martedì 20 febbraio 2018

Kafka, che vide e raccontò l'Italia di oggi


Franz Kafka, uno dei massimi interpreti del Novecento, si spense nel 1924 e le sue visite in Italia furono troppo fugaci e comunque non tali da giustificare la preveggenza nei confronti del Bel Paese che si evince rileggendo i suoi romanzi e i racconti. Sorge il dubbio che egli non sia stato solo un gigante della letteratura ma un profeta e abbia fatto uso della macchina del tempo, soffermandosi nel presente per descrivere lo status quo. Mi ha stupito, infatti, ritrovare nelle sue pagine l’angoscia che attanaglia gli italiani di oggi, quel clima grottesco e surreale di cui subiamo gli effetti nefasti con rassegnazione, come se fossimo calati in un incubo da cui non possiamo uscire. Non è sbagliato affermare che siamo succubi della “tirannia senza tiranno” che permea le vicende e i personaggi di Kafka, nei quali potremmo specchiarci. 
Farò alcuni esempi. Nel racconto più noto, La metamorfosi, il protagonista si risveglia una mattina trasformato in “un enorme insetto immondo”. Da quel momento, il giovane Gregor Samsa inizia un doloroso adattamento al nuovo corpo e paga le conseguenze d’essere diventato uno scarafaggio. Questa trasformazione, di cui ignora la causa, è molto comune nell’Italia del XXI secolo. Basta ammalarsi gravemente, perdere il posto di lavoro, divorziare, cadere vittime del sistema o del vizio oppure commettere un errore imperdonabile perché la nostra vita si ribalti drammaticamente. Fino al giorno prima, Samsa era un commesso viaggiatore che grazie al suo impiego dignitoso manteneva la famiglia. All’improvviso, si ritrova isolato, trattato da tutti con disgusto, depresso e infine autocondannato a morte. Non è forse lo stesso destino di chi, oggi, assiste impotente, senza una ragione plausibile o un demerito grave, allo sgretolamento delle proprie sicurezze socio-economiche o affettive, sicché si ritrova snaturato e finisce alla deriva? Lo scarafaggio è la metafora di una condizione umana sempre più frequente. Quanti scarafaggi vivono intorno a noi, in un paese dove i poveri e i reietti crescono in misura esponenziale e sono additati con orrore dai benpensanti? 
Ancora più emblematica e moderna è la vicenda di Josef K, accusato, arrestato e processato per motivi misteriosi. La lettura de Il Processo ci catapulta nella realtà giudiziaria italiana, ci mostra l’odiosa disfunzione di un sistema insondabile, l’ineluttabilità e le logiche autoreferenziali con cui il cittadino chiamato in giudizio deve misurarsi opponendo le proprie ragioni, il proprio inadeguato buonsenso alla protervia del leviatano. Come nel romanzo di K, anche nell’Italia odierna, un Paese dove non esiste più la certezza della pena ma capita di finire sul banco degli imputati senza avere fatto nulla di male e di assistere, sbalorditi, al ribaltamento dei valori, alla liturgia dei pesi e delle misure differenti, al non-sense e alla fine della libertà. Se succede, bisogna subire e accettare. Fanno riflettere le parole con cui la signora Grubach, l’affittuaria di Josef K., apostrofa il suo cliente: “Lei non deve prendersela troppo a cuore. Che cosa non capita nel mondo!”
