mercoledì 19 giugno 2013

Stiamo diventando il pianeta delle scimmie

La teoria evoluzionistica di Darwin non cessa di tenere banco. Il comportamento umano conserva inquietanti analogie con quello dei primati e non è fuori luogo pensare che stiamo diventando il pianeta delle scimmie. Pensiamo a Mizaru, Kikazaru e Iwazaru, per fare un esempio. Chi sono? Sono le famose Sanzaru, le “Tre scimmie sagge” della cultura giapponese. La prima non vede, la seconda non sente e la terza non parla. Spesso chiamate in causa come simbolo dell’omertà (non vedono, non sentono e non parlano del male) esprimono per estensione un difetto sempre più diffuso nella società del benessere: l’indifferenza. L’essere umano mostra una propensione pronunciata all’indifferenza verso ciò che accade attorno e in ciò è dimentico di fare parte del tutto. Ci comportiamo come se fra noi e il resto del mondo (il famoso “prossimo” del Vangelo) si fosse creata una frattura insanabile. Non ce ne frega niente degli altri, non ci riguarda. Anzi, ci infastidisce e perciò voltiamo la testa dall’altra parte. 
L’ultimo esempio di come la gente sia diventata indifferente al dolore altrui e persino alla morte, è stato offerto l’altro giorno dai bagnanti di Formia, sul litorale pontino. È accaduto che una donna anziana sia morta dopo un malore capitatogli mentre era in acqua. Il corpo di questa turista straniera è stato disteso sulla spiaggia, a pochi metri dagli ombrelloni, e mentre i sanitari del 118 tentavano invano di rianimarla, i bagnanti continuavano imperterriti a passeggiare, prendere il sole, entrare in acqua, giocare a racchettone e persino scambiarsi effusioni amorose a pochi passi dal cadavere. Il triste fatto mi riporta alla mente episodi analoghi. Nell’agosto 2011, il cadavere di un uomo rimase sotto un ombrellone per tre ore a Ostia, tra l’indifferenza generale della folla. Al massimo, gli astanti buttano un occhio, ma solo per curiosità, fanno qualche commento idiota e poi si rituffano in mare o addentano una fetta d’anguria. 
Che dire? La pietà è defunta e il genere umano non gode certo di buona salute se è vero, come scrisse Cechov nella sua Una storia noiosa, che “l’indifferenza è la paralisi dell’anima, una morte prematura”. Concetto ribadito da Kahlil Gibran, per il quale “l’indifferenza è già metà della morte”. Ormai siamo abituati a comportarci come le tre scimmie sagge. Pensiamo sia il male minore e perciò riusciamo a giustificarci, ad assolverci. In fondo, l’indifferenza ci permette di stare lontani dai guai, di non essere coinvolti, di rimanere spensierati e di sopravvivere, anche se parzialmente defunti. In fondo, ha una forza rassicurante, vitale. Secondo Pavese, è l’indifferenza che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni. Come dargli torto? Più che alle scimmie, assomigliamo alle pietre. Chiunque, nel corso di una giornata qualunque, ha modo di notare che le strade sono affollate di passanti distratti e noncuranti, affetti da un’indifferenza di sasso verso gli altri (soprattutto i reietti). Il genere umano, colpito dalla perdita dei valori morali, soffre dunque di una malattia psicologica contagiosa che lo porta ad alienarsi, a richiudersi in se stesso come un riccio. Siamo affetti dalla sindrome della coscienza pulita. Pulita, certo, ma perché non la usiamo. È come se la nostra coscienza fosse andata in ferie prima di noi, avesse abdicato per manifesta incapacità di adeguarsi allo spirito del tempo, che detta regole ciniche, egoistiche e perverse cui non sappiamo più opporci. In definitiva, conviene adattarsi, arrendersi. 
