mercoledì 26 gennaio 2011

A cosa serve un angelo?


Dio non ha bisogno delle sue creature, recita il Corano. Invece mi pare evidente il contrario, altrimenti non si spiegherebbe perché il Creatore abbia dato vita al creato e ai mondi abitati. Suppongo che anche le menti più sottili, per quanto si sforzino di approdare a una spiegazione plausibile, abbiano difficoltà a comprendere il motivo ultimo per cui Dio ha generato gli uomini. Resta un mistero di pertinenza dei teologi e degli studiosi. Ma se riuscissimo a svelarlo ci apparirebbe chiara la ragione per cui esistono gli angeli, o quantomeno l’angelo custode. I motivi per cui Dio ha creato gli angeli si possono infatti riassumere in due finalità ben distinte: rendergli gloria e mediare il rapporto fra Lui e gli uomini. La prima incombenza è quella che si realizza in sfere così elevate da lasciarci indifferenti. Non perché l’attività che l’assemblea degli angeli svolge presso il trono di Dio, piuttosto che la veglia esercitata sull’ordine degli astri o l’amministrazione delle anime nei cieli, non ci riguardi. L’indifferenza non è altro che il sonno dell’anima, il nascondiglio dello spirito addormentato. Se la nostra anima fosse sveglia riconoscerebbe il Cielo come sua patria e si sentirebbe partecipe di tutto ciò che avviene nella sua vera casa. Ma tant’è, noi viviamo quaggiù, imprigionati in un corpo che narcotizza l’anima, un corpo che non ci appartiene e ci è fondamentalmente ostile. Come diceva Sant’Agostino, l’anima e il corpo sono nemici fin dalla creazione dei mondi. È un dato di fatto ma è altrettanto vero che l’anima si ammaestra attraverso la carne. La nostra anima s’incarna per imparare. In questa semplice verità c’è il succo della vita. Espressioni comuni come “la vita è una scuola” o “gli esami non finiscono mai” evidenziano molto bene una realtà così difficile da affrontare che si rende necessario l’aiuto di Dio. E gli angeli, in definitiva, sono gli aiutanti che Dio mette a fianco degli uomini per rendere meno incerto e gravoso il cammino di quella che Dante chiama “angelica farfalla”, cioè l’anima incarnata. Essi hanno il compito di prendersi cura degli uomini. Se la prima funzione - contemplare, adorare e lodare il Padre - assolve la loro sete di trascendenza infinita, la seconda soddisfa la fame di condiscendenza salvifica, giacché gli angeli sono i benefattori che operano su mandato divino. Nel suo saggio su Angeli, Astri e Cieli, Teyssèdre sottolinea che “le molte attività che troviamo svolte dagli angeli sono sempre direttamente volute ed ordinate da Dio ed essi si limitano a obbedire con assoluto rigore ai suoi comandi. Essi sono portavoce, ambasciatori, guerrieri, guide, ispettori, interpreti, messaggeri, ministri, guaritori, vendicatori, guardiani, portinai, psicopompi, scribi, testimoni, informatori, teofori, intercessori, interpreti…”. È un vero e proprio campionario di arti e mestieri quello che coinvolge gli angeli nel loro delicato compito di “cerniera” fra il mondo sensibile e quello spirituale. Si è tentati di credere che essi si riuniscano in corporazioni o sindacati, tante sono le attività che svolgono e le mansioni che ne distinguono l’operato. Ma vediamo di capire meglio a cosa serve un angelo.
Il ruolo degli angeli nell’universo corrisponde alla natura della loro intelligenza, che non è passiva come quella umana (dipendente dalle cose) ma attiva (poiché non è subordinata alla realtà ma la domina) e comunque non può essere omogenea. Il ruolo varia altresì in funzione della dignità angelica e del differente ministero che Dio assegna loro. Gli angeli servono dunque a realizzare il progetto cosmico di Dio e perché ciò avvenga svolgono compiti differenziati. Analizziamo i principali.

Messaggeri o Annunciatori.
È attraverso i suoi messaggeri che Dio stabilisce un rapporto con gli uomini. Nella parte più antica del Vecchio Testamento non si fa distinzione fra messaggeri del bene e del male (Esodo, 12,23 : Giobbe, 1,1-12; 2,1-10 : Salmi, 78,49). La distinzione appare più tardi (Zaccaria, 3,1-2) ed è un angelo che annuncia la nascita miracolosa di Sansone (Giudici, XIII,2-22). Nel Nuovo Testamento riscontriamo più volte questa funzione primaria (Atti degli Apostoli, 7,38 : Galati, 3,20 : Ebrei, 1,7-14: 2,2). Di angeli-messaggeri e annunciatori è gremita anche l’Apocalisse. L’angelo nunzio per eccellenza è Gabriele, cui spettò il lieto compito di annunciare la natività a Maria e la nascita di Giovanni il Battista a Zaccaria. Anche  l’angelo che davanti al sepolcro vuoto comunica che Cristo è risorto è un araldo. In qualche caso il messaggio può essere un vero e proprio avviso di pericolo, come quando un angelo apparve in sogno a Giuseppe e lo avvertì di fuggire per evitare la furia omicida di Erode (Luca, 2,8). In quanto messaggero di Dio (mal’âk ovvero anghelos), l’angelo biblico per eccellenza riporta agli uomini la voce di Dio. Ma il suo compito di ambasciatore non è unilaterale; egli porta a Dio i messaggi degli uomini, le loro richieste, le loro promesse. Un esempio famoso di reversibilità è quello che coinvolge l’Arcangelo Raffaele e Tobia (Libro di Tobia). Anche per l’Islam gli angeli sono innanzitutto messaggeri ma poiché riportano le preghiere degli uomini a Dio e “implorano la sua misericordia sugli uomini” (Corano, XLII,5) hanno un ruolo di intercessori. I veggenti, i mistici e i Santi hanno con gli angeli annunciatori una relazione funzionale. Nella letteratura cabalistica questi angeli sono chiamati Maggidim, che significa appunto “coloro che annunciano”. È noto che San Francesco fu avvertito del dono delle stigmate da un serafino e lo stesso Padre Pio, il cui rapporto con gli angeli è ampiamente documentato, riceveva regolarmente informazioni e notizie da quelli che chiamava “le mie guardie del corpo”. E come dimenticare che i tre pastorelli di Fatima furono per tre volte visitati da un angelo che li avvertì di prepararsi a ricevere la visita della Vergine? A Giovanna d’Arco, quand’era tredicenne, apparve l’Arcangelo Michele che le annunciò la sua missione di salvatrice della patria. Ovviamente gli angeli trasmettono i loro messaggi anche alla gente comune non solo agli eletti. Essi parlano a chiunque sia disponibile ad ascoltarli. Ma poiché non tutti possono vedere un messaggero del Cielo e dialogare con lui, è importante prestare attenzione ai sogni, alle coincidenze, agli incontri apparentemente fortuiti, alle circostanze strane, alle intuizioni brillanti, ai moti del cuore, alle percezioni della coscienza. Sono questi i canali preferenziali degli angeli. Essi parlano ad ognuno di noi, ci portano messaggi di Dio o dei nostri cari defunti, ci “insufflano” nell’animo idee, sensazioni e aneliti che corrispondono a ciò di cui abbiamo bisogno per non “deragliare” lungo la strada ferrata della vita. Sta a noi distinguere i suoni delicati e gentili del Cielo dal frastuono del mondo e prestarvi la debita attenzione.

Guide, Interpreti e Muse.
Nell’Antico Testamento ritroviamo più volte gli angeli impegnati nella mansione di guida per i profeti e interpreti delle visioni (Ezechiele, 40,3-4: Zaccaria, 1,8: Daniele, 8,15-19: 9,21). Esistono poi angeli accompagnatori, incaricati cioè di condurre le anime dei giusti in Paradiso (Luca, 16,22) o dal Purgatorio al Paradiso. Nella Divina Commedia li incontriamo sovente, a cominciare dall’angelo nocchiero, “uccel divo” che traghetta verso la spiaggia del Purgatorio le anime di coloro che sono morti in grazia di Dio. Non solo Dante ma molti artisti ebbero visioni e furono ispirati se non addirittura edotti dagli angeli. È il caso di William Blake, che confessò di aver preso lezioni di pittura da un angelo-musa quand’era bambino. Anche l’essere di luce di cui parla Raymond A. Moody nel suo ormai classico Vita oltre la vita, cioè l’entità associata alle esperienze di pre-morte, si configura come un angelo guida. Potrei citare molti esempi illustri di intervento angelico finalizzato a guidare, mediare o ispirare il cammino degli uomini. Gli angeli ci vengono inviati dal Cielo per indicarci la rotta, per comprendere una verità fino quel momento indecifrabile o suggerire la soluzione di un problema, la tanto attesa via d’uscita. Anche in questo caso l’angelo di Dio sceglie modi, tempi e strumenti inimmaginabili per agire. Il più delle volte, essi sono così discreti e sottili che non ce ne accorgiamo. Eppure, non è difficile percepire l’impronta di questo angelo consigliere; la leggerezza che sentiamo nel cuore quando prendiamo una decisione importante è l’indizio certo del suo tocco.

Guaritori.
L’archetipo dell’angelo guaritore è Raffaele, medico divino il cui nome significa appunto “Dio guarisce”. La sua funzione di guaritore e consolatore degli ammalati è esaltata in un testo apocrifo, dove è indicato come colui “che presiede alle afflizioni e alle ferite dei figli degli uomini” (Enoch, 7,40). Infatti egli guarì il vecchio padre Tobi dalla cecità e Sara dall’ossessione diabolica e da allora viene invocato al capezzale dei malati. Ma cos’è la malattia? Un trattato non basterebbe per rispondere in modo soddisfacente. Limitiamoci a considerare che la malattia ci insegna cosa siamo. La malattia ha sempre un fine recondito, quello di sollevare il nostro spirito attraverso la sofferenza e insegnarci ad apprezzare maggiormente i doni di Dio, a cominciare dalla vita. La malattia è dunque una lezione e quando l’abbiamo imparata è probabile che gli angeli terapeuti intervengano per risanarci. Se il piano di guarigione rispetta il nostro karma allora l’intercessione angelica presso Dio si rivela possibile. Le guarigioni “miracolose” avvengono per intervento degli angeli, che a loro volta chiedono a Dio il permesso di guarire. 

Punitori ed Esecutori.
La figura dell’angelo carnefice è già presente nell’Antico Testamento ma gli angeli del castigo emergono in gran numero soprattutto nell’Apocalisse, dove vengono definiti anche “escatologici”. Ad essi è affidato il compito di vendicare le nazioni (14, 14-20) “versare sulla Terra le sette coppe del furore di Dio” (16,1) e incatenare il dragone e gettarlo nell’abisso per mille anni (20, 1-3). Spesso, quando siamo feriti da una grave ingiustizia o assistiamo inerti a torti che indignano la coscienza, domandiamo a Dio d’inviare i suoi angeli punitori. Ma il Dio dei cristiani non è Zeus, lanciatore di fulmini, e nemmeno il terribile Jahvè degli antichi Ebrei, cui si possono offrire doni votivi e sacrifici umani per annientare il proprio nemico. Gli angeli del castigo vivono nella luce di Dio e non ascoltano le sciocche richieste degli uomini; essi flagellano gli esseri umani e sferzano la Terra solo quando ciò si rende necessario. Purtroppo il loro intervento è sempre più frequente e lascia il segno. Altri angeli, invece, opereranno in qualità di esecutori del giudizio finale (Matteo, 13,39-49: 24,31 - I Tessalonicesi, 4,16 - II Tessalonicesi, 1,7 - I Timoteo, 5,21). 

