domenica 2 gennaio 2011

La parabola della miniera

A volte si possono ammirare le stelle anche sul fondo del baratro o di un pozzo. A scrivere queste parole fu, molto tempo fa, un certo Aristotele. La loro attualità è sorprendente. Mi piace pensare che la fede, il coraggio e la forza dei 33 minatori cileni rimasti imprigionati nel fondo di una miniera per 70 giorni abbia permesso loro di ammirare le stelle anche nei momenti di maggiore sconforto. Va da sé che il loro straordinario salvataggio non è solo un avvenimento a lieto confine che riporta un po’ di ottimismo nel consorzio umano, afflitto da troppe notizie funeste oltre che da una crisi economica ed esistenziale perdurante. Il miracolo di San José è qualcosa di più. È una splendida parabola. Come tale dobbiamo leggerla perché contiene un insegnamento prezioso, atto a confortare i cuori scoraggiati.
Molti osservatori sostengono che noi italiani abbiamo smarrito l’entusiasmo e la tenacia che ci distinguevano. Non siamo più i grandi lavoratori di un tempo, gli ingegnosi risolutori in grado di superare gli ostacoli. I nostri padri avevano fame e perciò riuscivano. Veniamo accusati di essere sazi, fiacchi, confusi e depressi. Il benessere ci ha rammollito. Chiusi in un budello, come i minatori cileni ai quali la frana impediva di risalire in superficie, siamo prigionieri delle nostre paure, condizionati dalla nostra stessa inedia. Ma è proprio così? Ognuno di noi può rispondere in base alla propria esperienza di vita e ai parametri di cui dispone. Ma quel che ci fa più rabbia – confessiamolo – è assistere quotidianamente allo squallido teatrino della classe politica, capace solo di litigare per il potere e inabile a infonderci sicurezza. Siamo scoraggiati perché ci sentiamo soli e abbandonati. Eppure, per una serie di buone ragioni che dipendono dall’italico temperamento, per cui sappiamo convertire i difetti in qualità e ce la caviamo sempre in virtù dell’innata capacità di arrangiarci, abbiamo la possibilità di trasformare la grave crisi economica e morale in cui ci dibattiamo in una grande opportunità di crescita. Come? Rinnovandoci e ritrovando la creatività e la grinta appannate. Si dice che il bisogno aguzza l’ingegno. Non basta. Prima occorre riconoscere i nostri sbagli e farne ammenda. Bisogna cambiare rotta e mentalità. Ritornare umili e laboriosi, intraprendenti e positivi. Infine, aboliti i piagnistei, dobbiamo trovare in noi le motivazioni per affrontare la lotta, ritrovare l’attitudine a sopportare la fatica e i sacrifici, l’orgoglio di dimostrare a noi stessi e agli altri che valiamo, che non siamo finiti né inutili. Non diversamente dai minatori cileni, non dobbiamo perdere la fede in Dio né il coraggio. La prima muove le montagne e in qualche caso piega anche le viscere della terra. Il secondo è indispensabile per ammansire la vita, renderla più docile. “Impossibile” è una parola che non esiste nel vocabolario francese, sosteneva con orgoglio Napoleone. Dopo i fatti della miniera di San José fa parte anche del vocabolario spagnolo. E il nostro? A quali parole possiamo appellarci per risorgere? Per quanto molti si dilettino a parlare male degli italiani, sfido chiunque a sostenere che non siamo coriacei, creativi e pieni di risorse. Non viviamo in un paese allo sbando, nonostante tutto, ma in una nazione che deve andare fiera della propria storia, delle proprie radici e della proprie virtù. Quando vogliamo, sappiamo essere magnifici, come Lorenzo de Medici. Anche noi possiamo tirarci fuori dal fondo della miniera in cui siamo momentaneamente bloccati. Basta crederci. Se ci capaciteremo che non c’è impresa che non sia alla nostra portata, torneremo a riveder le stelle, come accadde al sommo poeta.

Editoriale pubblicato il 19/10/2010 su:

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