Qualcuno dirà che l’indifferenza non è poi il peggiore dei mali e che se le tre scimmie giapponesi sono definite “sagge” una ragione ci sarà. Per quanto nella filosofia antica, in particolare fra gli scettici e gli stoici, fosse diffusa l’idea che il saggio dev’essere imperturbabile (atarassia), libero dalle passioni (apatia) e indifferente nelle preferenze (adiaforia), non credo che tapparsi la bocca e gli orecchi e chiudere gli occhi sia la via migliore per la felicità. Personalmente, non condivido nemmeno il pensiero morale di Schopenhauer, che propugna l’indifferenza ascetica come via di fuga. Gli esistenzialisti giustificavano l’indifferenza, la consideravano la risposta più corretta all’inutilità, precarietà e assurdità della vita umana. Potrei continuare e chiamare in causa Heidegger e Sartre, per il quale l’indifferenza altro non sarebbe se non il fallito tentativo di acquisire una precisa configurazione di sé, della propria coscienza attraverso la relazione con l’altro. Ma non voglio diventare noioso. Fa già caldo nonostante siano solo le nove del mattino e capisco che il cervello ha voglia di svago e non di elucubrazioni. Resta il fatto che mi rattrista riconoscere nei miei simili stili di vita degni di un primate. Come soccorritore del 118 mi è capitato tante volte di affrontare situazioni dolorose in cui i cosiddetti “astanti” (ciò le persone presenti sul luogo di un evento sanitario drammatico) hanno dato prova di indifferenza o, peggio ancora, di attenzione morbosa e fastidiosa, che è il contraltare dell’empatia. Ci si butta anche fisicamente su un incidente per vedere il morto, non per interesse nei confronti della vita. Ci si sbraccia per curiosità, non per solidarietà. Salvo defilarsi quando ci si accorge che lo spirito d’iniziativa può comportare un’assunzione di responsabilità. Eppure, grazie al cielo, non tutti gli esseri umani sono indifferenti o vili. Anche quest’anno, come capita ogni estate, qualche giovane coraggioso si tufferà in acqua per salvare qualcuno che sta annegando. E speriamo che continuino ad esistere gli altruisti che intervengono per sventare un furto, bloccare uno stupratore, difendere un debole o semplicemente aiutare chi sta male. 
Auguriamoci che i generosi non spariscano dalla circolazione e che ci siano sempre uomini e donne che si rifiutano di fare come le tre scimmie giapponesi. Altrimenti, prima o poi ci ritroveremo a ripetere le parole che il capitano Taylor pronuncia nel film Planet of the Apes (l’originale del 1968) scrutando lo spazio: “Mi sento solo”. È forse questo il lato peggiore dell’indifferenza, condannarci alla solitudine.

domenica 9 giugno 2013

La "bella estate" dipende solo dal nostro cervello

Come sarà l’estate? È una domanda legittima, velata di apprensione. Ce lo chiediamo prima che la stagione del “calore bruciante” abbia inizio ed è utile ricordare, per quanto la cosa possa sembrare scontata, che l’estate 2013 comincerà il 21 giugno con il solstizio d’estate. Voglio anche ricordare che la parola “solstizio” deriva dal latino “Solis statio”, cioè fermata, arresto del sole. In quella data, infatti, il sole raggiunge il suo punto massimo di declinazione positiva e cade il giorno più lungo dell’anno. Il solstizio è alle porte e dovremmo essere felici. Ci attende una nuova estate e come annotò Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni, “un’estate è sempre eccezionale, sia essa calda o fredda, secca o umida”. 
Sarà eccezionale l’estate 2013? Ma, soprattutto, siamo felici? Per il momento, possiamo fidarci solo delle nostre sensazioni, che non sono granché rassicuranti. Intanto, quest’anno la primavera si è data alla macchia. Possiamo definirla renitente, latitante, non pervenuta. Ogni anno che passa sembra voler rafforzare una tendenza che va aldilà dei luoghi comuni. Non ci sono più le mezze stagioni, ad esempio, e nel mese di luglio si registrano temperature superiori a quelle di agosto. A tale proposito, secondo i meteorologi il picco del caldo dell’estate 2013 sarà nella seconda decade di luglio e avremo ondate di calore meno frequenti e feroci rispetto all’anno scorso. Si vedrà. Poco male, i fattori climatici non costituiscono l’indice più preoccupante. Il dato che spegne il sorriso è che quest’estate quasi la metà degli italiani resterà a casa. La percentuale prevista di chi andrà in vacanza è scesa al 58%. Era il 66% l’anno scorso e sfiorava l’80% tre anni fa. Si tratta, ovviamente, di un effetto collaterale della gravissima crisi che ci attanaglia. Per moltissime persone, abituate a trascorrere un breve periodo di riposo e svago nei mesi estivi, viaggiare o soggiornare al mare, in montagna o altrove, è diventata un’utopia. Mancano i soldi oppure si preferisce risparmiare perché mala tempora currunt. Insomma, ci attende un’estate non eccezionale, in tono minore. In più, la felicità è in fuga. 
