venerdì 19 ottobre 2018

L’inganno di essere o non essere nessuno

È meglio essere o non essere nessuno? Questo è il dilemma. Può sembrare una domanda retorica, stucchevole, forse inutile. Ma non lo è. A molti capita, almeno una volta nella vita, d’essere apostrofati con frasi del tipo “non sei nessuno”, di fronte alla quale entriamo in crisi. Per tacere di espressioni più colorite ma con lo stesso significato, di cui è memorabile quella del Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo”. Facilmente ci si arrabbia quando ci apostrofano con odiosa sicumera, soprattutto se a pronunciare la sentenza è quel genere di uomo o donna che non ha rinunciato a sguainare il monito “lei non sa chi sono io”, o qualora lo ritenesse obsoleto ricorre all’arroganza dei toni e dei modi per marcare la sua presunta superiorità. Mentre, in realtà, è più nessuno di noi. Perché se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che i “qualcuno” meritevoli di questo titolo sono pochissimi. Tanti si arrogano il titolo, si illudono di essere ciò che non sono, magari in virtù del fatto che hanno migliaia di follower o raccolgono miriadi di amicizie o “mi piace” sui social, fanno comparsate in televisione e nei locali pubblici, hanno posizioni sociali e prebende che non sono figlie del merito ma del maneggio, hanno una ricchezza di dubbia provenienza, si ammantano di orpelli sociali e sono vezzeggiati dai leccaculo, e via di seguito. La popolarità, al pari del successo, non è sinonimo di valore o merito, giacché il vero peso specifico di un essere umano si misura con un metro diverso da quello oggi di moda. 
Quando capita che un rospo gonfi il petto o faccia la ruota, mi coglie un dubbio. È più corretto dire “sei nessuno” (affermazione chiara e perentoria, con la quale si è fedeli al ne ipsum unus dei latini, ovvero “sei neanche uno”, cioè zero) oppure dire “non sei nessuno” (dove il “non” rafforza il concetto ma invalida l’intenzione poiché sottolinea che non sei neanche uno, a rigore di logica sei almeno uno o più di uno). Lo so, vi sto confondendo. Ma se ci pensate bene l’uso di questa seconda formula, ampiamente accettata come regola della lingua italiana, è indigesta. È come se affermare “è rotondo” equivalesse a “non è rotondo” o “sei qui” corrispondesse a “non sei qui”. Insomma, o sei o non sei, a dispetto del relativismo. Ergo, quando uno spocchioso vuole umiliarci accusandoci di non essere nessuno, dovremmo avere la prontezza di turbarlo, chiedendogli gentilmente: “Scusa ma non ho ben capito, sono nessuno o non sono nessuno?” Provateci, è divertente vedere sorgere lo sconcerto nello sguardo dell’ebete tronfio. 
Oggi più che mai si ha l’impressione di vivere in un mondo dove il genere umano è acquartierato su sponde opposte, suddiviso in due classi: su una riva siede il signor Nessuno (maggioritario) e sull’altra il signor Qualcuno (minoritario). Non esiste una via di mezzo, un ponte di collegamento, per quanto sia difficile stabilire i criteri oggettivi di appartenenza alle due categorie. Personalmente, forse perché ho quell’età in cui la saggezza prende il posto dell’ambizione, e le istanze dell’essere sbaragliano quelle dell’apparire, provo simpatia per il signor Nessuno, categoria alla quale sento di appartenere, e non mi offendo se un presunto signor Qualcuno mi taccia di non essere famoso, non avere le conoscenze giuste, vivere lontano dalle luci della ribalta e dagli impegni mondani, non appartenere a club, conventicole o lobbies, coltivare gli affetti e i valori etici anziché agire avidamente, senza scrupoli, per il mio solo interesse. Io sono fiero di essere un bel niente perché ciò mi permette di essere libero. Essere nessuno è una polizza assicurativa, una garanzia, un lasciapassare. Lo dimostra la vicenda di Ulisse. Ricordate l’episodio di Polifemo? Quando Ulisse, sbarcato coi suoi compagni sull’isola delle capre, si addentrò nella grotta dove viveva Polifemo, il gigante con un solo grande occhio in mezzo alla fronte, fu fatto prigioniero. Salvò la sua vita e dei suoi compagni con un abile stratagemma. Prima offrì da bere a Polifemo e quando costui gli chiese come si chiamasse, egli rispose con astuzia “Nessuno”. Poi accecò il ciclope dormiente, che risvegliatosi chiamò in aiuto i suoi fratelli, i quali domandarono perché urlasse di dolore. Polifemo rispose che “Nessuno” aveva cercato di ucciderlo. I fratelli, credendolo ubriaco, lo lasciarono solo e la mattina dopo Ulisse e i suoi compagni poterono fuggire. 
