martedì 16 gennaio 2018

La sindrome del torpore e la nuova energia


In meccanica, è definita “inerzia” la proprietà di un corpo che determina la resistenza alle variazioni dello stato di moto. È disciplinata dal primo principio della dinamica, dove si afferma che ogni corpo permane nello stato di quiete o di moto rettilineo uniforme solo se non interviene una forza esterna a modificare tale stato. Il principio di inerzia fu scoperto da Galileo Galilei ma il merito di averlo enunciato spetta a Isaac Newton. 
Questa premessa era indispensabile perché enunciassi a mia volta un dato di fatto. Moltissime, troppe persone vivono in uno stato sospensivo e vanno avanti per forza d’inerzia. In sostanza, si muovono nella vita come un’automobile cui venga spento il motore e che continui a procedere, ma sempre più lentamente finché non si ferma. Per essere più chiari, tanti esseri umani vanno avanti per abitudine o dovere, senza uno scopo, in totale disarmo. Sono anime sofferenti, in balia del vento, afflitte dal “cosciente starsene a braccia conserte”, per citare Dostoevskij. Conosco decine di persone che soffrono di questo malessere che chiamo sindrome del torpore. Sono stanche, disilluse, scoraggiate e confuse. Stagnano in un limbo pervaso di amarezza, disincanto e ignavia. Si lamentano continuamente e si chiudono a riccio. I più sono così scoglionati che smettono di lottare, si arrendono, ma tanti vorrebbero reagire, cambiare lo status quo, modificare linerzia delle cose. Ne parlo con la comprensione che queste persone meritano, poiché generalmente non hanno scelto la condizione esistenziale in cui si trovano. Ci sono cadute per una serie di ragioni che dipendono solo in parte dalla propria volontà. Il destino, o se preferite il karma, rende facili le cose più difficili ad alcuni ma fa sì che anche le più facili siano impossibili per altri. 
Spesso raccolgo le lamentale e insieme le aspettative di chi guarda al futuro come se avesse di fronte una muraglia di nebbia. Si chiede e mi chiede cosa ci attende. Spera che l’inerzia cambi. In realtà, è il loro atteggiamento che deve cambiare. Confondono l’inazione generica con il Wu wei del taoismo, che è tutt’altra cosa. Il precetto orientale, infatti, concerne la consapevolezza di quando agire e quando rinunciare all’azione. Racchiude il segreto per il mantenimento dell’equilibrio che consente a un essere umano di affrontare la vita serenamente o comunque limitando i danni. Questo segreto è noto: bisogna essere come l’acqua, occorre fluire. Si tratta di una ricetta semplice ma non facile da applicare e va da sé che è il rimedio ideale all’inerzia che ci blocca. È una medicina gratuita contro la sindrome del torpore. Ma come possiamo scorrere alla maniera dell’acqua, che non conosce ostacoli? Dobbiamo abbandonarci docilmente al flusso della vita, impedire ai nostri pensieri di farci spiaggiare come una balena che ha perso l’orientamento, confidando nel fatto che l’energia sta cambiando e ci porterà dove scorrono le correnti. 
Secondo i maestri spirituali più evoluti, è in corso un cambiamento della griglia energetica del pianeta che porterà a trasformazioni epocali. Questo cambiamento è stato annunciando qualche anno fa ed è in atto. Ma come tutti i cambiamenti non avviene in un nanosecondo né tiene conto dei calendari o delle nostre sollecitazioni. Siamo nella fase di stallo che precede l’inizio reale di un nuovo corso. Siamo impazienti e spaesati. Se ci guardiamo attorno, ci facciamo prendere dallo sconforto perché nulla funziona come dovrebbe. I più sfortunati vedono solo un buio pesto che in confronto le gallerie autostradali sembrano centri commerciali. Le disfunzioni sono senza limite. Non abbiamo più fiducia nella politica e nei suoi rappresentanti, non crediamo più alle menzogne che ci raccontano i giornali e le televisioni, abbiamo preso le distanze dalle religioni, diffidiamo di una società che è diventata cinica, egoista e ingiusta, fatichiamo a sbarcare il lunario, assistiamo alla frantumazione della famiglia e dei valori morali, subiamo in silenzio la trasformazione del nostro mondo che non riconosciamo più. Potrei andare avanti all’infinito. In fondo, visti i presupposti è quasi normale e legittimo procedere per inerzia, senza programmare, costruire, scommettere su un futuro che appare nebuloso. Tuttavia, non dobbiamo disperare. La ragione per avere fiducia nel domani è che il peggio è passato. La fine del tunnel non è lontana. La nuova energia ha già iniziato il suo lavoro e presto ne vedremo i frutti. Sta crescendo una nuova consapevolezza, si fa strada una coscienza diversa che abbatterà i vecchi schemi, in ogni campo umano. Penso, ad esempio, alla crescita inarrestabile del numero di vegetariani e vegani o alla nuova sensibilità verso l’ambiente.  Bisogna avere fiducia e pazienza. Sono convinto che nei prossimi tempi assisteremo a grandi cambiamenti, saremo spettatori di avvenimenti inimmaginabili e vedremo diffondersi nuovi paradigmi. Alcuni anni fa, l’umanità sembrava destinata a finire nel baratro e qualcuno scommette ancora oggi sull’apocalisse. Sorrido di questa paura che fa parte della vecchia energia. Sorrido al pensiero che non ci sarà la terza guerra mondiale, tuttavia il sistema economico-finanziario mondiale subirà un’implosione e anche la vecchia politica avrà un tracollo. Sorrido perché i bambini di oggi saranno adulti migliori di come siamo noi e si diffonderà un nuovo umanesimo, figlio di una spiritualità più matura. Credo veramente a quello che scrivo, non voglio convincermi di ciò o consolare chi è stanco di aspettare e scalpita, chi vorrebbe rimettersi in moto sapendo che la stasi è controproducente. So che qualcuno aspetta con ansia il ritorno di Gesù o lo sbarco degli extraterrestri. Altri confidano nella rivoluzione o, più semplicemente, nelle prossime elezioni politiche. Non illudetevi. Piuttosto, schiodatevi. Uscite dal torpore in cui siete immersi. Rinunciate all’inerzia protettiva e andate incontro al nuovo che avanza. Uscite. Agite. Siate promotori della nuova energia. Cercate di fluire con leggerezza, come l’acqua di un ruscello verso il mare.

