sabato 5 maggio 2018

La coerenza si sta estinguendo, come l'orso polare

È noto che la sopravvivenza dell’orso polare è legata a quella dei ghiacci. Purtroppo, il surriscaldamento del pianeta sta provocando un aumento delle temperature che nell’Artide determina non solo lo scioglimento dei ghiacci ma il restringimento della banchisa artica, minacciando la sopravvivenza dell’orso bianco, una specie a rischio di estinzione. Anche la coerenza è in via di estinzione, come l’orso. Un poco gli assomiglia, in effetti. Chi fa della coerenza la propria cifra morale facilmente si aggira libero ma solitario sui ghiacci della vita, in balia dei capricci atmosferici. 
Sostanzialmente, la coerenza è il legame stretto fra pensiero e azione, la costanza di idee e comportamenti. L’uomo coerente è conforme a se stesso, non contraddice le sue idee con azioni difformi da esse. Mi hanno insegnato che bisogna agire in maniera coerente, altrimenti ci si espone alle figuracce, mortificando la nostra dignità. Credo che una volta le persone si vergognassero maggiormente di tradire i propri princìpi o le convinzioni agendo in modo contraddittorio, cercassero di tenere una linea di condotta coerente e non cambiassero idea tanto facilmente, inoltre esitavano prima di calzare la maschera di Giano bifronte. Intendiamoci, l’incoerenza è sempre esistita, non è una peculiarità dei nostri tempi. Ma quando ero giovane la si riconosceva come un difetto, una debolezza, un minus. Oggi, la persona coerente è considerata un povero coglione. Hanno ragione quelli che rinnegando le proprie idee o parole adeguano il comportamento alle circostanze, alla convenienza. Hanno capito tutto della vita, almeno credono di averlo capito. Ergo assistiamo al trionfo delle banderuole, dell’opportunismo come regola esistenziale, del relativismo etico. Non è proprio una novità. Buddha diceva che l’unico vero fallimento nella vita è non agire in coerenza coi propri valori. Sembrano parole scolpite nel marmo di Carrara. Eppure, già nel secolo XIX, Oscar Wilde interpretava il sentire comune affermando che “la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione”, e perciò, come si legge ne Il ritratto di Dorian Gray è “un’ammissione di fallimento”. Oggi va di moda pensare che la coerenza sia un lusso obsoleto, inutile, controproducente. Si è fatta strada la convinzione che le persone coerenti siano stoccafissi perdenti. In sostanza, incarnino il fallimento. 
Mi permetto di prendere le distanze da questa opinione comune. Credo che non ci sia nulla di male a cambiare idea, solo gli imbecilli non lo fanno mai. Può capitare che il nostro nuovo modo di vedere le cose non collimi con i pensieri e le azioni che abbiamo firmato in passato. Ci sta ma bisogna saper distinguere tra la vera coerenza e quella falsa, che Emerson definì “lo spauracchio della mente”. La prima consiste nell’azione integrata, in sintonia con le proprie idee e la propria identità, la seconda significa agire come si è sempre fatto, perseverando negli sbagli. Quest’ultima è la cosiddetta “sciocca coerenza”. È ancora più deprecabile rinnegare con disinvoltura le proprie scelte in nome dell’interesse, tradire i propri ideali e indossare l’impermeabile double-face. A volte mi domando se non siamo tutti aspiranti o mancati uomini politici. Si sa, infatti, che la coerenza è una virtù rara in politica, giacché le promesse elettorali hanno in pectore l’inosservanza, accordi e patti sono fatti di carta velina e il salto della quaglia è lo sport più diffuso. Non ci comportiamo diversamente dai politici o da certi preti e maîtres à penser nel quotidiano. Ci piace predicare bene e razzolare male. Amiamo riempirci la bocca di idee bellissime, proclami, insegnamenti e propositi luminosi, salvo poi rinnegarli per uniformarci all’aria che tira o ai benefici di scelte apertamente contrarie. Esaltiamo l’onestà ma se ci capita l’occasione ne approfittiamo. Siamo tolleranti e rispettiamo gli altri, ma solo se non ci infastidiscono. Della coerenza non ce ne frega niente, che tanto non serve a nulla, è demodé. Meglio il trasformismo, d’altronde i camaleonti non sono a rischio di estinzione. Perché siamo così incoerenti? Perché la nostra volontà è debole e la nostra identità confusa e superficiale. Inoltre, siamo fiacchi e pigri, privi di fondamenta, di punti fermi. Non abbiamo più la forza di resistere alle pressioni esterne né la solidità del promontorio che non si fa influenzare dalle onde del mare. 
