venerdì 17 novembre 2017

Io e Leonardo


Ho salutato con un misto di sbalordimento ed euforia la notizia che il Salvator Mundi, un piccolo dipinto a olio di Leonardo da Vinci, è stato aggiudicato per 450 milioni di dollari dalla casa d’aste Christie’s di New York. Lo sbalordimento non è stato provocato dalla valutazione abnorme della piccola tavola che era andata perduta quanto dal fatto che la paternità dell’opera non è certa. Solo pochi studiosi l’attribuiscono a Leonardo. I più sono cauti o ritengono che l’autore sia uno degli allievi del maestro, forse il Boltraffio o il Melzi. L’euforia, invece, è nutrita dal particolare che Leonardo ha stabilito il nuovo record di vendita nella storia dell’arte. È giusto così, non sopportavo l’idea che altri vantassero questo primato. 
Per celebrare l’avvenimento, ho deciso di anticipare l’apertura di una nuova finestra nel mio blog, dedicandola all’artista e all’uomo che ho sempre considerato il vertice dell’ingegno umano. A scanso di equivoci, voglio precisare che purtroppo non sono io l’anonimo e fortunato acquirente del Salvator mundi e che la mia euforia, che i più troveranno ingiustificata e forse scandalosa, è dovuta al rapporto speciale, quasi spirituale, che ho con Leonardo da Vinci. Il mio stretto legame con lui ebbe inizio nel 1971, quando la RAI trasmise La vita di Leonardo da Vinci, uno splendido sceneggiato televisivo scritto e diretto da Renato Castellani. Avevo sedici anni allora, e all’istante mi innamorai dell’Artifex errabundum, interpretato magistralmente dall’attore Philippe Leroy. Quel film in cinque puntate, giustamente considerato una pietra miliare fra le produzioni RAI, mise a dimora nel mio animo un seme che è maturato grazie alla lettura del Leonardo di Edgardo Solmi, ai successivi approfondimenti e studi leonardeschi, alle circostanze che irrobustirono la mia passione, ai viaggi che feci seguendo le orme di Leonardo. L’ultimo di questi viaggi fu fatale. Mentre visitavo la dimora di Clos-Lucé, nei pressi di Amboise, dove il genio toscano visse l’ultimo, breve periodo della sua vita e si spense, maturai la necessità di dare voce al mio idolo. E poiché non sono un critico o uno storico d’arte né ho la competenza dei maggiori esperti della materia leonardesca, ho scelto di raccontare l’uomo e non l’artista, la sua inquietudine, le sue passioni, il suo travaglio e il crudele rimpianto che rese amaro il crepuscolo francese. Ho scritto un romanzo intimista calandomi nei suoi panni, ho raccontato il tormento fisico e psichico degli ultimi tempi, in cui si misurò con la propria inabilità e coi ricordi. E come spesso accade ai romanzieri, che vorrebbero mantenere la distanza di sicurezza dai propri personaggi ma finiscono per calzarne le scarpe, ho rischiato che l’approccio iniziale “Io e Leonardo” (giusto per distinguermi da “Leonardo e io” del grande Carlo Pedretti) si snaturasse, trasformandosi in un morboso “Io, Leonardo”. Ma tant’è, il dado è tratto. Ho persino trovato un editore e il mio nuovo libro sarà edito l’anno prossimo, in autunno. Ragion per cui, avrei potuto aprire questa finestra più avanti, senza fretta. 