Questo aneddoto basterebbe per riqualificare l’attributo “nessuno” se non fosse che mala tempora currunt. Molti pensano che la vita sia una corsa ad ostacoli dove per vincere non basta correre più forte ma serve barare, bruciando la partenza, sgambettando gli avversari, schivando gli ostacoli. E ovviamente si adeguano al malvezzo generale. Vige il principio che il fine giustifica i mezzi e l’unico nostro fine sia emergere, soddisfare l’ego, e poco importa se ciò causa disagi o danni agli altri. Ho già scritto dell’insopportabile prevalenza nella nostra società dei mediocri e dei cretini, degli imbroglioni e dei disonesti, della gente senza talento ma con la “cazzimma”, come dicono a Napoli. Non voglio ripetermi. Però voglio citare una bellissima frase di Blaise Pascal, che si chiedeva: “Ma alla fine, cos’è un uomo nella natura? Un nulla davanti all’infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto, infinitamente lontano dal comprendere gli estremi”. C’è una profonda intuizione in queste parole. Siamo tutti Nessuno e tutti siamo Qualcuno. Siamo il nulla di fronte al mistero della vita e all’immensità del cosmo, ma siamo qualcuno al cospetto del nulla. Le etichette che ci vengono affibbiate e i vissuti esistenziali non sono tali da giustificare la divisione del consorzio umano in due schieramenti. La vita è strana e imprevedibile; le persone considerate poco o nulla potrebbero diventare qualcuno mentre quelli che si credono qualcuno potrebbero ritrovarsi improvvisamente con il cullo per terra. 
La verità, come intuì Luigi Pirandello, è che noi siamo “uno, nessuno e centomila”. Non diversamente da Vitangelo Moscarda, il protagonista del celebre romanzo, dovremmo fissare il pensiero che non siamo per gli altri quel che dentro di noi ci siamo figurati d’essere. Renderci conto che siamo unici ma anche centomila per via di come ci vedono gli occhi altrui, e quindi il nulla, ci aiuterebbe non poco a capire che essere o non essere nessuno ha poca rilevanza. A maggior ragione, l’unica cosa che conta è comprendere che “ogni realtà è un inganno”.

lunedì 15 ottobre 2018

Leonardo e la musica, una liaison disinvolta

Leonardo da Vinci amava la musica ma non gli consegnò mai il suo cuore, non completamente. Nel Trattato della pittura ha lasciato scritto che “la musica non è da essere chiamata altro che sorella della pittura, conciossiaché essa è subietto dell’udito, secondo senso all’occhio, e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o più tempi armonici”. Poi, precisa che “la pittura eccelle e signoreggia la musica perché essa non muore immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata musica, anzi, resta in essere, e ti si dimostra in vita quel che in fatto è una sola superficie”. Candidamente ammise che pur amando la musica la riteneva fugace, inferiore alle arti figurative almeno per quanto concerne la conoscenza. Nel mio romanzo Le Infinite ragioni, Leonardo pone fine a una discussione colta affermando che «non c’è frottola, strambotto o villotta che possa immortalare la bellezza di cui Dio ci ha fatto dono come riesce al pennello e non esiste nota musicale dispersa nell’etere che possa fissare la natura quanto il colore su una tela o una tavola». Eppure, sappiamo che ricorse spesso ad analogie musicali per approfondire le virtù trascendenti della pittura, arrivando a definire la musica “raffigurazione dell’invisibile”. Il grande Genio le riservava le premure e gli slanci brevi che si concedono a un’amante alla quale, però, non ci si vuole legare indissolubilmente. Era affascinato dal mondo uditivo, come rivela il Codice Atlantico, e il suono costituiva la chiave di lettura per comprendere certi fenomeni naturali. L’acustica gli suggeriva gli schemi teorici per capire le leggi della natura. Ma il suo rapporto con la musica, pur appassionato, fu segnato da una continua toccata e fuga. 