venerdì 22 dicembre 2017

Il Natale e la spina dorsale




Qualcuno non ci sta. Chiama in causa l’archeologia e i rotoli di Qumran per sostenere che Gesù è nato proprio il 25 dicembre. La verità, però, è diversa: il Natale è un falso clamoroso. Lo stesso papa Giovanni Paolo II, durante l’udienza generale del 22 dicembre 1993, dichiarò che si tratta di una data convenzionale. I Vangeli non ci illuminano su quando venne al mondo Gesù e fu solo nel IV secolo che la Chiesa decise di festeggiarne la nascita pochi giorni dopo il solstizio d’inverno. Per alcuni studiosi, la scelta del 25 dicembre fu dettata da considerazioni simboliche e astronomiche. In realtà, fu una decisione di natura politico-ideologica, finalizzata alla soppressione dei culti pagani. Il 25 dicembre, infatti, i latini erano soliti festeggiare la nascita del Sol Invictus. La religione predominante nell’impero (e soprattutto tra le forze armate, colonna vertebrale di Roma) era il mitraismo e si credeva che il dio Mitra fosse nato quel giorno. Sovrapporsi a un culto diffusissimo, appropriandosi di una festività popolare, si rivelò un’abile mossa strategica. Gesù fu osannato come il vero sole che diffonde la luce della verità nel mondo e piano piano si sostituì al suo rivale, lo sloggiò dal podio. Missione riuscita perfettamente. 
Benché il Natale sia una data artificiale, siamo tutti affezionati a ciò che rappresenta, alla sua atmosfera che evoca affetti e care memorie, salvo quando i ricordi siano infelici, e perciò trascende il fatto religioso. Nel nostro immaginario, il Natale non è solo il bambinello che nasce in una grotta o in una stalla, circondato dal bue e dall’asinello, ma l’intimità del focolare domestico, la gioia di baci e abbracci sinceri, la sorpresa dei doni tanto attesi, il pranzo luculliano, la neve, le luminarie, i canti sacri o popolari che accarezzano il cuore, il fascino del bene e del bello. A Natale ci sentiamo più buoni e fortunati, e inconsciamente riscopriamo le nostre radici. Va detto che il Natale, nel corso dei secoli, ha sublimato la sua semantica. Il significato natalizio si è arricchito di valori laici e sfaccettature culturali, sociali e mondane che ce lo fanno amare non tanto perché è il compleanno di Gesù ma perché costituisce una coordinata spazio-temporale grazie alla quale ci orientiamo e connettiamo con le nostre origini, il nostro passato, la nostra identità giudaico-cristiana o, se preferite, occidentale. Fecero bene gli strateghi della Chiesa a scippare il dies natalis all’energico Mitra, adorato dalle legioni romane. I cristiani del IV secolo ebbero la forza di prendere il toro per le corna e abbatterlo. Basterebbe che i cristiani di oggi avessero un terzo della loro fede e determinazione per porre fine agli attentati al Natale che ogni anno crescono di intensità, nell’indifferenza generale. Basterebbe ribellarsi all’ignavia, alla mala fede, al leviatano chiamato “politically correct”, al falso buonismo, all’ipocrisia di chi vuole uccidere il Natale. Basterebbe reagire con orgoglio e fermezza per difendere questa cara, vecchia ricorrenza. 
