domenica 27 febbraio 2011

Sinai, la cima dove il Cielo stipulò l'alleanza con la Terra


“La montagna è il legame fra la Terra e il Cielo. La sua cima tocca il mondo dell’eternità e la sua base si ramifica in molteplici contrafforti nel mondo dei mortali. È la via per la quale l’uomo può elevarsi alla divinità e la divinità rivelarsi all’uomo”. Sono parole tratte da Il Monte Analogo di René Daumal, soltanto in apparenza romanzo d’avventure alpine, mentre in realtà è il resoconto incompiuto di un itinerario verso “il centro e la vetta” dove ogni uomo può diventare ciò che è. La montagna sacra costituisce uno dei simboli più potenti e presenti nell’immaginario umano. In quanto alta, verticale e vicina al cielo, è associata alla trascendenza. In quanto centro delle ierofanie e delle teofanie, è legata alla manifestazione. La montagna sacra è l’asse del mondo e il segnacolo della vera elevazione. Non è casuale che San Giovanni della Croce abbia descritto le tappe della vita mistica come un’ascensione o che Dante situi il Paradiso Terrestre sulla cima della montagna del Purgatorio. Ed è appropriato che Sahrawardi di Aleppo e gli esoteristi ismaeliti invitino a scalare il “Sinai del proprio essere” per giungere alla conoscenza di se stessi e quindi di Dio. 

Trascendenza e manifestazione sono i caratteri che distinguono la montagna sacra per eccellenza, la biblica Oreb, cioè il Monte Sinai, sulla cui sommità Dio parlò a Mosè e gli affidò le tavole della Legge. È uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi del pianeta. Io ci sono stato. Affrontai coi miei cari l’ascesa notturna del Gebel Mūsā (“Monte di Mosè”) per poter assistere al sorgere del sole dalla sua vetta. Fu come partecipare al mattino del mondo, così come lo racconta il Libro della Genesi. Non c’è esperienza di viaggio più mistica né duratura. Sul picco del Sinai ogni uomo che è in cerca ha modo di trovare. Ogni creatura può rinnovare il vincolo col Creatore. L’ascesa notturna del Monte Sinai non è solo un’escursione indimenticabile. È una metafora della trasformazione continua della nostra anima, del suo bisogno di relazionarsi con l’Uno per non smarrire la rotta cosmica. San Gregorio di Nissa chiamava l’Oreb “montagna del desiderio”. È il desiderio del sublime che guida i passi del cercatore verso la cima dove il Cielo stipulò l’alleanza con la Terra. 

L’ascesa inizia presso il Monastero di Santa Caterina, il convento più vecchio del mondo. La prima pietra fu eretta nel 330 da Sant'Elena, madre dell’imperatore Costantino. Si sale da 1.570 m. di altezza fino a 2.244 m. La Bibbia ammonisce chi intende sfidare il monte. “Guardatevi dal salire sulla montagna e dal toccare le sue falde. Chiunque toccherà il monte dovrà essere messo a morte, (Esodo 19, 12). La cima dell’altura è raggiungibile attraverso due percorsi che nell’ultimo tratto, il più duro, si congiungono in un solo, impervio sentiero adatto a capre e stambecchi. Il primo percorso è interamente tagliato nella roccia e conduce alla vetta attraverso 3.750 scalini irregolari scavati dai monaci anacoreti fin dal III secolo d.C. Sono detti “gradini della penitenza” e pare si tratti del cammino originario di Mosè – ma anche di Aronne, Nadab, Abihu e di settanta anziani di Israele che “insieme contemplarono il Dio d’Israele” – ma è impossibile esserne certi in mancanza di testimoni diretti. Ciò che appare certo è che questa scala sale a tornanti così stretti e ripidi da tagliare anche le gambe allenate. Il secondo percorso è chiamato la “via dei cammelli” ed è meno duro, soprattutto perché i cammelli addestrati e condotti dai beduini del deserto costituiscono un valido aiuto per gli escursionisti in difficoltà. Si tratta di un sentiero più lungo (oltre 7 km.), che aggira la montagna piegando a SE in circa tre ore di tempo e che si congiunge alla direttissima poco prima della vetta, rendendo obbligatorio il superamento degli ultimi 700 gradini di roccia levigata, i più scoscesi e accidentati, alla fine dei quali si erge una piattaforma affacciata sul vuoto e perennemente spazzata dal vento. La pendenza dell’ultimo strappo è micidiale. Eppure, si crede che anche il cavallo di Maometto abbia superato l’ostacolo e portato fin sulla vetta il profeta dell’Islam perché ascendesse al Cielo. I beduini amano mostrare con orgoglio due strane impronte impresse in una roccia; a loro dire sarebbero i segni degli zoccoli del leggendario giumento. 

Le stelle ciondolavano lente e ammiccanti nel grembo di una notte fredda in cui la luna era anemica e distratta. Il cielo era spiegato come una brillante trapunta di astri sul deserto sognante. La fatica dell’incedere era mitigata dall’eccitazione dei sensi, allertati a cogliere i suoni e i profumi della montagna, e della mente, incapace di stare calma. Il cammino che s’inerpica e procede a serpentina, dipanandosi in un regno di ombre e silenzi incantati, rotti appena dalle profferte dei beduini e dai vagiti gutturali di qualche gamal (il dromedario), invita il viandante emulo di Mosé, Elia e dei tanti santi esicasti che salmodiando il nome del Nazareno sperimentavano l’estasi, a riflettere sulla propria condizione. Ci si domanda: chi era veramente Mosè, il cui nome significa “il salvato”? Prende forma nella mente l’icona dell’omonimo capolavoro scultoreo di Michelangelo. Quel Mosè marmoreo, cui manca solo la parola, incarna l’ideale sovrumano di forza, stabilità, fermezza e predestinazione che da sempre affascina e attrae le anime impavide. Il suo sguardo è quello di un uomo che ha saputo sognare e realizzare i suoi sogni senza diventarne schiavo, che non si è mai illuso d’essere padrone del suo destino e in virtù di questa sua umiltà nella grandezza è stato ricompensato da Dio con il più alto dei premi: la rivelazione. A definire i meriti di Mosè basta questo semplice assioma: fondò il monoteismo. Nessuno, prima di lui, aveva proclamato con autorità che esiste un solo Dio. La verità è che si diventa Mosè e si viene “salvati” nel momento in cui si compie il suo stesso percorso cognitivo. A salvarci non è tanto il sacrificio dell’ascesa quanto il riconoscimento che siamo tutti figli di un solo Dio che nel farci dono dei Dieci Comandamenti ci ha offerto quanto serve per condurre in salvo la nostra anima. 