Ma per chi non lo sapesse, è imminente l’inizio di uno spettacolo di fuochi d’artificio in onore di Leonardo da Vinci. Nel 2019 si celebrerà il 500° anniversario della sua morte e si parlerà di lui ovunque, in tutte le salse, anche a vanvera. Persino le portinaie e i barbieri si sentiranno in dovere di dire la loro. Un esercito di opinionisti e opportunisti pontificherà sui giornali, in televisione e in radio, nei convegni, nei circoli, nei salotti e in ogni anfratto, purché ci sia un tornaconto. Io non mi aspetto alcun tornaconto dalla pubblicazione del mio romanzo ma solo il riconoscimento, da parte dei miei lettori abituali, che ho saputo cogliere l’essenza di Leonardo, ne ho compreso la natura, come riuscì a Marguerite Yourcenar con Marco Aurelio e a Gore Vidal con Giuliano (con le debite proporzioni). Il mio auspicio è che leggendo le sue “confessioni”, rese per il mio tramite, il lettore meno giovane possa ritrovare la stessa garbatezza, eleganza e bellezza che io colsi nelle atmosfere dello sceneggiato RAI, nel racconto di un fine dicitore quale fu Giulio Bosetti (la voce narrante), nel sapore antico e a un tempo moderno del bianco e nero che fissa luci e ombre. I lettori più giovani, invece, scopriranno il fascino di un’epoca raffinata e a un tempo spietata. Si sa che ogni libro ha il suo destino ma del mio non mi preoccupo. So che le parole che ho messo in bocca a Leonardo susciteranno non poca sorpresa e qualche polemica. Ma credetemi, io e Leonardo non siamo amici occasionali o dell’ultima ora. Come spiegarlo in parole povere? La nostra è un’amicizia fra anime antiche. Non vado oltre, è prematuro farlo. Mi limito ad aggiungere che nei prossimi mesi, prima che esca il libro, pubblicherò diversi post, raccontandovi i segreti di un Leonardo da Vinci sorprendente, diverso da quello ufficiale. Un Leonardo che come recita Baudelaire ne Les fleurs du mal, è uno “specchio profondo e oscuro in cui angeli incantevoli, con un dolce sorriso denso di mistero, appaiono all’ombra dei ghiacciai e dei pini che racchiudono il loro paesaggio”.

martedì 14 novembre 2017

Forza Italia, svegliati e reagisci!


Cento anni fa, in questo stesso periodo, l’Italia subiva a Caporetto una disfatta epocale a cui, tuttavia, fece seguito la coraggiosa reazione sul Piave che ci portò alla vittoria. Ieri, a Milano, la Nazionale italiana di calcio ha subìto un tracollo che, fatte le debite proporzioni, presenta alcune analogie con Caporetto. Non ci sono dubbi che siamo stati esclusi dal Campionato del Mondo più per demeriti nostri che per la superiorità del nemico (ops, dell’avversario). Lascio agli addetti ai lavori i commenti tecnici sui motivi per cui una modesta Svezia ha avuto ragione dei milionari azzurri. Per altro, è inutile imputare la colpa a Tizio, Caio e Sempronio, chiamare in causa la sfortuna o lanciare invettive contro quel sistema autoreferenziale ed esausto di cui facciamo parte in quanto tifosi, spettatori o più semplicemente italiani. Ma a me del calcio non importa nulla, diranno in molti, e comunque che sarà mai se l’Italia non parteciperà al Mondiale in Russia, abbiamo problemi più seri. D’accordo, ma la nostra “apocalisse” calcistica, come l’hanno definita alcuni media, ci offre una chiave di lettura dello stato di salute del nostro Paese che non possiamo ignorare. Si dice che il calcio sia una metafora della vita. Il fatto che gli Azzurri non si siano qualificati per il Mondiale è anche uno specchio in cui rifletterci per poi riflettere. Perché lo specchio è impietoso e mostra una verità che ci ostiniamo a non vedere voltando la testa dall’altra parte oppure neghiamo, nonostante l’evidenza. 
Qual è questa verità? La verità è che l’Italia (non solo quella calcistica) è caduta in letargo da troppo tempo, si culla negli allori del passato, non sa rinnovarsi né crescere, è stanca, prevedibile e superficiale. La verità è che gli italiani sono sempre più vecchi, indifferenti e fatalisti. La verità è che siamo un popolo in via di estinzione, che ignora o quasi si vergogna delle sue radici. L’ho già scritto ma lo ripeto, abbiamo rimosso dal nostro vocabolario e dal nostro sistema di valori il concetto “patria”. La nostra Nazionale costituiva l’estremo, orgoglioso baluardo di quella italianità che riscopriamo solo in occasione dei grandi eventi sportivi, come il Mondiale o le Olimpiadi. Era l’unica, vera sicurezza rimastaci, perché gli Azzurri potevano anche deluderci ma nelle grandi occasioni si mostravano all’altezza e ci consentivano di ricompattarci e di sentirci fieri d’essere italiani. Ieri è crollata questa certezza. Consummatum est. L’Italia s’è desta, cantavano gli spettatori sugli spalti del Meazza. La verità è che l’Italia s’è persa. Si è arresa per impotenza, sbigottita dalla propria fragilità. L’Italia vincente non esiste più, è la controfigura della nazione volitiva e creativa che fu. Il peso specifico è crollato miseramente. 
