lunedì 17 gennaio 2011

L'antidoto contro la volgarità esiste

Una donna anziana osserva indignata quattro studentesse sul bus.       Passi che nessuna di loro si sia alzata per cederle il posto – chi lo fa più, ormai? – ma la volgarità non riesce proprio ad accettarla. Il turpiloquio delle ragazze ha superato ogni limite ragionevole. Sono una fabbrica di veleni: parolacce, oscenità e risa sguaiate. La donna le riprende con ferma gentilezza. Le ragazze la fissano incredule, risentite. Una di loro la colpisce con un insulto di inaudita violenza: “Taci p......!”. La donna resta ferita. Nessuno osa intervenire in sua difesa. È così che funziona in un mondo che è diventato aggressivo oltre che scurrile. La volgarità ha preso il sopravvento in ogni campo e la buona educazione è andata a farsi benedire. Siamo circondati da gente volgare e il paradosso è che la volgarità premia. In televisione, prima di tutto, dove bisogna essere volgari per avere successo. Oscar Wilde suggeriva: “se dici qualcosa che non offende nessuno, non hai detto niente”. Capito? In politica, dove le idee contano come il due di picche e per farsi notare bisogna ricoprire l’avversario di ingiurie, azzannarlo con la foga di un pit-bull. Nel cinema e nella cultura, dove si presume che un tocco di volgarità sia indispensabile alla grande arte, come sostengono certi pseudocritici. Nella vita di tutti i giorni, dove gli epiteti e il dito medio puntato verso l’alto hanno sostituito le argomentazioni logiche e pacate. Non si può più discutere educatamente, al massimo si duella a sciabolate di vaffa. E lasciamo perdere la volgarità dei giovani e dei nuovi ricchi. La prima ci rende pessimisti sul futuro del Paese. Per altro, i ragazzi sono come la cera, quel che vi si imprime resta. La seconda giustifica la rabbia di chi vorrebbe mettere a ferro e fuoco questa società priva di stile. La rabbia, sia chiaro, non la cieca follia. Un tempo si diceva “signori si nasce”. Rassegniamoci; quel tempo è tramontato, siamo nell’era di Briatore e Fabrizio Corona. Il cosiddetto progresso ha spazzato via le belle maniere e gli ultimi galantuomini. Siamo riusciti a  industrializzare la produzione di scorie radioattive verbali e comportamentali. Ma perché siamo diventati così volgari e villani? Cosa ha determinato l’imbarbarimento dei costumi, la discesa negli inferi del pensiero triviale e dell’azione incivile? È difficile rispondere in poche righe ma azzardo un’ipotesi: abbiamo dissipato un patrimonio millenario di sane convenzioni linguistiche, stilistiche e di comportamento a causa di scelte sbagliate, alienanti. Abbiamo abbandonato la retta via che i “vecchi” ci indicavano con benevolenza per smarrirci nella selva oscura del falso progressismo morale dettato dai cattivi maestri. Gli uomini, persa la bussola, si credono liberi di rifiutare le regole del vivere comune, mentre in realtà si fanno schiavi di nuove regole: quelle di un neoconformismo nichilista. Il perno su cui ha sempre ruotato la società è il rispetto. Ma se questo perno si rompe, la società si incrina. La nostra società è il Titanic che affonda causa l’impatto con l’iceberg di una malacreanza figlia della perdita di riguardo e del senso della vergogna. Che fare, dunque? Starsene con le mani in mano o tentare, come la donna anziana sul bus, di riprendere chi sbaglia? Suggerisco un antidoto che può renderci immuni. Disarmiamo le persone volgari con le buone maniere, che oggi costituiscono il vero anticonformismo, la vera trasgressione. Ma non rinunciamo a fissarle con uno sguardo degno di Oloforne. Bruciamole vive col fuoco del nostro biasimo muto ma penetrante. Facciamole sentire vuote, stupide, inferiori. Evitiamo lo scontro, però. Perderemmo. La parola è un boomerang, il silenzio una saetta. Opponiamoci alla volgarità con la gentilezza d’animo delle persone cortesi. 

Editoriale pubblicato il 17 gennaio 2010 su:
 

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