Soccorritori e Salvatori.
Poiché gli angeli vegliano sugli uomini (Matteo, 22,30) è per loro naturale soccorrere chi è in pericolo e trarlo d’impiccio. Verrebbe voglia di dire che fa parte del corredo genetico degli angeli salvare chi è in difficoltà, se non fosse che Dio dispone il “pronto intervento” angelico con logiche semplici ma non semplicistiche. La salvezza, sia quella fisica che dell’anima, è sempre possibile, anche all’ultimo istante, ma a una condizione imprescindibile: che l’uomo si affidi a Dio. È ciò che avviene nel racconto biblico di Daniele nella fossa dei leoni, che dice al re Nabuccodonosor: “il mio Dio ha mandato il suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni che non m’hanno fatto alcun male” (Daniele, 6,22). Gli angeli soccorritori, parenti stretti dell’angelo custode, possono aiutarci nel momento del pericolo fino a salvarci dalla morte ma solo se la nostra anima non ha completato il corso d’insegnamento della vita. Dio concede il salvataggio solo se non abbiamo ancora assolto i nostri doveri terreni, o meglio se la nostra vita terrena è ancora utile alla Provvidenza divina. Gli angeli del soccorso sono quelli maggiormente indaffarati e spesso vengono confusi con l’angelo custode. La differenza è che l’angelo custode è un protettore personale affidatoci da Dio mentre l’angelo soccorritore è una sorta di jolly che interviene quando la nostra vita è in pregiudizio di modificare altre vite, di interferire come anomalia nel meccanismo del karma universale. Anche il semplice sollievo o il conforto sono forme di soccorso di competenza di questi angeli, alla cui schiera appartiene Lechitiel, l’angelo dell’ordine dei Principati che confortò Gesù sul Monte degli Ulivi (Matteo, 26,53 : Luca, 22,43). E dovevano essere angeli del ristoro quelli che accorsero presso Gesù e lo servirono dopo i 40 giorni di digiuno nel deserto (Matteo, 4,6).

Difensori combattenti.                                                                                             
Questi angeli hanno un compito molto impegnativo: difendere gli uomini dai demoni. Il rappresentante di questa categoria guerriera è l’arcangelo Michele, che guida le milizie divine nello scontro contro il dragone e i suoi angeli caduti (Apocalisse 12,7-9) e incatena il dragone e lo getta nell’abisso per mille anni (Apocalisse 20,1-3). Poiché “l’istinto del cuore umano è inclinato al male fin dall’adolescenza” (Genesi, 8,21) e l’uomo è facile preda del maligno, gli angeli difensori e combattenti aiutano le anime a schermarsi dalle tentazioni diaboliche e contrastano i demoni. Naturalmente la battaglia fra il bene e il male dev’essere combattuta dall’uomo, cui è concesso il libero arbitrio, non dall’angelo difensore o custode. Paradossalmente, gli interventi di questo “corpo speciale” del Cielo si rendono particolarmente necessari con le anime bianche o elette, con gli strumenti di luce e i servi di Dio. Essi sono ambiti dal maligno più di un’anima fragile o indifferente. A Satana non interessano le anime di poco pregio, per altro facili da conquistare e possedere, ma quelle care al Signore. Il caso già citato di Padre Pio ne è un esempio; il santo di Pietralcina era continuamente attaccato dai demoni e difeso da angeli guerrieri. 

Questa classificazione è solo orientativa. Gli angeli hanno molti più uffici di quelli che ho presentato in una schematizzazione frettolosa e di comodo, né possiamo dimenticare che esistono anche angeli occasionali. La Cabala li descrive come esseri creati dalla mente di Dio unicamente per svolgere una minima mansione specifica, che può essere pratica o celebrativa, dopodiché escono di scena. Nel suo De angelis, il teologo gesuita spagnolo Francisco Suarez (1548-1617) suddivise il ministero degli angeli in sei attività: difendere l’uomo dai pericoli materiali e spirituali, indurre l’uomo a scegliere il bene anziché il male, aiutare l’uomo a cacciare i demoni, farsi portavoce delle preghiere rivolte a Dio, pregare per gli uomini e correggerli, fino al punto di punirne gli errori, al fine di favorirne la conversione. Anche questa classificazione, come cento altre, è apprezzabile ma non definitiva. In realtà, attribuire uno specifico ruolo agli angeli è più una necessità della mente umana, un bisogno di ordine e distinzione che lascia indifferenti gli angeli, la cui vera attitudine è proteggere e custodire gli esseri umani.
Il lettore attento avrà notato che nella differenziazione proposta è assente proprio la funzione più popolare e amata, in essa mancano gli angeli custodi. È un’assenza voluta. L’importanza di questo ruolo è tale che ne parlerò nel prossimo blog. 

A conclusione di questo excursus vorrei qui ricordare un bellissimo film di Frank Capra, La vita è meravigliosa. Questa vecchia pellicola girata nel 1946 è ancora oggi capace di commuovere e insegnare verità semplici ma profonde. La storia è nota ma la racconterò brevemente per i più giovani, che probabilmente non hanno mai visto il capolavoro di Capra. Vi si narra la vicenda di George Bailey, la cui vita è stata segnata da continue rinunce pur di servire gli altri. Da bambino egli salva il fratello caduto in uno stagno ghiacciato e a seguito di ciò diventa sordo. Poi rinuncia alla laurea e rimane nella sua cittadina per portare avanti la malandata società fondata dal padre. Di rinuncia in rinuncia George tira avanti. Si sposa, va ad abitare in una vecchia casa umida e mette al mondo tre figli. La sua esistenza è dura, le vicissitudini aumentano e la sfortuna si accanisce contro di lui, che pure è un brav’uomo, fintanto che la disperazione non lo porta alla decisione di suicidarsi proprio la notte di Natale. Ma mentre sta per gettarsi nelle acque gelide del fiume interviene un angelo che per evitargli il gesto insano gli mostra cosa sarebbe successo se lui non fosse mai nato. Ciò che appare a George è un quadro desolato ma illuminante, che coinvolge migliaia di persone la cui esistenza dipende da lui. Cosicché egli comprende che la sua vita, apparentemente misera e fallita, è stata una vita utile e ben spesa. Egli capisce che la vita è meravigliosa. A quel punto rinuncia al suicidio e affronta le sue responsabilità. Improvvisamente ogni cosa cambia e la vita di George si trasforma in un sogno mentre un poetico scampanellio saluta l’ascesa in Cielo dell’angelo, che Dio ha promosso per l’ottimo lavoro svolto.
Perché ho raccontato la trama di questo vecchio film? Perché chiunque può rilevare nell’operato dell’angelo una grande varietà di ruoli. Pur non essendo il suo angelo custode, ma un inviato speciale, l’angelo si prende cura di George e lo protegge, inoltre lo guida e lo ispira attraverso le visioni, lo sostiene in un momento drammatico, lo soccorre nell’ora dello sconforto e lo guarisce dalla depressione, lo trasforma, lo difende dal maligno che in caso di suicidio si vedrebbe servito su un piatto d’oro la sua povera anima e, infine, gli dona un messaggio risolutivo: la vita è meravigliosa.
Ogni volta che rivedo questo film non posso fare a meno di pensare che la vita è veramente meravigliosa. Gli angeli sono accanto a noi per ricordarcelo. (3 continua)

domenica 23 gennaio 2011

Afghanistan. Dopo di noi il diluvio


Tre mesi in Afghanistan. Vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi. Tre mesi trascorsi con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un paese in guerra. Tre mesi per essere creduto un agente segreto o più semplicemente un folle. Tre mesi per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Tre mesi per dipingere un affresco variegato, preciso e incisivo, di una realtà che conosciamo in modo superficiale, attraverso i reportages dei giornalisti embedded. Per tacere di quelli frettolosi o bugiardi. Tre mesi per fondere nel crogiolo della scrittura le tante pietre preziose che l’Afghanistan sa offrire a un osservatore paziente, disincantato e innamorato della vita, che intenda fare dono agli altri dei tesori ricevuti o scoperti fra le pieghe del tempo che si è fermato.
Questi tre mesi all’insegna della vita inimitabile – giugno, luglio e agosto 2010 - sono finalmente diventati un libro. Non un saggio né un romanzo, bensì un mosaico narrativo che prende forma in virtù delle sue tessere vivaci. In esso, sono fissati come sullo smalto i momenti più felici e quelli disperati che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione asciutta e documentata ma non per questo asettica. Al contrario, il mosaico propaga una sorta di virus che contagia il lettore, obbligandolo a una presa di posizione. Una scelta: odiare o amare. L’indifferenza non è plausibile.
In Afghanistan. Dopo di noi il diluvio  ho raccontato la vita e la morte; di entrambe sono stato testimone oculare. Ho cercato di mettere a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma ho anche colto gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato alla guerra per una sorta di atavica maledizione, pur amando la pace. Il mio non è un racconto rassicurante, ma quelli che l’hanno letto giurano che agisce come un plettro che solletica le corde del cuore e le fa vibrare violentemente o dolcemente, suscitando una ridda di sentimenti opposti. Sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’esotismo e del sogno.
Per ora è tutto. 
Un importante editore italiano ha valutato il testo e lo ha ritenuto valido. Il mio nuovo libro potrebbe essere pubblicato e distribuito in libreria quanto prima. Presto aggiornerò questa etichetta con le novità in merito. Inshallah! – come dicono in Afghanistan.