L’attesa dell’alba è irreale, commovente. Una volta questa montagna era chiamata Gebel Moneigiah, che significa “monte dell’incontro”. È l’incontro a dare un senso alla fatica. Nelle ore che precedono l’alba, la vetta rivela una fisionomia drammatica, come se vi incombesse il tutto e il nulla, come se vi dimorasse il destino in persona. Avvolto nelle tenebre e martellato da un vento algido, il picco sembra ululare alle stelle, sembra partorire interrogativi atavici ai quali l’astro lunare non sa rispondere. Ma all’improvviso, qualcosa si muove all’orizzonte. All’inizio è solo una promessa impalpabile. Il cuore prende a battere avvertendo l’avvicinarsi del momento tanto vagheggiato. La luce metafisica dei primi albori inizia a perforare il fronte compatto della notte. Col passare dei minuti la speranza diventa certezza. Il sole emerge in tutta la sua bellezza, la sua gloria. In quel mentre, accade un fatto prodigioso. Si avverte la presenza di quel dio sconosciuto che San Paolo annunciò all’Aeropago di Atene. Si percepiscono gli spasmi dell’anima, tesa disperatamente verso il cielo. Essa seguirebbe la luce come il filo segue la spola, se solo potesse. Lentamente il sole sorge allagando di raggi tenui il profilo delle creste montuose che si stendono davanti allo spettatore. Ecco le rocce del Serbal, un regno selvaggio e scosceso nei cui lombi sono scavate miniere di rame e grotte consacrate fin dalla notte dei tempi alle visioni sovrannaturali. Ed ecco una vallata d’aspetto lugubre. È l’Erebo delle leggende semitiche, pieno di burroni e piramidi di sassi, muraglie e onde pietrificate. Aldilà di queste cortine grigie si apre una vista straordinaria, che abbraccia i quattro punti cardinali. D’un tratto, sulla visione cola un fiume d’oro e di fuoco che divampa. È uno spettacolo primordiale. Il sole sale sul suo trono e il cielo che sovrasta il Sinai si trasforma in un lago azzurro. Il cuore è frastornato. Nella mente, provata da emozioni forti, si aprono come orchidee le parole di un canto che Yehudah ben Shalomo al-Harizi, il grande poeta ebraico vissuto nella Spagna musulmana fra il XII e il XIII secolo, innalzò alla montagna sacra mai veduta e sempre sognata. “Molte terre sono attraenti ma nessun occhio ha mai contemplato una bellezza come la tua. Non so se è il cielo che si china fino a te o se sei tu che ti innalzi fino a lui”. Il dubbio non si scioglie. Ma una cosa è certa: la montagna sacra mantiene fede alle promesse. Come auspicava l’autore di un antico testo ebraico noto come Il Cantico del Mare “dalle tue vette ogni uomo sarà strappato nel vortice del tuo fuoco”.

martedì 22 febbraio 2011

Paesi arabi in rivolta: godiamoci la Storia senza sapere dove va


Stiamo vivendo un momento storico straordinario. È in atto una svolta epocale, simile a quella prodotta nel 1989 dal crollo del Muro di Berlino. Questa volta, a crollare – uno dietro l’altro come instabili birilli – sono i regimi dispotici del Maghreb. Il mondo islamico, dal Mediterraneo fino alla penisola arabica, è in fiamme. Un incendio che si allarga di giorno in giorno e va modificando il quadro geopolitico di un’area vasta oltre che strategicamente fondamentale per gli equilibri planetari. Ci avviamo verso una nuova era ricca di incognite. La rivolta popolare in Tunisia con il crollo del regime di Ben Alì è stato solo il primo, clamoroso moto di una accelerazione storica che era inimmaginabile, persino inattendibile fino a poche settimane fa. Il punto è questo. La Storia sa sorprenderci con i suoi repentini scatti in avanti, con la sua fantasia e la sua folle capacità di eludere le logiche economiche e di potere. Ogni tanto (accadde a Parigi nel 1789 e a San Pietroburgo nel 1917) le masse si ricordano di essere il vero motore della storia, di avere la capacità di sovvertire l’ordine, demolire i sistemi e cambiare rotta oltre che i nocchieri. Succede quando la rabbia esonda. È successo in Egitto, dove il despota Mubarak è stato costretto alla fuga nonostante godesse dell’appoggio degli USA. Sta accadendo in Libia, dove l’odioso satrapo Gheddafi è giunto al capolinea. Gli scontri di piazza cambieranno il volto dello Yemen, del Bahrein, del Kuwait, dell’Algeria, forse dell’Iran. Nessuno è al sicuro. La rivolta dei popoli oppressi è più contagiosa della varicella, più letale del morso del serpente a sonagli e dei bocconi di fugu, il pesce palla giapponese. Ma perché il mondo arabo è in subbuglio? Chi o cosa ha determinato questo tsunami socio-politico e quali conseguenze avrà? È fin troppo facile rispondere. La collera che in questi giorni arma e accomuna i popoli islamici, dando loro la forza di sfidare e abbattere i tiranni, è figlia della disperazione, della miseria, della disoccupazione, del degrado, dei salari bassi e dell’alto costo della vita, della corruzione e dell’autoritarismo. La gente, a Tunisi come al Cairo e a Bengasi, ha trovato il coraggio di alzare la testa e reclamare il proprio diritto ai beni inalienabili: la libertà, la giustizia, la dignità e persino la democrazia, che non è propriamente un’istituzione tradizionale del mondo musulmano ma di cui, oggi, sente il bisogno anche il povero fellah del Nilo. Pure i somari hanno una soglia di sopportazione oltre la quale si piantano e scalciano. Esultiamo, dunque, perché i reietti stanno vincendo, o così sembra. Ma preoccupiamoci dei loro fragili successi. Porteranno instabilità e nuove tensioni. Produrranno effetti domino devastanti. Intanto, prepariamoci ad essere invasi dalla cavallette. È una delle piaghe dell’Apocalisse, no? Ma l’immigrazione clandestina non sarà l’unico problema. Deve preoccuparci la piega politica che prenderanno gli eventi. Quali mosse faranno i nuovi governanti dei paesi arabi “liberati”? Con chi sceglieranno di stare? Sapranno mantenersi autonomi e opporsi alle pressioni straniere? Per contro, sapranno resistere alle sirene dell’estremismo islamico e alle lusinghe del comunismo anarchico e libertario? E che ne sarà del prezzo del petrolio? I prossimi mesi ci diranno se le fiamme dell’apocalisse hanno bruciato le stoppie e reso fertile il terreno, o se hanno fatto “tabula rasa” anche di quel poco di buono che c’era. In questo caso, tutti noi cadremo dalla padella alla brace. Per il momento, godiamoci la Storia in tempo reale; è molto più avvincente delle squallide cronache politiche italiane.

