domenica 2 gennaio 2011

Dieci anni in emergenza

"Nessun uomo è un'isola, intera per se stessa; ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera”. Queste parole fanno parte di un famoso testo del poeta inglese John Donne, che si conclude così: “non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te." Anche oggi è suonata la campana. Anzi, il telefono delle urgenze. La Centrale operativa del 118 ci ha appena comunicato un’emergenza sanitaria. È un codice rosso. È stato segnalato un uomo privo di coscienza. Ha accusato un malore improvviso e si sospetta un arresto cardiaco. Non c’è tempo da perdere, la sua vita è appesa a un filo che le parche potrebbero recidere. A meno che… Prendiamo posto in ambulanza, la 522, e corriamo sul luogo dell’evento a sirene spiegate. Siamo in tre a bordo. Sono il capo-equipaggio e ho la responsabilità del servizio. Non tradisco emozioni né paure. Da otto anni sono un volontario della Croce Azzurra di Como. Ho fatto circa 3.000 interventi e ormai so controllare la tensione. E poi, Piter, il mio autista, è un veterano. Ha settant’anni ma è giovane dentro. Guida veloce e sicuro, senza affrontare rischi eccessivi. Rita, il mio secondo barelliere, è brava ed esperta. Sta già preparando il necessario per il soccorso: zaino sanitario, bombola d’ossigeno e aspiratore portatile. Siamo arrivati. Valuto la scena. È sicura. Mi avvicino al paziente, che è supino, e posiziono il defribillatore a lato. Eseguo la valutazione primaria e poiché l’uomo è incosciente inizio le procedure previste dal protocollo. L’uomo necessita della rianimazione cardiopolmonare. Coadiuvato da Rita, inizio le manovre: compressioni e insufflazioni di ossigeno. Non basta. Applico sul torace dell’uomo le piastre del defribillatore e scarico. Nel frattempo è sopraggiunta l’Auto medica. Ubi maior minor cessat, dicevano i latini. Lascio lavorare il medico e l’infermiere del 118. Noi della Croce Azzurra ci mettiamo a loro disposizione. È un gioco di squadra che funziona. Questa volta, il successo ci sorride e appaga. Il cuore del paziente ha ripreso a battere! Lo carichiamo in ambulanza, lo monitoriamo e insieme all’équipe medica voliamo verso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Sant’Anna. Forse, oggi abbiamo salvato una vita. Non è raro che succeda. Prontezza e sangue freddo hanno evitato che un uomo di soli quarant’anni fosse compianto dai suoi cari: moglie e tre figli piccoli. Il medico si complimenta con noi. “È sempre un piacere lavorare coi ragazzi della Croce Azzurra!”. Ragazzi?! Piter, Rita ed io ci guardiamo negli occhi e scoppiamo a ridere. In tre facciamo 180 primavere! Ma forse ha ragione il medico. E se la giovinezza fosse un’acquisizione dell’età matura, come diceva Cocteau? “L’età è importante solo per i cavalli” pontifico. “Hai ragione, infatti noi siamo muli” replica Rita. Come darle torto? La Croce Azzurra di Como è un allevamento di muli. Alcuni giovanissimi, altri meno giovani. Ma tutti accomunati dal comune sentire che John Donne ha saputo descrivere con parole bellissime.
Chi ve lo fa fare? – mi ha chiesto un giorno una signora che avevamo soccorso dopo una caduta in strada. Ricordo di averle risposto: “Il bisogno di aiutare chi soffre”. In realtà, le motivazioni che spingono una persona a frequentare un corso per soccorritori lungo e impegnativo, uno stage faticoso, turni di servizio a volte massacranti sono tante. C’è chi entra in Croce Azzurra e diventa soccorritore perché ha la vocazione del buon samaritano. Chi ha bisogno di liberare adrenalina o vincere la noia. Chi vuole fare un’esperienza formativa forte. Ma tutti, indistintamente, finiscono per sperimentare la sensazione di non essere un’isola. Ognuno è fatto alla sua maniera ma chiunque, quando indossa la tuta arancione con le bande catarifrangenti e sale sull’ambulanza, si trasforma in angelo. Per quelli che salviamo da una situazione critica o ai quali limitiamo i danni siamo addirittura eroi. Eroi dei tempi moderni. In realtà, siamo solo uomini e donne che hanno deciso di fare dono di sé agli altri. Ci si sacrifica gratuitamente, senza onori ma con tanti oneri gravosi.
Il telefono squilla nuovamente. Questa volta è un codice giallo. Una donna accusa dolori addominali. Tocca alla 527 uscire. Un altro equipaggio parte. Un’altra storia sta per essere scritta da Rudi, José e Betty. È così dal 2000, l’anno in cui la Croce Azzurra di Como, nata da una costola della Croce Azzurra di Rovellasca, aprì la sede comasca in via Monti e vinse la gara d’appalto per l’assegnazione del servizio d’emergenza del 118 strappandolo alla Croce Rossa. Da dieci anni, una croce azzurra come le acque del nostro lago veglia senza soluzione di continuità (24h su 24 per 365 giorni all’anno) sulla salute e il sonno dei comaschi. Da dieci anni le ambulanze degli “omini arancioni” si fiondano ovunque serva aiuto e assistono chi è in difficoltà.
Da quando faccio parte di questa famiglia numerosa e altruista, ho visto passare molti volti di cui oggi fatico a ricordare i nomi. Bisogna essere fortemente motivati per resistere all’usura. Eppure, non sono pochi quelli che ancora tengono botta e che nulla può fermare. Non la fatica, il pericolo o le condizioni climatiche estreme. E nemmeno le situazioni che ti fanno perdere la poesia. A volte, si esce in ambulanza per soccorrere gli ubriachi e i tossicodipendenti, sedare le risse o ascoltare le lamentele di persone sane come un pesce. Ma tant’è, ci può stare che la pazienza degli angeli azzurri venga messa alla prova.
Il telefono suona ancora. Fortunatamente è solo un codice verde. Usciamo senza attivare la sirena. Siamo rilassati, questa volta. Dobbiamo soccorrere una donna anziana con una lieve epistassi. Capita anche questo: aiutare una nonnina che vive sola e perde un po’ di sangue dal naso. “Che bravi fiòi che siete!” commenta quando ci vede. Ecco, a volte basta poco per sentirsi gratificati. La mano che dà è al di sopra della mano che riceve. Sempre.

Articolo pubblicato su MAG (magazine de La Provincia) di dicembre 2010

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