La natura degli angeli

“Chi siete?” domanda agli angeli Rainer Maria Rilke nelle sue Elegie di Duino. È lo stesso poeta tedesco a rispondere: “Opera prima felice, beniamini del creato, cime, crinali di monti all’aurora dell’intera creazione, polline di fioritura divina, articolazioni della luce, varchi, scale, troni, spazi di essenza, scudi di delizie, tumulti di un sentire turbinoso, rapito…”. Sono parole che suscitano un sentimento di riverenza.  Ma cos’è veramente un angelo? Gli esseri umani se lo chiedono dalla notte dei tempi, da quando le creature alate e luminose cominciarono a manifestarsi ai profeti, ai predestinati e alle anime sensibili. Per non fare torto al resto dell’umanità gli angeli presero dimora nell’immaginario collettivo, da cui non sono più usciti. Quasi tutte le culture e le religioni del mondo li contemplano e assegnano loro un ruolo rilevante. Nel vasto pantheon degli assiro-babilonesi, cui va il merito di avere codificato due fra le più importanti schiere angeliche - i cherubini e i serafini - essi vengono chiamati Sukkali, cioè “messaggeri”. Nell’antica Persia, culla dello zoroastrismo, erano invece concepiti come benefiche creature immortali dette Amesha Spenta e si pensava che ogni uomo avesse al proprio fianco la Fravashi, una sorta di doppio trascendente. Anche nella mitologia vedica e buddhista incontriamo spiriti di natura angelica: i Deva e i Chohan. Ma è nelle “religioni del Libro” che la figura dell’angelo acquista uno spessore consistente e un profilo più nitido. L’angelologia è sorta negli ultimi secoli che precedettero l’era cristiana e si è espressa soprattutto nelle opere apocrife giudaiche, da cui hanno tratto spunto gli autori cristiani. Nella Bibbia e nel Corano, gli angeli hanno fatto un nido stabile e il loro battito d’ali è divenuto così caro agli uomini da non potervi più rinunciare. Non è di fondamentale importanza il modo in cui vengono chiamati, lodati o raffigurati, che ovviamente varia, quanto riconoscere il denominatore comune che li distingue da altre figure sovrannaturali: gli angeli sono il trait-d’union fra Cielo e Terra, gli intermediari fra Dio e gli uomini. Cos’è un angelo, dunque?
L’etimologia ci fornisce una prima risposta valida. In ebraico, questa creatura celeste di natura spirituale era chiamata mal’âk, termine che designa il “messaggero” e che fu tradotto in greco con anghelos, da cui il latino angelus. Appare evidente che l’ufficio di messo o ambasciatore celeste è l’elemento denominativo, da cui si evince la caratteristica primaria del referente. Come il nome stesso indica gli angeli sono considerati gli araldi del Cielo, i messaggeri della divina provvidenza. Questa loro funzione peculiare è confermata dalla mitologia e dalla letteratura sacra, in Occidente come in Oriente. A questa definizione possiamo aggiungerne molte altre, che non inficiano il valore della prima ma al contrario rendono ancora più ricco e poliedrico il profilo angelico suggerendo mansioni e ruoli che non risultano secondari rispetto a quello di “portare la voce” di Dio agli uomini. L’espressione ebraica benê ’elohîm, che si traduce con “figli di Dio” o “esseri divini” indica la loro origine. In quanto mediatori fra il Cielo e la Terra gli angeli sono agenti inviati dall’alto per assistere l’umanità. Sono energie metafisiche che agiscono perpendicolarmente rispetto al piano del mondo sensibile. Sono forme eteriche che appartengono  a un ordine superiore sostenuto dall’amore e attraverso le quali vengono trasmessi all’uomo i molteplici aspetti dell’energia divina e l’essenza stessa dell’intelligenza cosmica che ha creato l’universo. Gli angeli sono esseri di luce, o meglio il ricettacolo della luce divina. Attraverso il nostro Sé superiore essi ci inviano informazioni e pensieri d’amore che ci ispirano e ci guidano verso il Verbo. Ma con un limite. Sono maestri e guide che non possono interferire concretamente nella nostra vita, regolata dal libero arbitrio, né agire in nostra vece. Perciò si limitano ad aiutarci nel difficile compito della connessione. Perché la cosa più ardua per un essere umano, ed è qui che gli angeli assicurano la massima collaborazione e impegno, è collegare il proprio Sé superiore con il Cielo. Gli angeli sono gli invisibili uomini radar che assistono gli uomini durante il volo della vita. Sono di stanza in una invisibile torre di controllo da cui ci inviano dati subliminali che ispirano la nostra rotta, sostengono la nostra navigazione, guidano le nostre manovre e persino le nostre acrobazie. In una parola, si prendono cura di noi spiritualmente. Ci addestrano al volo, ben sapendo che abbiamo la stessa presunzione di Icaro e siamo forniti di ali di cartone o tutt’al più di cera. Per questo motivo ci indicano la via della leggerezza o levità, affinché le nostre potenzialità possano realizzarsi, la nostra natura divina possa librarsi ed esprimersi al meglio. La vita è un corto esilio, dicevano i greci. Gli angeli hanno il delicato compito di rendere meno doloroso questo esilio, di “alleggerire” l’incarnazione del nostro spirito nella materia. Ma in sostanza, come sono fatti i messaggeri di Dio? La risposta sarebbe piaciuta ad Einstein: gli angeli sono energia pura e cosciente alla potenza. Ci piace immaginarli come esseri di luce ma la luce altro non è se non un campo elettromagnetico alternato che si muove nello spazio sotto forma di onda. Gli angeli sono onde di luce, cioè spiriti puri e luminescenti, intelligenze superiori radiose, fuochi d’amore inestinguibili che danzano gioiosamente nel cosmo e gravitano intorno agli uomini. La loro essenza è quella di un campo vibrazionale, di una configurazione dinamica che l’occhio umano non è abilitato a cogliere né l’orecchio a percepire in condizioni normali. Tuttavia, accedendo a stati superiori di coscienza oppure in stato di veglia, ma attivando i canali extrasensoriali, è possibile decodificare la frequenza angelica e l’intero spettro elettromagnetico, quindi “vedere” gli angeli e sentirne il canto o il profumo. Nel suo Cielo e Inferno, dettagliato resoconto dei viaggi mistici che fece nel corso di ventisette anni, Swedenborg afferma che “l’uomo non può vedere gli angeli con gli occhi del suo corpo, ma può vederli con gli occhi del suo spirito, in quanto lo spirito partecipa del mondo spirituale mentre il corpo fa parte del mondo naturale”. Cogliere l’invisibile è una prerogativa rara fra gli uomini con “i piedi per terra” ma è relativamente diffusa fra coloro che possiedono i doni carismastici dello spirito e perciò possono vedere gli angeli e relazionarsi con loro. Li percepiscono a occhio nudo, senza sforzo né soluzione di continuità. D’accordo, ma come li vedono? Come sono? Le forme e le sembianze con cui si manifestano gli angeli collimano con la tradizione? L’aspetto degli angeli, come d’altra parte quello dei demoni, è stato descritto e raffigurato fin dall’antichità senza risparmio di fantasia e in molteplici varianti. Ogni cultura ha i suoi angeli e i suoi cantori, il più delle volte ispirati. Limitandoci alla tradizione a noi più vicina notiamo che nell’Antico Testamento le rappresentazioni angeliche rimandano a modelli orientali suggestivi quanto improbabili; gli angeli sono affini alle sfingi, ai grifoni o ad altri animali alati. Nel Nuovo Testamento la visione antropomorfica prevale sul bestiario giudaico. Qui gli angeli compaiono per lo più con sembianze umane e giovanili. Anche nell’età paleocristiana essi mantengono l’aspetto di uomini o in qualche caso di androgini. Inizialmente gli angeli erano privi di ali (aptero) e vesti fluenti. Questi “accessori” apparvero solo nel IV-V secolo per divenire immediatamente un elemento distintivo. In seguito ricevettero in dotazione l’aureola dorata o nimbo, quel coronamento luminoso a forma di disco posto dietro il loro capo che rappresenta la divinità. A queste “letture” classiche se ne affiancano altre non meno popolari: c’è chi dice che gli angeli siano simili a nuvole, cristalli di luce o fiammelle di fuoco. Ancora oggi, dopo secoli di accanite discussioni, i teologi non hanno raggiunto una posizione comune sulla natura degli angeli né sulla loro morfologia. Il secondo concilio di Nicea (787) riconobbe agli angeli una particolare forma corporea, un involucro trasparente e luminoso. Sant’Agostino affermava che non possiamo sapere se gli angeli hanno materialità corporea. Nel dubbio li definì creature di “fuoco e aria”. Va da sé che i messaggeri celesti hanno natura spirituale, verità questa confermata dalle Sacre Scritture. E poiché sono spiriti purissimi, molti sostengono a ragion veduta che non possiedono un corpo materiale ma tutt’al più un corpo sottile. San Tommaso d’Aquino, ad esempio, sosteneva che gli angeli fossero fatti di puro