Editoriale pubblicato il 22/2/2011 su:

lunedì 21 febbraio 2011

L'ordinamento angelico


Dio ha alle sue dipendenze molti angeli ma “c’è forse un numero per le sue schiere?” – si chiede Giobbe. Le Sacre Scritture ci forniscono notizie vaghe sull’argomento. Davide dice che sono ventimila (Salmo 68-17) mentre nel Deuteronomio incontriamo diecimila angeli che scendono sul Sinai per confermare a Mosè la presenza di Dio (33,2). Nel Libro di Enoch, miniera inesauribile dell’angelologia, il patriarca elevato al Cielo conferma di avere visto “migliaia e migliaia, miriadi e miriadi, innumeri e incalcolabili” angeli (XL,1). Nel Libro di Daniele viene detto che “mille migliaia lo servivano (Dio) e miriadi di miriadi stavano davanti a Lui” (7,10) e l’Apocalisse parla ripetutamente di “diecimila miriadi” e “miriadi di miriadi e di migliaia di migliaia” (5,11:9,16). Anche San Paolo conferma nella sua Lettera agli Ebrei (12,22) la presenza di “miriadi di angeli”. Ma il parere più interessante è forse quello di Dionigi l’Aeropagita, noto anche come Pseudo-Dionigi, il quale afferma che “gli ordini delle entità celesti sono per noi incalcolabili. Molti sono i beati eserciti delle intelligenze ultraterrene, superiori alla nostra debole e limitata numerazione materiale”. Il numero degli angeli è dunque incalcolabile per gli uomini, ma come precisò Gregorio Magno, esso è definito davanti a Dio. In ogni caso, solo un cabalista o un pignolo hanno interesse ad approfondire un aspetto così riduttivo della realtà angelica. Più che interrogarci sul numero degli angeli è dunque opportuno procedere alla disamina della loro gerarchia.

A seguito di una delle visioni per cui è divenuta famosa, la mistica e dotta tedesca Santa Ildegarda di Bingen professò che “Dio onnipotente costituì diversi ordini nella sua milizia celeste, così che ciascuno ordine assolvesse la propria funzione e fosse lo specchio e il sigillo del vicino. Ciascuno di questi specchi protegge così i misteri divini”. Ma quanti e quali sono gli specchi del salone di Dio? La Bibbia non va oltre un pallido tentativo tassonomico. In realtà, si limita a nominare gli arcangeli, i serafini e i cherubini senza provvedere alla strutturazione di un corpus organico di informazioni atte a meglio classificare gli esseri di luce. È con il sorgere dell’angelologia cristiana che ci si interroga sul loro ordinamento. Alle sette classi enumerate nel NT (angeli, arcangeli, troni, signorie, arconti, potestà-autorità e potestà-virtù) le Costituzioni apostoliche aggiunsero nel IV secolo d.C. i cherubini e i serafini. Ma è solo in seguito, grazie all’opera paziente e ispirata di Dionigi l’Aeropagita, che vengono autorevolmente conciliate le tradizioni cristiane con la filosofia platonica. Questo Dionigi, che un tempo si pensava fosse un discepolo di San Paolo ma che in realtà visse fra il IV e il V secolo d.C., è autore del trattato De Coelesti hierarchia, forse il più autorevole tentativo di ordinare la copiosa “armata del Cielo”. Si tratta di un breve testo che in modo sistematico suddivide e riunisce gli angeli definendo una gerarchia che ha fortemente influenzato i teologi successivi. Mentre Sant’Agostino confessava la sua ignoranza in materia, San Girolamo sosteneva che i cori fossero sette. Beda il Venerabile, Scoto Eriugena, San Tommaso e San Bonaventura finirono per accettare gli assunti di Dionigi. Lo stesso Dante accolse la sua classificazione e la prese a modello nella Divina Commedia. Nel canto XXVIII del Paradiso, le creature celesti sono infatti riunite in uno schema che si rifà a quello del De Coelesti hierarchia. È probabile che la conoscenza di Dionigi fosse mediata dagli angeli stessi, che si dice gli apparissero in visione e lo rendessero edotto sulle “beatissime gerarchie angeliche nelle quali il Padre ha generosa-mente manifestato la Sua luce e attraverso le quali noi possiamo elevarci fino al Suo assoluto splendore”. È probabile per almeno due ragioni. La prima è che la conoscenza viene sempre da Dio, il quale usa i suoi messi per illuminare le menti umane e rivelare loro la verità. La seconda è che la classificazione di Dionigi ha resistito ai tempi, alle critiche e alle verifiche. Una volta chiarito che gli angeli sono simili a specchi “adatti a ricevere il raggio di luce del Principio divino, santamente ricolmi dello splendore a loro dovuto e a loro volta largamente risplendenti verso quelli che li seguono”, Dionigi compila una directory che contempla tre gerarchie angeliche, suddivise ciascuna in tre Ordini o Cori, per un totale di nove. L’organizzazione angelica è dunque costruita a immagine e somiglianza della trinità. La prima gerarchia è la più vicina al Verbo, che circonda con la sua perpetua adorazione, ed è composta dai consiglieri divini. La seconda è costituita dai cavalieri di Dio. La terza gerarchia, che è la più prossima agli uomini e perciò governa le cose terrene, comprende gli angeli esecutori, ministri della volontà divina. Secondo San Bonaventura, solo l’ultima gerarchia è incaricata da Dio di stabilire rapporti con il genere umano. Vediamo come Dionigi interpreta le relazioni fra i vari ordini. “L’ordine superiore, composto dai Cherubini, dai Serafini e dai Troni, più vicini per la loro dignità al santuario segreto, inizia misteriosamente il secondo ordine, composto dalle Signorie, dalle Potestà e dalle Potenze. Questi a loro volta rivelano i misteri ai Principati, agli Arcangeli e agli Angeli, che presiedono alle gerarchie umane”. È una prospettiva semplice e funzionale. Ma ecco una breve descrizione dei nove raggruppamenti angelici.

I Serafini costituiscono il primo ordine gerarchico, il più elevato in dignità. Tradizionalmente essi circondano il trono di Dio cantando ininterrottamente “Santo! Santo! Santo!”. Sono illuminate potenze di purificazione, il “fuoco di Dio” o “coloro che riscaldano”, come l’etimologia stessa indica (l’ebraico serafim significa “ardente”). Essi sono menzionati nell’AT, dove Isaia li considera esseri celesti che hanno il compito di lodare e di adorare incessantemente Dio proclamandone la santità. Egli li descrive con aspetto umano, dotati di tre paia di ali circondate da lingue di fuoco. Con il primo paio essi si coprono il viso per indicare che il mistero di Dio è inaccessibile, con il secondo paio di ali volano mentre il terzo serve loro per coprirsi i piedi in segno di riverenza. I Serafini abbondano anche nel secondo e terzo Libro di Enoch. Dionigi afferma che i Serafini effettuano un “continuo ed incessante movimento attorno alle realtà divine”, e sottolinea “il calore, l’ardore, il ribollire di questo eterno movimento continuo, stabile e fermo, la capacità di rendere simili a se stessi i subordinati, elevandoli energicamente, facendoli ribollire ed infiammare fino a un calore uguale al loro…”. Sono guidati dall’arcangelo Uriele. Secondo la mistica ebraica, invece, il loro capo è Semuyel o Yehuel.