Sono appena tornato da una breve pausa vacanziera in quel di Sanremo e ho preso atto che i residenti si lamentano perché i turisti sono scomparsi o spendono poco. In effetti, le spiagge erano vuote. Certo, con la fine della scuola arriveranno le nonne e i bambini. Ma poi? Quanti italiani potranno permettersi di fare due o tre settimane di vacanze spensierate a luglio e agosto? Il vero problema è l’umore. Con buona pace di chi resterà a casa, molti di quelli che andranno in vacanza faticheranno a godersi la loro vacanza, che sarà in qualche molto guastata dalle atmosfere ambientali, dalle preoccupazioni, dal caro prezzi che fa da contraltare al calo dei consumi, dalle manovre (e sorprese) del governo, dal fatto che la quotidianità è diventata aleatoria. Ci sentiamo tutti, vacanzieri e rinunciatari, come i poveri burattini i cui fili sono manovrati da Mangiafuoco. L’incertezza e la paura del domani renderanno inquiete le nostre ferie, la nostra villeggiatura, la nostra meritata vacanza. Ahinoi, “non c’è che una stagione, l’estate” diceva Flaiano. Una volta, forse, quando era la dinamo che ci ricaricava, lo spartiacque oltre il quale la nostra esisteva tornava a fluire e con essa le energie. Adesso, l’estate rischia d’essere un sogno infranto, un altro motivo di stress e rammarico. Già, pare che il rammarico sia la nota dominante dei prodromi freddi e piovosi di questa estate che si mostra pudica per non dire riluttante. Ho sentito molte persone rimpiangere le estati di una volta, tuffarsi con la mente nel mare magnum delle stagioni d’antan, quando non eravamo gusci di noce in balia dei marosi. Il vero rammarico è il bene perduto. 
Ma è mai esistita la “Bella estate?”. Certamente, ne abbiamo conosciute tante e il rammarico diventa rimpianto sotto l’incalzare dei ricordi felici. Fateci caso, c’è una cappa di tristezza in giro, unita a tanto turbamento.  Il clima non aiuta a cacciare via i fantasmi e se anche potremo permetterci di riposare alcuni giorni sotto l’ombrellone in spiaggia o fare qualche bella escursione in montagna, è probabile che i pensieri non ci daranno pace. Una volta, invece, staccavamo la spina e via… Quindi? Credo che la vera estate, la bella estate, sia ancora possibile ma dipende da noi e non dalla recessione. Dobbiamo crearla attivando le nostre risorse mentali, a prescindere dal luogo fisico in cui la passeremo. “È bello svegliarsi e non farsi illusioni” scriveva Pavese. Perché l’estate 2013 sia “passabile” o quanto meno non deprimente occorre uscire dal torpore mentale, cioè svegliarsi. Il che significa non farsi condizionare dai sogni non realizzabili né dominare dai padroni della mente. I primi sono dettati dalla nostra vanità, dall’Ego, dal timore d’essere giudicati in modo negativo se non possiamo tenere il passo. I secondi sono facilmente identificabili e definibili come le cause primarie dei nostri mali. Sono il desiderio, l’incapacità di accontentarsi, l’ambizione sfrenata. Si può passare un’estate piacevole e serena anche a casa, rinunciando alla vacanza sulle Dolomiti o in Sardegna. Basta organizzarsi, predisporsi mentalmente oltre che materialmente. 
