto la stessa scelta di Filemone e Bauci. E forse, Giuseppe emulerebbe Orfeo pur di riportare in vita Ida. Anche la storia di Orfeo ed Euridice, narrata sempre da Ovidio ma nel libro X delle Metamorfosi, parla di amore senza fine. Ve la ricordate? Quando Euridice, morsa da un serpente velenoso, muore, Orfeo non si dà pace e riesce a convincere gli dei degli Inferi a restituirgli l’amata. Egli accetta la condizione che gli viene posta: non dovrà mai voltarsi indietro a guardarla durante la risalita. Orfeo non resiste, però, si volta e perde per sempre Euridice che continuerà a vivere solo nella sua mente e nel suo cuore. 
Suscita tenerezza pensare che il legame fra Giuseppe e Ida non si sia mai spezzato, nonostante la scomparsa fisica dei lei, e si rinnovi attraverso le lacrime dignitose che sfuggono all’uomo rimasto solo, ai suoi ricordi, alle parole che rivolge alla foto della moglie, convinto che lei lo possa sentire e lo approvi. Ma questo dialogo impossibile, questo struggimento che ha radici profonde e motivazioni spirituali, di fronte al quale molti potrebbero sorridere scioccamente o ironizzare, non è forse della stessa natura di quello di chi si reca al cimitero e dialoga con la persona cara sepolta in una tomba? L’assenza può rivelarsi un collante più forte della presenza. La perdita di chi abbiamo amato veramente accresce il valore del vincolo affettivo, lo depura dalle imperfezioni esistenziali depositandolo sugli altari dell’immaginifico. Paradossalmente, si può amare di più quando l’oggetto del nostro amore è perduto, quando la memoria cancella le imperfezioni e ci consegna un ritratto ideale. L’amore vero, totale, coinvolge due anime affini, le unisce, le spinge verso un’avventura comune in cui la fisicità esercita un ruolo importante ma transitorio. Crediamo di amare l’aspetto fisico di chi ci sta accanto, la sua personalità, è ciò è parzialmente vero. In effetti, amiamo la sua essenza, il suo spirito, la sua anima. 
Mi sono chiesto tante volte perché ciò accada. Ho trovato la risposta di cui non sono semplicemente convinto ma pienamente consapevole. Trovo illuminante un verso del poeta Holderlin: “Ancor prima che l’uno sapesse dell’altra, noi ci appartenevamo.” Avete mai provato la sensazione idilliaca di innamorarvi di qualcuno che sentivate di conoscere prima d’incontrarvi? Io sì. Ho avuto la fortuna di “ritrovare” la donna che ho sposato. E quando dico “ritrovare”, intendo dire che ci eravamo già amati in un’altra vita. Ci siamo riconosciuti. Ci siamo riuniti. Le anime, soprattutto quelle antiche, intrecciano i loro passi di vita in vita, si riallacciano e consolidano il loro rapporto. Chi ci fu figlio potrebbe tornare come moglie, un fratello potrebbe tornare come madre. Esistono legami che sforano il tempo e perdurano nelle dimensioni sottili. Non esistono prove di ciò che asserisco ma ci sono certezze che non hanno bisogno di un riscontro empirico, vidimato dalla scienza. Mi viene da pensare che l’affetto, il rispetto, la tolleranza reciproca, la comunione d’intenti, la complicità che può unire due anime speciali – genitore e figlio, fratello e sorella, marito e moglie – abbia origini lontane e profonde. Eteriche e astrali oltre che viscerali. Non può essere un vincolo che si forma all’improvviso e matura in pochi anni, bensì il frutto di un intreccio remoto. Forse, Giuseppe e Ida erano uniti prima ancora di conoscersi e amarsi in questa vita. E per loro, come per me e gli altri esseri fortunati che hanno goduto le gioie del vero amore, valgono le parole immortali di Shakespeare: “Amore non è Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio”.

