domenica 2 gennaio 2011

La scorciatoia per il successo

Si è diffusa la notizia che Alberto Arrighi, l’armiere che nel febbraio di quest’anno ha ucciso e decapitato Giacomo Brambilla, ha scritto un libro dal titolo “Liberi in carcere” che sarebbe il frutto della sua riscoperta, avvenuta in prigione, dei valori della fede. Il volume ha subito trovato un editore (Itaca) e il patrocinio del Comune di Como, tant’è che giovedì 9 dicembre sarà presentato presso la Biblioteca Civica. Bene. Cioè male, anzi malissimo, per quanto il nostro beneamato sindaco abbia subito commentato: “Che male c’è?”
Non conosco personalmente Arrighi e non ho motivo di dubitare della sua “riscoperta”. Mi auguro sia sincera e profonda. Non è lui il problema. Il problema è che la gente comune, cosiddetta “normale”, non riesce proprio ad accettare il grave ribaltamento dell’etica di cui è vittima quotidianamente. Mi spiego meglio. Ci sono stati insegnati certi valori morali, fra cui il rispetto delle regole e la probità. Ma facciamo una fatica boia a restare fedeli ai nostri principi in un mondo degeneratosi a tal punto che oggi l’unica cosa certa è il relativismo. Tutto è relativo, ormai, sicché tutto è concesso. Conta solo apparire; essere equivale a non esistere. La parola d’ordine è “visibilità”. Bisogna alzare la voce (e in questo forse, avevano ragione i vecchi quando dicevano che chi grida di più la vacca è sua) e acquisire un minimo di fama, a qualunque prezzo. Perché ciò avvenga basta rendersi protagonisti di scelleratezze di vario genere, purché di forte interesse mediatico. Una volta, era il merito a promuovere gli individui. Oggi è l’opportunismo, il cinismo, la maleducazione e la stupidità che fa spettacolo, la prepotenza, il delitto efferato. I buoni, i giusti, gli onesti, quelli che non gridano mai e chiedono “per favore” sono destinati al silenzio. Sono il nulla. Ma la cosa più grave è che il relativismo confonde le idee a tal punto da travisare la realtà.
“Il successo presenta come onesti anche certi delitti” diceva Seneca. Il signor Arrighi può dunque avere fiducia nel futuro. La fama è uno specchio deformante. Chissà che la sua performance letteraria non gli garantisca uno sconto sulla pena? Ai familiari del Brambilla consiglierei d’ingaggiare qualcuno che scriva per loro un memoriale sulla riscoperta del perdono. In caso contrario rischiano di passare dalla parte del torto.
Ma torniamo alle parole del nostro sindaco. Che male c’è? Signor sindaco, certamente lei è in buona fede però non tiene conto che dare voce e spazio a chi meriterebbe il silenzio vuol dire giustificarne in qualche modo i vissuti. Lo si premia e legittima. Ma succede ovunque nel nostro paese, perché meravigliarsene? Per chi non l’avesse ancora capito, i tempi sono cambiati. Oggi la scorciatoia per il successo e la fama è farla grossa. Il che significa compiere atti tali da garantirci l’esposizione mediatica. A commettere gesti illegali ma poco significativi, invece, si rimane beffati. Fino a prova contraria, chi ruba una mela è processato per direttissima e finisce in gattabuia. Or dunque, poiché in Italia ci sono milioni di persone che sognano di pubblicare un libro, vorrei suggerire loro come fare. Prima di tutto fate una strage. Ma non di polli. Fate fuori gli esponenti più in vista della nostra classe politica. Diventerete eroi. Poi scrivete un libro e andate in televisione da Bruno Vespa e dai suoi epigoni. Successo e popolarità sono garantiti. Non vi va? E allora rassegnatevi. Non preoccupatevi più del fatto che la gente non vi conosca. Preoccupatevi piuttosto del fatto di non conoscere la gente né tanto più voi stessi. In ultima analisi, chiedetevi a cosa siete disposti a rinunciare pur di avere successo e fama in un mondo soffocato dal marciume.

Editoriale pubblicato il 4/12/2010 su:

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