sabato 15 settembre 2018

Caro papà ti scrivo...

Te ne sei andato in punta di piedi, ponendo fine al tormento dell’anima. Hai lasciato il corpo ma faccio fatica a immaginare il futuro orfano della tua presenza. Pensavo fossi immortale, che il fuoco che ardeva nelle tue vene non si sarebbe mai spento. Mi sbagliavo, perché anche tu, come ogni essere umano, avevi stabilito un tempo determinato prima di venire al mondo. Mi consola che hai vissuto a lungo e intensamente, lasciando un ricordo indelebile in chi ti ha conosciuto. Mi dà sollievo pensare che ti sei ricongiunto con chi amavi e che adesso sarai al centro dell’attenzione, il che accadeva abitualmente quando eri in vita, anche nel consorzio degli spiriti disincarnati. Devo confessarti che nell’augurarti “buon viaggio” ho provato un briciolo d’invidia. Tu vedrai e saprai cosa c’è oltre il velo prima di me, conoscerai le risposte alle domande che mi pongo da sempre. Mi hai battuto, questa volta. 
Caro papà ti scrivo per dirti ciò che non sono mai riuscito a confessarti quando eri vivo. Ti ho voluto bene ma non te l’ho mai detto né ho saputo dimostrartelo come avrei voluto. Eravamo troppo simili e insieme diversi, troppo orgogliosi per scusarci l’uno con l’altro, per dialogare e stabilire la complicità che rende solida, quasi idilliaca, l’intesa di certi padri e figli. Le nostre anime si sono attratte e respinte per tutta la vita, sfiorandosi senza mai unirsi, nemmeno per un istante. Entrambe acque inquiete, ma di natura diversa: una salata e tempestosa, l’altra dolce ma travolgente. Le nostre onde si frangevano sulle rocce e le correnti da cui erano create disegnavano gorghi che solo negli ultimi tempi si sono sciolti. Vorrei avere la bravura del poeta Orazio per elevarti un monumento di riconoscenza come quello che si trova nel I libro delle Satire. O più realisticamente emulare Kafka per scriverti le parole taciute per pudore, scalfire le incrostazioni e abbattere quel muro di incomprensioni e rimpianti che ci ha diviso. Ero troppo indipendente, troppo forte perché tu, che appartenevi alla corporazione dei padri padroni, potessi concedermi l’intimità e la complicità che si riserva ai figli docili e remissivi, più fragili. Mi sono sempre chiesto perché non avevamo quella confidenza d’anime che io ho con le mie figlie. L’ho capito poco prima che morissi, all’improvviso. Ci sono padri il cui desiderio più intimo è che il proprio figlio diventi migliore di loro. Altri padri, invece, desiderano che il figlio sia la loro copia carbone. Io ho scelto di non essere la tua copia carbone fin da piccolo. Ti amavo e ti onoravo, desideravo la tua stima e non solo il tuo affetto, ma non volevo essere come te. Non mi hai perdonato le mie ribellioni, non potevi farlo perché tu hai avuto un padre patriarca, un gigante carismatico che ti faceva ombra. Pensavi fosse nell’ordine naturale delle cose che tuo figlio si adeguasse al codice di famiglia. Ti ho deluso, lo so, ma se tornassi indietro rifarei le stesse scelte che mi hanno allontanato dal nucleo familiare originario. Rimetterei al primo posto mia moglie e le mie figlie, i miei sogni, la mia libertà. 