Io non ci sto. A costo di sembrare un gufo impagliato, non smetto di essere coerente coi miei principi o quanto meno mi sforzo di esserlo. Non mi sono mai svenduto per trenta denari e non lo farei nemmeno per trenta milioni, né ho mai professato “fate quello che dico ma non quello che faccio”. Non ci riuscirei nemmeno se volessi, sic et simpliciter. Gli insegnamenti che ho ricevuto mi preservano da ogni tentazione, la mia struttura mentale e morale me lo impedisce. Ho scelto la coerenza ben sapendo che se avessi rinunciato ad essa mi si sarebbero aperti davanti agli occhi varchi immensi. Si sceglie di essere fedeli ai propri valori, di agire senza insultarli, di mantenere saldo il timone anche in presenza di modifiche della rotta. È forse questa la ragione per cui a volte mi sento come un orso artico spelacchiato? Mah! Non ho smesso di sognare una società dove la coerenza, sorella della lealtà e della serietà, informa le nostre parole e guida le nostre azioni. Ma sono realista, so che è un sogno, che la realtà è ben diversa. Perciò mi capita di pensare con tenerezza agli orsi bianchi che vagano sulla banchisa con il cuore pesante, in cerca di cibo ma anche di un buon motivo per non mollare, non riuscendo a digerire i grandi cambiamenti climatici, non riconoscendo più il proprio habitat. Si estingueranno, è inevitabile. Tuttavia voglio sperare che continueranno a esistere uomini e donne coerenti, consapevoli che si può fallire in tanti modi ma il peggiore è asfaltare la propria coscienza. Confido di passare il testimone ai miei nipoti; anche se non posso combattere l’incoerenza del mondo ho la facoltà di tramandare la mia coerenza.

mercoledì 18 aprile 2018

La Santa Pazienza: istruzioni per l'uso

Non importa a quale Dio crediamo, e tanto più se siamo atei. Dovremmo fare come i romani, nelle cui case non mancava mai la nicchia in cui erano esposte le statuine dei Lari, gli antenati cui rendevano onore. Noi dovremmo dedicare questo altarino domestico all’unica santa che mette tutti d’accordo perché è trasversale ed ecumenica: la Santa Pazienza. Da sempre, chiamiamo “pazienza” la facoltà di aspettare, rimandare, sopportare e reagire in modo neutro o per lo meno misurato alle avversità, al destino che grava su noi e di cui non conosciamo le reali intenzioni. E da sempre, sappiamo che la pazienza è una virtù difficile da mettere in pratica, che è arduo tenerla in vita oltre certi limiti fisiologici, rinnovarla dopo l’ennesima difficoltà o delusione, perseverando con calma. Per questo motivo non è facile armarsi di pazienza ma è facilissimo perderla. Oggi più che mai. 