mercoledì 4 luglio 2018

Leonardo e lo strano caso della piaga del ballo

Le cronache di cinquecento anni fa si occuparono di un fatto stravagante accaduto nel mese di luglio che sollevò molta polvere. Accadde, infatti, che in questi giorni caldi una popolana di nome frau Troffer iniziò a ballare forsennatamente per le strade di Strasburgo. Dopo una settimana in cui non aveva mai smesso di danzare, a lei si unirono altre trentaquattro persone, che in seguito divennero quattrocento perché il ballo aveva un effetto magnetico, quasi ipnotico, sugli abitanti della città. Si iniziò a parlare di “piaga del ballo” e si notò che i ballerini non riuscivano a fermarsi nonostante desiderassero interrompere la danza. Quella strana epidemia durò molti giorni e dopo un mese dall’inizio si registrarono diversi infortuni (per lo più fratture alle caviglie) e i primi decessi. I danzatori morivano per spossatezza, attacchi di cuore e ictus. Le autorità locali, che all’inizio avevano assecondato il fenomeno allestendo un palco di legno e ingaggiando musicisti e coreografi, si spaventarono. L’epidemia era sfuggita al loro controllo ma fortunatamente la “danza macabra” ebbe fine agli inizi di settembre per cause naturali e grazie ad alcuni provvedimenti municipali. Va da sé che la notizia di quanto era accaduto nella città alsaziana, che allora faceva parte del Sacro Romano Impero, fece il giro dell’Europa. 
Nel mio nuovo romanzo Le infinite ragioni, prossimamente in libreria, ho immaginato che anche Leonardo da Vinci venisse a conoscenza del singolare episodio tramite una lettera inviatagli da Erasmo da Rotterdam nell’autunno del 1518. Ecco come Leonardo commenta la notizia riferitagli dal grande umanista attento ai fatti di costume: Nel mese di luglio dell’anno in corso è scoppiata una bizzarra epidemia a Strasburgo. Ha avuto inizio quando una donna scese per strada e si mise a danzare senza smettere mai. Dopo sette giorni, oltre cento persone la imitarono e dopo un mese c’erano in città più di quattrocento folli che danzavano notte e giorno senza fermarsi. Erasmo afferma che la città era in preda all’isteria collettiva e che a settembre, al fine di arrestare il contagio, le autorità deportarono i danzatori superstiti – alcuni erano morti d’infarto, spossatezza o per un colpo di calore – in un santuario acciò fossero curati. Il fatto curioso, ha rimarcato Erasmo, è che le persone colpite dal morbo della danza imploravano aiuto imperoché non riuscivano a fermarsi. Parevano possedute. Erasmo scrive che furono interpellati medici e astrologi e formulate varie ipotesi sulle cause dell’insolito fenomeno. Si pensò che i danzatori folli patissero l’effetto di un allineamento planetario o fossero in balia di una potenza sovrannaturale, che avessero ingerito la segale cornuta, che provoca allucinazioni e il fuoco di Sant’Antonio, o che fossero impazziti a cagione della fame o di qualche male sconosciuto. Per ultimo, si ipotizzò che fossero in balia di una frenesia mistica se non della maledizione di San Vito. Dopo avermi descritto ogni particolare della malattia, Erasmo mi chiede che cosa ne penso. Vivaddio, io non penso alcunché! Non ho mai sentito una storia così bislacca e non sono un astrologo o un cerusico per sputare sentenze. Risponderò con parole che già scrissi: La natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in esperienza.”  
In effetti, medici e luminari si interrogarono a lungo sulle ragioni di un fenomeno che, per altro, si era già verificato in passato in altri luoghi. I cronisti medievali hanno infatti registrato almeno altri dieci casi di danza compulsiva, il più importante dei quali avvenne nel 1374 in molte città delle Fiandre. Lo stesso, famoso caso del Pifferaio magico di Hamelin ha delle analogie coi fatti di Strasburgo. Sembra, infatti, che a ispirare questa fiaba sia stato un evento del 1232, quando un gruppo di bambini cominciò a saltellare e ballare senza sosta da Erfurt fino a Arnstadt, in Germania. Quali potevano essere le cause che Leonardo elenca ma senza prendere posizione? Prese corpo l’ipotesi che i ballerini avessero ingerito la segale cornuta, la cui muffa può provocare l’alterazione del flusso sanguigno e quindi spasmi oltre a provocare movimenti scoordinati del corpo. In effetti, questa muffa, nota come fungus ergot è la versione organica del principio allucinogeno dell’LSD. Si chiamò in causa la “teoria degli umori, e quindi l’eccesso di sangue. Ma l’alto numero di persone coinvolte fece propendere per l’isteria di massa, causata forse dalle misere