I Cherubini costituiscono il secondo coro angelico. Il  loro nome (dall’ebraico kerubim) significa “potere della conoscenza” o “effusione di saggezza”. Anch’essi sono menzionati nell’AT. Di loro si dice che sostengono il trono di Dio, di cui sono i servitori (Salmi, 80,2 e 99,1). Nella Bibbia ebraica compaiono in posizioni di prestigio; sono i guardiani che impediscono il nostro ritorno all’Eden, i simulacri posti sull’Arca dell’Alleanza, i quattro esseri della visione di Ezechiele e gli angeli di legno d’ulivo del Tempio di Salomone. Dante li menziona nel Convivio e nella Divina Commedia come spiriti contemplanti il Padre nella sua relazione con il Figlio e assegna loro il compito di custodire l’albero della vita nel Paradiso terrestre. I Cherubini erano già noti nelle culture mesopotamiche, che li raffigurano in sembianze bestiali. Il loro aspetto, in realtà, è angelico e caratterizzato da due sole ali e dalle piume di pavone. Inoltre li distingue una voce potentissima, simile al tuono. Dante li descrive armati di spade infuocate ma spuntate poiché hanno una funzione solo difensiva e vestiti di verde, con i capelli biondi. Dionigi risalta “il loro potere di conoscere e di contemplare la Divinità, la loro attitudine a ricevere il dono di luce più alto e a contemplare la dignità del Principio divino nella sua potenza originaria, la loro capacità di riempirsi del dono della saggezza e di comunicarlo, senza invidia, a quelli del secondo ordine…”. Il loro capo è Jophiel. I mistici ebraici affermano che sono guidati da Keraviel.

I Troni sono essenze purificate che rappresentano la “Maestà divina”; costituiscono il terzo coro della prima gerarchia. Il loro nome sta a indicare la vicinanza al trono divino. Essi sono entità sublimi, perciò siedono immediatamente accanto a Dio, da cui ricevono direttamente e immediatamente le perfezioni e le conoscenze divine. Dionigi dice di loro che “trascendono in modo puro ogni vile inclinazione, che si elevano verso la vetta in modo ultraterreno, che fermamente si ritraggono da ogni bassezza… che sono portatori del Divino”. Il loro aspetto è quello di ruote di fuoco. Nella mistica ebraica corrispondono agli Ofannim, il cui nome significa appunto “ruote”, di cui ebbe la visione Ezechiele (I, 15)  Sono simili a vortici di luce ed energia purissima e li guida Japhkiel. I Troni sono nominati nel NT (Colossesi, 1,16).

Le Dominazioni sono le celesti intelligenze rappresentanti la Signoria divina. Essi sono al servizio del Re e hanno un ruolo affine a quello dei prodi cavalieri, di cui reggono i simboli: lo scettro, la spada e la lancia. Dionigi dice che il loro nome indica “la loro forza di elevarsi, che mai si sottomette, libera da ogni inferiore cedimento”. Il capo del primo ordine della seconda gerarchia è Zadkiel. Anche le Dominazioni sono nominate nel NT (Colossesi, 1,16).

Le Virtù sono i potenti rappresentanti della volontà divina. Hanno la corona, il cilicio e il manto rosso che rappresentano la passione di Gesù. Il loro capo è Aniel. Secondo Dionigi, “il nome delle sante Virtù significa coraggio saldo e intrepidità in tutte le attività, un coraggio che mai si stanca di accogliere le illuminazioni donate dal Principio divino, ma che è anzi potentemente teso all’imitazione di Dio”. L’esistenza delle Virtù è indicata nel NT (Efesini, 1,21). Questo ordine angelico ha la funzione di operare miracoli nel nostro mondo e di servire da angeli custodi come menziona Gesù nel Vangelo (Matteo, 18,10). I due angeli che affiancano il Cristo risorto nell’ascensione erano due Virtù.

Le Potestà, dette anche Potenze, sono le creature celesti che hanno il compito di proteggere l’umanità. Portano spade fiammeggianti e sono i custodi dell’ordine e l’autorità d’ordine è il loro motto distintivo. Per questa ragione San Paolo provava ostilità verso di loro. Per lo Pseudo Dionigi, il loro nome rivela “il carattere di potenza ultraterrena e intelligente, che non abusa tirannicamente delle sue potenti forze, volgendole al peggio, ma che si eleva ed eleva con bontà i subordinati verso le realtà divine”. Le Potestà sono nominate nel NT (Colossesi, 1,16). Le guida uno dei tre arcangeli più illustri: Raphael.

I Principati celesti sono le intelligenze angeliche che vegliano sulle guide dei popoli. Sono anche i difensori delle religioni. Secondo la tradizione si manifestano con lo scettro e la croce. Essi “possiedono un carattere divinamente sovrano e un potere di comando, entro un ordine sacro che è il più consono a delle potenze sovrane”, sempre secondo Dionigi. Per San Bonaventura essi hanno un incarico specifico: vigilare perché gli uomini si orientino verso il bene. I Principati sono nominati nel NT (Colossesi, 1,16). Il loro capo è Camael.

Gli Arcangeli sono le guide degli angeli. Lo indica chiaramente il loro stesso nome, composto da archein, che significa “essere a capo” e anghelos. Queste creature amate e temute nello stesso tempo sono nominate più volte nel NT e nella letteratura apocalittica giudaica. Dionigi dice che “il santo ordine degli Arcangeli, per la sua posizione centrale nella gerarchia, partecipa ugualmente degli estremi. Infatti è affine ai santissimi Principati ed è affine agli Angeli…in quanto riceve gerarchicamente le illuminazioni del Principio divino attraverso le potenze primarie e le annuncia benevolmente agli Angeli, e tramite gli Angeli le manifesta a noi, in proporzione alle sante attitudini di coloro che vengono divinamente illuminati”. San Bonaventura dice che sono i messaggeri della luce divina. Fanno parte di questo coro alcune delle figure angeliche più famose, in primis Michael, che è il capo dell’ordine, poi Gabriel, l’angelo dell’Annunciazione, e Raphael, che pur essendo un arcangelo è designato al comando delle Potestà. Secondo il Libro di Enoch sono sette e corrispondono presumibilmente ai sette angeli dell’Apocalisse di Giovanni (8,2).