La sua versatilità gli permise di essere un musicista di rara abilità, il cui vero limite era la costanza, ma anche un cantante pregevole. Suonava e insegnava la lira, il nobile strumento caro a Orfeo, ed era così apprezzato che quando Lorenzo il Magnifico lo inviò a Milano, nel 1482, per liberarsi della sua presenza scomoda, Ludovico il Moro lo accolse convinto che egli fosse, sopra ogni altra qualifica, un superbo musicista. Il Vasari conferma quanto fosse fondata questa aspettativa e l’Anonimo riporta che Leonardo, insieme all’allievo Atalante Migliorotti, presentò al duca di Milano una lira in argento a forma di teschio di cavallo, da lui stesso costruita, che costituiva una “cosa bizzarra e nuova, acciò che l’armonia fosse con maggior tuba e più sonora di voce”. L’estrosità di Leonardo è confermata dal fatto che partecipò a una gara musicale presso la corte sforzesca e la vinse, superando tutti gli altri musici. Inoltre, sapeva emozionare Beatrice d’Este e le sue damigelle cantando le frottole così di moda nelle corti principesche. La lira milanese non fu l’unico strumento musicale creato da Leonardo. Fra gli appunti e i disegni contenuti nei codici leonardeschi ci sono vari progetti, alcuni articolati e complessi, fra cui la celebre viola organista (Codice Atlantico, foglio 586), la clavi-viola (Codice Atlantico, foglio 93r) e una fisarmonica antesignana (Codice di Madrid, foglio 76r). Ma anche strumenti militari, come i tamburi meccanici trainati da bestie e azionati da leve (Codice Atlantico, foglio 837). Pare che Leonardo abbia collaborato coi Dieufoprugar, una nota famiglia di liutai di Lione, all’invenzione del violino. Bisogna sottolineare che la finalità ultima delle sue creazioni in ambito musicale era di natura scientifica e non artistica; Leonardo professava l’automatizzazione dello strumento, voleva renderne l’utilizzo il più facile possibile.
Anche la sua pittura rese omaggio alla musica. Più precisamente, a un musicista coevo di cui non conosciamo l’identità certa. Mi riferisco al Ritratto di Musico, che secondo molti studiosi raffigura Franchino Gaffurio, maestro di Cappella del Duomo di Milano dal 1484. Altri ricercatori, invece, pensano che questo dipinto a olio su tavolo, databile al 1485 ca. e attualmente conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, abbia immortalato il celebre compositore franco-fiammingo Josquin Desprez, noto come Giosquino. Costui era stato un cantore della cattedrale milanese prima di mettersi al servizio degli Sforza fino al 1504. Leonardo lo frequentò a Milano e ne Le Infinite ragioni ho immaginato che i due si ritrovassero in Francia. Il grande maestro della polifonia vocale, ormai vecchio, era tornato a casa nel 1516, lo stesso anno in cui Leonardo accettò l’ospitalità del re Francesco I. Il loro ultimo incontro avvenne ad Amboise o forse ad Argentan o Romorantin, dove il re e la corte amavano sollazzarsi con feste memorabili. Leonardo annota che Il più grande compositore vivente mi ha detto che conserva il ritratto che gli feci come se fosse il suo bene più prezioso. Ha cantato per me, nel mio studiolo, e mi sono commosso, ma la sua voce rivela impietosamente che ha già compiuto settantasei primavere. Gli ho fatto i complimenti e lui, sorridendo con gli occhi ormai appannati, ha replicato: «Non mentite, maestro, la musica di un vecchio ha il suono di un guscio vuoto». Povero vegliardo, si è ritirato nella canonica di Condé sull’Escaut e mi ha confessato che rimpiange gli anni in cui mieteva successi nelle corti italiane!”. Negli anni del crepuscolo francese, la musica allietò lo spossato Leonardo ma a un tempo lo immalinconì. Il re amava la musica polifonica, come molti cortigiani fra cui il cardinale di Tournon e il cardinale di Guisa, e presso la corte di Amboise si esibivano musicisti e cantanti validissimi. Perciò è plausibile che Leonardo abbia conosciuto Jean Mouton, famoso per i suoi mottetti, e Clement Janequin, il brillante allievo di Giosquino. 