spirito. Altri, come gli umanisti e i protestanti, controbattono che hanno un aspetto fisico che serve loro per manifestarsi agli uomini e scendere sulla Terra. Milton, autore del poema epico il Paradiso perduto, la più grande opera dell’angelologia moderna, era convinto che gli angeli mangiassero, facessero l’amore e potessero addirittura ferirsi in combattimento proprio perché muniti di un corpo. San Gregorio tentò di conciliare le differenti opinioni affermando che “se viene paragonato all’uomo, l’angelo è spirituale, se invece lo si paragona a Dio è corporale”. Credo si possa affermare che gli angeli non possiedono un corpo o un aspetto fisico nel senso tradizionale, visto che non sono fatti di materia grossolana ma di energia che vibra con altissime frequenze e raffinate modalità, ma nello stesso tempo manifestino le loro proprietà intelligibili in forme sensibili, adeguate alle aspettative e agli strumenti di percezione umana. Come ha scritto San Giovanni Damasceno, “quando gli angeli appaiono a quelle anime degne alle quali Dio volle mostrarli, non si rendono visibili come sono in realtà, bensì mutati in un aspetto diverso, conformemente alle capacità di coloro che vedono”. L’epifania angelica (ma è forse più giusto parlare di teofania visto che gli angeli sono emanazioni di Dio e lo rappresentano) soggiace alle leggi divine della visione sovrannaturale, ne consegue che la percezione di un angelo non è poi così difforme da un’apparizione mariana. A un angelo è concesso di manifestarsi in sembianze umane anche se non possiede forma o natura umana. Swedenborg, ha scritto che “essi hanno un viso, occhi, orecchie, petto, braccia, mani e piedi. Si vedono tra loro, capiscono, conversano. In una parola, non manca loro assolutamente nulla di ciò che hanno gli uomini, a parte il fatto che non sono rivestiti di un corpo materiale”. Ma gli angeli di Swedenborg, come denuncia lo studioso del pensiero ebraico e cabalistico Harold Bloom “sono banali quanto i nostri vicini di casa”. Siccome gli angeli sono molti e differenti, alcuni sono forniti di ali altri no. Alcuni hanno una corporatura normale, altri sono imponenti e ieratici. E non sempre scelgono l’opzione antropomorfica. A volte preferiscono manifestarsi sotto forma di sfere di luce candida e abbagliante, difficile da sostenere con lo sguardo umano. O di “fiamma purissima”, come dice il Corano (1, 15). Gli angeli sono liberi di scegliere quando e come manifestarsi agli uomini purché la loro epifania non interferisca con il libero arbitrio umano né condizioni il processo evolutivo dell’anima. Un angelo sceglie i tempi e i modi della sua azione analizzando i bisogni, l’intelligenza, il livello spirituale e la disponibilità della persona cui deve rendersi manifesto. Egli è sempre garbato e opportuno. Non vuole recare disturbo né apprensione ma fornire aiuto e ispirazione. Se è possibile apparirà nelle dimensione spazio-tempo che predilige, quella cui hanno accesso solo i veggenti, i mistici, i sensitivi, ecc. Diversamente potrà apparire in forme materiali, incarnandosi sulla Terra e camminando in mezzo agli uomini fin tanto che non avrà compiuto la sua missione. Più facilmente si manifesterà sotto forma di luce, di intuizione, di emozione intensa, di voce interiore, di sesto senso, di circostanza apparentemente fortuita (la sincronicità di cui parla Jung). Oppure apparirà in sogno, come capitò al grande artista Marc Chagall. Sarei tentato di dire che un angelo conosce l’imbarazzo della scelta se non fosse che l’unica forma di vita capace d’imbarazzo è l’uomo. La natura degli angeli ha sempre appassionato gli studiosi. Nel Medioevo la speculazione filosofica e teologica arrivò al punto di intestardirsi su alcuni aspetti della questione che suscitarono un interesse quasi morboso, come il sesso degli angeli. Ma gli angeli non hanno sesso. Tutt’al più rivelano caratteri (non necessariamente fisici), che li rendono maggiormente simili a un uomo o a una donna. Avvalendoci dei nostri strumenti mentali potremmo equiparare gli angeli agli ermafroditi, ma le creature celesti non possiedono attributi sessuali. Il motivo per cui ne sono privi è chiaro: gli angeli non hanno desiderio di voluttà fisica ma provano solo amore puro e incondizionato per Dio. Inoltre non hanno la necessità di procreare né avvertono le pulsioni erotiche degli esseri umani. Alcuni di loro hanno una natura maschile e altri una natura femminile. Difatti, in Cielo dimorano angeli e ancelle di Dio. I primi hanno caratteri e modi che facilitano la loro comprensione o percezione fisica da parte degli uomini in forme maschili. Se pensiamo all’arcangelo Michele, ad esempio, è scontato immaginarlo come un uomo forte e robusto. Non solo la tradizione, ma tutte le visioni associate a San Michele confermano il suo aspetto virile. Le ancelle di Dio, invece, sono angeli al servizio e adorazione di Dio la cui essenza è più femminea. Sono contraddistinte da grandi ali piumate con gocce d’oro sulle piume, lunghi capelli fino ai piedi, corone di fiori sui capelli e lunghe collane di perle al collo. Indossano vesti morbide e fluenti e sono dotate di grazia infinita. Ciò non significa però che siano angeli-donne mentre gli altri sono angeli-uomini. A distinguere un angelo-ancella di Dio da un angelo-angelo è la natura intima, che li rende agli occhi di Dio tutti egualmente spirituali, gloriosi e necessari, ma diversamente utilizzati e disposti nell’ordine divino. Hanno identica sostanza ma differenti mansioni. Le ancelle di Dio hanno un compito parzialmente diverso da quello degli angeli; sono sussidiarie dell’Onnipotente e operano al suo servizio glorificandolo. Rispetto agli angeli, le ancelle di Dio prestano forse meno attenzioni agli uomini o, più correttamente, ne hanno cura in modo diverso.  Per altro, sono figure complementari. Quando il Padre Eterno creò gli angeli li fece a coppie. A ogni angelo-angelo affiancò per l’eternità un angelo-ancella, sicché ogni angelo, anche se ama illimitatamente Dio e il Creato, ha un legame privilegiato con un suo simile, che gli è compagno, non certamente sul piano sessuale ma in relazione ai disegni divini. Chi trovasse inaudita o scandalosa la rivelazione che anche gli angeli, come le anime, hanno un “gemello” cui sono uniti da un legame imprescindibile, sappia che Swedendorg distingue gli angeli in maschi e femmine, afferma che hanno differenti caratteri sessuali e si uniscono in una sorta di matrimonio mistico celebrato in Cielo, che altro non è se una fusione dell’intelletto e della volontà, del bene e del vero. In Swedenborg, però, manca un riconoscimento fondamentale: non tutte le forme di vita che albergano in Cielo sono di natura angelica. Nella moltitudine bisogna distinguere gli angeli dagli spiriti o anime pure, in attesa di incarnarsi o reincarnarsi. Ho accennato poc’anzi alla creazione degli angeli. Ebbene, quando furono creati? L’Antico Testamento non ci offre una risposta esplicita ma possiamo dedurre con certezza che Dio li generò prima della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, dove Lucifero, il principe degli angeli caduti tentò con successo i nostri progenitori. E possiamo facilmente ipotizzare che la caduta degli angeli ribelli dal Cielo sia avvenuta prima della creazione dell’uomo. Il Libro di Giobbe (38, 2-7) ci conferma che la creazione degli angeli è registrata prima di quella della Terra. Anche i testi giudaici apocrifi sono sulla stessa linea. Apprendiamo così che il Signore “…nel primo giorno creò i cieli che sono in alto, la terra, le acque ed ogni spirito che serviva al suo cospetto, gli angeli faciei, gli angeli della santità, gli angeli dello spirito del fuoco e quelli dello spirito del vento, delle nuvole per la tenebra, la grandine e la neve, gli angeli degli abissi, dei tuoni e dei fulmini, gli angeli degli spiriti del gelo, del forte calore, della stagione delle piogge, della primavera, dell’estate e dell’autunno, e tutti gli spiriti delle sue creature che sono in cielo, in terra e in tutti gli abissi, nella tenebra, nella luce, nell’alba e nella sera…” (Libro dei Giubilei, 2, 1-3) Su questo punto possiamo ritenerci soddisfatti e non dubitare del fatto che gli angeli siano tra le prime manifestazioni temporali di Dio. Essi esistevano già quando la Terra e gli uomini erano solo un’ipotesi nella mente di Dio. La loro natura era definita e perfetta fin dal primo istante. Poiché sono esistiti da sempre, come puntualizzò San Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus autore di quella Summa Theologiae che ancora oggi costituisce un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia addentrarsi nelle questioni teologiche, non è così necessario sapere quando fecero la loro comparsa gli angeli ma perché furono creati. (2 continua)