La bella estate dipende realmente dal nostro cervello, le cui potenzialità sono immense. La mente può governare il nostro stato d’animo e persino la nostra condizione psicofisica. Può permetterci di passare un’estate indimenticabile, alla faccia della crisi, delle rinunce e delle preoccupazioni. Come? Facendoci riscoprire le piccole gioie e le grandi fonti della serenità, che spesso sono accanto a noi. L’estate che viene può offrire vantaggi e benefici inimmaginabili anche a chi la trascorrerà a casa, brontolando per il caldo. A patto di sfruttare il cervello, che è più ampio del cielo.

domenica 2 giugno 2013

Il gioco d'azzardo dilaga grazie a due potenti alleati

La chiamano ludopatia. È il termine gentile, quasi rassicurante, inventato dall’industria del gioco per edulcorare un fenomeno che sta distruggendo un tessuto sociale già lacerato dalla crisi economica. Indica il gioco d’azzardo patologico, cioè l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o fare scommesse. L’OMS e le altre organizzazioni sanitarie che si occupano del fenomeno preferiscono utilizzare l’acronimo GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) e rimarcano che questa patologia non ha nulla a che vedere con il ludus (il divertimento). I suoi effetti collaterali sono devastanti. Parafrasando Malraux, si può affermare che “il gioco è un suicidio senza morte”. 
Nel nostro Paese il gioco d’azzardo ha assunto volumi e contorni da brivido, tale da generare una folta schiera di morti viventi. Li si vede uscire dai bar e dalle sale gioco con gli occhi bassi e le spalle curve. Non è un semplice disturbo comportamentale ma un male che induce ad azioni ossessive compulsive. Fa concorrenza alla depressione e alla tossicodipendenza, distruggendo centinaia di migliaia di vite umane. Gli italiani sembrano stregati, anzi drogati di gioco e fanno debiti, si rovinano e distruggono la famiglia pur di non rinunciarvi. Nel 2012, abbiamo conquistato il secondo posto nella classifica mondiale e il primo in Europa con un volume d’affari che ha sfiorato i 100 miliardi di euro. Non c’è da vantarsi, anzi! Si tratta di un affare colossale, di fatto l’industria del gioco è per numero di addetti (120.000) la terza impresa italiana dopo Eni e Fiat. Stiamo assistendo impotenti alla sua crescita esponenziale fondata su varie realtà, dal videopoker alle scommesse, dalle slot machines ai Gratta e Vinci, dal Superenalotto ai Casino on line, ecc. I dati sono inquietanti; la spesa annuale pro capite degli italiani per il gioco d’azzardo sfiora i 2.000 euro. Ciò, sebbene i ludopatici siano “solo” 3 milioni (erano 700.000 nel 2007) su una popolazione che sfiora i 61 milioni. Sarebbe un errore pensare che la febbre del gioco colpisca solo gli adulti. In realtà, il boom coinvolge anche gli adolescenti. Nel 2012 ha interessato 1 milione di giovani e si calcola che gli studenti a rischio siano 170.000. Lo scenario è preoccupante e non si capisce bene chi o cosa potrà arginare un fenomeno sempre più rovinoso. Giocano tutti, dal disoccupato alla vecchietta. La febbre è contagiosa e colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili.