Gli Angeli, infine. Essi terminano e completano il quadro delle Intelligenze celesti. Sono le figure più note e prossime agli esseri umani. Come nota Dionigi “possiedono il carattere di messaggeri e sono più vicini a noi; perciò più ad essi che ai precedenti è appropriato il nome di Angeli, in quanto la loro gerarchia si occupa di ciò che è più manifesto e, ancor più, delle cose di questo mondo”. San Bonaventura attribuisce a questo coro un compito prevalentemente pratico: proteggere gli uomini dai pericoli e dal demonio. A capo degli Angeli c’è l’arcangelo Gabriel.

In sostanza, le differenze fra i nove cori angelici viene determinata dal diverso grado di visione beatifica di Dio. Ma tutti gli angeli, qualunque sia la loro posizione nella gerarchia, ricevono e trasmettono la luce e i comandi divini. È giusto notare, poi, che la ricca letteratura mistica ebraica e i testi cabalistici descrivono altre schiere angeliche che sono rimaste escluse da questa classificazione. Mi riferisco agli Erellim, agli Hasmalim, agli Irin, agli Isim e ad altri ordini minori.

Ma dove risiedono gli angeli? Dove stanno abitualmente, quando non sono impegnati nella “ronda” cosmica o in missione speciale sulla Terra? La risposta è apparentemente banale: in Paradiso. Ma cos’è il Paradiso? Anche il sommo poeta accettò l’ordinamento di Dionigi. Però Dante va oltre, introducendo nella sua descrizione del Paradiso un’immagine potente e suggestiva, che concilia con esiti straordinari che fondono poesia e teologia. È la visione di un Cielo composto da nove cerchi concentrici ruotanti intorno a un punto luminoso. Ed è questa la dimora aurea degli angeli, distribuiti su nove cieli contrassegnati da un’architettura complicati ma perfetta Nel primo e più vicino alla Terra, il Cielo della Luna, vivono gli Angeli. Nel secondo, detto Cielo di Mercurio, si trovano gli Arcangeli. Nel Cielo di Venere, che è il terzo, stanno i Principati. E così di seguito. Nel Cielo del Sole ci sono le Potestà, nel Cielo di Marte le Virtù, nel Cielo di Giove le Dominazioni, nel Cielo di Saturno le Dominazioni e nel Cielo delle stelle fisse i Cherubini. L’ultimo Cielo, il nono, è chiamato Primo mobile e vi risiedono i Serafini. I nove cori danteschi si muovono con velocità differenziate intorno a Dio, che è immobile. Maggiore è la vicinanza a Dio, più alta è la frequenza del moto angelico. I Serafini, quindi, sono i più frenetici mentre gli altri cori angelici ruotano a una velocità progressivamente inferiore. La visione dantesca del Paradiso, per altro fondata su assunti teologici preesistenti, è solo uno splendido volo dell’anima sostenuto dalla grazia poetica o non è piuttosto una rappresentazione del vero resa possibile dal superamento delle soglie abituali della coscienza? È noto che Dante si interessava di esoterismo ed è verosimile che la genialità priva d’investitura divina non sia sufficiente per raggiungere esiti artistici così sublimi come quelli da lui toccati. Chi aprì il terzo occhio di Dante? Chi lo guidò oltre il mondo sensibile per mostrargli la conoscenza nascosta? Forse furono proprio gli angeli a ispirare e a sospingere il “divin poeta” verso l’Empireo della Letteratura. Il mio “forse” esprime un sentimento naturale di pudore nei confronti dei lettori che non hanno dimestichezza con i piani sottili della conoscenza, più che un reale dubbio. Sono infatti convinto che le costruzioni dello spirito foriere di nuove prospettive per l’intera umanità, come quelle innalzate da Dante Alighieri o da Dionigi l’Aeropagita, rivelino l’intervento di forze trascendenti, e perciò manifestino l’intenzionalità cognitiva del demiurgo divino.(4 continua)

domenica 13 febbraio 2011

Patmos, l'isola dell'Apocalisse


La Grecia ha oltre 3.000 isole, compresi gli isolotti, ma solo 167 sono abitate. Alcune sono mete turistiche di primaria importanza. Creta, Rodi, Mykonos, Kos, Santorini, Corfù, Cefalonia, tanto per citare le più famose. Ma nel vasto arcipelago greco c’è un’isola “minore” che si distingue per la sua eccezionale prerogativa; è un omphalos, cioè un “ombelico” del mondo. L’isola di cui parlo è Patmos. Ci sono stato per due settimane, nel 2001, e a distanza di dieci anni il ricordo di quel soggiorno “mistico” è ancora vivido. Voglio chiarire, prima di tutto, cosa significhi omphalos. Nell’antichità, questo termine greco che si traduce “ombelico” indicava una pietra o un oggetto di straordinario valore spirituale. Come la pietra che era situata a Delfi, nel Tempio di Apollo, da cui la Pizia diffondeva i suoi vaticini. In seguito, per estensione, omphalos è diventato ogni luogo sulla Terra carico di una potente energia spirituale. Ne è un esempio Rapa Nui, più nota come Isola di Pasqua, che i locali chiamavano Te Pito, letteralmente “ombelico del mondo”. Sulla Terra ci sono decine di luoghi simili e uno si trova certamente nel Mare Egeo. L’isola di Patmos è la più settentrionale delle isole del Dodecaneso e da sempre è considerata una perla splendente. In realtà, essa è formata da tre perle, tre isolotti brulli sospesi in acque baluginanti e riuniti solo in epoca recente da stretti istmi sabbiosi. È impossibile non farsi sedurre dall’aspetto severo di questa terra spoglia, con pochissima vegetazione, per lo più composta da cespugli bassi e piante da brughiera, le cui rocce scure si allungano come le spire di un serpente, le cui coste sono frastagliate come pensieri tormentati, le cui scogliere a canna d’organo precipitano in un mare blu copiativo, le cui spiagge – alcune delle quali raggiungibili solo a bordo dei caicchi – sono rifugi aristocratici. Ma è altrettanto impossibile non accorgersi che l’isola, battuta com’è da un sole che nei mesi più caldi diventa impietoso e dal meltèmi, l’incessante vento del nord che reca refrigerio, è una sorta di batteria galvanica  che ricarica i chakra.

Patmos non è eccezionale solo per la sua selvaggia e aspra bellezza, ma in particolar modo per l’alea di sacralità e mistero che la circonda. La ragione per cui è considerata un luogo santo, e perciò attira a sé gli spiriti contemplativi anziché i turisti di massa, è legata alle sue vicende storiche. Patmos è terra di confino e di riflessione. Secondo il mito, qui trovò riparo Oreste perseguitato dalle Erinni. È anche palestra di ascesi per vocazione e morfologia; da circa venti secoli è infatti conosciuta come la “Gerusalemme dell’Egeo”, titolo che rivela il suo carattere religioso e insieme esoterico. La fama dell’isola è legata indissolubilmente alla figura di Giovanni figlio di Zebedo, che in una grotta ricevette da un angelo inviato da Dio la “Rivelazione” sugli ultimi tempi. Le sue fantasmagoriche e terrifiche visioni hanno dato vita all’ultimo, inquietante libro del Nuovo testamento: l’Apocalisse.