Ci capita, in effetti, di vivere in una nazione che non sa più distinguere i buoni e i cattivi, che vessa e punisce gli onesti e tutela la feccia. Ho appena dedicato un pezzo dedicato alla Legge e alla giustizia per cui non mi ripeterò. Kafka aveva previsto ogni cosa e nel romanzo Il castello ha descritto non solo la burocrazia italiana ma un sistema diabolico per cui è impossibile districarsi nel dedalo delle normative, delle regole, dei meccanismi perversi grazie ai quali lo Stato dissangua il cittadino, lo umilia, lo raggira, lo mette in ginocchio. Uno Stato falsamente democratico che ripudia la Costituzione pur di inventarsi leggi inique, che cambia le regole del gioco e sfodera trucchi agghiaccianti per conservare i privilegi dei boiardi e degli amici e irride la gente comune. Le vicissitudini dell’agrimensore K non sono diverse da quella di chi, oggi, si presenta davanti al famelico molosso burocratico, un cane dalle cento teste, un’idra di Lernia che nemmeno Eracle riuscirebbe a domare. Il rapporto con le istituzioni è diventato aberrante, la pressione fiscale abnorme, l’osservanza stessa delle leggi complicata e la fiducia è compromessa. Lo Stato si comporta come un feudatario avido e perfido, al quale non interessa il bene dei suoi sudditi. Il castello, dove il potere si autocelebra e la casta regna gozzovigliando, è il simbolo di una società che ha perso di vista la necessità di fare il bene per evitare il trionfo del male. Il paradosso, tuttavia, è che i servi della gleba, pur essendo incazzati neri con il castello e i cortigiani, sognano di entrare a far parte della conventicola. Ormai si è affermato il principio che se non puoi battere il nemico devi arruolarti nelle sue schiere. Il sogno proibito dell’italiano medio, soprattutto se è giovane, non è più il lavoro (cioè la fatica) ma il vitalizio. 
A chi non ci sta e vomita all’idea di vivere in un Paese senza prospettive, incarognitosi e cosciente che nulla cambierà perché non c’è modo di cambiare se prima non si riforma il modo di pensare, e quindi di agire, non resta altro da fare che seguire l’esempio di Karl Rossmann, il sedicenne praghese protagonista di America, costretto a emigrare. L’attualità dell’incompiuto romanzo di K. ci fa riflettere. Si parla di migranti e a un tempo di disparità sociali e ritmi disumani. Ma la storia ha tutt’altro sapore rispetto al fenomeno dei falsi rifugiati politici e dell’immigrazione clandestina che ha reso l’Italia, finta America, un refugium peccatorum, un mercato degli schiavi in cui lucrare e sradicare al fine di indebolire la nazione. Penso che se Kafka fosse ancora in vita e si trasferisse in Italia, scriverebbe romanzi ancora più crudi e impietosi, giacché siamo il Paese più grottesco e surreale d’Europa, quello più ridicolo e goffo, più autolesionista. Un Paese che ispira diffidenza e suscita ansia. Se volessimo affibbiargli un’etichetta letteraria dovremmo definirlo giustappunto “kafkiano”. In definitiva, lo sventurato cantore dell’alienazione vide e descrisse l’Italia dei nostri giorni.
Ahinoi, alla vigilia di una nuova tornata elettorale che non cambierà nulla né porrà rimedio allo sfascio che ci coglie confusi e inermi, non possiamo che riflettere su queste parole di Kafka: “Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro”. Magari potessimo tornare indietro di trent’anni, quando l’Italia era una nazione sovrana, viva, capace di reagire, forte di certezze e prospettive! Invece, dobbiamo andare avanti a testa bassa come il medico condotto dell’omonimo racconto di K, che sentendosi solo e tradito, si chiede “Che faccio qui in questo inverno senza fine? Il mio cavallo è morto e non c’è nessuno in paese che mi presti il suo”.

lunedì 12 febbraio 2018

I comunisti sono come i walking dead



I walking dead, un tempo conosciuti come zombies, sono i morti-viventi, creature decorticate ma fameliche il cui scopo è dilaniare i vivi. Per fortuna, appartengono al mondo immaginario. Sono reali, invece, i comunisti che ancora oggi sbraitano in una società della quale sono corpi estranei, come lo sarebbero i sanculotti della Rivoluzione Francese o i carbonari del Risorgimento. La storia ha emesso il suo verdetto inappellabile: il comunismo è stato una misera, fallimentare utopia, salvo sopravvivere – come regime politico, non come ideologia – nei Paesi sottosviluppati o non ancora affrancatisi dalla grande menzogna. Eppure, dobbiamo rilevare con un disagio che sfiora il disgusto, che il battito cardiaco del comunismo è ancora auscultabile, per quanto sia flebile. Mi riferisco all’Italia, dove i comunisti se ne infischiano della storia e vivono nel passato brandendo slogan e vessilli obsoleti, usando l’antifascismo come alibi del proprio anacronismo, brancolando nel caos alla stregua dei walking dead. 