condizioni sociali della popolazione. I ballerini erano quasi tutti poveri e disperati, soffrivano la fame e diversi erano malati. Ma perché caddero in una sorta di trance che conduceva alla morte? Nel 2009 lo storico John Waller ha indagato la vicenda, rimarcando nel saggio “A time to dance, a time to die” la storicità dell’avvenimento ma anche il fatto che la psicosi collettiva di Strasburgo rientra nelle dinamiche della psicologia di massa, condizionata da un insieme di fattori straordinari quali la superstizione, la tensione civile e lo stress dovuto alla instabilità economica. Insomma, probabilmente fu un caso di psicosi di massa (e perciò fu chiamato in causa Satana) ma ancora oggi non si può affermare con certezza perché la gente danzava in preda al furor panico e non riusciva a controllarsi né tanto più fermarsi. Di fronte a un evento così bizzarro e inspiegabile, Leonardo dovette provare uno stupore profondo e se non fosse stato malato e ormai inabile a reggere il pennello è probabile che avrebbe fatto quanto meno un disegno per celebrare il fatto. Ci pensarono altri artisti coevi a immortalare la piaga del ballo, fra cui l’incisore fiammingo Hendrik Hondius, che prese ispirazione da un dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, testimone oculare di una successiva epidemia da ballo avvenuta nel 1564 nelle Fiandre. Per altro, Bruegel era affascinato dalle danze popolari e campestri, come testimonia il suo famoso olio di tavola nota come “Danza di contadini” o “Danza nuziale”. Tornando al nostro Leonardo, è interessante notare che in gioventù amava danzare e che in seguito curò e allestì apparati scenici di balletti di corte. Gli anni del suo soggiorno francese gli suggerirono la caducità della vita umana. Per quanto continuasse a occuparsi di scenografie e coreografie fantasiose – le feste del re Franceco I erano sfarzose – egli dovette osservare con rimpianto le performances dei cortigiani impegnati nelle danze più in voga, cioè la pavana, la gaillarde, la branle, l’allemande e la veloce courante. E probabilmente, riflettendo sullo strano caso della piaga del ballo di Strasburgo, la sua mente avrà conosciuto un duplice tormento. Da una parte, l’impossibilità di sondare il mistero, dall’altra la nostalgia dei tempi in cui la sua bellezza ed eleganza, unitamente alla sua energia, attiravano su di lui sguardi ammirati e concupiscenti. Forse, avrà masticato amaramente le memorabili parole di Lorenzo il Magnifico, macerandosi al desiderio di ritrovare la bella giovinezza “che si fugge tuttavia”. 
Supposizioni, sia chiaro. Chi può dire cosa passò nella mente di un uomo che la vecchiaia aveva debilitato nel corpo ma senza privarlo di quella lucidità e curiosità mentale che conservò fino all’ultimo respiro?

lunedì 11 giugno 2018

Le notizie false sono come gli specchi deformanti del Luna Park

Le chiamano “Fake news”, secondo la moda di attribuire a ogni referente un termine o un’espressione in inglese. Si tratta delle notizie false, le informazioni che un tempo venivano dette “bufale”. Viviamo in un’epoca che ha impresso una forte accelerata alla diffusione delle notizie non vere, al travisamento della realtà. A rendere più facile e capillare il fenomeno è il successo planetario di Internet e dei social, che si sono affiancati a quelli che un tempo erano i principali fautori delle notizie false, cioè i mass-media, generando un vortice di informazioni non vere o strumentali, presentate in modo da confondere o ingannare. Il ventaglio è ampio. Si va dalle notizie clamorosamente false diffuse sui media sociali (tipo la morte di un personaggio pubblico che in realtà gode di ottima salute) a quelle che televisioni e giornali usano per catturare l’attenzione, seminare il dubbio, suscitare reazioni emotive. Mentre le prime sono un gioco per imbecilli, una sublimazione del pesce d’aprile finalizzata a ottenere un effimero consenso tramite il “Mi piace” e la condivisione, le seconde sono scorrette, subdole, faziose. Le fake news non sono solo quelle inventate di sana pianta, ma anche quelle che travisano e offendono la verità, alimentano la rabbia, diffondono l’ansia e la paura. La Politica è il terreno in cui maggiormente si esercita la dissimulazione, si lavora per influenzare l’opinione pubblica. Non è indispensabile inventarsi notizie fasulle, basta falsificare i fatti e le parole e per riuscirci non servono alchimie mediatiche. I giornalisti sono maestri di retorica, sanno come mascherare la verità o forgiarne una addomesticata, alla Cicero pro domo sua. 