Questa amara considerazione si applica a ogni ambito, ogni settore della vita civile. Abbiamo una classe politica così modesta e immorale da farci rimpiangere la Prima Repubblica. Siamo governati da gnomi ignoranti e litigiosi, cui non importa nulla del bene comune. Siamo stati venduti e traditi, consegnati nelle mani dei plutocrati e di una mafia internazionale ben più potente di quella pittoresca di Gomorra. Le nostre migliori aziende, un tempo esempio e vanto imprenditoriale, sono state svendute allo straniero. Il nostro sistema scolastico è patetico. Quando andavo a scuola, gli insegnanti erano maestri di vita. Non scholae sed vitae discimus – ripeteva il mio professore di latino citando Seneca. Oggi, la scuola sforna capri espiatori destinati alla disoccupazione. La meritocrazia è stata abolita e il successo premia i cretini, i furbi e i raccomandati. E vogliamo parlare della cultura, che riflette la statura di un popolo? Bene, allora fatemi il nome di uno scrittore italiano contemporaneo che potrebbe vincere il premio Nobel per la letteratura o più modestamente avere un grande successo internazionale. Non sforzatevi, non esiste. La nostra terra è diventata sterile, ha smesso di produrre fuoriclasse. Fra un po’, abdicheremo anche nel settore del lusso. I grandi stilisti di moda sono per metà defunti e per l’altra metà vecchi. Prima o poi, i cinesi compreranno anche la Ferrari. Il Bel Paese è incapace di affrontare la globalizzazione e i grandi cambiamenti ci destabilizzano anziché rivitalizzarci. Invece di gestire il fenomeno dell’immigrazione con la dovuta fermezza non scevra di umanità, ci facciamo gestire e condizionare dai grandi burattinai, dalla pancia e dalla paura. L’Italia è diventato un luogo surreale e insicuro, in cui si respira un’aria malsana. Chi può scappa via, per cercare una possibilità di vita. Lascia il posto ai disperati senza arte né parte che qualcuno ha la faccia tosta di chiamare “risorse”. Fra mezzo secolo, l’Italia non sarà solo uno stato multietnico ma un sultanato. Sul ponte sventola bandiera bianca. A meno che… 
A meno che non ci sia una reazione simile a quella che seguì Caporetto. Dobbiamo svegliarci, e abbiamo poco tempo per farlo. Sogno che il 2018 sia l’anno del Piave e di Vittorio Veneto. La dolorosa non qualificazione al Mondiale di calcio è l’occasione per ripartire da capo, facendo tabula rasa del marcio e delle abitudini sbagliate. Bisogna ripartire dal vivaio, sostenerlo e fare crescere chi vale. Occorre limitare l’acquisto di calciatori stranieri e il potere dei procuratori. La ricetta per risorgere e tornare ad essere una potenza calcistica è semplice: cambiare mentalità e lavorare sui giovani italiani, avere pazienza e premiare il talento. Non ci siamo dimenticati di come si gioca a pallone, abbia smesso di insegnarlo e di agire nell’interesse nazionale. Questa ricetta è applicabile anche in politica, in ambito socio-economico e culturale. Dobbiamo uscire dal letargo, spezzare il cattivo incantesimo. Mi rifiuto di credere che l’Italia non sia più in grado di generare persone oneste e di valore. Voglio credere che siamo ancora abili a fare una rivoluzione pacifica, cacciando via gli incapaci, gli infami e i disonesti. Possiamo risorgere, nello sport e nella vita. Siamo i fabbri del nostro destino e dobbiamo forgiarlo ex novo. Il 2018 potrebbe essere l’anno delle novità e molte dipenderanno da noi. Non potremo scegliere il nuovo nocchiero della Nazionale né decidere chi è degno di indossare la maglia azzurra, ma potremo stabilire a chi affidare il timone dell’Italia. Le prossime elezioni politiche saranno fondamentali per il nostro futuro, diranno se siamo degni di giocare coi grandi, come abbiamo sempre fatto, o se ci meritiamo l’anonimato delle posizioni di retroguardia, accanto a nazioni che non hanno la nostra storia e la nostra potenzialità. Le urne diranno se meritiamo di riprendere il volo o se così siamo così imbelli da rassegnarci allo status quo. Pensateci, potremo tornare a segnare (e sognare) o fare l’ennesima autorete.