mercoledì 19 gennaio 2011

Fremiti d'ala

Sotto questa nuova etichetta intendo raccogliere scritti e riflessioni su un tema che mi è caro: gli Angeli. A loro ho dedicato un libro che pubblicai nel 2000, dal titolo “VOCI DEL PARADISO”. A distanza di poco più di dieci anni sento il bisogno di ritornare a parlarne, per quanto consideri conclusa la stagione letteraria in cui firmavo le mie opere con uno pseudonimo. La verità è che non ho mai smesso di avvertire intorno a me i misteriosi fremiti d’ala che fanno vibrare lo spirito e lo elevano, sì che voglio condividere coi miei lettori le gioie che derivano da tale intimità. Amici, la vita è molto più di ciò che appare. Sappiate godere dei doni invisibili ma reali che il Cielo concede agli uomini che fanno del proprio cuore una culla.

L’esistenza degli angeli è un assioma che non può essere suffragato dall’intelletto.     “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce” ammoniva Pascal. Aveva ragione, solo con il cuore possiamo conoscere gli angeli e confidare nel loro aiuto. Non ho mai dubitato che gli angeli esistano, anzi ne sono sempre stato consapevole così come sono consapevole di essere vivo. E se anche domani scoprissi che la mia vita è solo un sogno fatto da qualcun altro, non smetterei di credere agli angeli. È così fin dall’infanzia, anche se confesso di essermi dimenticato di loro per molti anni. Penso capiti a tanta gente. La verità è che fin quando utilizziamo armoniosamente entrambi gli emisferi del nostro cervello vediamo e sentiamo cose che altrimenti non abbiamo modo di percepire. Gli angeli sono una realtà stereofonica. Se usiamo solo l’emisfero di sinistra, dove ha sede la razionalità e si forma il pensiero logico, la vibrazione angelica ci giunge fortemente attutita o non ci giunge affatto. I bambini, gli artisti e i sensitivi impiegano abitualmente l’emisfero di destra e perciò ricorrono al pensiero analogico. Essi hanno i canali energetici aperti e dunque non faticano a cogliere quelle vibrazioni che corrono sul piano sottile dell’esistenza, dove vivono gli angeli. Tutti siamo fortemente condizionati dalla legge di polarità, per cui percepiamo la realtà in modo dualistico, cioè per opposti. La vita si oppone alla morte, il giorno alla notte, il bene al male, e così di seguito. È significativo il fatto che la respirazione, principio fondamentale della vita, sia basata sull’alternanza di due poli contrari: inspirazione ed espirazione. Anche il cuore alterna la dilatazione e la contrazione. Siamo talmente condizionati dal pensiero dualistico che riteniamo inamovibile uno dei cardini più saldi della fede: l’uomo è costituito di corpo e anima. Ma non è esattamente così. L’uomo possiede un corpo fisico o carnale - quello che comunemente chiamiamo corpo - e diversi corpi sottili. Questi corpi, che le varie scuole esoteriche definiscono in modo diverso, ma che per semplicità ridurrò a tre chiamandoli corpo eterico, corpo astrale e corpo causale, sono altrettanto reali del corpo fisico ma molto più sottili. Quindi risultano inaccessibili ai nostri sensi, non visibili né tangibili. Questo avviene perché i nostri sensi non sono programmati per cogliere la realtà quando essa vibra a una frequenza troppo alta. Ne consegue che l’esistenza di questi corpi invisibili resta, per molti, una supposizione infondata. Come l’esistenza degli angeli. Anche gli angeli sono fatti della stessa sostanza dei nostri corpi invisibili, o più precisamente della stessa energia. Essi sono reali come il flusso vitale che regola l’attività del nostro organismo (corpo eterico), reali come le nostre emozioni e i nostri pensieri (corpo astrale o secondo alcuni mentale), reali come il nostro Io (corpo causale o divino). Sono reali come tutte le cose la cui esistenza non è certificabile se non ricorrendo al pensiero analogico e impiegando le facoltà dello spirito.
Nessuno mette in dubbio l’esistenza dell’atomo o delle onde elettromagnetiche, oppure dubita dell’esistenza dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Eppure nessuno ha mai visto un atomo, toccato un’onda radio o elettromagnetica, annusato una riflessione mentale. E allora perché è così difficile credere nell’esistenza degli angeli? Mi associo al personaggio di una commedia di G.B. Shaw, che esclama: “non capisco bene perché gli uomini che credono agli elettroni si considerino meno creduli degli uomini che credono agli angeli”. Già, perché?
Lo ripeto: solo con il cuore, metafora della coscienza cosmica che è in noi, possiamo approdare alla consapevolezza che gli angeli esistono. Ma è indispensabile abbandonare la classica e fallace posizione “vedere per credere” e adottare un atteggiamento aperto, affidandosi al proprio intuito. Non tutto ciò che esiste è visibile. Pur essendo invisibili, gli angeli si rivelano più reali degli atomi e persino più accessibili. Gli indiani affermano da millenni che la realtà è maya, cioè illusione. Sarebbe la nostra mente a crearla, sicché il mondo in cui viviamo si riduce a un miraggio. Il paradosso è che da Einstein in poi la fisica subatomica è arrivata alle stesse conclusioni: la nostra mente influenza e modella la realtà circostante. Nel suo Zibaldone, Giacomo Leopardi annotava: “pare un assurdo, eppure è esattamente vero che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni”. Se anche gli angeli fossero un’illusione, come pensano ancora in molti, essi risulterebbero più reali della materia, caotico impasto di particelle subatomiche la cui vibrazione viene captata dalle antenne della nostra mente su una determinata lunghezza d’onda. Una delle tante esistenti, non l’unica.
Va da sé che è più facile credere agli angeli quando si ha avuto modo d’incontrarli. È successo a molte persone nel mondo, più di quante si creda, ed io faccio parte di questa categoria fortunata. Un tempo, quando un bambino faceva i capricci lo si redarguiva amorevolmente dicendogli: “se ti comporti male fai piangere il tuo angelo custode” oppure “ non dare un dispiacere al tuo angelo”. Non so se frasi di questo tipo siano ancora nel repertorio dei genitori e dei nonni ma se così fosse significherebbe che quello dell’angelo custode è un archetipo universale capace di resistere alle mode, al materialismo e all’estinzione della gentilezza nell’animo umano. I miei ricordi dell’infanzia sono nitidi e fervidi. Amavo il mio angelo custode e mi rivolgevo a lui come ci si rivolge a un amico invisibile. Ogni sera, prima di coricarmi recitavo una delle preghiere più belle e semplici della liturgia cristiana… angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen. Devo aver fatto indigestione di questa preghiera perché un giorno smisi di recitarla. Ho anche smesso di parlare con il mio amico invisibile. Preso dalla voglia di crescere e di fare mi sono dimenticato di lui e ho finito per scordare anche le parole della supplica. Inavvertitamente avevo relegato il mio angelo custode in soffitta, come si fa con una cosa vecchia e ormai inutile. O meglio, pensavo di averlo messo da parte ma in realtà lui mi stava sempre vicino e continuava a proteggermi.
L’estate del 1988 fu drammatica per me e per la mia famiglia. Ricordo che passai dalla gioia alla disperazione in poche ore. Avvenne infatti che cinque giorni dopo aver partorito Federica, la nostra terza figlia, mia moglie ebbe un’improvvisa crisi comiziale ed entrò in coma. Venne ricoverata immediatamente nel reparto neurologico dell’ospedale Sant’Anna di Como dove i medici diagnosticarono un tumore al cervello e sconsigliarono l’intervento chirurgico. Il suo caso fu considerato disperato. Non accettai un verdetto così ingiusto e trasferii il mio amore presso l’Ospedale di Bergamo, che allora vantava un eccellente reparto di neurochirurgia. Il primario tenne Chiara in osservazione anziché operarla urgentemente e ciò risultò provvidenziale. Si verificò quella che i medici chiamano “guarigione quantistica” e i credenti definiscono più candidamente “miracolo”. Nell’arco di pochi giorni Chiara uscì dallo stato comatoso e la massa scura riscontrata nel cervello regredì fino a scomparire del tutto. Furono giorni di speranza e di preghiere esaudite. Ma la prova non era finita né la passione consumata del tutto. Mia moglie fece ritorno a casa in evidente stato confusionale. Lo stress psicofisico subito, associato alle pesanti cure a base di psicofarmaci, la costringevano a una vita semivegetativa. In più, le bambine si ammalarono di pertosse. Insorsero problemi collaterali, soprattutto per Federica, che faticava a respirare. Mi procurai una bombola ad ossigeno e vegliai notte e giorno vicino a lei, alle sue sorelle e a mia moglie, intervenendo infinite volte. Sono un uomo forte e resistente ma in quei giorni superai la soglia di sopportazione. Spossato, una notte cedetti al sonno. Non so per quanto tempo dormii ma so che sognai. Improvvisamente mi apparve un angelo. Chi può dire, in realtà, se entrò nel mio sogno o più facilmente nella mia camera da letto? Sta di fatto che mi strattonò fisicamente e mi allertò parlandomi con fermezza. «Alzati!» ordinò «tua figlia ha bisogno di te…ora!». Aprii violentemente gli occhi, come se fossi stato sbalzato giù dal letto. La stanchezza mi annebbiava i pensieri e faticavo a capacitarmi del mio stato; ero sveglio o sognavo? Il dubbio durò pochi istanti e mi assalì un affanno improvviso, un timore panico. Mi alzai e mi precipitai nella stanza accanto, dove c’era la culla con Federica, che dormiva. No, Federica non dormiva. Federica stava... Accesi la luce e mi accorsi che la mia piccolina stava soffocando. Era cianotica. Allora l’afferrai e la rovesciai istintivamente, le infilai il boccaglio della bombola d’ossigeno, agii come l’istinto mi suggeriva ed ebbi la sensazione che una mano esperta guidasse la mia, che era tremante e incerta. Dopo alcuni secondi, che furono interminabili, Federica eruppe in uno strillo violento, un pianto liberatorio. L’avevo salvata. Dio me l’aveva donata per la seconda volta. Mezz’ora dopo la situazione era tornata normale ed io mi abbandonai a una preghiera commossa. Ricordo che dopo molti anni mi ritrovai a ripetere le parole che pensavo di avere dimenticato… angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen. Fu il mio angelo custode ad avvisarmi, fu lui a strapparmi da un sonno pesante che altrimenti si sarebbe trasformato in disperazione. Non ho alcun dubbio in merito: io lo vidi e ne sentii la voce. Ancora oggi ho davanti a me l’immagine nitida del suo volto, la sua veste, le sue ali. Per altro, quella non era la prima volta in cui il mio angelo mi soccorreva. Voglio raccontare almeno un altro episodio, per nulla straordinario, ma proprio per questo paradigmatico. Immagino che molte persone potrebbero narrare storie simili.
Ero giovane e amavo la guida sportiva e la velocità. Un giorno percorrevo l’autostrada che collega la Versilia a Genova su un’auto molto potente. Procedevo ben oltre i 200 km/h quando in prossimità di una galleria avvertii nitida e perentoria una voce interiore che mi diceva: «frena!». Mi intimava di fermarmi, più che chiedermelo. Obbedii. La strada davanti a me era libera ma frenai a fondo come se di fronte a me ci fosse un ostacolo improvviso o un incidente. Invece non c’era nulla. Quando entrai in galleria avevo ormai ridotto la mia velocità al punto quasi di bloccarmi. Così, senza una ragione apparente. Ma una ragione c’era. Una colonna d’auto era ferma in galleria a causa di un tamponamento. Se non avessi frenato per tempo sarei piombato sulla colonna come un missile esplosivo. Non solo la mia vita ma probabilmente anche quella di altre persone sarebbero stata spazzata via in un attimo. La voce che mi aveva avvertito era quella del mio angelo. E chissà quanti altri angeli si erano attivati in quel preciso istante per evitare che la mia incoscienza causasse una tragedia. Credo che episodi come questo siano molto comuni. La casistica relativa al “pronto intervento” angelico è vastissima e non basterebbero gli scaffali della biblioteca di Alessandria per contenerne i registri. Ognuno è libero d’interpretarli come vuole, ma penso che solo uno sciocco possa giustificarli appellandosi al caso. A meno che - fu l’arguta provocazione di Anatole France - non si consideri il “caso” lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. Col tempo mi sono convinto che il Padre Eterno affida il compito di gestire il caso agli angeli, esecutori e firmatari della sua volontà.
“Quaggiù viviamo in compagnia degli angeli” diceva san Tommaso d’Aquino. E che gli angeli siano in mezzo a noi è anche la tesi de Il Cielo sopra Berlino, il capolavoro cinematografico di Wenders. All’occorrenza, gli angeli possono scendere nella nostra dimensione camuffati da uomini, donne, bambini o animali. Nel corso della mia esistenza ho avuto la fortuna d’incontrarne e riconoscerne più di uno. È la verità e non la nascondo, per quanto il professarla potrebbe suscitare in chi mi considera una persona “seria” un po’ d’imbarazzo e forse il dubbio che io sia ammattito. Pazienza. La verità autentica è sempre inverosimile, come sosteneva Stepan Trofimovič. In ogni caso, credo che un uomo onesto abbia il dovere di sostenerla, soprattutto quando è scomoda o vulnerabile. (1 continua)

lunedì 17 gennaio 2011

L'antidoto contro la volgarità esiste

Una donna anziana osserva indignata quattro studentesse sul bus.       Passi che nessuna di loro si sia alzata per cederle il posto – chi lo fa più, ormai? – ma la volgarità non riesce proprio ad accettarla. Il turpiloquio delle ragazze ha superato ogni limite ragionevole. Sono una fabbrica di veleni: parolacce, oscenità e risa sguaiate. La donna le riprende con ferma gentilezza. Le ragazze la fissano incredule, risentite. Una di loro la colpisce con un insulto di inaudita violenza: “Taci p......!”. La donna resta ferita. Nessuno osa intervenire in sua difesa. È così che funziona in un mondo che è diventato aggressivo oltre che scurrile. La volgarità ha preso il sopravvento in ogni campo e la buona educazione è andata a farsi benedire. Siamo circondati da gente volgare e il paradosso è che la volgarità premia. In televisione, prima di tutto, dove bisogna essere volgari per avere successo. Oscar Wilde suggeriva: “se dici qualcosa che non offende nessuno, non hai detto niente”. Capito? In politica, dove le idee contano come il due di picche e per farsi notare bisogna ricoprire l’avversario di ingiurie, azzannarlo con la foga di un pit-bull. Nel cinema e nella cultura, dove si presume che un tocco di volgarità sia indispensabile alla grande arte, come sostengono certi pseudocritici. Nella vita di tutti i giorni, dove gli epiteti e il dito medio puntato verso l’alto hanno sostituito le argomentazioni logiche e pacate. Non si può più discutere educatamente, al massimo si duella a sciabolate di vaffa. E lasciamo perdere la volgarità dei giovani e dei nuovi ricchi. La prima ci rende pessimisti sul futuro del Paese. Per altro, i ragazzi sono come la cera, quel che vi si imprime resta. La seconda giustifica la rabbia di chi vorrebbe mettere a ferro e fuoco questa società priva di stile. La rabbia, sia chiaro, non la cieca follia. Un tempo si diceva “signori si nasce”. Rassegniamoci; quel tempo è tramontato, siamo nell’era di Briatore e Fabrizio Corona. Il cosiddetto progresso ha spazzato via le belle maniere e gli ultimi galantuomini. Siamo riusciti a  industrializzare la produzione di scorie radioattive verbali e comportamentali. Ma perché siamo diventati così volgari e villani? Cosa ha determinato l’imbarbarimento dei costumi, la discesa negli inferi del pensiero triviale e dell’azione incivile? È difficile rispondere in poche righe ma azzardo un’ipotesi: abbiamo dissipato un patrimonio millenario di sane convenzioni linguistiche, stilistiche e di comportamento a causa di scelte sbagliate, alienanti. Abbiamo abbandonato la retta via che i “vecchi” ci indicavano con benevolenza per smarrirci nella selva oscura del falso progressismo morale dettato dai cattivi maestri. Gli uomini, persa la bussola, si credono liberi di rifiutare le regole del vivere comune, mentre in realtà si fanno schiavi di nuove regole: quelle di un neoconformismo nichilista. Il perno su cui ha sempre ruotato la società è il rispetto. Ma se questo perno si rompe, la società si incrina. La nostra società è il Titanic che affonda causa l’impatto con l’iceberg di una malacreanza figlia della perdita di riguardo e del senso della vergogna. Che fare, dunque? Starsene con le mani in mano o tentare, come la donna anziana sul bus, di riprendere chi sbaglia? Suggerisco un antidoto che può renderci immuni. Disarmiamo le persone volgari con le buone maniere, che oggi costituiscono il vero anticonformismo, la vera trasgressione. Ma non rinunciamo a fissarle con uno sguardo degno di Oloforne. Bruciamole vive col fuoco del nostro biasimo muto ma penetrante. Facciamole sentire vuote, stupide, inferiori. Evitiamo lo scontro, però. Perderemmo. La parola è un boomerang, il silenzio una saetta. Opponiamoci alla volgarità con la gentilezza d’animo delle persone cortesi. 

