domenica 23 gennaio 2011

Afghanistan. Dopo di noi il diluvio


Tre mesi in Afghanistan. Vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi. Tre mesi trascorsi con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un paese in guerra. Tre mesi per essere creduto un agente segreto o più semplicemente un folle. Tre mesi per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Tre mesi per dipingere un affresco variegato, preciso e incisivo, di una realtà che conosciamo in modo superficiale, attraverso i reportages dei giornalisti embedded. Per tacere di quelli frettolosi o bugiardi. Tre mesi per fondere nel crogiolo della scrittura le tante pietre preziose che l’Afghanistan sa offrire a un osservatore paziente, disincantato e innamorato della vita, che intenda fare dono agli altri dei tesori ricevuti o scoperti fra le pieghe del tempo che si è fermato.
Questi tre mesi all’insegna della vita inimitabile – giugno, luglio e agosto 2010 - sono finalmente diventati un libro. Non un saggio né un romanzo, bensì un mosaico narrativo che prende forma in virtù delle sue tessere vivaci. In esso, sono fissati come sullo smalto i momenti più felici e quelli disperati che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione asciutta e documentata ma non per questo asettica. Al contrario, il mosaico propaga una sorta di virus che contagia il lettore, obbligandolo a una presa di posizione. Una scelta: odiare o amare. L’indifferenza non è plausibile.
In Afghanistan. Dopo di noi il diluvio  ho raccontato la vita e la morte; di entrambe sono stato testimone oculare. Ho cercato di mettere a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma ho anche colto gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato alla guerra per una sorta di atavica maledizione, pur amando la pace. Il mio non è un racconto rassicurante, ma quelli che l’hanno letto giurano che agisce come un plettro che solletica le corde del cuore e le fa vibrare violentemente o dolcemente, suscitando una ridda di sentimenti opposti. Sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’esotismo e del sogno.
Per ora è tutto. 
Un importante editore italiano ha valutato il testo e lo ha ritenuto valido. Il mio nuovo libro potrebbe essere pubblicato e distribuito in libreria quanto prima. Presto aggiornerò questa etichetta con le novità in merito. Inshallah! – come dicono in Afghanistan.

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