In epoca romana, e più precisamente sotto l’imperatore Domiziano, Patmos divenne una colonia penale. Dal 95 al 97 vi fu esiliato l’apostolo ed evangelista Giovanni, il “discepolo che Gesù amava” e che Dante chiama “colui che giacque sopra ‘l petto del nostro pellicano (ndr. Cristo)”. Giovanni era già molto vecchio e durante il suo soggiorno a Patmos prese l’abitudine di ritirarsi in una grotta per pregare e penetrare profondamente il mistero del Verbo fatto uomo, pieno di grazia e di verità. In quella grotta, il “figlio del tuono” fu rapito in estasi e presto iniziò a dettare le sue visioni a Prochoros, il servizievole e devoto diacono che secondo un testo apocrifo, Gli atti di Giovanni, lo aveva seguito al confino e lo assisteva. Del Libro dell’Apocalisse, una delle opere letterarie più enigmatiche mai scritte, ho dato una chiave di lettura non convenzionale nel mio libro “L’Apocalisse è giunta”, perciò non ne parlerò. Ciò nonostante desidero precisare che sul luogo dove Giovanni visse la sua esperienza mistica oggi sorge un monastero. Nell’alto Medioevo, l’isola di Patmos era stata abbandonata a causa delle incursioni dei pirati saraceni. Nel 1088 (lo stesso anno della fondazione del monastero di Cluny!) Alessio I Comneno la cedette al monaco Christodoulos Latrenos, che vi sbarcò con tre crisobulle auree dell’imperatore, che oltre ad assegnargli l’isola gli concedeva l’esenzione dalle tasse e la costruzione di un monastero. Difatti, egli vi fondò il monastero “Sanctus Joannes de Patmasa”, come è scritto nei documenti latini medievali. Una cittadella della fede destinata a divenire un importante centro di vita monastica per tutto l’Oriente e un baluardo della resistenza culturale greco-ortodossa nei secoli della dominazione ottomana. Da allora, l’isola conobbe un grande splendore economico e accumulò enormi ricchezze grazie ai traffici della sua potentissima flotta. Il monastero di San Giovanni, situato a metà circa della strada in salita che conduce dal porto di Skala al villaggio di Chora, è l’epicentro dell’isola e ne costituisce il cuore oltre che l’essenza. La grotta santa, detta anticamente Theokepasti e oggi conosciuta come Spileon tis Apokalipsis, è inglobata in un piccolo santuario che disarma anche il visitatore più frettoloso, invitandolo alla meditazione. Aureole d’argento vuote e surreali indicano la roccia dove Giovanni appoggiava la testa per dormire e la nicchia che serviva come leggio al suo discepolo Prochoros mentre trascriveva le visioni e le profezie del veggente. Nella grotta si respira un’aria che profuma di trascendenza e induce all’autodafé. È impossibile resistere alla tentazione d’inginocchiarsi e ammettere le proprie colpe, le proprie paure, la propria apatia spirituale. Qui, come in un confessionale spoglio, si avverte il bisogno di confessare i propri peccati direttamente a Dio, la cui presenza è palpabile e solo in parte rassicurante.  Altrimenti, che omphalos sarebbe?

Il porto è affollato di panfili e navi da crociera. Skala sta diventando meta vacanziera sempre più ricercata dal jet set internazionale (politici, industriali, attori, ecc)) e ciò è male. Pur tuttavia, Patmos mantiene una sua autenticità e nei quartieri arretrati rispetto al mare ripropone la caratteristica architettura greca semplice e serena, composta da case intonacate, infissi pastello, cascate di bouganvillee e muri candidi. Chora, invece, è un bellissimo villaggio medievale, un dedalo di dimore e viuzze candide dominato dal Monastero di Agios Ioannis Theològos, che si staglia arcigno sopra il magma luminoso delle case. L’interno di questo poderoso complesso dall’aspetto di serrata fortezza medievale, fondato nel 1088 da San Cristodolo, è un’oasi di silenzio e di pace, dove si viene accolti da popi barbuti e gentili. Dalla terrazza del monastero, quando il tempo è favorevole, si gode una fantastica vista sull'Egeo. Io alloggiavo in una dimora stupenda nel pittoresco centro di Chora e ogni mattina mi recavo sulla grande terrazza della casa per compiere il rito quotidiano del Suryanamaskar, ovvero il “saluto al sole”. Quel semplice esercizio mi conciliava con l’universo. Nel rendere omaggio al sorgere del sole era come se l’energia della madre Terra e del Cielo entrasse dentro di me per ricaricarmi e purificarmi. I colori e i profumi mi inebriavano ma era soprattutto la luce, pura e calda, a estasiarmi. Non meno emozionante era assistere dall’alto della grande terrazza che domina l’isola al tramonto sulle acque dell’Egeo, che assumevano i colori dell’arancia e della porpora. Nell’ora che “ai naviganti intenerisce il core” lo sguardo si perdeva nella linea di confine fra il mare e il cielo e non distingueva più la vera natura dei natanti. Sicché la mente trasformava le moderne barche a vela nelle antiche triremi. Mi illusi di avere avvistato la flotta degli argonauti e la nave di Ulisse. Udii il canto delle sirene.

“Amo questa Grecia al di sopra di tutto. Essa porta il color del mio cuore. Ovunque si guardi, giace sepolta una gioia” ha scritto il poeta tedesco Hölderlin. Non ho potuto non condividere questo assunto mentre oziavo a Psilì Amos, un’incantevole spiaggia con alte dune che ricordano un angolo di deserto e il cui nome significa “sabbia fine”. Lì mi sono anche venute in mente le parole che Pindaro rivolse a Gerone I, il tiranno di Siracusa: Genoio, hoios ei. Significano “Diventa ciò che sei!”. Fra i molti ricordi legati all’isola di Patmos questo è forse il più istruttivo. Diventare ciò che si è costituisce un’impresa tutt’altro che facile e banale. Ma stiamo vivendo il tempo annunciato dall’Apocalisse di Giovanni. È giocoforza provarci.