Assistiamo a uno psicodramma, anzi alla solita sceneggiata all’italiana all’insegna dell’ipocrisia. Da una parte, ci sono i medici, le associazioni e i media che lanciano l’allarme, dall’altra sghignazzano e ingrassano come porci i soggetti interessati al lucro e quindi a sostenere il degrado. La ludopatia è sostenuta dalla lobby dell’azzardo e dai concessionari-gestori privati ma ha almeno due potenti patrocinatori, due alleati di ferro che non hanno nessuna intenzione di uccidere la gallina dalle uova d’oro. Il primo è lo Stato, il miserabile biscazziere sulla cui coscienza pesa la rovina finanziaria e sanitaria di moltissimi cittadini. Il paradosso vergognoso è che lo Stato italiano rivendica il monopolio della legalità ma incredibilmente legalizza e incentiva le attività criminogene che ne derivano. D’altra parte, non è forse lo Stato a imporre la scritta “il fumo uccide” sui pacchetti di sigarette e intanto fabbrica sigarette? Lo Stato ha interesse a vedere crescere il numero dei ludopatici anche se è costretto a spendere ogni anno una cifra che ormai si avvicina ai 7 miliardi per fare fronte ai costi sociali e sanitari che il GAP comporta per la collettività. Un altro paradosso è che sebbene l’Erario incassi una cifra superiore ai suddetti costi, tale cifra sta diminuendo in modo inversamente proporzionale all’incremento del giro d’affari. Difatti, in percentuale lo Stato sta incassando di meno da giochi e lotterie. Il gettito erariale proveniente dal gioco d’azzardo è sceso dall’8,2% del 2011 al 7,3% del 2012. Era il 29,4% nel 2004. A cosa si deve questa controtendenza erariale? Principalmente al fatto che i giochi introdotti negli ultimi anni hanno una tassazione inferiore ai precedenti, e ciò a vantaggio del pay out per i giocatori e dell’industria del gioco. Ad esempio, lo Stato ricava il 44,7% dai proventi del Superenalotto ma solo lo 0,6% dagli emergenti Poker cash e Casinò on line. Nonostante ciò, lo Stato, il cui comportamento è immorale, punta su una liberalizzazione e diffusione sempre maggiore del gioco d’azzardo per fare fronte ai bisogni di cassa. Presto, con la benedizione dellAgenzia delle Dogane e dei Monopoli, apriranno le sale da poker, un’esigenza primaria per un Paese in grave crisi economica e sociale.  
La ludopatia è un business irrinunciabile soprattutto per il suo secondo alleato, la mafia, che regge le fila dell’industria del gioco e ingrassa non solo in virtù dei suoi proventi, che controlla, ma anche con l’indotto (a cominciare dall’usura, giacché il giocatore non rinuncia a giocare e chiede soldi agli strozzini per continuare a farlo). Le infiltrazioni della delinquenza organizzata sono radicali e quello dei giochi è diventato un settore di punta nel business delle cosche (ne sono coinvolte almeno 49), da cui ricavano oltre 15 miliardi annui. Insomma, mentre la povera gente si rovina, i Casalesi, i Mallardo, i Santapaola, i Condello, i Mancuso e gli Schiavone – tanto per citare i clan più noti – accrescono la loro fortuna. In questo secondo caso è fuori luogo parlare di immoralità. Speculare sui “consumi ricreativi” (che bell’eufemismo!) o vizio che dir si voglia, è un’attività perfettamente coerente con la vocazione di chi opera nel campo della delinquenza. In fondo – ma non mi si fraintenda, non giustifico i mafiosi –  le organizzazioni criminali non fanno altro che approfittare della debolezza dello Stato, della paura dei gestori dei locali adibiti al gioco e soprattutto della stupidità dei giocatori. Personalmente, non avendo mai acquistato in vita mia un Gratta e Vinci, faccio fatica a capire le ragioni dei poveri di spirito che allettati dalla pubblicità invocano la fortuna e dei “poveri e malcapitati” scommettitori che non possono fare a meno di illudersi. Li compatisco, punto a capo. E ripenso a una frase dello scrittore Mario Puzo, autore del famoso Il Padrino: “Scommettere non è così distruttivo come la guerra e non è così noioso come la pornografia. Non è immorale come gli affari o suicida come guardare la televisione. E le percentuali sono migliori di quelle della televisione”. Traspare come una forzata giustificazione delle scommesse e per estensione del gioco d’azzardo in queste parole, che ovviamente non condivido. Piuttosto, se penso al gioco d’azzardo mi viene in mente Dostoevskij, un ludopatico hors catégorie. La sua vita fu rovinata dal gioco e nel libro Il giocatore, forse la sua autobiografia ideale, si lasciò andare a una confessione amara. “C’è una voluttà nell’estremo grado dell’umiliazione e dell’avvilimento”. L’umiliazione e l’avvilimento sono lo sconfortante budello in cui vanno a finire quasi tutti i giocatori ingannati dal miraggio della vincita. A che pro? C’è veramente un senso di voluttà nel rovinarsi la vita? Non so rispondere, non ho alcuna esperienza in materia. Ma so che a corteggiare scioccamente la fortuna si fa solo il gioco dello Stato biscazziere e della mafia.