lunedì 23 ottobre 2017

La strage degli innocenti e il Paradiso


In primis, è tempo di sfatare un mito. Con ogni probabilità, la “strage degli innocenti” perpetrata in Palestina da Erode il Grande non c’è mai stata. A sostenerla, per altro, è solo il Vangelo secondo Matteo, un libro teologico e simbolista, ricco di artifici letterari. Gli altri vangeli non ne parlano. Non ne fa menzione neppure lo storico Giuseppe Flavio, il principale testimone degli avvenimenti giudaici del I secolo. Tutt’al più, considerato che Betlemme, al tempo di Erode, contava non più di 1.000 abitanti, per cui i bambini maschi di età inferiore a 2 anni potevano essere una ventina, se vogliamo continuare a credere che il massacro sia avvenuto dobbiamo accettare l’idea che non ebbe alcuna rilevanza storica. Insomma, non fu una strage ma un fatterello risibile in un’epoca efferata. Nell’antichità, infatti, i genocidi erano all’ordine del giorno e i bambini stavano in prima linea. La storia è piena zeppa di massacri e stragi, oltre che di violenze contro i minori e ben più significativa del virtuale eccidio ordinato da Erode fu certamente la crociata dei fanciulli del 1212, la cui storicità si è però confusa con la leggenda. Assolutamente degni del titolo “strage degli innocenti” sono alcuni eventi storici degli ultimi cento anni, fra cui la Shoah. Si calcola che almeno 1,5 milioni di bambini e ragazzi furono trucidati dai nazisti. E quanti innocenti sono stati sacrificati sugli altari delle guerre civili ed etniche, di religione e per il predominio? Le carneficine dei bambini non sono il retaggio di un passato crudele con cui abbiamo chiuso i conti. Avvengono ancora oggi e non sono suggestive come le opere pittoriche in cui Giotto, il Ghirlandaio, Bruegel il Vecchio e Guido Reni hanno celebrato il topos evangelico. C’è molto più realismo nel quotidiano che nell’arte. Basta considerare l’ultimo report dell’Unicef e dell’OMS per rendersi conto che le stragi degli innocenti sono up to date. Ogni giorno, nel mondo, muoiono 15.000 bambini sotto i 5 anni. Nel 2016 ne sono morti 5,6 milioni. Ci induce a un cauto ottimismo considerare che nel 2000 si contarono 9,9 milioni di vittime. La mortalità infantile è infatti calata del 43% dall’inizio del XXI secolo a oggi. Tuttavia, gli innocenti continuano a cadere come foglie in autunno e ciò avviene per varie ragioni. La principale è sotto la voce malattie. Le infezioni respiratorie acute, la dissenteria, la malaria e le malattie infettive, soprattutto il morbillo, sono le cause primarie, cui va aggiunta l’HIV-Aids. I bambini muoiono di fame e sete. La malnutrizione è spesso associata alla carenza di igiene. Altissimo, poi, è il numero di minori che muoiono a causa delle guerre e di altre emergenze come le migrazioni e la convivenza forzata nei campi profughi, oppure a causa dello sfruttamento e delle violenze. Molti sono vittime di fenomeni naturali e gravi situazioni ambientali. Ritornando ab ovo, deduco che non possiamo pensare male di Erode perché nel corso della storia, e con maggiore assiduità nell’ultimo secolo, alla faccia del progresso, abbiamo calpestato e trucidato milioni di creaturine deboli e indifese, il cui grido di dolore non ci ha commosso né ha guarito la follia umana.