Eppure, ci fu un tempo in cui la pazienza era una pratica diffusa, comune, stabile. Pensate a quanta pazienza dovevano avere i nostri avi quando andavano a caccia o pescavano ai fini della sopravvivenza. Pensate a quanta ne ebbe Giobbe, che tollerò con saldezza d’animo le peggiori difficoltà. Anche Gesù ne aveva (la perse solo al Tempio coi cambiavalute) e come lui tutti quelli che scelsero di vivere nel deserto per trovare Dio o più semplicemente se stessi. E vogliamo parlare della pazienza dei certosini e di quella di Penelope, che faceva e disfaceva la sua tela ogni giorno? Molti esempi di come la pazienza sia ammirevole ce li offre la letteratura, che è lo specchio fantasioso del genere umano. Penso alla pazienza dei personaggi di Dickens, capaci di sopportare infinite angherie e non demordere, o a quella di Proust, che non sfinì l’autore ma sottopone il lettore a una prova estrema, o ai marinai di Melville (su tutti il capitano Achab) e al capitano Drogo del Deserto dei Tartari di Buzzati. Potrei fare altri esempi, citando Dostoevskij, Kafka, Hemingway, Conrad, Marquez e via di seguito. Mi limito a parafrasare Giacomo Leopardi, che di pazienza ne aveva così tanta da perdersi nell’infinito: “La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. In effetti, l’attesa, la sopportazione e l’accettazione non producono adrenalina. Più che pazientare ci piace abusare della pazienza altrui. E a chi ci ricorda che la pazienza è la virtù dei forti verrebbe voglia di rispondere, alla maniera di Kant, che “la pazienza è la forza del debole così come l’impazienza è la debolezza del forte”. 
Ho come la sensazione che oggi la pazienza non sia più considerata una qualità ma un limite, e ciò avvalorerebbe la riflessione di Kant. Di fatto, il mondo è cambiato e con esso la percezione del tempo e la nostra disponibilità a tenere ritmi lenti, a differire, ad accettare i rinvii e le avversità. Siamo nemici giurati della sala d’attesa e delle sue logiche irritanti. Io lo sperimento ogni settimana, al Pronto Soccorso degli ospedali del territorio in cui vivo. Sono sempre pieni di gente che aspetta il proprio turno per essere visitata, e molti non sanno aspettare, non più di tanto. Privi di pazienza, si arrabbiano con gli operatori sanitari per il tempo che perdono, che ritengono sia stato loro “rubato”. Purtroppo, viviamo in una società che istiga all’impazienza, al tutto e subito, mentre dovremmo vivere in un mondo che esalta il qui e ora, la capacità di godere appieno dell’attimo fuggente, cioè del presente, anche quando si configura come una pausa. Ma chi l’ha detto che dobbiamo sempre correre, che è necessario assecondare i dettami della fretta e convivere con lo stress? Non sappiamo più fermarci e aspettare né accettare gli accadimenti quando non corrispondono al nostro volere. Sembra che qualcuno ci incalzi, ci opprima, ci costringa a correre. Le sospensioni, gli intervalli e i buchi vuoti sono da noi considerati una iattura. Lo riscontriamo ogni volta che siamo in fila o ci viene ventilata la possibilità che la riposta tarderà. Invece, è così bello vivere nell’attesa che le cose capitino in maniera naturale, spontanea, senza forzarle e arrabbiarsi se sono in ritardo. Mi rendo conto, tuttavia, che il mio punto di vista è un frutto della maturità. Ho imparato gradualmente ad avere pazienza, a portare pazienza. Con il passare degli anni mi sono fatto una ragione di ciò per sopravvivere, per salvare il fegato, per preservare il cuore. 
Forte della consapevolezza acquisita e del fatto che oggi sono molto più paziente di una volta, mi va di suggerire ai più giovani le istruzioni per l’uso di cui necessità chi non ha ancora imparato che ogni peso è più leggero se portato con pazienza. Ebbene, la pazienza necessita di concentrazione. Poiché l’impazienza è un cavallo selvatico, bisogna imbrigliarla e per riuscirci serve contare fino a dieci e fissare la mente sull’attimo presente. Occorre avere coscienza di ciò che facciamo nel mentre. Dopo è tardi. Un passo fondamentale per innalzare la soglia della nostra pazienza è accettare noi stessi, coi nostri limiti, la nostra finitezza. Ciò consente di avere pazienza verso gli altri, che non sono poi così diversi da noi. Inoltre, è indispensabile fare pratiche sane e avere atteggiamenti positivi. L’esercizio continuo delle discipline orientali – dallo yoga alla meditazione, dal Tai chi al Qi Gong – allena il nostro spirito e mutua il nostro comportamento, rendendoci meno impazienti. Dobbiamo accettare che il tempo scorra, il che non significa sedersi sulla riva del fiume e aspettare non si sa chi o cosa, ma adeguarsi al fluire di un fiume docile, attendendo che le cose accadano quando devono accadere.  Significa camminare a passo lento ma sicuro. Vuole anche dire osservare la vita, la realtà circostante, sorridendo di chi si agita come se fosse stato morsicato dalla tarantola. Le opportunità possono presentarsi alla tartaruga non meno che al ghepardo. Sant’Antonio di Padova predicava che la pazienza è il baluardo dell’anima, la presidia e la difende da ogni perturbazione. È vero; fare l’uso giusto della pazienza ci mette al riparo. Perché la sua potenzialità è incredibile; la pazienza è l’arma con cui possiamo stupire gli altri, disorientarli, disarmarli. E se proprio non riusciamo a imporci un regime di pazienza funzionale, non ci resta altro da fare se non raccoglierci davanti all’altarino virtuale di Santa Pazienza e impetrane l’aiuto. Scherzi a parte, la pazienza vince la scienza ed è una delle espressioni più intime del sentire religioso. A volte, fa miracoli.

