venerdì 7 gennaio 2011

Torneremo presto a nasconderci nelle catacombe?

La persecuzione dei cristiani nel mondo sta diventando sistematica, irrefrenabile. Il vile attentato terroristico di Alessandria in Egitto è solo l’ultimo atto di un odio religioso che ci è difficile comprendere e che è impossibile giustificare. Si ha come la sensazione che per i cristiani stia maturando il tempo del crepuscolo, così oscuro da paventare il timore che presto dovremo nasconderci nelle catacombe per celebrare le nostre liturgie. La storia è priva di fantasia, prima o poi si ripete. Forse, un dì saremo costretti a festeggiare il Natale e la Pasqua sotto terra, come i protocristiani. Per chi si ostina a credere nella divinità di Gesù e nella sacralità del Vangelo, valori messi in crisi all’interno dello stesso consorzio cristiano, dove gli errori della Chiesa, insieme alla tiepidezza, al relativismo e alla perdita del tradizionale afflato religioso da parte dei fedeli, hanno provocato un’autocombustione le cui fiamme sono più alte di quelle dell’inferno, mala tempora currunt. Sì, corrono tempi che fanno venire i brividi. All’alba del secondo decennio del XXI secolo, la situazione dei cristiani nel mondo si aggrava di ora in ora. Nella Corea del Nord, la dittatura comunista proibisce l’appartenenza ai gruppi cristiani e fa sparire nel nulla i sacerdoti. In Cina, il governo ha istituito una chiesa nazionale patriottica separata da Roma e considera i cattolici fedeli al Papa “agenti di una potenza straniera”. Sacerdoti e vescovi languiscono nelle carceri. In India, da quando non è più consentita la caccia alla tigre va di moda la caccia ai cristiani, che vengono presi di mira, torturati e bruciati vivi dai fondamentalisti religiosi. E che dire dei paesi musulmani? Le pratiche religiose cristiane sono proibite un po’ dappertutto, ma in paesi come il Pakistan la professione di fede cristiana è un crimine, nella fattispecie un reato di blasfemia punibile con la pena di morte. I cristiani sono vessati e sottoposti a discriminazioni più o meno gravi in tutti i paesi islamici, dove i ricatti, le minacce e i linciaggi impuniti sono all’ordine del giorno. Ho sperimentato personalmente cosa significhi essere cristiani in un paese come l’Afghanistan. Ti senti addosso un odio e un disprezzo religioso che ti scarnifica. Ne consegue che sul nostro pianeta il martirio dei cristiani aumenta e continua indisturbato, nell’indifferenza di molti, come se fosse un fatto inevitabile. Perché? Sì, perché noi cristiani siamo indifferenti e pavidi di fronte al declino del cristianesimo e alla persecuzione della Chiesa nel mondo? E perché siamo così remissivi nei confronti di altre religioni che stanno facendo ciò che un tempo facevano i nostri missionari armati di fede e archibugi, cioè convertire con la forza gli infedeli o sterminarli? Perché abbiamo smarrito l’essenza della fede: la spiritualità. In più, ci siamo stancati di un altro aspetto vitale della religiosità: la devozione. Oggi, un buddhista è più spirituale di noi e un musulmano infinitamente più devoto. Abbiamo scalzato Dio dal nostro cuore e al suo posto abbiamo incoronato Mammona. La Chiesa osserva impotente e non sa rinnovarsi. Sebbene ci siano ancora molti caritatevoli uomini di Dio e veri cristiani sulla terra, la maggioranza che si confessa timidamente seguace di Gesù è tiepida, bolsa. Soccombere sotto il martello dei prepotenti è una conseguenza logica. Cristo venne al mondo per dare la vista ai ciechi. Ma noi non vediamo oltre il nostro naso. Noi non riconosciamo più la verità. Perciò, non prendiamo in giro le cassandre che annunciano il crollo della Chiesa e il ritorno al culto clandestino nelle catacombe. Pronosticano il futuro. Temo che un giorno qualcuno ci chiederà di abiurare la nostra fede. Lo faremo pur di sopravvivere al crollo dell’impero d’Occidente e perché sarà politicamente corretto.

Editoriale pubblicato il 7 gennaio 2011 su:

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