Ha commosso, invece, il fatto di cronaca avvenuto nella mia città in queste ultime ore. Un uomo di origini marocchine di 49 anni ha dato fuoco alla casa in cui viveva uccidendo se stesso e i propri quattro figli. Il gesto è stato dettato dalla disperazione e dalla paura che i Servizi Sociali gli portassero via i bambini in tenera età (3, 5, 7 e 11 anni). Mi astengo da ogni commento, evito di condividere le giustificazioni, le recriminazioni o le condanne che hanno riempito la bocca della gente, i social e le pagine dei giornali. Scelgo la pietas e quindi il silenzio, che è il modo migliore per impedire all’emozione di trasformarsi in rabbia e di andare alla deriva. A colpirmi come un violento pugno nello stomaco, non è stata solo la crudeltà e l’ingiustizia di un evento che rientra in quella strage degli innocenti cui abbiamo fatto il callo, bensì il fatto che ci si emoziona veramente solo quando le disgrazie accadono a pochi passi da noi. Il nostro mondo, infatti, è molto meno esteso di una cartina geografica. Forse, io per primo sarei rimasto indifferente alla notizia che quattro fratellini erano morti in una tenda che aveva preso fuoco nel Sahara marocchino. Siamo fatti così, l’empatia scatta se i fatti ci sfiorano. Altrimenti scivoliamo via come pattinatori sul ghiaccio, non permettiamo ai cattivi pensieri di importunarci. Non a lungo, per lo meno. Questa volta è successo da noi, però, e guardando la foto dei quattro angioletti sorridenti volati in cielo, ho provato una stretta al cuore e mi sono chiesto perché. Non perché sia accaduto un fatto così grave e assurdo. Il karma spiega ogni cosa. Ma perché la morte drammatica di un bambino ci arroventa le viscere. Meglio, perché ci viene da piangere per i quattro fratellini di Como ma non ce ne frega niente dei 15.000 bimbi sotto i 5 anni che muoiono ogni giorno nel mondo. Vi suggerisco quattro risposte, con l’invito a cercarne altre. 
Primo, perché la nostra mente decide che le quattro vittime che vivono sotto il nostro cielo sono reali, mentre tutte le altre sono virtuali. Potremmo cambiare idea solo facendo un giro in Eritrea o nel Niger. Secondo, perché operiamo un transfert. Per un attimo abbandoniamo la nostra comoda posizione e ci mettiamo nei panni dei familiari dei bambini che hanno perso la vita se non addirittura in quelli degli stessi bambini. Ci immedesimiamo, insomma. E sentiamo il dolore cosmico. Terzo, il transfert alimenta l’autoreferenzialità. Scatta la molla dei ricordi, della memoria perduta. Per un attimo rivediamo noi stessi bambini e proviamo tenerezza per come eravamo. Per cui, capita che nel sorriso sincero, nella freschezza, nella briosità e nelle speranze dei quattro figli di Faycal Haitot – un padre che si è trasformato in carnefice per amore – cogliamo quell’essenza perduta che un tempo ci ha reso fanciulli felici e spensierati. Ritroviamo noi stessi e proviamo tristezza, tenerezza, amore. Non illudiamoci, non è la compassione a dettare le nostre mozioni, a farci sentire fragili e inadeguati, anche solo per poche ore. La morte di un bambino ci coinvolge veramente e in maniera profonda solo se cade come un sasso nei fondali del nostro animo. Solitamente, avviene quando c’è affinità o vicinanza fisica. Quarto, la strage degli innocenti, ma se ne abbiamo coscienza, genera in noi nostalgia. Di cosa? Forse del Paradiso. Dante diceva che tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini. Guarda caso, Siff, Soraya, Saphiria e Sophia erano bambini radiosi come fiori e adesso sono stelline che splendono nella notte.