Caro papà non ti scrivo per recriminare, per lamentarmi dei tuoi errori, del tuo carattere a volte impossibile, della tua capacità sistematica di non ascoltarmi mai e di fare sempre il contrario di quello che suggerivo per partito preso, come se il nostro rapporto fosse di amore e odio, peggio ancora come se fossi un estraneo e tu vivessi sulla terra e io sulla luna. Non ti ho mai odiato né detestato, al contrario ti ho sempre giustificato, rispettato e amato. Ho sperato invano che tu volessi condividere con me le tue idee, i tuoi interessi, i tuoi segreti. Non è successo, e mi rendo conto che forse non ti ho mai conosciuto veramente. Pur tuttavia, ho deciso che di te voglio conservare solo i ricordi belli, e sono tanti. Ieri me n’è venuto in mente uno curioso, emblematico. Avevo tredici anni ed eravamo andati allo stadio, in tribuna, per assistere a una partita del Como. Faceva un freddo cane e tu hai voluto togliermi le scarpe e massaggiarmi i piedi per scaldarli. Mi vergognai come un ladro messo alla gogna perché tutti assistevano a quella scena sorridendo e chi ti conosceva ti elogiava apertamente. Il tuo ego (hai sempre avuto bisogno di nutrirlo attraverso l’approvazione degli altri) ti rese sordo; non ti importava che t’implorassi di smettere, perché non ero più un bambino e mi sentivo a disagio. Eri fatto così; amavi te stesso sopra ogni altra cosa, anche quando le tue azioni erano ispirate dall’affetto. Ma non te ne faccio una colpa. Ci sei sempre stato nei momenti del bisogno, peccato tu non abbia considerato che un figlio non ha solo bisogni fisici e materiali. 
Caro papà ti scrivo anche per dirti che ieri, durante la cerimonia funebre, lo sguardo mi è caduto sulla cassa in cui era riposta la tua salma, una cassa di legno di frassino, scelta appositamente perché destinata alla cremazione. Il frassino, infatti, è facilmente combustibile. È anche un simbolo di fecondità, trasformazione e rinascita. Ho pensato che è vero quel che dicono i vecchi, che i frutti non cadono lontano dalla pianta. Sei stato un albero robusto e nodoso e hai generato frutti sani, cresciuti grazie a una linfa composta di valori antichi: la rettitudine, la bontà, la generosità, la dignità, l’impegno. In realtà, non pensavo solo a me e a mia sorella ma ai miei frutti, giacché la qualità di un albero va considerata a distanza. Se le mie figlie, e in prospettiva i miei nipotini (che già promettono bene), sono ottimi frutti trasformati a loro volta in alberi solidi il merito non è solo mio e di Chiara ma anche tuo e della mamma. Fecondità, trasformazione e rinascita. È curioso, sembra la silloge della tua vita terrena e di quella che ti aspetta nella nuova dimensione in cui ti trovi. Lo sarà anche della mia e degli alberelli che discendono da te e prima ancora da quell’alto fusto imponente che fu tuo padre, perché abbiamo ereditato la virtus familiare e so che la conserveremo e trasmetteremo di generazione in generazione malgrado il mondo la stia rinnegando. 
Caro papà ci siamo intesi, vero? Voglio solo aggiungere, a corollario del mio saluto, un’immagine fotografica che mi ha intenerito il cuore quando, ieri sera, l’ho ritrovata nel forziere del tempo perduto. Desidero ricordarti così, con una foto del 1956 che ci ritrae insieme. E per onorare il gesto con cui mi sorreggi e sorridi citerò Caramagna, un maestro nell’arte degli aforismi, rubandogli questa didascalia ad hoc. “Un bambino sulle spalle di un padre; nessuna piramide o colonna dell’antichità è più alta”.

