domenica 27 febbraio 2011

Sinai, la cima dove il Cielo stipulò l'alleanza con la Terra


“La montagna è il legame fra la Terra e il Cielo. La sua cima tocca il mondo dell’eternità e la sua base si ramifica in molteplici contrafforti nel mondo dei mortali. È la via per la quale l’uomo può elevarsi alla divinità e la divinità rivelarsi all’uomo”. Sono parole tratte da Il Monte Analogo di René Daumal, soltanto in apparenza romanzo d’avventure alpine, mentre in realtà è il resoconto incompiuto di un itinerario verso “il centro e la vetta” dove ogni uomo può diventare ciò che è. La montagna sacra costituisce uno dei simboli più potenti e presenti nell’immaginario umano. In quanto alta, verticale e vicina al cielo, è associata alla trascendenza. In quanto centro delle ierofanie e delle teofanie, è legata alla manifestazione. La montagna sacra è l’asse del mondo e il segnacolo della vera elevazione. Non è casuale che San Giovanni della Croce abbia descritto le tappe della vita mistica come un’ascensione o che Dante situi il Paradiso Terrestre sulla cima della montagna del Purgatorio. Ed è appropriato che Sahrawardi di Aleppo e gli esoteristi ismaeliti invitino a scalare il “Sinai del proprio essere” per giungere alla conoscenza di se stessi e quindi di Dio. 

Trascendenza e manifestazione sono i caratteri che distinguono la montagna sacra per eccellenza, la biblica Oreb, cioè il Monte Sinai, sulla cui sommità Dio parlò a Mosè e gli affidò le tavole della Legge. È uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi del pianeta. Io ci sono stato. Affrontai coi miei cari l’ascesa notturna del Gebel Mūsā (“Monte di Mosè”) per poter assistere al sorgere del sole dalla sua vetta. Fu come partecipare al mattino del mondo, così come lo racconta il Libro della Genesi. Non c’è esperienza di viaggio più mistica né duratura. Sul picco del Sinai ogni uomo che è in cerca ha modo di trovare. Ogni creatura può rinnovare il vincolo col Creatore. L’ascesa notturna del Monte Sinai non è solo un’escursione indimenticabile. È una metafora della trasformazione continua della nostra anima, del suo bisogno di relazionarsi con l’Uno per non smarrire la rotta cosmica. San Gregorio di Nissa chiamava l’Oreb “montagna del desiderio”. È il desiderio del sublime che guida i passi del cercatore verso la cima dove il Cielo stipulò l’alleanza con la Terra. 

L’ascesa inizia presso il Monastero di Santa Caterina, il convento più vecchio del mondo. La prima pietra fu eretta nel 330 da Sant'Elena, madre dell’imperatore Costantino. Si sale da 1.570 m. di altezza fino a 2.244 m. La Bibbia ammonisce chi intende sfidare il monte. “Guardatevi dal salire sulla montagna e dal toccare le sue falde. Chiunque toccherà il monte dovrà essere messo a morte, (Esodo 19, 12). La cima dell’altura è raggiungibile attraverso due percorsi che nell’ultimo tratto, il più duro, si congiungono in un solo, impervio sentiero adatto a capre e stambecchi. Il primo percorso è interamente tagliato nella roccia e conduce alla vetta attraverso 3.750 scalini irregolari scavati dai monaci anacoreti fin dal III secolo d.C. Sono detti “gradini della penitenza” e pare si tratti del cammino originario di Mosè – ma anche di Aronne, Nadab, Abihu e di settanta anziani di Israele che “insieme contemplarono il Dio d’Israele” – ma è impossibile esserne certi in mancanza di testimoni diretti. Ciò che appare certo è che questa scala sale a tornanti così stretti e ripidi da tagliare anche le gambe allenate. Il secondo percorso è chiamato la “via dei cammelli” ed è meno duro, soprattutto perché i cammelli addestrati e condotti dai beduini del deserto costituiscono un valido aiuto per gli escursionisti in difficoltà. Si tratta di un sentiero più lungo (oltre 7 km.), che aggira la montagna piegando a SE in circa tre ore di tempo e che si congiunge alla direttissima poco prima della vetta, rendendo obbligatorio il superamento degli ultimi 700 gradini di roccia levigata, i più scoscesi e accidentati, alla fine dei quali si erge una piattaforma affacciata sul vuoto e perennemente spazzata dal vento. La pendenza dell’ultimo strappo è micidiale. Eppure, si crede che anche il cavallo di Maometto abbia superato l’ostacolo e portato fin sulla vetta il profeta dell’Islam perché ascendesse al Cielo. I beduini amano mostrare con orgoglio due strane impronte impresse in una roccia; a loro dire sarebbero i segni degli zoccoli del leggendario giumento. 

Le stelle ciondolavano lente e ammiccanti nel grembo di una notte fredda in cui la luna era anemica e distratta. Il cielo era spiegato come una brillante trapunta di astri sul deserto sognante. La fatica dell’incedere era mitigata dall’eccitazione dei sensi, allertati a cogliere i suoni e i profumi della montagna, e della mente, incapace di stare calma. Il cammino che s’inerpica e procede a serpentina, dipanandosi in un regno di ombre e silenzi incantati, rotti appena dalle profferte dei beduini e dai vagiti gutturali di qualche gamal (il dromedario), invita il viandante emulo di Mosé, Elia e dei tanti santi esicasti che salmodiando il nome del Nazareno sperimentavano l’estasi, a riflettere sulla propria condizione. Ci si domanda: chi era veramente Mosè, il cui nome significa “il salvato”? Prende forma nella mente l’icona dell’omonimo capolavoro scultoreo di Michelangelo. Quel Mosè marmoreo, cui manca solo la parola, incarna l’ideale sovrumano di forza, stabilità, fermezza e predestinazione che da sempre affascina e attrae le anime impavide. Il suo sguardo è quello di un uomo che ha saputo sognare e realizzare i suoi sogni senza diventarne schiavo, che non si è mai illuso d’essere padrone del suo destino e in virtù di questa sua umiltà nella grandezza è stato ricompensato da Dio con il più alto dei premi: la rivelazione. A definire i meriti di Mosè basta questo semplice assioma: fondò il monoteismo. Nessuno, prima di lui, aveva proclamato con autorità che esiste un solo Dio. La verità è che si diventa Mosè e si viene “salvati” nel momento in cui si compie il suo stesso percorso cognitivo. A salvarci non è tanto il sacrificio dell’ascesa quanto il riconoscimento che siamo tutti figli di un solo Dio che nel farci dono dei Dieci Comandamenti ci ha offerto quanto serve per condurre in salvo la nostra anima. 

L’attesa dell’alba è irreale, commovente. Una volta questa montagna era chiamata Gebel Moneigiah, che significa “monte dell’incontro”. È l’incontro a dare un senso alla fatica. Nelle ore che precedono l’alba, la vetta rivela una fisionomia drammatica, come se vi incombesse il tutto e il nulla, come se vi dimorasse il destino in persona. Avvolto nelle tenebre e martellato da un vento algido, il picco sembra ululare alle stelle, sembra partorire interrogativi atavici ai quali l’astro lunare non sa rispondere. Ma all’improvviso, qualcosa si muove all’orizzonte. All’inizio è solo una promessa impalpabile. Il cuore prende a battere avvertendo l’avvicinarsi del momento tanto vagheggiato. La luce metafisica dei primi albori inizia a perforare il fronte compatto della notte. Col passare dei minuti la speranza diventa certezza. Il sole emerge in tutta la sua bellezza, la sua gloria. In quel mentre, accade un fatto prodigioso. Si avverte la presenza di quel dio sconosciuto che San Paolo annunciò all’Aeropago di Atene. Si percepiscono gli spasmi dell’anima, tesa disperatamente verso il cielo. Essa seguirebbe la luce come il filo segue la spola, se solo potesse. Lentamente il sole sorge allagando di raggi tenui il profilo delle creste montuose che si stendono davanti allo spettatore. Ecco le rocce del Serbal, un regno selvaggio e scosceso nei cui lombi sono scavate miniere di rame e grotte consacrate fin dalla notte dei tempi alle visioni sovrannaturali. Ed ecco una vallata d’aspetto lugubre. È l’Erebo delle leggende semitiche, pieno di burroni e piramidi di sassi, muraglie e onde pietrificate. Aldilà di queste cortine grigie si apre una vista straordinaria, che abbraccia i quattro punti cardinali. D’un tratto, sulla visione cola un fiume d’oro e di fuoco che divampa. È uno spettacolo primordiale. Il sole sale sul suo trono e il cielo che sovrasta il Sinai si trasforma in un lago azzurro. Il cuore è frastornato. Nella mente, provata da emozioni forti, si aprono come orchidee le parole di un canto che Yehudah ben Shalomo al-Harizi, il grande poeta ebraico vissuto nella Spagna musulmana fra il XII e il XIII secolo, innalzò alla montagna sacra mai veduta e sempre sognata. “Molte terre sono attraenti ma nessun occhio ha mai contemplato una bellezza come la tua. Non so se è il cielo che si china fino a te o se sei tu che ti innalzi fino a lui”. Il dubbio non si scioglie. Ma una cosa è certa: la montagna sacra mantiene fede alle promesse. Come auspicava l’autore di un antico testo ebraico noto come Il Cantico del Mare “dalle tue vette ogni uomo sarà strappato nel vortice del tuo fuoco”.

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