In realtà, non sono i vecchi comunisti a inquietarmi. Posso capire i nostalgici; Marx, la bandiera rossa, gli scioperi di una volta, certi ideali che sulla carta erano fascinosi, la convinzione che la società comunista fosse il paradiso e non l’inferno come si è invece rivelata, costituiscono il retaggio di vite spese in fabbrica o nei campi sperando nella giustizia sociale, nel riscatto degli umili e dei poveri. Non biasimo i vecchi comunisti, i marxisti coi capelli bianchi e la presbiopia. Continuano ad amare il comunismo perché amano i loro ricordi e non taglieranno mai il cordone ombelicale. Non importa se sbagliavano, se erano degli illusi; la verità può spezzare i sogni senza estirpare le radici. Non ho alcuna comprensione, invece, per le giovani leve, i comunisti sbarbatelli che non sanno un cazzo e valgono ancora meno. Ahinoi, il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica non è stato un contraccettivo universalmente efficace, sicché la mamma dei comunisti è sempre incinta. Solo che mette al mondo una figliolanza cerebrolesa indegna dei vecchi e romantici comunisti come il sindaco Peppone di Guareschi, amico-nemico di Don Camillo. 
Ieri, ad esempio, ricorreva la giornata del ricordo, che commemora la tragedia degli italiani gettati nelle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Ebbene, nel corteo “antifascista” che sfilava a Macerata, si è levato un coro odioso che inneggiava alle foibe. Poche ore prima, a Bologna, era stato esposto in strada uno striscione che esaltava il maresciallo Tito, il mandante dei crimini compiuti contro la popolazione italiana dai partigiani jugoslavi. Presumo che i responsabili di queste gesta infami siano giovani appartenenti ai centri sociali o a formazioni neocomuniste di nicchia. I fatti si commentano da soli, quel che fa specie è che ancora oggi, pur constatando il fallimento dei nonni e il disincanto dei padri, ci siano tanti imbecilli che si riempiono la bocca e le mani di immondizia da spargere ovunque, anche sulla memoria del dolore. Il comunismo è defunto ma a un tempo è risorto grazie ai walking dead della falce e del martello. È tenuto in vita dai cattivi maestri manipolatori, dai vecchi falliti che inculcano nella testolina vuota dei giovani più fragili una retorica vieta, idee malsane, derive rivoluzionarie violente. D’altronde, anche se i vecchi comunisti si sono fatti da parte, pare che le nuove generazioni non abbiano rinunciato a quella cattiveria di fondo e intolleranza che ha segnato una lunga stagione storica della Repubblica Italiana. Non so se questa dote è ereditaria o virale, ma so che è deleteria  e avvelena il clima politico in un Paese che ha bisogno di serenità e stabilità.
I comunisti hanno dei connotati precisi, riconoscibili anche quando ricorrono al trasformismo per ingannare gli elettori. Comunque li si voglia chiamare, non hanno a cuore il bene comune né la patria. Il loro animo è troppo intriso di rabbia, rancore e invidia per consentirgli di vivere la politica come un confronto civile e non una lotta senza quartiere. I comunisti non possono fare a meno di criminalizzare l’avversario e sfogare la propria frustrazione distruggendo tutto ciò che toccano. Si credono i depositari della libertà e si comportano peggio dei fascisti. Pensano di essere i guardiani della democrazia e usano metodi antidemocratici. Come rimarcò Oriana Fallaci, “il comunismo è un regime monarchico, una monarchia vecchio stampo”. S’illudono di rappresentare il popolo e difenderne gli interessi, ma non si sono accorti che il mondo è cambiato, il popolo si è evoluto, per cui si limitano a fare solo i propri, sporchi interessi economici e di potere. Sventolano il drappo del riformismo per distrarre l’attenzione, giacché hanno la stessa mentalità dei conservatori e dei reazionari. I comunisti sono i campioni del mondo dell’ipocrisia, pluridecorati alle Olimpiadi dell’inganno. Puntano il dito con astio sulla ricchezza altrui ma sognano di fare il bagno nel forziere di Paperon de’ Paperoni. I più bravi ci riescono. Ho conosciuto comunisti con la Porsche e la residenza nel Principato di Monaco. I comunisti col rolex inneggiano ai migranti clandestini ma si tutelano ingaggiando le guardie del corpo per difendere la villa in cui risiedono e lo yacht con cui navigano nello stesso Mediterraneo solcato dai barconi. I comunisti italiani sono immortali anche se il comunismo è morto. Non condanneranno mai gli orrori del marxismo perché ciò equivarrebbe a riconoscere la propria mala fede. 