Mi sento altresì di affermare che se la ludopatia dilaga come un fiume in piena è perché le canaglie la incoraggiano e sostengono. Ci sta che un malavitoso non abbia scrupoli, però non accetto proprio l’idea che lo Stato si comporti canagliescamente.

mercoledì 29 maggio 2013

L'orco cattivo esiste e va punito senza pietà.

L’orco cattivo esiste davvero. Non è solo un personaggio del folclore e delle fiabe, vive in mezzo a noi, il più delle volte mimetizzato. Basta riferirsi alla cronaca nera per rendersi conto che il villaggio globale di cui siamo cittadini è pieno di orchi senza cuore. Non hanno necessariamente l’aspetto dell’ogre di Perrault né la simpatia di Shrek. Sono persone apparentemente comuni ma dal cuore di tenebra. 
Ieri, ad esempio, ho letto una storia raccapricciante accaduta a Messina. Si è scoperto che due bambini, orfani di madre e con un padre tossicodipendente, affidati ai nonni, subivano da loro una violenza sessuale sistematica. Il nonno e la nonna non si limitavano ad abusare dei bambini, un maschio e una femmina di sette e otto anni, ma con la complicità di un conoscente li “offrivano” in cambio di denaro ad altre persone. Secondo quanto è stato accertato dalle indagini, iniziate nel 2009, i piccoli venivano anche fotografati durante i rapporti sessuali. Gli esami medici hanno confermato gli abusi e i tre orchi cattivi sono stati arrestati con l’accusa di pedepornografia e riduzione in schiavitù. 
Di storie orripilanti, l’Italia è piena. Le varianti sono tante ma il comune denominatore è unico: la cattiveria. Ora, come nel caso del “povero negro” Kabobo, l’assassino di strada di cui ho parlato nel precedente post, ci sarà sempre qualcuno che giustificherà gli orchi cattivi. Siamo circondati da psicologi, sociologi, uomini politici in cerca di visibilità e idioti generici che di fronte al male evocano mille attenuanti. Chiamano in causa le circostanze, l’ignoranza, la miseria, il bisogno e quant’altro possa giustificare le azioni disumane. Basta! Non se ne può più del falso buonismo, della solidarietà ottusa, del ricorso ai sotterfugi mentali e sociali che nello stemperare le colpe dei carnefici non fanno altro che accrescere la pena delle vittime. Di fronte alla malvagità abbiamo il dovere di riconoscere che l’essere umano è la bestia di gran lunga più “bestiale” mai apparsa sulla faccia della terra. Ma siamo nel XXI secolo non ai tempi dell’uomo di Neanderthal; giustificare comportamenti primitivi, dettati da un istinto brutale, equivale a legittimarli. 
E qui, necessariamente, mi pongo la questione dei “delitti e delle pene” sollevata nel Settecento dall’illuminista Cesare Beccaria, che delineò un teorema generale per determinare l’utilità e congruità della pena che la società deve infliggere a chi commette un reato. Egli invocò la certezza della pena e scrisse, fra l’altro, che la pena dev’essere “pronta e necessaria”. Ecco, cominciamo col dire che la pena dev’essere certa. Come ha lasciato scritto nei suoi taccuini Leonardo da Vinci “chi non punisce il male, comanda che si facci”. Questa certezza è venuta meno nel nostro sistema giudiziario. La lettura del libro di Beccaria, che conosco bene per averci fatto un esame ai tempi dell’università, ci offre molti spunti di riflessione che in qualche modo stemperano l’ira derivante dalla lettura delle notizie più scabrose, quelle che fanno venire il prurito alle mani. Confesso che essendo io un nonno, quando ho saputo ciò che hanno fatto i due miserabili nonni siciliani ho provato un conato di vomito e ho desiderato averli fra le mani. Per farne cosa? Come cristiano dovrei rispondere “per porgere l’altra guancia” ma forse non sono più un buon cristiano, sono diventato un uomo disgustato che la sete di giustizia rende virtualmente capace di impalare quei due miserabili e il loro complice, alla maniera del conte Vlad di Valacchia o crocifiggerli su una strada, come facevano i romani. Fortunatamente, permane un rimasuglio di cristianesimo nel mio animo, per cui resto contrario alla pena di morte. Non è giusto condannare a morte gli orchi e nemmeno congruo. Gli orchi devono rimanere in vita e pagare il fio delle loro nefandezze. È troppo comodo morire!