lunedì 9 aprile 2018

Il tabacco è la peggiore calamità della storia

Una convenzione storica stabilisce che nel 1518 arrivarono in Europa i primi semi di Nicotiana tabacum. Pare che furono inviati in Spagna dal capitano Fernando Cortez su richiesta del monaco catalano Ramon Pane, che aveva preso parte al secondo viaggio di Colombo in America. Altre fonti, però, attribuiscono il merito a Gonzalo Hernandez de Oviedo y Valdés, governatore dell’isola di Santo Domingo e autore della Historia general y natural de las Indias, in cui descrive l’uso del tabacco presso gli indigeni. Quest’anno, dunque, cade il 5° centenario della scoperta del tabacco, al quale, in verità, occorse qualche lustro per diventare popolare. Fu conosciuto e apprezzato veramente dopo il 1560, quando l’ambasciatore di Francia in Portogallo, Jean Nicot duca di Villemain, inviò foglie e semi alla corte francese per curare l’emicrania che affliggeva Caterina de’ Medici. La cura, che Nicot presentò come “il miracolo del Mondo Nuovo”, ebbe successo; il tabacco diventò famoso come Herba Reginae e la nicotina prese il suo nome dal solerte ambasciatore. I vari personaggi di cui ho fatto il nome non potevano immaginare quanta fortuna avrebbe avuto il tabacco né quale iattura sarebbe stata la sua diffusione  capillare.
In realtà, credo che a cinquecento anni dall’inizio della storia del tabagismo ci sia poco da festeggiare. Il tabacco, infatti, è la peggiore calamità della storia. Non si scaldino i fumatori incalliti, i tabaccai e i produttori di sigarette e sigari. È una verità triste e inoppugnabile, che la coscienza contemporanea ha finalmente riconosciuto. Il fumo fa male, anzi uccide. Non è solo uno slogan ma un fatto confermato dall’Istituto Superiore della Sanità. Si è calcolato che nel XX secolo il fumo abbia ucciso oltre 100 milioni di persone, più di quanto non siano riuscite a fare due guerre mondiali e le grandi rivoluzioni del Novecento. Secondo l’OMS, attualmente il fumo uccide ogni anno 6 milioni di persone (di cui 700.000 in Europa), causando più decessi di alcol, Aids, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme. D’altra parte, non è forse vero che Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere? Una cosa è certa – a dispetto delle campagne di sensibilizzazione, efficaci solo nei paesi più evoluti – i fumatori aumentano anziché decrescere. Le previsioni dicono che i decessi causati dal fumo saranno 8 milioni nel 2030. Eppure ci fu un tempo in cui il tabacco esercitava un fascino incredibile e nessuno poteva immaginare che facesse male alla salute. Moliere diceva che “niente è uguale al tabacco; è la passione della gente a modo e chi vive senza tabacco non è degno di vivere”. Ai suoi tempi un gentiluomo non poteva fare a meno di ricorrere al tabacco e anche le dame lo sniffavano volentieri, tant’è che le tabacchiere (o snuff-box), nate in Francia nel Seicento, erano uno degli indizi probanti del ceto sociale. Venivano fatte coi materiali più raffinati e preservavano l’aroma del tabacco. Nell’Ottocento e nel Novecento, il tabacco ha goduto di un’alea quasi leggendaria. Merito (o colpa) delle arti, che hanno esaltato le volute azzurrognole del fumo, compagno dei momenti creativi e di riflessione, a volte di solitudine ma anche di gioia e riposo. Basti pensate alla pipa, che il poeta Mallarmé definiva “da uomo