Voglio citare un pensiero di Guido Ceronetti. Il grande poeta, filosofo e giornalista torinese scrisse: “Quel che non riuscì che per poco tempo e imperfettamente a Calvino, sarà riuscito per un tempo indeterminato ai partiti comunisti che hanno preso il potere in Europa, in Asia, in America Centrale: l’assassinio metodico e radicale di ogni felicità umana, l’avvilimento e lo schiacciamento di ogni immaginabile gioia. È il segreto della stabilità del loro potere aver distrutto il pensiero che qualche felicità, per grama che sia, è possibile. Ed è veramente nato da una tigre sifilitica, l’imbecille, tra noi, capace di assolvere, di giustificare, di dimenticare - tranquillo, in mezzo ai suoi libri - un’impresa così scellerata, così imperdonabile”. In conformità a questa riflessione, la violenza dei giovani comunisti non è mai condannata. Non da un comunista, che troverà sempre il modo di minimizzare o giustificarla. Tuttavia, va riconosciuto che agli amanti del pugno chiuso non fa difetto la coerenza. Non s’è mai visto un walking dead sbranare un suo simile. 
In effetti, i morti-viventi si accaniscono solo contro i vivi.


sabato 3 febbraio 2018

Il fascino perverso del buco della serratura


C’è un piccolo voyeur nascosto nell’animo di ogni uomo, un viscido Gollum che attende l’occasione per saltare fuori. A volte, le occasioni si creano. Come fece Gerald Foos, che negli anni Sessanta acquistò un motel in Colorado per spiare i suoi ospiti attraverso il buco della serratura delle camere da letto. Nel libro Motel Voyeur, edito nel 2017, il giornalista americano Gay Talese ha reso popolare questa storia vera che sembra scritta per il cinema. Foos era un guardone per eccellenza, un professionista della scopofilia, ma non lo si può considerare una mosca bianca. Il voyeurismo è un costume diffuso ed esisteva già nell’antichità. Lo conferma un aneddoto di Erodoto. Si narra nelle Storie che Candaule, re di Lidia, avesse una moglie bellissima e volendo convincere di ciò Gige, la sua guardia del corpo, lo obbligò a nascondersi dietro una porta della camera da letto regale per vedere la regina mentre si spogliava. Finì male, non per il guardone ma per il mandante. Gige fu scoperto dalla regina, che lo indusse a uccidere il re, dopodiché lo sposò. Non è finita bene neppure per i “compagni di merenda” responsabili dei delitti seriali compiuti fra il 1968 e il 1985 in provincia di Firenze. Quei famigerati guardoni che il popolino chiamava “Mostro di Firenze” non si limitavano a violare l’intimità delle coppiette appartate, ma ne faceva scempio.
La storia e la letteratura sono così ricche di episodi di voyeurismo, per fortuna meno cruento, da indurci a pensare che “guardare” di nascosto le persone seminude o mentre fanno l’amore, al fine di raggiungere l’eccitazione e il piacere sessuale, sia una pulsione irrefrenabile.  Un po’ meno affascinante, forse, è il nudo integrale se è vero, come disse una volta Luciano De Crescenzo che “nessuno è più infelice di un guardone in un campo di nudisti”. La cultura ha enfatizzato, quasi legittimato il voyeurismo. La letteratura erotica in primis. Penso a Gamiani, il breve romanzo erotico che si dice sia stato scritto da Alfred de Musset insieme a George Sand, la cui trama è all’insegna della pruderie. Il protagonista è un giovane di nome Alcide che osserva di nascosto la contessa Gamiani mentre fa sesso con una donna. Dopo un po’ non resiste e si unisce alla coppia lesbica in un ménage à trois, a conferma che “due donne che se la fanno fra di loro è il sogno del voyeur e del cultore dei buchi di serratura, cioè di ogni uomo”, come ha notato Massimo Fini. Mi viene in mente anche L’uomo che guarda di Moravia. E rifletto sulle parole della canzone Voyeur di Renato Zero: “possiede un passe-partout la mia curiosità”. In effetti, la libidine non è la sola molla che fa scattare in un essere umano il bisogno di fissare il proprio sguardo sugli altri mantenendo l’anonimato, di spiare il prossimo senza essere visto. La curiosità è una molla altrettanto potente. Come nel caso del fotografo Jeff, il protagonista del film di Hitchock La finestra sul cortile. Ve lo ricordate? Jeff era costretto su una sedia a rotelle e con la sua macchina fotografica e il binocolo esplorava il micro-universo del vicinato. 