martedì 8 febbraio 2011

Non ci resta che ritirarci per rinascere

Nel “San Girolamo penitente” di Leonardo da Vinci, il famoso eremita e padre della Chiesa vissuto a cavallo fra il IV e il V secolo dell’era cristiana è raffigurato in ginocchio, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Una posizione che esprime la sete e l’umiltà della sua anima. Girolamo visse tre anni come anacoreta nel deserto e poi si isolò nella grotta della Natività di Betlemme, dove concluse la sua vita ormai dedicata alla preghiera. È solo una delle tante anime sensibili che hanno sentito il bisogno di congedarsi dal mondo per coltivare meglio l’orticello dell’anima. Si chiama ritiro spirituale. Il Marchese di Vauvenargues ha scritto che la “solitudine è per lo spirito ciò che la dieta è per il corpo”. In effetti, in un’epoca dominata dalla bulimia psicofisica, oltre che dall’incertezza, è utile sottoporsi a una dieta disintossicante. Siamo stanchi e delusi. Ci serve una pausa di riflessione per fare silenzio intorno e dentro di noi, riscoprire la bellezza del dialogo interiore e prendere le distanze dagli affanni del quotidiano. L’arco non può essere sempre teso. Per ritrovare l’equilibrio compromesso dobbiamo avere la forza di staccare la spina. Quando si è soli con se stessi non si può mentire, emerge la verità che agogniamo e insieme temiamo. Per essere solo con se stesso il protagonista di una novella di Kafka arrivò al punto di scavarsi una tana nel sottosuolo e andarci a vivere. Non è il caso. E allora? Suggerisco una “fuga dal mondo” come quella che feci nel febbraio del 2009. Desideravo ristabilire la connessione col divino disturbata da tante interferenze materiali. Decisi, d’accordo con la mia famiglia, di ritirarmi per sette giorni nell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Ero l’unico ospite laico della severa abbazia benedettina toscana. Faceva freddo e nevicava. Solo i lupi avrebbero potuto apprezzare il silenzio e il gelo in cui piombai. Trascorsi una settimana in regime di digiuno alimentare, pregando, meditando, concedendomi letture edificanti e passeggiate solitarie nei boschi. Mi adeguai ai ritmi e alla rigida disciplina dei monaci, per cui la mia giornata era scandita dalla Regola di san Benedetto e dai divieti imposti ai laici dal regime di clausura. La giornata iniziava alle 6,15 del mattino. Partecipavo, insieme ai benedettini, all’Ufficio delle Letture, nella cripta della chiesa, alla lettura delle Ore, in cui si recita il Notturno, alle Lodi mattutine e ai Vespri, seguiti dalla Messa. La mia partecipazione alla liturgia si concludeva alle sera con la Preghiera di Compieta. Di quell’esperienza straordinaria mi restano nel cuore il canto gregoriano dei monaci, al quale mi associavo timidamente, la leggerezza dell’animo, la beatitudine e i momenti in cui il mio spirito si librava nelle dimensioni sottili. Il digiuno non mi pesava. Quando il corpo si disintossica e riposa, lo spirito può elevarsi. Né mi pesò l’isolamento. Per una settimana non seppi nulla di quel che accadeva nel mondo e a casa. Tornai rigenerato. La mia esperienza non è unica. Molte anime inquiete o affaticate cercano ristoro negli eremi cristiani o negli ashram induisti o buddisti, e lì trovano la forza per rileggere gli eventi della propria vita, dialogare con Dio e “resettare” il proprio piano esistenziale. Il cuore di ogni uomo è un piccolo, segreto monte Athos, e potremmo trovare la pace di cui sentiamo il bisogno viaggiando al suo interno. Ma credo che isolarsi anche fisicamente sia indispensabile per cancellare il rumore di fondo del mondo, da cui siamo confusi al punto di non sentire più la voce della coscienza. Non sarebbe male, di tanto in tanto, prestare ascolto al suono purificatorio delle campane e del canto salmodiato. In tempi come questi, segnati da un frastuono avvilente, non ci resta che ritirarci per qualche giorno se vogliamo risorgere a vita nuova.

Editoriale pubblicato il 3/2/2011 su:

lunedì 7 febbraio 2011

Parigi, o cara


Parigi, o cara noi lasceremo. Queste parole che Alfredo rivolge a Violetta ne “La Traviata” sono forse la chiave di violino della Ville Lumière. Intanto, perché Parigi è una femme fatale dai toni melodrammatici, nonostante la modernità abbia spazzato via taluni vezzi d’antan. E poi, perché è troppo bella per illudersi che possa restarci fedele per sempre o che la si possa amare senza pagare il fio di un sottile ma insopprimibile tormento interiore. Una toccata e fuga; questa è la prospettiva ideale che Parigi, amante più che sposa, e perciò refrattaria ai legami indissolubili ed eterni, suggerisce a chi paventa i fuochi dello struggimento dell’anima. “Molti vanno a Parigi e pochi ci sono stati” – scriveva Francesco Algarotti nel Settecento. Ancora oggi, Parigi appare indecifrabile. È uno dei luoghi sulla terra che maggiormente mettono in crisi il viaggiatore, lo attraggono, lo seducono e lo costringono a passare sotto le forche caudine della propria limitatezza. Qui, tutto è all’insegna della grandeur. Dallo straordinario quadro urbanistico alla struttura mentale. Ne consegue che si espande nell’osservatore riflessivo la coscienza dell’umana finitezza, accompagnata, però, dal sentore doloroso della vanitas vanitatum. In Place de la Concorde e sui Champs-Élysées, come sul sagrato del monumentale Sacré-Coeur o, più banalmente, sulla terrazza panoramica dei grandi magazzini Lafayette, da cui si gode il panorama di una Parigi che sembra alla portata di mano, ci si sente piccoli e inadeguati, confusi e perduti, per quanto si avverta in questo malessere il fremere di un germe euforico, che vellica i neuroni e induce la fronte a sollevarsi verso il cielo. A quel punto, purché dotati di una sensibilità dionisiaca, è facile scoprire la dimensione ultraterrena di Parigi, il cui vero simbolo non dovrebbe essere la Tour Eiffel ma l’insegna di Giano Bifronte. Difatti, per quanto la si creda esclusivamente mondana e carnale, Parigi è anche una città metafisica, fucina di idee luminose e ricerche spirituali ardite. L’etere è gravido di presenze angeliche come a poche altre latitudini. E perché no, di demoni astuti, aggiungerebbe Dan Brown da una sala del Louvre. Solo qui, per una sorta d’incantesimo, il bene e il male convivono in una sorta di entente cordiale. Basta osservare i gargoyles di Notre Dame; strizzano l’occhio alle petulanti turiste giapponesi che sfilano sul Quai de Montebello  come  a suo tempo Quasimodo sbirciava Esmeralda dall’alto della torre campanaria.