Non ne faccio una questione di fede. Ho la massima stima di Gesù ma la penso come Ernest Renan. Per me, Gesù di Nazareth era un Illuminato, un grandissimo maestro, un riformatore religioso eccezionale, ma non un Dio. Era figlio di Dio, ma come lo siamo tutti. Il processo della sua divinizzazione fu opera umana ispirata dalla sete di potere e non dall’adesione ai suoi valori. Detto questo, non toccatemi il Natale, sebbene in passato ne abbia parlato male, comportandomi come il Grinch. Ho cambiato idea. Perché per me – che sono agnostico e libero pensatore, ma non un dissacratore – il Natale merita rispetto non in virtù delle credenze religiose ma per l’importanza della tradizione spirituale che ci ha forgiato, il baule della rimembranza, il filo magico che ci unisce all’Innato immortale che è dentro di noi. Avere quattro nipotini ha favorito il mio ripensamento. Ogni bambino ha diritto di credere nella favola del Natale e di viverlo con gioia e spensieratezza. Perciò metterei alla gogna, bersagliandolo con pigne secche e bocce natalizie piene di… (a voi la scelta), chi professa l’abolizione del presepe e dei canti natalizi a scuola, delle rappresentazioni sacre e del nome stesso del Natale, giustificando le cancellazioni con l’assurdo, abominevole motivo che le tradizioni e i simboli natalizi offendono chi non è cristiano. Ma perché mai dovrebbe offendersi un musulmano, un induista o un buddhista? Solo un imbecille può sostenere una cretinata del genere, solo chi è in mala fede può condividerla. Intendiamoci, il mondo è bello perché è avariato ma stiamo esagerando. E ogni anno è peggio. Quando leggo che il preside di una scuola ha cancellato la recita natalizia e il presepe per non urtare la suscettibilità degli studenti “che non amano Gesù” – e che molti plaudono all’iniziativa – mi viene da pensare che tanta gente ha il cervello imbottito di segatura. Mi chiedo chi o cosa determina la furia iconoclasta dei riformisti fasulli, dei falsi paritari, dei profanatori privi di rizoma? Sono degli idioti tout court, dei felloni o una manica di cacasotto? Cosa li spinge ad agire come servi sciocchi; la moda o la paura? Che traumi hanno subito da piccoli per diffidare dei re Magi in terracotta o farsi venire le convulsioni ascoltando “Tu scendi dalle stelle”? Perché temono lo spirito del Natale, che dovrebbe albergare in ogni cuore e non solo in quello dei cristiani? Ognuno avrà le sue ragioni per demonizzare il presepe e Babbo Natale, ma credo che la motivazione principale sia legata ai disturbi dell’ego. Forse è il bisogno di sembrare più avanti degli altri quello che spinge i guastatori a dissacrare e irridere i valori tradizionali, a fare gli isterici e i prepotenti, a offendere il comune sentire della gente semplice con trovate demenziali. E se si trattasse, invece, di penuria di midollo spinale?
Di una cosa sono certo, in Italia e maggiormente in Europa abbiamo bisogno di rafforzare la spina dorsale con esercizi opportuni. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio della nostra storia, della nostra civiltà, dei nostri costumi. A volte, sembra che ci vergogniamo di noi stessi. Non siamo noi, in casa nostra, a dover cambiare abitudini e usanze millenarie. Sono gli altri a doverlo fare e qualsiasi compromesso o concessione che pregiudica la nostra civiltà è un errore. Io la penso così e fortunatamente credo di essere in buona compagnia. 
Il Natale 2017 mi offre l’occasione per esprimere un desiderio. Vorrei che gli italiani raddrizzassero la schiena. Dobbiamo smetterla di piegarci di fronte all’arroganza e all’ignoranza di chi vuole cassare la nostra identità, indebolirci e asservirci! Occorre ritrovare la dignità che ci spetta, andare fieri di ciò che siamo e dei nostri avi. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai nipoti che erediteranno i nostri valori. Ergo, lunga vita al Natale e ai suoi simboli, alla faccia dei cinici e dei sabotatori, e ovviamente Buon Natale a tutti.