domenica 2 gennaio 2011

La Como bella e possibile

Hic manebimus optime. Qui staremo benone – dicevano i latini quando giungevano in un posto che gradivano a tal punto da insediarvisi. Ho ripetuto queste parole arrivando in una località che mi è parsa meravigliosa. Una città bellissima, incastonata fra le sponde di un lago dalle acque terse e una corona di basse montagne verdeggianti. La città era piccola ma così elegante e ospitale che immaginai fosse molto piacevole viverci. In effetti, la gente che incontravo per strada era serena e cordiale. Indaffarata, certo, poiché notoriamente laboriosa, ma non afflitta dalla sindrome dello stress né depressa. Chiesi a un edicolante le ragioni di ciò. “Si guardi attorno e capirà!” rispose col sorriso sulle labbra. Subito notai alcuni dettagli significativi. Ordine, gusto e pulizia, prima di tutto. Compresi che gli abitanti amavano la natura quando visitai i giardini a lago. Erano splendidi, ricolmi di mamme, bambini e anziani. Una signora che passeggiava col suo cagnolino mi informò che erano stati rifatti secondo i criteri dei giardini italiani del Rinascimento, ma il progettista aveva dato loro un tocco esotico. Lo stagno giapponese con le carpe era delizioso. Il vecchio stadio non c’era più e al suo posto sorgeva un acquario di acqua dolce che il mondo intero invidiava. Le vie era adorne di fiori. Il traffico non era congestionato, ma regolato da criteri intelligenti. Da quando era stata creata la metropolitana leggera di superficie ci si spostava da una parte all’altra velocemente. I tram che percorrevano il “ring” della città murata e i vecchi landò che permettevano ai turisti di compiere un viaggio nel tempo facevano pensare a Vienna. La passeggiata a lago era stupenda, arricchita da chioschi, deliziosi pergolati e panchine realizzate da giovani artisti. Nella grande area dismessa di una fabbrica un tempo famosa era sorta la cittadella del futuro, ispirata a una visione umanistica della vita. Lì era stata costruita un’avveniristica torre del vento, simile a quelle dell’antica Persia. In più, era girevole. Insieme all’Acquario costituiva il vanto della città, i cui monumenti erano valorizzati da arditi giochi di suoni e luce. Nella piazza principale, affacciata sul lago turchese, era stata posizionata una fontana che ricordava la Fontana Maggiore di Perugia in versione moderna. Nel porto, erano ormeggiati il grande piroscafo a ruote dell’Ottocento trasformato in ristorante galleggiante, una flotta di comballi turistici e un sommergibile. “Siete ricchi e intraprendenti” dissi a un passante. “Stiamo bene, è vero, e abbiamo un’amministrazione capace e piena di idee che usa il denaro pubblico con intelligenza. Il sindaco e la giunta fanno solo l’interesse dei cittadini e non perdono tempo in questioni futili e sterili litigi.” Capii che la città era unta dal Signore, che le aveva concesso quanto meno la bellezza e la virtù. I suoi cittadini avevano messo a frutto i talenti e perciò prosperavano. Potevano vantarsi di avere raggiunto il vertice nella classifica delle città italiane più vivibili. Poveri, tossici e delinquenti erano scomparsi. Chiunque veniva accolto e aiutato, purché avesse voglia di lavorare e rigare dritto. Ci si voleva bene.
D’un tratto, mi capacitai di non sapere il nome di questa città modello e lo domandai. “Si chiama Como” rispose un vigile urbano. “Impossibile!” – ribattei incredulo. “Dove mi trovo esattamente?”. “Nell’universo parallelo, in una dimensione spazio-tempo diversa da quella in cui vivi.” Esiste dunque un’altra Como, da qualche altra parte nello spazio e nel tempo? Solo Einstein potrebbe rispondere Ma se per caso qualcuno conoscesse le coordinate della Como che non c’è me le dica, per favore. Vorrei trasferirmi.

Editoriale pubblicato il 26/10/2010 su:

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