Oggi più che mai assistiamo al trionfo del voyeurismo, che si è diversificato. Il suo magnetismo è sempre più contagioso e diventiamo guardoni a 360 gradi quasi senza rendercene conto. La vita quotidiana ci istiga, ci provoca con le sue piccole tentazioni e la televisione, questo leviatano che risucchia e annulla la nostra personalità, contribuisce a soddisfare facilmente l’istinto che rende il buco della serratura, vero o virtuale, un’icona contemporanea. Tutto ebbe inizio con Non è la Rai di Gianni Boncompagni, poi arrivarono i reality show. Pensate al famoso The Truman Show di Peter Weir, specchio dei tempi e delle nostre manie. Voi come definireste lo stare davanti a un televisore e guardare inebetiti quello che avviene nella casa del Grande Fratello o sull’Isola dei famosi? Ha detto bene Giuseppe Pontiggia, “il voyeurismo televisivo ha raggiunto dei vertici impensabili perché la tendenza al guardare nell'intimità degli altri è tipicamente umana. L'uomo ha una forte curiosità per l'intimità altrui anche perché sorprende l'uomo nella sua spontaneità, l'uomo che non sa di essere osservato.” Negli ultimi anni il voyeurismo di massa ha raggiunto livelli mai conosciuti prima, varianti inesplorate. Il buco della serratura si è allargato e il sesso, ormai inflazionato e senza veli, ha perso il monopolio. Ci piace entrare nella vita e nella casa degli altri mantenendo l’anonimato, convinti che assistere sia più appagante di agire, che sia importante vedere, non fare. Il voyeurismo ha innalzato l’asticella della nostra sensibilità, ha rafforzato il nostro sistema immunitario. Non ci scomponiamo davanti a nulla, siamo pronti a tutto. Guardiamo i talk-show con la speranza che gli ospiti si accapiglino. Godiamo delle liti in diretta, delle zuffe mediatiche, dei toni parossistici. Il peggio lo diamo quando il nostro binocolo è sostituto dal telefonino. Se ci capita di trovarci sul luogo di un incidente stradale o assistiamo ad atti di violenza, non interveniamo per aiutare chi è in difficoltà, ma facciamo dei macabri selfie accanto al morto o alla vittima che implora aiuto. 
Oggi, la curiosità che ha sempre alimentato il voyeurismo è viziata da una forma malsana di godimento. Lo scatto fotografico che immortala la nostra presenza consacra e nobilita le nostre perversioni ottiche. Perché abbiamo permesso al viscido Gollum di uscire allo scoperto? Bisognerebbe chiederlo a uno psicologo, uno bravo. Non so perché trascuriamo la vita reale per interessarci dei nostri vicini o dei cosiddetti VIP, e ci nutriamo di pettegolezzi, banalità e schifezze anziché della bellezza, perché preferiamo spiare dal buco della serratura invece di bussare e farci avanti, perché ci piace essere spettatori e non protagonisti (salvo fare carte false per essere al centro dell’attenzione o avere un quarto d’ora di celebrità in televisione). Ma c’è un dipinto di Magritte, La riproduzione vietata, che può offrirci una chiave di lettura. Vi è ritratto un uomo, visto da dietro, che si guarda allo specchio, per cui lo specchio non riflette il suo volto ma la sua nuca. Questo quadro esprime la crisi dell’Io. Una crisi che ci porta a non riconoscere chi siamo, nemmeno specchiandoci. Sarà questo il motivo per cui non resistiamo alla pulsione di guardare dal buco della serratura? Siamo alla ricerca dell’identità perduta ma non siamo capaci di cercare dentro di noi? Purtroppo, fissando gli altri è come se gettassimo lo sguardo all’interno di una bottiglia d’olio d’oliva. È un buon rimedio per curare l’orzaiolo, ma non serve per ritrovare noi stessi.