Non fu la musica, tuttavia, a consolarlo. Negli ultimi mesi di vita tradì Euterpe, partner di una liaison disinvolta e frammentaria, ma non per gettarsi nei gorghi dell’invenzione e della creazione artistica. Benché la musica sia una legge morale che “dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose” – come scrisse Platone – accadde che Leonardo andò cercando le risposte mai trovate in ambito religioso. Fu la fede, nella fattispecie la riscoperta del cristianesimo, a fargli percepire l’eco della musica più intima e consolatrice, quella delle sfere celesti.

venerdì 28 settembre 2018

Leonardo da Vinci, precursore anche in cucina

Che Leonardo da Vinci sia stato un genio antesignano in molti campi, non solo quello artistico, è universalmente noto. È meno noto, invece, ma acclarato, che fu un precursore anche in cucina. Aveva un’autentica passione per l’ars culinaria (eredita dalla nonna e dalle due madri), per cui inventò ricette originali e ideò utensili avveniristici come il cavatappi, il trita aglio, l’affettatrice e il macinapepe, oltre a un girarrosto meccanico dotato di eliche rotanti. Nell’affresco L’Ultima cena, accanto a ogni commensale appare l’archetipo del tovagliolo, il primo raffigurato in un’opera d’arte. I taccuini leonardeschi ci rivelano poi la maniacale attenzione in virtù della quale preparava i menu quando era gran maestro di feste e banchetti alla corte milanese di Ludovico il Moro. Esperto di botanica, conosceva e sperimentava ricette a base di erbe e spezie (curcuma, aloe, zafferano, fiori di papavero, ginestre e olio di lino).  Potenzialmente era un grande scalco.
Ma ciò che rende Leonardo un precorritore dei tempi, un anticipatore in cucina è soprattutto il fatto che fosse vegetariano. Non era cosa facile né comune ai suoi tempi, dove rinunciava alla carne solo chi non poteva permettersela. Oggi molti scelgono il regime alimentare vegetariano o vegano per motivi di salute o etici, nel XV secolo era raro che ciò accadesse, la coscienza era meno evoluta. Eppure, Leonardo eliminò dalla sua dieta la carne e parzialmente il pesce. Era una scelta sorprendente per le persone comuni, ma coerente con la sua visione della vita. Nel mio romanzo Le infinite ragioni narro un episodio paradigmatico. Dopo avere preso a servizio la cuoca Maturina per la sua dimora di Cloux, egli la istruisce sui suoi gusti e desideri: «Quando le ho detto che non mangio carne né pesce ha sgranato gli occhi e li ha sollevati, come per implorare l’aiuto del cielo. Mi ha chiesto se ero malato. Ho sorriso divertito e Maturina ha abbassato lo sguardo per la vergogna». Il vegetarianismo di L. è testimoniato dal Vasari nelle Vite, dove è riportato un aneddoto significativo. Fin da bambino, il piccolo Nardo provava una profonda compassione per gli animali, tant’è che “passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n’era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà”. Nonostante alcuni studiosi leonardeschi ritengano che Leonardo mangiasse la carne, io sposo la tesi di molti biografi autorevoli, fra cui lo storico tedesco Jean Paul Richter, che fu il primo a decifrare i taccuini di L. e in The Literary works of Leonardo da Vinci del 1883 scrisse: “Siamo indotti a pensare che Leonardo stesso fosse vegetariano dal seguente interessante passo della prima lettera [dall’India, nel 1515] di Andrea Corsali a Giuliano de’ Medici: Alcuni gentili chiamati Guzzarati non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue, né fra essi loro consentono che si noccia ad alcuna cosa animata, come il nostro Leonardo da Vinci”. 
A questo punto è utile porsi due domande. Leonardo maturò la scelta di non mangiare la carne da piccolo o dopo essersi trasferito a Firenze? Perché diventò vegetariano? Intanto, egli era un animalista ante litteram, come abbiamo visto, aveva una predisposizione naturale a considerare sacra ogni forma di vita. Tuttavia è probabile che la sua scelta sia avvenuta nell’adolescenza o in età adulta. Credo che il “salto” fu determinato da un concorso di influenze concomitati. In primis l’eco francescana. Leonardo era un sincero ammiratore di San Francesco, che era vegetariano convinto (proprio per il suo amore verso gli animali) ma possedeva una sensibilità così squisita da non imporre tale scelta ai suoi frati. Penso anche alla frequentazione di altri vegetariani. In prima battuta, l’astronomo e matematico Paolo dal Pozzo Toscanelli, del quale, nel mio libro, Leonardo scrive: «Lo ricordo come un sant’uomo e di lui mi colpì il fatto che avesse scelto di vivere castamente e di rinunciare a nutrirsi di carne e pesce. Fu il suo esempio a corroborare in me la decisione di rispettare ogni forma di vita». È anche probabile che Leonardo abbia voluto uniformarsi alle abitudini dell’amico e collaboratore di bottega Tommaso Masini da Peretola, detto Zoroastro, un tipo bizzarro che si circondava di animali e si rifiutava di mangiarne le carni. Costui accettò di sperimentare la macchina per volare di Leonardo, planando dal monte Ceceri per 1000 m. prima di precipitare al suolo rompendosi una gamba. Infine, penso alle suggestioni culturali filosofiche. Leonardo conosceva le dottrine neo-platoniche di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, professanti la presenza dello spirito di Dio in ogni cosa e creatura vivente, compresi gli animali. Comunque, sono le parole stesse di Leonardo ad accreditare il suo vegetarianismo. In Quaderni di Anatomia II, 14 r, nel Codice Windsor, leggiamo: “Se realmente sei, come ti descrivi, il re degli animali –  direi piuttosto re delle bestie, essendo tu stesso la più grande! – perché non eviti di prenderti i loro figli per soddisfare il tuo palato, per amor del quale ti sei trasformato in una tomba per tutti gli animali? Direi anche di più, se mi fosse concesso di dire tutta la verità. (…)  Dimmi, non produce forse la natura cibi semplici in abbondanza che possano sfamarti? E se non riesci ad accontentarti di tali cibi semplici, non puoi preparare infinite pietanze mescolandoli tra loro, come suggeriscono il Piadena e altri autori nei loro libri per buongustai?”. Ne Le infinite ragioni sono molteplici i momenti in cui Leonardo conferma d’essere un precursore alimentare. A volte, è costretto a difendere le sue posizioni. Come quando, rivolgendosi con garbo al re Francesco I, dice: «…se pensate che non c’è voluttà in una cucina senza carne e pesce, farò in modo di procurarmi un libro veneziano di cui vi farò dono acciò possiate cambiare opinione… il De honesta voluptate dell’umanista Bartolomeo Sacchi, più noto come il Platina. In esso è trattata l’arte di cucinare gli infiniti composti che è possibile ricavare con i semplici, o vero i frutti dell’orto». O come quando il vescovo di Coutances, cappellano della Corona, equipara i vegetariani ai selvaggi, e lui lo zittisce così: «Monsignore, ditemi, erano forse poveri selvaggi Diogene, Pitagora, Epicuro, Teofrasto, Platone, Seneca, Plutarco, Plotino, Ovidio e San Francesco? Nessuno di loro mangiava carne, come certamente sapete»
Leonardo precursore, dunque, e forse profeta quando afferma “che verrà un tempo nel quale l'uccisione di un animale sarà considerata con lo stesso biasimo con cui consideriamo oggi quella di un uomo”. Non è certo che abbia pronunciato questa frase famosa attribuitagli ma è innegabile che amò e rispettò gli animali, risparmiando loro ogni forma di sofferenza.