serio, che vuole fumare senza distrazioni, per lavorare meglio”. In effetti, è difficile immaginare Sherlock Holmes e il commissario Maigret senza pipa. Anche il sigaro ha il suo fascino e i suoi estimatori. Non potevano fare a meno di stringerlo fra le labbra Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Arturo Toscanini e Giuseppe Garibaldi. Per tacere di Winston Churchill. Ma indubbiamente è la sigaretta (nata ufficialmente nel 1885) l’icona planetaria del tabagismo. Fino a poco tempo fa e in misura minore ancora oggi, fumare sigarette non era solo un vizio ma un vezzo pregevole, certamente un bisogno sociale, un modo per sentirsi integrati, in linea con la moda e i tempi. Si fumava ovunque, incessantemente, senza alcun rispetto per i bambini, le donne gravide e i non fumatori. Le donne in particolare, fumavano per emanciparsi, per darsi un tono. Fino al 1924, le sigarette furono addirittura vendute senza filtro. Solo a partire dagli anni Cinquanta sorsero i dubbi sui rischi e i danni del fumo ai polmoni. Quanto ci è voluto per capire che il tabacco provoca “stragi tra l’umanità”, come ebbe modo di dire il Mahatma Gandhi? 
Fortunatamente, sono lontani i tempi in cui il cinema proponeva uomini e donne il cui fascino era enfatizzato dalla sigaretta in bocca e Wayne MacLaren – cappello bianco da cowboy in testa e redini di cavallo in mano – ammiccava dai poster pubblicitari. Ve lo ricordate? Era l’ammaliante testimonial della Marlboro, emblema per tre lustri della Philip Morris. Non tutti sanno che morì di tumore ai polmoni nel 1992 e che le sue ultime parole in pubblico, rivolte ai suoi ex datori di lavoro, furono “dovete ridurre la pubblicità delle sigarette, il tabacco uccide e io ne sono la prova più eclatante”. Molte cose sono cambiate negli ultimi decenni e su tutte la consapevolezza umana. Eppure, benché il fumo sia letale, le multinazionali del tabacco prosperano. Chi non conosce il film Thanking you for smoking del 2005 dovrebbe vederlo. È una commedia amara, che ha come protagonista Nick Naylor, un lobbista che si batte in difesa del fumo e dei produttori di sigarette. C’è una frase di Nick emblematica “Se ce la fai con il tabacco ce la farai in tutto”. La sua tenacia nel difendere il mito del fumatore superuomo è insieme eroica e patetica. Riflette la stupidità di chi non rinuncia a fumare nemmeno quando il medico gli diagnostica il cancro ai polmoni. E così, alla stregua di Nick, capace di confessare “mi guadagno da vivere rappresentando un’organizzazione che uccide milleduecento esseri umani al giorno, milleduecento persone… due jumbo stracarichi di uomini, donne e bambini. Praticamente c’è Attila, Gengis Khan e io, Nick Naylor”, il fumatore postmoderno, quello che se frega di tutto e di tutti e non può fare a meno di smettere, negherebbe a oltranza che il tabacco è la peggiore calamità della storia e che “si deve pur morire di qualcosa, perciò meglio morire con la sigaretta in bocca”. 
Mi astengo dal giudizio. Anche perché non ho la competenza né l’esperienza per farlo. Non ho mai fumato, di più non ho mai provato ad accendere una sigaretta. Anche quando, da ragazzo, quasi tutti i miei coetanei fumavano e mi compativano perché non emulavo il gregge, apostrofandomi “mezzasega” perché il fumo mi dava fastidio. Ma io facevo spallucce e rispondevo che chi fuma non è un gallo ma un pollo.