domenica 2 gennaio 2011

Afghanistan, il costo della pace

L’attacco contro un convoglio logistico avvenuto il 9 ottobre 2010 nel distretto di Gulistan, nella provincia afghana di Farah, in cui sono morti quattro alpini, mi ha fatto pensare a un tenente della brigata di artiglieri di montagna Taurinense che ho conosciuto nella base militare italiana di Herat durante il mio recente soggiorno in Afghanistan. L’ufficiale era stato incaricato d’istruire alcuni civili ospiti a Camp Vianini (fra cui il sottoscritto) sull’uso e gli effetti micidiali dei cosiddetti IED, gli ordigni esplosivi improvvisati che guerriglieri e terroristi utilizzano prevalentemente e dai quali è pressoché impossibile difendersi. Gli domandai se aveva paura di morire a causa di una mina. Mi rispose che in Afghanistan la morte è più vicina a un uomo che i lacci delle sue scarpe. Queste parole mi ricordarono il detto “mettere le scarpe al sole”, comune al tempo della Grande Guerra e reso celebre da Paolo Monelli, con cui gli alpini definiscono la morte. Un’espressione poetica ma comunque triste. Il fatto più triste e a questo punto inaccettabile è che in Afghanistan i nostri ragazzi espongono le scarpe al sole con troppa facilità oltre che ingiustamente. Ne abbiamo già persi trentaquattro, dodici solo quest’anno. A che pro? Facciamo la guerra per poter vivere in pace, ha lasciato scritto Aristotele nell’Etica nicomachea. Frottole! La verità è diversa: inviamo i nostri soldati in un paese dove la morte è vigliacca, come i luridi bastardi che la seminano sullo sterrato, principalmente per difendere interessi geopolitici ed economici che la gente comune non conosce né capirebbe qualora li conoscesse. Oltre tutto, noi italiani brilliamo per coraggio, ingegno e altruismo – lo riconoscono anche gli americani – pur tuttavia contiamo come il due di picche nel “grande gioco” in corso sullo scacchiere afghano. E allora? Stiamo recitando la nostra parte nel rispetto dei doveri che ci spettano in quanto cittadini europei e membri della Nato, nel rispetto della nostra Costituzione, e ciò tranquillizza la coscienza dei mandanti. Ma i doveri giustificano la rinuncia ai diritti, il più importante dei quali è il diritto alla vita? È superfluo chiederlo alle madri, alle mogli e ai figli dei quattro caporalmaggiori caduti nel Gulistan. Nei giorni scorsi, Il ministro della Difesa La Russa ha dichiarato che “chi parla di ritiro immediato fa sciacallaggio ed è proditorio; sarebbe un tradimento delle spirito della nostra missione e dei nostri ragazzi che hanno dato la vita”. Ha ragione o torto marcio? Non è facile dare una risposta asettica, nemmeno per me che ho vissuto tre mesi in Afghanistan. Forse perche è impossibile conciliare le ragioni del cuore con quelle della mente. Ormai appare ovvio a molti che dobbiamo abbandonare lo sfintere afghano – l’inizio del ritiro è annunciato per il 2011 – ma a questo punto è legittimo porsi una domanda. Quante altre madri, fidanzate e mogli dovranno riempirsi gli occhi di lacrime prima che ciò avvenga? Quanti figli resteranno orfani e dovranno consolarsi al pensiero che il loro papà è morto da eroe per compiere una missione di pace? E chissà quale impressione potranno fare su una vedova le parole dell’Ecclesiaste: “C’è un tempo per la guerra e un tempo per la pace”.
Peccato che in Afghanistan, guerra e pace non abbiano l’epicità di cui Tolstoj è cantore sublime. Al contrario, sono le due facce di bronzo di una medaglia levigata da trent’anni all’insegna dell’odio e della sofferenza, per cui non mostra più effigi distintive. Temo che la concordia nazionale resterà un’utopia. Se anche rinunciasse alla guerra, l’Afghanistan non conoscerebbe la pace. Ha un costo troppo alto.

Editoriale pubblicato il 17/10/2010 su:

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