lunedì 27 agosto 2018

Il turista e l'evoluzione della specie

Sono nato e vivo in una città turistica. Dovrei considerarla una fortuna ma non ci riesco. Sono allergico ai turisti, forse perché l’evoluzione della specie è sgradevole. Col passare degli anni la libellula curiosa si è trasformata in una locusta biblica. La mutazione genetica è tale che provo una certa ostilità verso le nuove cavallette. Parafrasando Oscar Wilde, mi sento di affermare che “fra tutti gli esseri umani insopportabili – e lo sa Dio quanti ce ne sono! – i turisti sono i peggiori”.  
Intanto, va messo agli atti che l’Italia è il quinto paese al mondo per presenza turistica. Nel 2017, abbiamo accolto oltre 50 milioni di turisti, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Meglio di noi hanno fatto solo la Francia, gli U.S.A., la Cina e la Spagna in ordine di graduatoria. Ottimo, si dirà, Dipende. C’è un contraltare: la crescita quantitativa del fenomeno turistico è inversamente proporzionale all’aspetto qualitativo. Ahinoi, si tratta di una tendenza irreversibile. Aumentano i visitatori e i vacanzieri che scelgono il Bel Paese come meta, peccato che siano sempre più superficiali, grossolani e maleducati, spesso insopportabili. Non solo perché fanno il bagno nelle fontane artistiche e deturpano i monumenti, sporcano senza ritegno o schiamazzano ubriachi nel cuore della notte, ma per l’atteggiamento villano e spocchioso con cui prendono possesso del territorio degli altri. Ovvero, presupponendo che in virtù della patente di viaggiatore sia loro concessa ogni libertà, anche quello di ledere la libertà altrui. Sono come i vandali di Genserico, quello che saccheggiò Roma nel 455. Dovrei sottoscrivere la disamina di Corrado Augias, secondo il quale è la conoscenza degli eventi storici e culturali che distingue l’accorto viaggiatore dal turista. Dimentichiamoci dei primi (categoria a cui penso di appartenere), che hanno il mio massimo rispetto ma sono sempre meno e sanno come comportarsi. Il turista comune coevo, quello frettoloso e insulso, che sposa la logica predatoria della migrazione di massa, respinge a priori la conoscenza. In effetti non gliene frega niente di sapere e capire. Va in cerca del divertimento e del godimento dei sensi, perché è troppo superficiale e avido per pensare ad altro, tipo la bellezza. Ignora cosa sia la sindrome di Stendhal, al massimo oscilla tra due poli opposti: la sindrome di Scrooge e quella dell’acquisto compulsivo. Poiché ritiene che la vacanza sia come il carnevale, per cui ogni scherzo vale, molla i freni inibitori e trasgredisce come se fosse il suo ultimo giorno di vita.
Intendiamoci, sto generalizzando. Il mio è un j’accuse contro i turisti incivili, non contro i turisti in generale. Sarà colpa del turismo low cost, degli airbnb e della globalizzazione – in una parola la massificazione del turismo – sta di fatto che sono cresciute in maniera esponenziale le falangi dei turisti cafoni, ignoranti e cialtroni. L’invasione delle orde ostrogote, che i residenti mal sopportano (salvo quelli che hanno attività economiche legate al turismo) – come dimostra l’insofferenza crescente dei veneziani, dei fiorentini, ecc – è un fenomeno invasivo che sta sfuggendo di mano. Il parossismo turistico è accettato in nome del dio denaro e di una tolleranza ingenua come se fosse una benedizione. Per pochi, però. 