Ecco dovè il vero problema. La nostra società è scandalosamente indulgente coi cattivi e lo è maggiormente quando commettono delitti clamorosi, che eccitano la morbosità dei mass media e della gente. Quale pena verrà inflitta al malvagio e laido terzetto di Messina? Saranno condannati a passare qualche anno in una cella, a carico dei contribuenti? In questo caso, godranno di vitto e alloggio gratuiti, per tacere di altri benefici e vantaggi. Magari qualcuno scriverà un libro a loro nome e guadagneranno dei quattrini per avere rovinato la vita di due bimbi innocenti. Così vanno le cose nel nostro Paese che ha rinnegato il Diritto, in cui la Legge si accanisce sui giusti e strizza l’occhio ai reprobi. Non può andare sempre così, non deve. Mi auguro quanto meno che una volta in carcere i nonni stupratori siano umiliati, sodomizzati tutti i giorni e pestati a sangue. Chissà che non imparino qualcosa grazie alla legge del karma. Ma è la soluzione migliore? Certo che no. Il contrappasso è una vendetta sterile. Meglio applicare il principio della restituzione. Cosa possono mai restituire i malvagi che tolgono l’innocenza, la dignità e spesso la vita agli altri? Oh, qualcosina la possono restituire, se non altro alla società. Ad esempio, possono passare il resto dei loro giorni lavorando duramente per fare ammenda della loro scelleratezza. Parlo di lavori forzati, sia chiaro. Anche Beccaria riconosceva che “un uomo privo di libertà, divenuto bestia di servigio, ricompensa con le sue fatiche quella società che ha offesa”. Gli esseri umani privi di coscienza morale, che si comportano peggio delle bestie (le quali, è utile ricordarlo, non agiscono per malvagità ma solo per soddisfare i loro bisogni primari), meritano di essere sottoposti al lavoro punitivo, di diventare cioè “bestie di servizio”. In Europa il lavoro forzato è stato abolito, mentre è ancora vigente in alcune nazioni. È giusto? Personalmente, sarei dell’idea di reintrodurlo. Sarebbe un magnifico deterrente per i delinquenti d’ogni genere e per gli orchi in particolare. Ve li immaginate gli orchi costretti a lavorare dodici ore al giorno in un campo arido, sotto il sole e la pioggia? Presumo che certe pulsioni gli passerebbero. Non invoco i gulag sovietici o i laogai cinesi. Non sono così crudele. Pur tuttavia, se dipendesse da me offrirei una lunga villeggiatura in una cava o in miniera a chi ha agito senza scrupoli né remore morali. Invece? Troppo spesso i malvagi, difesi da avvocati che confermano il detto che chi si assomiglia si piglia, trovano comprensione e finiscono nella strutture protette e nelle comunità anziché nelle fogne dove meriterebbero di marcire. L’orco cattivo è un problema serio e va punito severamente, senza pietà. Non si può avere pietà di chi distrugge fisicamente e spiritualmente la vita altrui, di chi rende schiavo un suo simile, di chi si comporta come un predatore. La debolezza verso il male lo rafforza, così come il perdono non può essere incondizionato, e la pietà verso i malvagi è un’ingiustizia verso i buoni. 
Scusatemi ma io la penso così. Che la pietà non vi sia di vergogna, cantava Fabrizio de André. In effetti, qualcuno dovrebbe vergognarsi di come funziona la macchina della giustizia. Ahinoi, la nostra società è così fragile e malata d’avere trasformato il pietismo nella propria insegna sfilacciata e i palazzi di giustizia in un covo di campioni senza valore.