mercoledì 8 agosto 2018

Il volo su Vienna e il carburante italiano



Cento anni fa, in estate, la prima guerra mondiale volgeva verso il suo epilogo. È forse la ragione per cui ho sentito il bisogno di rileggere alcuni libri che raccontano senza veli cosa fu e quale trauma politico-militare e civile essa produsse nella società. Romanzi come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque e un Anno sull’Altipiano di Lussu conservano il loro crudo fascino e non smettono di farci riflettere oltre a suscitare compassione verso coloro che furono protagonisti e insieme vittime di una carneficina assurda. Inoltre, qualche giorno fa, mi è capitato di sentire alla radio un brano di Enrico Ruggeri dal titolo Il volo su Vienna. Questa ballata evocativa fa parte dell’album Un viaggio incredibile, pubblicato nel 2016, e il cantautore rievoca un episodio della Grande Guerra che vide protagonista Gabriele D’Annunzio. Mi hanno colpito queste parole: “E mentre in fondo il mondo sta morendo una traiettoria ho disegnato già / ho due grandi ali per volare / andare via accarezzando il cielo / andare su puntare dritti verso il sole / scappare via per essere lontano / e toccare il paradiso con la mano”. 
Pochi conoscono i fatti relativi al Volo su Vienna – a scuola non si raccontano più gli aneddoti storici – e mi è venuta voglia di intrattenere i miei venticinque lettori rammentando quell’impresa bellica, avvenuta esattamente il 9 agosto 1918. Ordunque, dovete sapere che D’Annunzio, non nuovo a slanci creativi e di intraprendenza, ideò un italian job in linea con limprevedibile talento che distingue lo spirito nazionale. Si cominciava a delineare l’esito del conflitto ed egli pensò di dare un colpo al morale del nemico con un’operazione di propaganda talmente audace che se fosse riuscita avrebbe dato lustro all’Italia e sconfortato gli austriaci. Così fu. All’alba del 9 agosto, una formazione di undici aeroplani (Ansaldo S.V.A.) dell’87ª squadriglia decollò dal campo di aviazione di San Pelagio (PD) con l’obiettivo di raggiungere Vienna. Alla guida degli apparecchi c’erano alcuni fra i migliori piloti dell’aeronautica italiana, fra cui Antonio Locatelli, Girolamo Allegri detto “Fra Ginepro”, Aldo Finzi, Pietro Massoni, Ludovico Censi e Natale Palli, che prese a bordo Gabriele D’Annunzio sull’unico biposto. Sono nomi, a parte quello del Vate, che ai più non dicono nulla, ma appartengono a uomini intrepidi, assi di guerra senza paura. L’inizio non fu confortante; si verificarono delle avarie e due aerei dovettero atterrare appena partiti. Un terzo, pilotato dal tenente Giuseppe Sarti, fu costretto per noie al motore ad atterrare in territorio nemico. Sarti, sceso sul campo di Wiener Neustadt, prima di essere catturato dagli austriaci ebbe la prontezza di incendiare il suo velivolo. Lo stormo, ridotto a otto unità, proseguì il suo volo in formazione a cuneo nei cieli austriaci, superando indenne ogni ostacolo balistico e aereo, compresi alcuni forti temporali estivi, e raggiunse Vienna. Il cielo era limpido e quando la popolazione si accorse della presenza degli aeroplani italiani fu presa dal terrore. Le autorità militari erano state sorprese dal raid aereo e temettero che la città avrebbe subito un bombardamento. Ma le intenzioni di D’Annunzio e dei suoi erano di ben altra natura. Gli aerei si abbassarono a una quota di 800 m. e da essi piovvero su Vienna oltre 50.000 volantini anziché bombe. Il volantino era stato scritto da D’Annunzio con lo scopo di demoralizzare la popolazione e prepararla alla resa. Nonostante D’Annunzio fosse un letterato di successo, il testo era oscuro e retorico, difficile da tradurre in tedesco. Fortunatamente furono lanciati altri 350.000 volantini scritti da Ugo Ojetti il cui messaggio era molto più chiaro e diretto. Esso recitava: “Viennesi, imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d'odio e d'illusioni. Viennesi, voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messi l'uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo s'è volto contro di voi. Volete continuare la guerra? Continuatela, è il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell'Ucraina: si muore aspettandola. Popolo di Vienna, pensa ai tuoi casi. Svegliati! Viva la libertà! Viva l’Italia! Viva l’Intesa!”. Completata la missione, lo stormo prese la via del ritorno e fu così abile e fortunato da schivare i colpi della contraerea. Non c’erano state perdite e prima di atterrare a San Pelagio, D’Annunzio lanciò su Venezia un messaggio augurale comunicando l’esito favorevole dell’impresa. In effetti si trattò di un’impresa, tanto più grande perché inoffensiva e promozionale. D’Annunzio era un precursore della propaganda, ne conosceva il valore, e la sua “incursione inerme”, come fu definita, suscitò un enorme scalpore e una vasta eco morale e psicologica. La stampa austriaca riconobbe il valore del gesto e di chi l’aveva organizzato e guidato e criticò aspramente gli Asburgo. Lo stesso D’Annunzio inviò alla Gazzetta del Popolo di Torino un telegramma in cui affermava: “Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano”. 
Sapete perché vi ho raccontato questo episodio della Grande Guerra? Prima di tutto, perché è avvenuto oggi, un secolo fa. Poi perché mi piace estrarre dall’album degli orrori di quella immane tragedia un momento di nobiltà e poesia. Come canta Ruggeri, gli eroi di Vienna seppero “toccare il paradiso con la mano” in un momento in cui l’Europa era un inferno. Infine, perché ci dimentichiamo troppo facilmente di quanto, noi italiani, siamo capaci di iniziative e imprese che altri nemmeno riescono a immaginare. E di come, purtroppo, si tenda per vizio nazionale a ridimensionare il nostro talento per un senso di pudore o di colpa che non ha spiegazioni razionali. Noi siamo quelli che in tempo di guerra volarono sulla capitale del nemico ma non lanciarono fuoco ma fiori. Non dimentichiamolo. Noi siamo quelli dati per spacciati tante volte ma che hanno la capacità di stupire il mondo intero per la forza delle idee e il coraggio. Si chiama orgoglio il carburante di cui abbiamo bisogno per tornare a volare.