domenica 2 gennaio 2011

Calcio Como: la cartina di tornasole della città

Povero Como. Fa male al cuore assistere impotenti all’ennesima farsa che si recita intorno alla squadra di calcio della nostra città, la cui tentata cessione da parte degli attuali proprietari assomiglia sempre più a una sciarada inestricabile. Chi ha ragione? Chi ha torto? E come andrà a finire? Sono un tifoso del Como da quando avevo nove anni. La prima partita cui assistetti fu Como-Legnano. Era il 1965 e vincemmo 3 - 0. La gioia più lontana nel tempo, delle tante che il Como mi ha regalato, è legata al ricordo della trasferta a Piacenza del 26 maggio 1968, quando gli azzurri sconfissero i padroni di casa con una doppietta di Sironi e si garantirono il ritorno in serie B. Lì mi innamorai del Como e iniziai a seguirlo regolarmente sugli spalti del Sinigaglia e in trasferta. Ho tanti ricordi splendidi nei cassetti della memoria, che mitigano le amarezze delle sconfitte brucianti, delle retrocessioni e del recente fallimento. Ancora oggi, palpito e soffro ogni domenica in cui la squadra scende in campo. Le delusioni non hanno spento il mio amore. Forse perché il Calcio Como, come sostengono i ragazzi della curva che hanno ereditato la passione dei mitici Panthers, degli Ultras, della Fossa lariana, è una fede. Minore, certo, giacché esistono cose più importanti del pallone nella vita, ma pur sempre calorosa. Se ci si affeziona alla squadra della propria città quando si è piccoli e allo stadio ci vai col papà o col nonno, come successe a me quarantacinque anni fa, non ci si affranca più da quei colori che col tempo diventano imprescindibili. Perché ogni campionato che passa è come se scandisse la nostra evoluzione. Diventa una tappa referenziale del cammino nella vita. Sicché ricordo il Calcio Como dell’infanzia e quello dell’adolescenza, quando sventolavo un bandierone blu immenso. Poi la squadra degli invincibili che associo al matrimonio e ai figli. E infine, il Como del nuovo millennio. Un Como deludente, che ti fa marcire il fegato, ma che non riesci a rinnegare. Forse perché ti senti l’ultimo dei Mohicani. In verità, di Mohicani ce ne sono ancora nella riserva lariana e sperano che in futuro la società possa trovare presidenti illuminati come ne abbiamo avuto in passato e la squadra ritorni a vivere momenti di gloria. Ciò che fa più rabbia, però, non è lo spettacolo dei tiramolla attuali, incapaci di passare la mano a imprenditori affidabili, quanto l’indifferenza della città verso il Calcio Como. Non c’è giustificazione che tenga; la crisi è una scusa. La verità è che Como e i comaschi non amano la loro squadra. Colpa del provincialismo. In più, l’apatia, la litigiosità, l’indifferenza e l’incapacità cronica di fare le cose giuste sono la cifra della città. Perché mai il Calcio Como dovrebbe costituire un’eccezione alla regola? Non è altro che lo specchio della nostra decadenza, del nostro lassismo, delle nostre paure. È la cartina di tornasole di una condizione umana che mortifica le potenzialità e la storia di cui siamo depositari. È pur vero, lo ripeto, che ci sono cose infinitamente più importanti del calcio. E che le ragioni per non occuparsi di undici ragazzi in mutande che corrono dietro a un pallone sono molteplici e valide. Ma è altrettanto innegabile che il disinteresse dei nostri amministratori e imprenditori, associato al disincanto dei tifosi autoctoni – una razza che a Como è in via d’estinzione – costituisce la prova certa che a Como l’entusiasmo è merce rarissima. È un segno di mediocrità essere privi di entusiasmo, ha scritto Balzac. Aveva ragione: siamo diventati mediocri. A prescindere dai risultati maturati sul campo. In ogni caso, io sono uno di quelli che non smetterà mai di crederci e gridare “Forza Como!”.

Editoriale pubblicato il 10/12/2010 su:

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