Editoriale pubblicato il 17 gennaio 2010 su:
 

mercoledì 12 gennaio 2011

Primo divertissement: La diciassettesima lettera

Divertissement, cioè “divertimento”. Pascal lo intese come “deviazione” e “allontanamento” dal pensare a se stessi e dal concentrarsi sulla propria interiorità. Pertanto lo considerava la peggiore piaga del mondo. Di più, una cosa ignobile e pericolosa. Personalmente lo ritengo una valvola di sfogo, purché sia innocuo e intelligente. Ecco la ragione per cui ho deciso di pubblicare sul mio blog alcuni divertissements di cui sono l’autore impunito. Sono frutti inediti e senza ambizione di una stagione che non conosce solstizi né equinozi. Per quanto non abbia più l’età della “stupidera”, non mi vergogno di avere scritto cose apparentemente senza senso, ma il cui senso, se esiste, è dare una senso ai momenti in cui ci si congeda dall’Io per dare spazio agli altri che vivono dentro di noi. In fondo, come diceva Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila. Il primo divertissement che offro ai miei lettori è una lettera scritta in un ex Ospedale psichiatrico e mai spedita.

La diciassettesima lettera
Sondrio, sei settembre.
Salve, spettacolare Susanna! Scrivesti strofe suadenti, sermoni struggenti, sentenze splendide. Sai… sono sinceramente sbigottito. Senza saperlo stillasti sulla stoffa sudata, scolpisti sullo scoglio scavato, soffiasti superba sul sentiero seminato. Sei sorprendente, sognatrice sibillina. Sì, sono stupefatto, scompigliato, sconquassato. Sei salamanna soave, sauvignon sapido, savoury stupefacente. Sei scoiattolo silvestre? Stabilirò sicuramente se sai squittire. Sei scricciolo, salamandra, sanguisuga? Saprò saggiarti, stai sicura! Sprigiona scariche scintillanti, smagliante sfavillio solare! Se sei sadica soffrirò silenziosamente. Se sei sincera saprai salvarmi. Sono spregiudicato, sciagurato, salace, sguaiato, sboccato, scalcagnato, scapestrato, scalmanato, scombussolato, sconvolto, strafottente, scurrile, spietato, spudorato, suscettibile, sfrenato, sornione. Sufficit! Sono sottosopra. Sogno schermaglie sensuali, soddisfazioni strepitose, sotterfugi suggestivi, sfoghi solleciti. Solo spogliandoti saprò se sei sessualmente sfolgorante. Solo spogliandoci sapremo se siamo simpatetici. Soffia Scirocco, scaraventati Samùn, scatenati Satana! Se saprai stimolarmi sarò Saladino scellerato, sceicco saudita, satiro sibaritico, salmone saporito, scimitarra scintillante, scudiero sapiente, samurai, semidio, superuomo, sahib, satrapo, sepoy, selgiuchide, shogun, skipper, saltimbanco, stantuffo strabiliante. Se saprò scalfirti, sarai sabbia sahariana, seta sofisticata, serpe silente, sancta sanctorum, sovrana spavalda, starlet stravagante, sorbetto sopraffino, solluchero. Sorgi subito, sfinge sublime. Se sarò Sandokan, Sacripante, Sansone, Sardanapalo, Sigfrido, Solimano, sarai Salomè, Sofonisba, Salambò, Sherazade, Semiramide, Shakira? Sii seducente. Sii scandalosa, sfrenatamente, senza spauracchi. Sputami sulla scorza spregevole, sferzami sulla schiena scempia, sbeffeggiami, sbranami, strapazzami, scompigliami, spettinami, scimmiottami, sgomentami, sciupami, sbaciucchiami, soffocami, spremimi, stringimi, sussurrami sottovoce suoni seducenti. Sono sopraffatto, steso, stretto, stricto sensu. Scusami se sono sciocco, senza senno. Sculacciami. Sì, sculacciami sul sederino. Serve. Se serbi sentimenti sinceri, se sai sopportare, soprassedere, sopravvivere… sposiamoci, Susanna. Sì, sposiamoci. Sdraiamoci sul shirwa’n, sul seikur, sulle siepi silvane, sulla salsapariglia svizzera, sui silenzi siderali. Saliamo sullo sconfinato sky-scraper, sulle sommità scoscese, sulle stelle sovrastanti! Scruteremo sultanati sodomitici, scenari scabrosi, simulacri scandalosi. Scaglieremo schegge, saette, strali. Suvvia Susanna, sposiamoci! Saltiamo sul sampan, sul sambuco, sullo sciabecco, sulla scialuppa solitaria. Scivoliamo sulle superfici sinuose. Sprofondiamo silenziosamente. Saremo soli? Senza suocera? Speriamo. Sbarcheremo sulle suggestive sponde sudafricane, sulle spumeggianti spiagge senegalesi. Sverneremo sulle soporifere Seychelles, soggiorneremo sul sacro suolo siculo. Scegli, stupenda Susanna. Sbizzarisciti, sirena seduttrice. Scegli: Shanghai, San Paolo, Singapore, Sydney, Sumatra, Santiago, Samoa… Stimi superiore Saronno? (Sic!) Sebbene sia smisuratamente squallida, Saronno sarà sentimentale se saremo scriteriati. Sarai sorpresa, sabato. Sarai soddisfatta. Scommettiamo? Saluti sinceri.  
Serafino Silvestri.

venerdì 7 gennaio 2011

Torneremo presto a nasconderci nelle catacombe?

La persecuzione dei cristiani nel mondo sta diventando sistematica, irrefrenabile. Il vile attentato terroristico di Alessandria in Egitto è solo l’ultimo atto di un odio religioso che ci è difficile comprendere e che è impossibile giustificare. Si ha come la sensazione che per i cristiani stia maturando il tempo del crepuscolo, così oscuro da paventare il timore che presto dovremo nasconderci nelle catacombe per celebrare le nostre liturgie. La storia è priva di fantasia, prima o poi si ripete. Forse, un dì saremo costretti a festeggiare il Natale e la Pasqua sotto terra, come i protocristiani. Per chi si ostina a credere nella divinità di Gesù e nella sacralità del Vangelo, valori messi in crisi all’interno dello stesso consorzio cristiano, dove gli errori della Chiesa, insieme alla tiepidezza, al relativismo e alla perdita del tradizionale afflato religioso da parte dei fedeli, hanno provocato un’autocombustione le cui fiamme sono più alte di quelle dell’inferno, mala tempora currunt. Sì, corrono tempi che fanno venire i brividi. All’alba del secondo decennio del XXI secolo, la situazione dei cristiani nel mondo si aggrava di ora in ora. Nella Corea del Nord, la dittatura comunista proibisce l’appartenenza ai gruppi cristiani e fa sparire nel nulla i sacerdoti. In Cina, il governo ha istituito una chiesa nazionale patriottica separata da Roma e considera i cattolici fedeli al Papa “agenti di una potenza straniera”. Sacerdoti e vescovi languiscono nelle carceri. In India, da quando non è più consentita la caccia alla tigre va di moda la caccia ai cristiani, che vengono presi di mira, torturati e bruciati vivi dai fondamentalisti religiosi. E che dire dei paesi musulmani? Le pratiche religiose cristiane sono proibite un po’ dappertutto, ma in paesi come il Pakistan la professione di fede cristiana è un crimine, nella fattispecie un reato di blasfemia punibile con la pena di morte. I cristiani sono vessati e sottoposti a discriminazioni più o meno gravi in tutti i paesi islamici, dove i ricatti, le minacce e i linciaggi impuniti sono all’ordine del giorno. Ho sperimentato personalmente cosa significhi essere cristiani in un paese come l’Afghanistan. Ti senti addosso un odio e un disprezzo religioso che ti scarnifica. Ne consegue che sul nostro pianeta il martirio dei cristiani aumenta e continua indisturbato, nell’indifferenza di molti, come se fosse un fatto inevitabile. Perché? Sì, perché noi cristiani siamo indifferenti e pavidi di fronte al declino del cristianesimo e alla persecuzione della Chiesa nel mondo? E perché siamo così remissivi nei confronti di altre religioni che stanno facendo ciò che un tempo facevano i nostri missionari armati di fede e archibugi, cioè convertire con la forza gli infedeli o sterminarli? Perché abbiamo smarrito l’essenza della fede: la spiritualità. In più, ci siamo stancati di un altro aspetto vitale della religiosità: la devozione. Oggi, un buddhista è più spirituale di noi e un musulmano infinitamente più devoto. Abbiamo scalzato Dio dal nostro cuore e al suo posto abbiamo incoronato Mammona. La Chiesa osserva impotente e non sa rinnovarsi. Sebbene ci siano ancora molti caritatevoli uomini di Dio e veri cristiani sulla terra, la maggioranza che si confessa timidamente seguace di Gesù è tiepida, bolsa. Soccombere sotto il martello dei prepotenti è una conseguenza logica. Cristo venne al mondo per dare la vista ai ciechi. Ma noi non vediamo oltre il nostro naso. Noi non riconosciamo più la verità. Perciò, non prendiamo in giro le cassandre che annunciano il crollo della Chiesa e il ritorno al culto clandestino nelle catacombe. Pronosticano il futuro. Temo che un giorno qualcuno ci chiederà di abiurare la nostra fede. Lo faremo pur di sopravvivere al crollo dell’impero d’Occidente e perché sarà politicamente corretto.