In questi giorni, girando per la mia città, gonflé a bloc, come direbbero oltralpe, avverto una certa nausea. Le scene all’insegna della maleducazione e dell’imbecillità di cui sono protagonisti i turisti, soprattutto quelli più giovani e meno facoltosi, sembrano tratte da film demenziali che non suscitano il sorriso ma lo sconforto. Ho notato che molti stranieri, ligi alle regole e al rispetto del prossimo a casa loro, quando sono in Italia “svaccano”. Ad esempio, i cittadini svizzeri che non getterebbero nemmeno un coriandolo di carta per terra nei loro cantoni, quando sono in Italia agiscono come se avessero il bisogno compulsivo di insozzare, violare le norme, emulare i lanzichenecchi. E che dire dei francesi e dei tedeschi? I primi, rumorosi e arroganti, sono convinti che l’Italia sia un possedimento napoleonico e i secondi, pur essendo più rispettosi, credono che a comandare da noi sia la Merkel. I russi e i turisti dei paesi emergenti sono come i bambini indisciplinati, non hanno idea di come si debba comportare un ospite. Ma i “visitors” peggiori sono certamente i britannici, tirchi e campioni mondiali di ubriachezza molesta. Fortunatamente esistono le eccezioni. I giapponesi sono gentili ed educati mentre scandinavi, australiani e americani risultano affabili. Sugli italiani sorvolo per non cadere nei luoghi comuni. Tuttavia, ho sperimentato più volte che bisogna essere impermeabili per sopravvivere quando entra in scena una chiassosa comitiva di romani o napoletani. 
La banalità del turista “mordi e fuggi” non è l’unico connotato del turismo del XXI secolo. Probabilmente, ciò che distingue la psicologia del turista contemporaneo rispetto a quello di una volta è il fatto che concepisca la vacanza come una performing art, per cui recita una parte non usuale, veste i panni della guest star, esprimendosi senza limiti e remore, giocando il ruolo che più si confà alla sua natura, al suo temperamento. Non è sempre stato così, e non mi riferisco ai tempi del Grand Tour del XVII secolo. Fino a una ventina di anni fa il turismo era più garbato e intelligente, meno vorace e caotico. La specie si è evoluta, come dicevo, e chissà quali sorprese ci riserverà in futuro. 
Non mi resta che metterla sul ridere, risalendo alle origini del misfatto. Il responsabile primigenio è Thomas Cook, che nel 1841, volendo sfruttare le grandi possibilità offerte dal treno, organizzò un viaggio di 11 miglia da Leicester a Loughborough cui parteciparono 600 persone al prezzo di uno scellino. Era una cosa mai vista prima e fu un successo. In seguito Cook, antesignano dei tour operator, organizzò pacchetti turistici sempre più invitanti. Di fatto, è il creatore della specie itinerante e ogni volta che andando in un posto ci lamenteremo che ci sono troppi turisti (il paradosso è che il turista va dove è pieno di turisti ma vorrebbe essere solo) ricordiamoci di lui. Come fece un mio conoscente, che esasperato dall’abbraccio asfissiante dei turisti cinesi sul lungolago, si sfogò con un sonoro “Ma vada via il cook!”.