A Stendhal si attribuisce questo giudizio: “In Europa ci sono due capitali: Napoli e Parigi”. Cos’abbiano in comune queste due città così diverse è presto detto: la gioia di vivere che diventa esuberanza. Ma c’è una differenza. Napoli è straripante, caotica, sanguigna al punto di perdere la ragione. Parigi, invece, è romantica, edonistica, innamorata di se stessa e della propria intelligenza, che la governa malgrado il cuore. Napoli è l’inferno gaudente e vociante. Parigi è la città della vie en rose. Stendahl era un viaggiatore sensibile e si racconta che quando visitò la chiesa fiorentina di Santa Croce provò un’affezione psicosomatica – caratterizzata da tachicardia, capogiro, vertigini e confusione – che da allora viene per l’appunto definita “sindrome di Stendhal”. Questa sindrome è associata alla bellezza travolgente compressa in uno spazio limitato, perciò non si addice a Parigi, dove la bellezza è smisurata e tale da causare un differente tipo di imbarazzo. Potremmo chiamarlo “sindrome di Pantagruel” dal nome del  gigante immortalato da Rabelais, archetipo letterario del mangiatore smisurato e insaziabile insieme al padre Gargantua. In effetti, visitare Parigi è come sedere a un desco pantagruelico, col rischio di fare indigestione. Hemingway si lamentò che “a Parigi è un continuo banchettare”. È vero, non ci si sazia mai, si strafoga nel lusso e nei vizi, nell’autocompiacimento e nella vanagloria, e infine ci si ubriaca alla mescita del sublime e dell’abbondanza, condannando i sensi a una fatica di Sisifo insopprimibile, a un reflusso che non è gastroesofageo quanto psicofisico. Il limite di Parigi, forse, è di non avere né imporre limiti. Anche Narciso, ogni tanto, smetteva di specchiarsi nell’acqua. Parigi no, Parigi non può fare a meno di riflettersi nelle acque della Senna e ammirarsi compiaciuta. 

Amo Parigi, ma a certe condizioni. Amo soprattutto la Parigi in via di estinzione e non quella del turismo di massa. Amo perdermi nelle viuzze della Rive Gauche o del Marais, ignorare le attrazioni internazionali per imbattermi nei segni decomposti del tempo perduto, nei graffi profondi della storia, nelle epifanie magiche e perciò sorprendenti. A Parigi, i figli del dio minore  hanno voce in capitolo almeno quanto i prediletti. Clochards, imbonitori di piazza e mendicanti in compagnia di cani randagi e gatti sornioni sono imprescindibili al pari delle donne eleganti che vestono Chanel e si credono Carla Bruni. È facile invaghirsi di questa città che palpita come una  stella di prima grandezza, ma a patto di rinunciare alla Lonely Planet e sfilarsi l’orologio dal polso. Per amarla bisogna abbandonarsi al misterioso flusso dell’energia vitale parigina che trascina ogni cosa –  dall’arte all’economia – nel vortice della vita inimitabile e rende anche una semplice baguette sorprendente. Meno facile è resistere alla tentazione di odiarla. Perché mai la si dovrebbe odiare? Perché è troppo competitiva e frenetica. “Tutti a Parigi vorrebbero essere attore e nessuno spettatore” – denunciò Rostand. Poi perché è parossistica e ubriacante. Infine, perché ha la puzza sotto il naso e quell’aria da gran signora da cui ti aspetti, ancora oggi, l’invito a saziarsi coi croissants in assenza del pane. Credo che, tutto sommato, i parigini siano più presuntuosi dei fiorentini. Lo spirito del Re Sole e di Napoleone aleggia ancora nei Grands Boulevards e nelle piazze di Parigi e permea di fastosa superbia la commedia umana. Anche l’ultimo dei charcutiers o dei battellieri della Senna vi dirà, convinto, che il mondo civile nasce e finisce a Parigi e che gli altri, quelli che hanno la sfortuna di vivere al di fuori degli arrondissements, sono solo dei poveri provinciali. A parte questo, Parigi val bene una messa, come riconobbe Enrico IV di Francia. Anzi, vale una conversione. Quattro giorni vissuti intensamente a Parigi sono sufficienti per convertirsi non tanto ai piaceri effimeri della vita (di cui la Parigi libertina è la capitale storica) quanto alle liturgie dello spirito affrancato. Provate a visitare la Sainte-Chapelle in una giornata luminosa. Lasciate che la luce passi attraverso le sue splendidi vetrate colorate di rosso, oro,verde, blu e malva, animando più di mille scene di soggetto religioso. Fatevi inondare dalla beatitudine che ne deriva. E se riuscite a distaccarvi dal mondo circostante, apritevi alla comprensione dei misteri del creato. Scoprirete che non esiste una sola Parigi, all’insegna dei profumi e dei balocchi, ma tante realtà diverse, tante sorprendenti facce di un poliedro la cui contemplazione può soddisfare anche i sensi invisibili.

Parigi o cara, non è solo un’aria de “La Traviata”. È anche il titolo di un saggio in cui Alberto Arbasino rievoca i suoi trascorsi nella Parigi degli anni Sessanta. Quella Parigi, informata da Charles De Gaulle, Juliette Greco, filosofi e registi della Nouvelle Vague e dalle turbolenze studentesche, non esiste più. Meglio così. Parigi sa adeguarsi ai tempi e pur non rinnegando il passato vive proiettata nel futuro. È questo il segreto della sua vitalità. Altre città famose si accontentano di commemorare le glorie perdute. Ed è forse questa la vera ragione per cui a Parigi si respira un’aria pétillante. Al tempo di Sartre e delle caves ci si interrogava sul senso della morte. Oggi, si torna a celebrare la bellezza e la frenesia della vita, a dispetto della crisi dei valori ed economica della società in cui viviamo. Ma Parigi se ne frega della decadenza dell’Occidente. È un’enclave multietnica dove anche gli apolidi trovano una patria. Je m’en foutte! – sembra esclamare persino Danton, la cui statua ammonisce i passanti in St-Germain-des-Prés. L’eroe della rivoluzione francese stende il braccio destro e lo punta con fermezza, non si sa bene dove. O forse sì. Indica uno dei tanti café-bistrot della zona. Che c’è di strano? È lì che i parigini celebrano il rito quotidiano della liberté, egalitè e fraternité. Senza il minimo affanno, però, doucement.

Le Vie del Mondo


Dal 1924 al 1992, il Touring Club Italiano pubblicò un periodico mensile di geografia, viaggi e turismo dal titolo “Le Vie del Mondo”. Voglio rendere omaggio a questa storica rivista assegnando lo stesso titolo a una nuova etichetta in cui mi riprometto di fissare in lievi gouaches narrative alcune delle località che ho visitato nel corso degli anni. Viaggiare è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno – ha scritto Guy de Maupassant. Da incallito e appassionato viaggiatore quale sono, vorrei offrire al lettore le mie visioni reali e insieme oniriche del mondo. Tutti siamo capaci di viaggiare, in fondo. Ma siamo certi di saper vedere il lato segreto delle cose e di saper cogliere l’anima dei luoghi in cui ci conduce il destino? Io ci ho provato. Per questo motivo, il mondo che descrivo potrebbe non essere del tutto conforme agli stereotipi cui siamo abituati. Buon viaggio, dunque. E comunque. Prima tappa: PARIGI.