Editoriale pubblicato il 7 gennaio 2011 su:

domenica 2 gennaio 2011

Il 2011 sarà come lo faranno gli uomini

Il 2010 ha fatto le valigie e un nuovo anno, araldo di un nuovo decennio, bussa alle porte. “Indovinami, indovino, tu che leggi nel destino: l’anno nuovo come sarà? Bello, brutto o metà e metà?” – recita una poesia di Gianni Rodari. Già, come sarà? È impossibile rispondere. Il futuro appartiene solo a Dio e poi, gioverebbe conoscerlo? Santo è l’avvenir, sosteneva il Carducci. Mao Tse-tung lo prevedeva radioso. Ma erano altri tempi. Oggi, il domani ci fa paura. O, quanto meno, considerato il precario stato di salute del presente, il futuro ci inquieta. In un’intervista rilasciata nel 1930, Einstein confessò: “Non penso mai al futuro. Arriva così presto.” Parole su cui riflettere. Non ci è stato forse insegnato che ogni giorno porta la sua pena? Non dovremmo preoccuparci di quelle che ci attendono al varco. Ciò nonostante, i futurologi si ostinano a disegnare scenari imminenti e immanenti. Cosa possiamo dunque aspettarci dall’anno che viene? Nulla di più, nulla di meno di quanto non sia già in pectore nell’anno che si congeda. Studia il passato se vuoi prevedere il futuro, ammoniva Confucio. Eccolo il nocciolo della questione: nel 2011 raccoglieremo ciò che abbiamo seminato nel 2010 e negli anni precedenti. Non potremo sfuggire alla legge di causa-effetto, nel pubblico come nel privato. La politica, l’economia, la cultura, l’ambiente, lo sport, ecc, produrranno eventi che altro non sono se non i frutti di una semina più o meno consapevole. Probabilmente continueremo a tirare la cinghia in attesa della ripresa economica, vedremo un nuovo atto della goffa commedia umana che i politici nazionali e locali mettono in scena con la spavalderia dei guitti impuniti, assisteremo impotenti a nuove miserie umane, nuovi scandali sociali, nuovi degradi fisici e morali, nuove guerre. Forse ci accorgeremo che sono scomparsi altri ghiacciai e che l’aria è sempre meno respirabile. O forse no. Magari saremo troppo distratti dal gossip mediatico e dagli ultimi, imperdibili gadget tecnologici. Ci faremo coinvolgere dagli eventi annunciati dell’anno, come la celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, o saremo sedotti dagli imprevisti? E se nel 2011 scoprissimo che gli extraterrestri esistono e che l’asse terrestre si sta spostando? Sarebbe più sensazionale scoprire che nel mondo ci sono ancora molte sacche di resistenza al declino del genere umano, composte da persone oneste, buone, intelligenti e ricche di entusiasmo. Non dubito della loro esistenza. Il problema è che stanno soccombendo sotto il peso della disonestà, della cattiveria, della stupidità e del piattume di una maggioranza di esseri umani riconoscibili per il ghigno sardonico o l’encefalogramma piatto. Mi accusano di essere pessimista. In realtà vorrei assomigliare al Candido di Voltaire. Ma ho come la sensazione che il 2011 riserverà al consorzio umano, e in particolare a noi italiani, brutte sorprese. Una cosa è certa: “anche quest’anno sarà come gli uomini lo faranno.” È così che si conclude la poesia di Rodari. Può sembrare una tautologia, una conclusione banale e scontata. Invece no. Il futuro ci appartiene e possiamo modificarlo. Il 2011 non è già scritto, dipende da noi. Ho un ricordo di quand’ero bambino. Il 31 dicembre annunciavo a me stesso: l’anno nuovo sarà migliore di quello vecchio. Di solito, azzeccavo la previsione. Proviamoci. La notte di Capodanno ripetiamo: il 2011 porterà gioia, fiducia e un miglioramento sensibile della mia vita. L’importante è che fin dal primo gennaio si lavori perché ciò avvenga, confidando che siamo i fabbri del nostro destino. Perciò diamo il benvenuto all’anno nuovo con un mix di speranza, determinazione e sana allegria. Sono valori senza imposta di bollo. Nessuno potrà tassarli o rubarceli.

Editoriale pubblicato il 30/12/2010 su:

Caro Gesù Bambino ti scrivo...

Gesù Bambino, ti scrivo per farti una richiesta. Tranquillo, non voglio azzeccare i sei numeri del Superenalotto né diventare Capo del Governo. Voglio un dono per la mia città, che amo ma non riconosco più. In verità, Como mi è diventata insopportabile. Sai perché? Perché ha scelto di sopravvivere invece di “vivere col sole in fronte”, come invita a fare una canzone che Bocelli ha riportato in auge. Vivere col sole in fronte; teoricamente è possibile. Così come sarebbe possibile “goder l’aria del monte perché questo incanto non costa niente”. Abbiamo il sole, i monti e un lago incantevole. Siamo stati unti da tuo Padre, che di talenti ce ne ha donati a iosa. Ma che uso ne abbiamo fatto? La risposta è sotto gli occhi di tutti e se le opinioni non fanno statistica, i fatti sì. Da alcuni anni a questa parte la città è immobile, priva di idee, incapace di reagire e pianificare il futuro. È una situazione avvilente oltre che vergognosa. Come se non bastasse, alla vergogna è subentrata l’apatia, la rassegnazione. Perciò, ti chiedo di occuparti di Como. In primis, dal momento che noi comaschi non meritiamo del tutto le continue retrocessioni (economiche, sociali e sportive) che abbiamo maturato in questi ultimi anni, inviaci l’uomo della Provvidenza. Sì, insomma, un nuovo sindaco e una giunta che sappiano fare il loro mestiere e, soprattutto, l’interesse dei cittadini e non quello dei partiti. Al momento non si vedono in giro abili nocchieri in grado di condurci dalle acque melmose in cui ci siamo impantanati verso il mare aperto, tuttavia voglio essere ottimista. Abbiamo toccato il fondo e più in basso di così… Secondariamente, caro Gesù indicaci le soluzioni più rapide ed efficaci per mettere fine allo scandalo infinito della ex Ticosa. O dobbiamo aspettare lo sbarco degli alieni per risolvere la questione? Sistema anche il Lungo Lago, per favore. Possiamo sopportare i ritardi nell’esecuzione delle opere pubbliche ma non la beffa di ritrovarci, un giorno, a dire che stavamo meglio quando stavamo peggio, cioè coi piedi a mollo. Terzo, dai il lavoro ai giovani, che appena possono scappano altrove e la città invecchia. Quarto, memore del fatto che abbiamo dato i natali ad Alessandro Volta, fai che la luce torni a illuminare le menti e i cuori dei comaschi. Che le prime siano appannate è un dato di fatto. Non riusciamo più ad essere creativi né competitivi. Anche i Plinio, seduti nella nicchia del Duomo, scuotono la testa nel vedere i nostri errori. Ma è soprattutto del cuore che devi prenderti cura. Como è diventata cinica e indifferente. Ma come? – esclamerà qualcuno – diamo da mangiare ai senzatetto e lavoro agli extracomunitari! Già, però ci dimentichiamo degli “invisibili” che abitano nelle case fatiscenti della città murata o nella convalle. Chi sono? Per lo più gente anziana e malata. Sono italiani, cittadini comaschi che non hanno alcuna visibilità ma un pudore immenso. Per cui non chiedono aiuto, non si lamentano e tirano a campare con una pensione da fame. In qualità di volontario della Croce Azzurra ne ho soccorsi molti e confesso che mi ha impressionato scoprire che in una città che non è più ricchissima – ma è difficile credere che sia diventata povera – i reietti vivono accanto a noi, in condizioni a volte disumane. Ma forse siamo diventati ciechi. Perciò, buon Gesù, ridai la vista ai nostri occhi per l’anno che viene. Riporta un po’ di luce in una città che brancola nel buio, nonostante il sole, i monti e il lago dai mille bagliori. So che le mie richieste sono esagerate, visti i tempi che corrono. Ma nulla è impossibile a Dio. E poi, non l’hai forse dettata tu la promessa: “chiedete e vi sarà dato?” (Lc 11,5). Grazie a nome dei comaschi che attendono la tua venuta e tengono accesa la speranza.

Editoriale pubblicato il 21/12/2010 su:

E se abolissimo il Natale per scoprire quanto ci manca?

Ammettiamolo, il Santo Natale è un falso storico. Gesù non nacque il 25 dicembre, come si evince dal Vangelo di Luca: i “pastori vegliavano all’aperto e di notte facevano la guardia al loro gregge” (Lc 2,8). Nessun pastore della Galilea sano di mente avrebbe pascolato le pecore in inverno, quando a Betlemme fa freddo e non è raro che nevichi. Ciò nonostante, dall’anno 353 festeggiamo la nascita del Salvatore il 25 dicembre. Perché? Coesistono diverse ipotesi sulle origini di questa data tradizionale. La più attendibile è che la Chiesa dei primi tempi, in lotta contro il paganesimo e in particolare avversa al culto di Mitra, una religione a quel tempo popolare, si rese promotrice di una strategia vincente, consistente nell’appropriarsi delle celebrazioni altrui. In effetti, il 25 dicembre non è una data qualsiasi. Nell’Europa del Nord si celebrava il solstizio d’inverno, in Egitto la nascita di Osiride e a Roma il Dies Natalis Sol Invicti, la nascita del Sole o dio Mitra. La festività del Sole Invitto divenne dunque la festa della natività di Cristo. Con buona pace di Mitra, che fu scippato della sua ricorrenza allo scopo di oscurarlo. A parte il fatto che celebriamo la nascita del Bambin Gesù in una data convenzionale – poco male! – dovremmo riflettere sugli effetti collaterali della metamorfosi del Natale. Da tempo, infatti, quella che era considerata la festa più bella dell’anno, la più attesa da grandi e piccini, è stata snaturata dal consumismo e dalla perdita di “religio” delle masse cristiane. Anche il Natale, come la nostra società opulente e materialista, ha conosciuto un lento ma inesorabile degrado. In cosa lo abbiamo trasformato? In una dissacrante occasione per appagare i sensi e la vanità, per rimarcare la nostra posizione sociale anziché abbassarci al livello degli umili, per sublimare la nostra ipocrisia. Quand’ero bambino, il Natale era soprattutto un momento di gioia interiore e raccoglimento che sfociava nella sana baldoria della festa in famiglia. Ci si sentiva più buoni o, quanto meno, ci si sforzava di esserlo. La gioia era intima e vera, fatta di cose semplici come la scoperta dei regali sotto l’albero e il pranzo. I riti sopravvivono, ma svuotati del loro incanto. Il paradosso è che nel XXI secolo il Natale mette tristezza. Molti ne farebbero a meno e non vedono l’ora che passi. Non solo. Oggi è Natale tutti i giorni. Mi viene in mente una battuta di Bart Simpson che fotografa la nostra visione del giorno in cui festeggiamo la nascita di Nostro Signore. “O, per favore…c’è solo un tipo grasso che ci porta i regali e il suo nome è Babbo Natale!”. Non c’è più nulla che possa emozionarci veramente, figuriamoci il suono delle campane o l’ascolto di Tu scendi dalle stelle, e far risvegliare in noi il tenero orgoglio d’essere cristiani. L’albero di Natale, il presepe napoletano, le luminarie nelle strade e il canto degli zampognari resistono al cambiamento e all’usura ma hanno perso la loro magia. Solamente i bambini, e nemmeno tutti, possono ancora apprezzare la frenesia di un Natale che ci stressa e ci obbliga a mentire. Ci fingiamo felici per loro e per conformismo. Perciò voglio fare una proposta provocatoria: aboliamo il Natale, magari con un decreto legge. Rinunciamo alle sue liturgie mondane stancanti come le dodici fatiche di Ercole. Riappropriamoci del diritto di far nascere Gesù nel nostro cuore anziché nel canestro di vimini. Facciamolo nascere quando vogliamo noi. Anche ogni giorno. Madre Teresa di Calcutta diceva: “È Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano. È Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. È natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri”. Chiaro, no? Comunque, Buon Natale a tutti.