Quando avevo diciannove anni e mi ero appena iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia, presi in considerazione la possibilità di collaborare con un quotidiano locale. Il direttore, stimando che la mia non fosse una velleità, mi incoraggiò a scrivere, offrendomi di fare la gavetta nel suo giornale. Ricordo la frase con cui compendiò la “mission” del giornalismo. “Un cane che morde un uomo non fa notizia, la vera notizia è quando un uomo morde un cane”. Precisò che un giornalista deve andare alla ricerca della notizia bomba e io intesi che al limite può crearla se non esiste. Rinunciai all’opportunità di scrivere su quel giornale. Quasi non ce ne rendiamo conto ma siamo bombardati da notizie farlocche e tendenziose e non sappiamo riconoscerle. I giornalisti omettono o aggiungono dettagli primari, minimizzano o enfatizzano a seconda dello scopo che si prefiggono, obbedienti ai dettami dei loro mandanti. L’informazione è usata come strumento di propaganda e può rivelarsi un’arma più letale di un colpo di pistola. Gli scribacchini meno coscienziosi ricorrono scientemente alla disinformazione mediante i contenuti ingannevoli, parziali, fuorvianti. Si manipola la verità in modi diversi ma con un fine unico, tirare l’acqua al proprio mulino. Si sceglie la via della glorificazione o della gogna mediatica, dell’aperta adulazione o della satira, si amplifica la notizia o la si riduce ai minimi termini, quando non la si tace del tutto. Togliatti, ad esempio, impose al PCI il silenzio sui crimini di guerra di Stalin. Gli italiani non dovevano sapere che il comunismo aveva sulla coscienza più morti di quante ne avesse provocati la soluzione finale di Hitler. La falsa notizia è un virus contagioso che attecchisce facilmente e indebolisce il nostro sistema immunitario. 
Sarebbe un errore, tuttavia, pensare che le fake news siano una prerogativa contemporanea. Esistono dalla notte dei tempi, esistevano prima dei mass media e della rete. La storia è piena di notizie clamorosamente false e alcune hanno influenzato o addirittura cambiato il corso degli eventi. Me ne viene in mente una molto antica e dagli effetti abnormi, la “Donazione di Costantino”. Per secoli si è creduto che l’imperatore romano convertitosi al Cristianesimo avesse concesso al papa Silvestro I il potere civile sull’Impero Romano d’Occidente. La donazione era un falso, riconosciuto come tale solo nel XV secolo, ma di fatto generò e giustificò il potere temporale della Chiesa e le nefandezze che tale potere produsse. In epoca più recente, Napoleone Bonaparte diede prova d’essere non solo un grande stratega militare ma un pioniere della propaganda attuata tramite le notizie false, come rimarcò lo scrittore tedesco Heinrich von Kleist nel suo “Manuale del giornalismo francese”. Lo dimostra la falsa notizia della sua morte, diffusa ad arte per provocare il panico nella Borsa di Londra. Non meno clamorosa è la bufala de “I protocolli dei savi di Sion”, diffusa dopo il 1918 dagli antisemiti il cui odio convinse milioni di europei (soprattutto i tedeschi) che era in atto un piano degli ebrei per conquistare il mondo. Il XXI secolo ci ha già offerto diversi casi eclatanti di come le notizie inventate possano generare tsunami politici e sociali. Tre su tutte: il Millenium bag, la ricerca delle armi di distruzione di massa che nel 2003 causarono la guerra in Iraq e i continui allarmismi sanitari, iniziati con la sindrome della mucca pazza per proseguire con la SARS, l’Aviaria o influenza suina, l’Ebola e le vaccinazioni obbligatorie. Difficile non ravvisare dietro questa disinformazione su scala mondiale la volontà di creare caos, giustificare la volontà di potenza e la prevaricazione economica o promuovere gli interessi delle lobbies di potere. Va da sé che le notizie false non potrebbero diffondersi e soprattutto provocare gli effetti sperati se non disponessero delle adeguate casse di risonanza, ma non dobbiamo giocare a scaricabarile. Le fake news proliferano e hanno successo perché ci piace credere a ciò in cui vogliamo credere. È questo il meccanismo che favorisce gli untori. Non ci interessa la verità, siamo sensibili e permeabili a tutto ciò che riconosciamo affine a noi, in linea con la nostra visione della vita e del mondo. Cerchiamo conferme al nostro credo, verità che non siano assolute ma relative, comode, di parte. Abbiamo bisogno di specchiarci nella verosimiglianza non nel vero, che spesso è inverosimile. Questo aspetto della natura umana risalta nelle parole di Dostoevskij: “Per rendere la verità più verosimile bisogna assolutamente mescolarvi la menzogna. La gente ha sempre fatto così”. Sì, la gente ha sempre fatto così, ama le menzogne purché seducenti. Ci piace ingannare ma ancor più essere ingannati. 
Da tempo ho smesso di scandalizzarmi. Ho accettato l’idea che non possiamo fare a meno delle notizie false. In fondo, sono come lo specchio magico al quale la cattiva regina di Biancaneve chiedeva risposte rassicuranti. Di più, sono come gli specchi deformanti del Luna Park, i cui effetti sono esilaranti solo se siamo consapevoli del trucco.