venerdì 17 agosto 2018

Dacci oggi la nostra resilienza quotidiana

“Non ti arrendere mai, neanche quando la fatica si fa sentire, neanche quando il tuo piede inciampa, neanche quando i tuoi occhi bruciano, neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati, neanche quando la delusione ti avvilisce, neanche quando l’errore ti scoraggia, neanche quando il tradimento ti ferisce, neanche quando il successo ti abbandona, neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta, neanche quando l’incomprensione ti circonda, neanche quando la noia ti atterra, neanche quando tutto ha l’aria del niente, neanche quando il peso del peccato ti schiaccia… Invoca il tuo Dio, stringi i pugni, sorridi… e ricomincia” (San Leone Magno)
 
Le parole di Leone I, papa e dottore della Chiesa vissuto nel V secolo, mi offrono lo spunto per parlare di una parola oggi di gran moda, cioè “resilienza”. Si sente frequentemente ma ho il sospetto che molti non abbiano ben chiaro cosa essa significhi o fingano di saperlo. Per contro, tutti ne abbiamo bisogno, non possiamo farne a meno per mantenere un accettabile equilibrio sul filo della vita, dove transitiamo come equilibristi più o meno abili. Ergo, voglio aiutarvi a capire. In senso generale, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. In psicologia, e quindi nell’ambito del comportamento umano, è la prerogativa di adeguarsi agli eventi traumatici, di reagire in maniera positiva alle delusioni e ai fallimenti, alla sfortuna e alle disgrazie. La resilienza è una virtù abbastanza rara che consente, a chi la possiede ed esercita, di ritagliarsi una fetta di felicità (o quanto meno di serenità) anche nella cattiva sorte, di fronte agli eventi negativi. Una virtù, dicevo, e come tutte le virtù è in parte innata e in parte acquisita. C’è chi la possiede fin dalla nascita e chi deve coltivarla, educarla faticosamente perché si trasformi in energia. Nessuno te la può regalare perché viene da dentro e qualora si sviluppi adeguatamente può trasformare il dolore in una risorsa, la delusione in un vantaggio, la sconfitta in un prodromo del successo. Perciò è fatica inutile chiedere “dacci oggi la nostra resilienza quotidiana”, salvo che la richiesta non sia rivolta all’Io, all’Innato cui serve attingere per trovare la forza necessaria. Solo noi possiamo nutrire questa forza, alimentare questa capacità che possediamo ma non usiamo. Solo noi possiamo cambiare le prospettive di vita, sviluppando la facoltà resiliente. Con buona pace di San Leone Magno, più che invocare un Dio antropomorfo creato dall’uomo, bisogna chiedere aiuto al dio interiore. Mentre sono pienamente d’accordo sulla necessità di stringere i pugni, sorridere e ricominciare. 
Come riuscirci? Non ho la ricetta e io per primo mi sforzo di applicare i dettami della resilienza quando serve. Ma credo, parlo per esperienza, che ci siano piccoli trucchi utili e accessibili. Il primo è non lamentarsi di fronte alle avversità. Non serve a nulla, se non a enfatizzare i lati negativi e rendere insopportabile il patimento e alimentare la rabbia. Le geremiadi non commuovono la fortuna e tanto più gli altri. Il secondo è dimenticare in fretta. Fa testo una bellissima frase di Lao-Tzu: “Impara a scrivere le tue ferite sulla sabbia e a incidere le tue gioie nella pietra”. So che non è facile ma aiuta a superare i momenti difficili. Il terzo trucco è evitare i giudizi. Einstein diceva che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. I nostri giudizi, in effetti, si nutrono di pregiudizi e ci impediscono di vedere la vera natura delle cose, dei fatti, della realtà. Bisognerebbe evitare i giudizi e valutare ciò che accade come se fosse latore di un messaggio. Anche perché nulla accade per caso, sebbene a volte abbiamo l’impressione che non ci sia una logica né soprattutto giustizia negli avvenimenti sfortunati e negativi che ci colpiscono. Il quarto trucco è cercare l’indizio positivo nascosto nell’evento negativo. Non tutto il male viene per nuocere, si dice. In effetti, una sconfitta o un dolore possono avere in nuce risorse evolutive, occasioni di crescita, di miglioramento. Lo so che è un’impresa titanica trovare il bello e il buono in un fallimento, in un lutto, in un crollo emotivo. Eppure, gli eventi negativi possono farci scoprire capacità che non sapevamo di avere, possono accrescere la nostra determinazione e l’ingegno. Ciò che non ci uccide ci rende più forti. Sarà banale ma è vero. Quinto e ultimo trucco: reagire. La parola resilienza deriva dal latino “resalio”, che significa “risalire sulla barca rovesciata”. È un’immagine magnifica. Il segreto, infatti, è non arrendersi se la nostra barca si capovolge e ci troviamo sbalzati in acque tumultuose. Significa non solo resistere ma reagire. Risalire sulla barca presuppone un sforzo superiore al rimanervi attaccati, galleggiando in attesa della fine. Una differenza non da poco, che chiama in causa la nostra forza di volontà, non solo l’istinto di sopravvivenza. 
Concludo questo breve commento con una riflessione. Dovremmo concepire la resilienza come una sfida, un’arte finalizzata a temprarci. Ricordo che nel 1991, il navigatore francese Gérard d’Aboville attraversò l’Oceano Pacifico a remi in 134 giorni. Partì dal Giappone e arrivò in America. Al termine della sua impresa, egli disse: “Il piacere è stato di compiere qualche cosa che, la prima volta che ci ho pensato, mi era apparsa al di sopra dei miei mezzi”. E se la chiave della resilienza fosse nel rifiuto di quelli che pensiamo siano i nostri limiti?