Editoriale pubblicato il 21/12/2010 su:

Calcio Como: la cartina di tornasole della città

Povero Como. Fa male al cuore assistere impotenti all’ennesima farsa che si recita intorno alla squadra di calcio della nostra città, la cui tentata cessione da parte degli attuali proprietari assomiglia sempre più a una sciarada inestricabile. Chi ha ragione? Chi ha torto? E come andrà a finire? Sono un tifoso del Como da quando avevo nove anni. La prima partita cui assistetti fu Como-Legnano. Era il 1965 e vincemmo 3 - 0. La gioia più lontana nel tempo, delle tante che il Como mi ha regalato, è legata al ricordo della trasferta a Piacenza del 26 maggio 1968, quando gli azzurri sconfissero i padroni di casa con una doppietta di Sironi e si garantirono il ritorno in serie B. Lì mi innamorai del Como e iniziai a seguirlo regolarmente sugli spalti del Sinigaglia e in trasferta. Ho tanti ricordi splendidi nei cassetti della memoria, che mitigano le amarezze delle sconfitte brucianti, delle retrocessioni e del recente fallimento. Ancora oggi, palpito e soffro ogni domenica in cui la squadra scende in campo. Le delusioni non hanno spento il mio amore. Forse perché il Calcio Como, come sostengono i ragazzi della curva che hanno ereditato la passione dei mitici Panthers, degli Ultras, della Fossa lariana, è una fede. Minore, certo, giacché esistono cose più importanti del pallone nella vita, ma pur sempre calorosa. Se ci si affeziona alla squadra della propria città quando si è piccoli e allo stadio ci vai col papà o col nonno, come successe a me quarantacinque anni fa, non ci si affranca più da quei colori che col tempo diventano imprescindibili. Perché ogni campionato che passa è come se scandisse la nostra evoluzione. Diventa una tappa referenziale del cammino nella vita. Sicché ricordo il Calcio Como dell’infanzia e quello dell’adolescenza, quando sventolavo un bandierone blu immenso. Poi la squadra degli invincibili che associo al matrimonio e ai figli. E infine, il Como del nuovo millennio. Un Como deludente, che ti fa marcire il fegato, ma che non riesci a rinnegare. Forse perché ti senti l’ultimo dei Mohicani. In verità, di Mohicani ce ne sono ancora nella riserva lariana e sperano che in futuro la società possa trovare presidenti illuminati come ne abbiamo avuto in passato e la squadra ritorni a vivere momenti di gloria. Ciò che fa più rabbia, però, non è lo spettacolo dei tiramolla attuali, incapaci di passare la mano a imprenditori affidabili, quanto l’indifferenza della città verso il Calcio Como. Non c’è giustificazione che tenga; la crisi è una scusa. La verità è che Como e i comaschi non amano la loro squadra. Colpa del provincialismo. In più, l’apatia, la litigiosità, l’indifferenza e l’incapacità cronica di fare le cose giuste sono la cifra della città. Perché mai il Calcio Como dovrebbe costituire un’eccezione alla regola? Non è altro che lo specchio della nostra decadenza, del nostro lassismo, delle nostre paure. È la cartina di tornasole di una condizione umana che mortifica le potenzialità e la storia di cui siamo depositari. È pur vero, lo ripeto, che ci sono cose infinitamente più importanti del calcio. E che le ragioni per non occuparsi di undici ragazzi in mutande che corrono dietro a un pallone sono molteplici e valide. Ma è altrettanto innegabile che il disinteresse dei nostri amministratori e imprenditori, associato al disincanto dei tifosi autoctoni – una razza che a Como è in via d’estinzione – costituisce la prova certa che a Como l’entusiasmo è merce rarissima. È un segno di mediocrità essere privi di entusiasmo, ha scritto Balzac. Aveva ragione: siamo diventati mediocri. A prescindere dai risultati maturati sul campo. In ogni caso, io sono uno di quelli che non smetterà mai di crederci e gridare “Forza Como!”.

Editoriale pubblicato il 10/12/2010 su:

La scorciatoia per il successo

Si è diffusa la notizia che Alberto Arrighi, l’armiere che nel febbraio di quest’anno ha ucciso e decapitato Giacomo Brambilla, ha scritto un libro dal titolo “Liberi in carcere” che sarebbe il frutto della sua riscoperta, avvenuta in prigione, dei valori della fede. Il volume ha subito trovato un editore (Itaca) e il patrocinio del Comune di Como, tant’è che giovedì 9 dicembre sarà presentato presso la Biblioteca Civica. Bene. Cioè male, anzi malissimo, per quanto il nostro beneamato sindaco abbia subito commentato: “Che male c’è?”
Non conosco personalmente Arrighi e non ho motivo di dubitare della sua “riscoperta”. Mi auguro sia sincera e profonda. Non è lui il problema. Il problema è che la gente comune, cosiddetta “normale”, non riesce proprio ad accettare il grave ribaltamento dell’etica di cui è vittima quotidianamente. Mi spiego meglio. Ci sono stati insegnati certi valori morali, fra cui il rispetto delle regole e la probità. Ma facciamo una fatica boia a restare fedeli ai nostri principi in un mondo degeneratosi a tal punto che oggi l’unica cosa certa è il relativismo. Tutto è relativo, ormai, sicché tutto è concesso. Conta solo apparire; essere equivale a non esistere. La parola d’ordine è “visibilità”. Bisogna alzare la voce (e in questo forse, avevano ragione i vecchi quando dicevano che chi grida di più la vacca è sua) e acquisire un minimo di fama, a qualunque prezzo. Perché ciò avvenga basta rendersi protagonisti di scelleratezze di vario genere, purché di forte interesse mediatico. Una volta, era il merito a promuovere gli individui. Oggi è l’opportunismo, il cinismo, la maleducazione e la stupidità che fa spettacolo, la prepotenza, il delitto efferato. I buoni, i giusti, gli onesti, quelli che non gridano mai e chiedono “per favore” sono destinati al silenzio. Sono il nulla. Ma la cosa più grave è che il relativismo confonde le idee a tal punto da travisare la realtà.
“Il successo presenta come onesti anche certi delitti” diceva Seneca. Il signor Arrighi può dunque avere fiducia nel futuro. La fama è uno specchio deformante. Chissà che la sua performance letteraria non gli garantisca uno sconto sulla pena? Ai familiari del Brambilla consiglierei d’ingaggiare qualcuno che scriva per loro un memoriale sulla riscoperta del perdono. In caso contrario rischiano di passare dalla parte del torto.
Ma torniamo alle parole del nostro sindaco. Che male c’è? Signor sindaco, certamente lei è in buona fede però non tiene conto che dare voce e spazio a chi meriterebbe il silenzio vuol dire giustificarne in qualche modo i vissuti. Lo si premia e legittima. Ma succede ovunque nel nostro paese, perché meravigliarsene? Per chi non l’avesse ancora capito, i tempi sono cambiati. Oggi la scorciatoia per il successo e la fama è farla grossa. Il che significa compiere atti tali da garantirci l’esposizione mediatica. A commettere gesti illegali ma poco significativi, invece, si rimane beffati. Fino a prova contraria, chi ruba una mela è processato per direttissima e finisce in gattabuia. Or dunque, poiché in Italia ci sono milioni di persone che sognano di pubblicare un libro, vorrei suggerire loro come fare. Prima di tutto fate una strage. Ma non di polli. Fate fuori gli esponenti più in vista della nostra classe politica. Diventerete eroi. Poi scrivete un libro e andate in televisione da Bruno Vespa e dai suoi epigoni. Successo e popolarità sono garantiti. Non vi va? E allora rassegnatevi. Non preoccupatevi più del fatto che la gente non vi conosca. Preoccupatevi piuttosto del fatto di non conoscere la gente né tanto più voi stessi. In ultima analisi, chiedetevi a cosa siete disposti a rinunciare pur di avere successo e fama in un mondo soffocato dal marciume.

Editoriale pubblicato il 4/12/2010 su:

La Como bella e possibile

Hic manebimus optime. Qui staremo benone – dicevano i latini quando giungevano in un posto che gradivano a tal punto da insediarvisi. Ho ripetuto queste parole arrivando in una località che mi è parsa meravigliosa. Una città bellissima, incastonata fra le sponde di un lago dalle acque terse e una corona di basse montagne verdeggianti. La città era piccola ma così elegante e ospitale che immaginai fosse molto piacevole viverci. In effetti, la gente che incontravo per strada era serena e cordiale. Indaffarata, certo, poiché notoriamente laboriosa, ma non afflitta dalla sindrome dello stress né depressa. Chiesi a un edicolante le ragioni di ciò. “Si guardi attorno e capirà!” rispose col sorriso sulle labbra. Subito notai alcuni dettagli significativi. Ordine, gusto e pulizia, prima di tutto. Compresi che gli abitanti amavano la natura quando visitai i giardini a lago. Erano splendidi, ricolmi di mamme, bambini e anziani. Una signora che passeggiava col suo cagnolino mi informò che erano stati rifatti secondo i criteri dei giardini italiani del Rinascimento, ma il progettista aveva dato loro un tocco esotico. Lo stagno giapponese con le carpe era delizioso. Il vecchio stadio non c’era più e al suo posto sorgeva un acquario di acqua dolce che il mondo intero invidiava. Le vie era adorne di fiori. Il traffico non era congestionato, ma regolato da criteri intelligenti. Da quando era stata creata la metropolitana leggera di superficie ci si spostava da una parte all’altra velocemente. I tram che percorrevano il “ring” della città murata e i vecchi landò che permettevano ai turisti di compiere un viaggio nel tempo facevano pensare a Vienna. La passeggiata a lago era stupenda, arricchita da chioschi, deliziosi pergolati e panchine realizzate da giovani artisti. Nella grande area dismessa di una fabbrica un tempo famosa era sorta la cittadella del futuro, ispirata a una visione umanistica della vita. Lì era stata costruita un’avveniristica torre del vento, simile a quelle dell’antica Persia. In più, era girevole. Insieme all’Acquario costituiva il vanto della città, i cui monumenti erano valorizzati da arditi giochi di suoni e luce. Nella piazza principale, affacciata sul lago turchese, era stata posizionata una fontana che ricordava la Fontana Maggiore di Perugia in versione moderna. Nel porto, erano ormeggiati il grande piroscafo a ruote dell’Ottocento trasformato in ristorante galleggiante, una flotta di comballi turistici e un sommergibile. “Siete ricchi e intraprendenti” dissi a un passante. “Stiamo bene, è vero, e abbiamo un’amministrazione capace e piena di idee che usa il denaro pubblico con intelligenza. Il sindaco e la giunta fanno solo l’interesse dei cittadini e non perdono tempo in questioni futili e sterili litigi.” Capii che la città era unta dal Signore, che le aveva concesso quanto meno la bellezza e la virtù. I suoi cittadini avevano messo a frutto i talenti e perciò prosperavano. Potevano vantarsi di avere raggiunto il vertice nella classifica delle città italiane più vivibili. Poveri, tossici e delinquenti erano scomparsi. Chiunque veniva accolto e aiutato, purché avesse voglia di lavorare e rigare dritto. Ci si voleva bene.
D’un tratto, mi capacitai di non sapere il nome di questa città modello e lo domandai. “Si chiama Como” rispose un vigile urbano. “Impossibile!” – ribattei incredulo. “Dove mi trovo esattamente?”. “Nell’universo parallelo, in una dimensione spazio-tempo diversa da quella in cui vivi.” Esiste dunque un’altra Como, da qualche altra parte nello spazio e nel tempo? Solo Einstein potrebbe rispondere Ma se per caso qualcuno conoscesse le coordinate della Como che non c’è me le dica, per favore. Vorrei trasferirmi.

Editoriale pubblicato il 26/10/2010 su: