domenica 2 gennaio 2011

E se abolissimo il Natale per scoprire quanto ci manca?

Ammettiamolo, il Santo Natale è un falso storico. Gesù non nacque il 25 dicembre, come si evince dal Vangelo di Luca: i “pastori vegliavano all’aperto e di notte facevano la guardia al loro gregge” (Lc 2,8). Nessun pastore della Galilea sano di mente avrebbe pascolato le pecore in inverno, quando a Betlemme fa freddo e non è raro che nevichi. Ciò nonostante, dall’anno 353 festeggiamo la nascita del Salvatore il 25 dicembre. Perché? Coesistono diverse ipotesi sulle origini di questa data tradizionale. La più attendibile è che la Chiesa dei primi tempi, in lotta contro il paganesimo e in particolare avversa al culto di Mitra, una religione a quel tempo popolare, si rese promotrice di una strategia vincente, consistente nell’appropriarsi delle celebrazioni altrui. In effetti, il 25 dicembre non è una data qualsiasi. Nell’Europa del Nord si celebrava il solstizio d’inverno, in Egitto la nascita di Osiride e a Roma il Dies Natalis Sol Invicti, la nascita del Sole o dio Mitra. La festività del Sole Invitto divenne dunque la festa della natività di Cristo. Con buona pace di Mitra, che fu scippato della sua ricorrenza allo scopo di oscurarlo. A parte il fatto che celebriamo la nascita del Bambin Gesù in una data convenzionale – poco male! – dovremmo riflettere sugli effetti collaterali della metamorfosi del Natale. Da tempo, infatti, quella che era considerata la festa più bella dell’anno, la più attesa da grandi e piccini, è stata snaturata dal consumismo e dalla perdita di “religio” delle masse cristiane. Anche il Natale, come la nostra società opulente e materialista, ha conosciuto un lento ma inesorabile degrado. In cosa lo abbiamo trasformato? In una dissacrante occasione per appagare i sensi e la vanità, per rimarcare la nostra posizione sociale anziché abbassarci al livello degli umili, per sublimare la nostra ipocrisia. Quand’ero bambino, il Natale era soprattutto un momento di gioia interiore e raccoglimento che sfociava nella sana baldoria della festa in famiglia. Ci si sentiva più buoni o, quanto meno, ci si sforzava di esserlo. La gioia era intima e vera, fatta di cose semplici come la scoperta dei regali sotto l’albero e il pranzo. I riti sopravvivono, ma svuotati del loro incanto. Il paradosso è che nel XXI secolo il Natale mette tristezza. Molti ne farebbero a meno e non vedono l’ora che passi. Non solo. Oggi è Natale tutti i giorni. Mi viene in mente una battuta di Bart Simpson che fotografa la nostra visione del giorno in cui festeggiamo la nascita di Nostro Signore. “O, per favore…c’è solo un tipo grasso che ci porta i regali e il suo nome è Babbo Natale!”. Non c’è più nulla che possa emozionarci veramente, figuriamoci il suono delle campane o l’ascolto di Tu scendi dalle stelle, e far risvegliare in noi il tenero orgoglio d’essere cristiani. L’albero di Natale, il presepe napoletano, le luminarie nelle strade e il canto degli zampognari resistono al cambiamento e all’usura ma hanno perso la loro magia. Solamente i bambini, e nemmeno tutti, possono ancora apprezzare la frenesia di un Natale che ci stressa e ci obbliga a mentire. Ci fingiamo felici per loro e per conformismo. Perciò voglio fare una proposta provocatoria: aboliamo il Natale, magari con un decreto legge. Rinunciamo alle sue liturgie mondane stancanti come le dodici fatiche di Ercole. Riappropriamoci del diritto di far nascere Gesù nel nostro cuore anziché nel canestro di vimini. Facciamolo nascere quando vogliamo noi. Anche ogni giorno. Madre Teresa di Calcutta diceva: “È Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano. È Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. È natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri”. Chiaro, no? Comunque, Buon Natale a tutti.

Editoriale pubblicato il 21/12/2010 su:

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