domenica 13 febbraio 2011

Patmos, l'isola dell'Apocalisse


La Grecia ha oltre 3.000 isole, compresi gli isolotti, ma solo 167 sono abitate. Alcune sono mete turistiche di primaria importanza. Creta, Rodi, Mykonos, Kos, Santorini, Corfù, Cefalonia, tanto per citare le più famose. Ma nel vasto arcipelago greco c’è un’isola “minore” che si distingue per la sua eccezionale prerogativa; è un omphalos, cioè un “ombelico” del mondo. L’isola di cui parlo è Patmos. Ci sono stato per due settimane, nel 2001, e a distanza di dieci anni il ricordo di quel soggiorno “mistico” è ancora vivido. Voglio chiarire, prima di tutto, cosa significhi omphalos. Nell’antichità, questo termine greco che si traduce “ombelico” indicava una pietra o un oggetto di straordinario valore spirituale. Come la pietra che era situata a Delfi, nel Tempio di Apollo, da cui la Pizia diffondeva i suoi vaticini. In seguito, per estensione, omphalos è diventato ogni luogo sulla Terra carico di una potente energia spirituale. Ne è un esempio Rapa Nui, più nota come Isola di Pasqua, che i locali chiamavano Te Pito, letteralmente “ombelico del mondo”. Sulla Terra ci sono decine di luoghi simili e uno si trova certamente nel Mare Egeo. L’isola di Patmos è la più settentrionale delle isole del Dodecaneso e da sempre è considerata una perla splendente. In realtà, essa è formata da tre perle, tre isolotti brulli sospesi in acque baluginanti e riuniti solo in epoca recente da stretti istmi sabbiosi. È impossibile non farsi sedurre dall’aspetto severo di questa terra spoglia, con pochissima vegetazione, per lo più composta da cespugli bassi e piante da brughiera, le cui rocce scure si allungano come le spire di un serpente, le cui coste sono frastagliate come pensieri tormentati, le cui scogliere a canna d’organo precipitano in un mare blu copiativo, le cui spiagge – alcune delle quali raggiungibili solo a bordo dei caicchi – sono rifugi aristocratici. Ma è altrettanto impossibile non accorgersi che l’isola, battuta com’è da un sole che nei mesi più caldi diventa impietoso e dal meltèmi, l’incessante vento del nord che reca refrigerio, è una sorta di batteria galvanica  che ricarica i chakra.

Patmos non è eccezionale solo per la sua selvaggia e aspra bellezza, ma in particolar modo per l’alea di sacralità e mistero che la circonda. La ragione per cui è considerata un luogo santo, e perciò attira a sé gli spiriti contemplativi anziché i turisti di massa, è legata alle sue vicende storiche. Patmos è terra di confino e di riflessione. Secondo il mito, qui trovò riparo Oreste perseguitato dalle Erinni. È anche palestra di ascesi per vocazione e morfologia; da circa venti secoli è infatti conosciuta come la “Gerusalemme dell’Egeo”, titolo che rivela il suo carattere religioso e insieme esoterico. La fama dell’isola è legata indissolubilmente alla figura di Giovanni figlio di Zebedo, che in una grotta ricevette da un angelo inviato da Dio la “Rivelazione” sugli ultimi tempi. Le sue fantasmagoriche e terrifiche visioni hanno dato vita all’ultimo, inquietante libro del Nuovo testamento: l’Apocalisse.

In epoca romana, e più precisamente sotto l’imperatore Domiziano, Patmos divenne una colonia penale. Dal 95 al 97 vi fu esiliato l’apostolo ed evangelista Giovanni, il “discepolo che Gesù amava” e che Dante chiama “colui che giacque sopra ‘l petto del nostro pellicano (ndr. Cristo)”. Giovanni era già molto vecchio e durante il suo soggiorno a Patmos prese l’abitudine di ritirarsi in una grotta per pregare e penetrare profondamente il mistero del Verbo fatto uomo, pieno di grazia e di verità. In quella grotta, il “figlio del tuono” fu rapito in estasi e presto iniziò a dettare le sue visioni a Prochoros, il servizievole e devoto diacono che secondo un testo apocrifo, Gli atti di Giovanni, lo aveva seguito al confino e lo assisteva. Del Libro dell’Apocalisse, una delle opere letterarie più enigmatiche mai scritte, ho dato una chiave di lettura non convenzionale nel mio libro “L’Apocalisse è giunta”, perciò non ne parlerò. Ciò nonostante desidero precisare che sul luogo dove Giovanni visse la sua esperienza mistica oggi sorge un monastero. Nell’alto Medioevo, l’isola di Patmos era stata abbandonata a causa delle incursioni dei pirati saraceni. Nel 1088 (lo stesso anno della fondazione del monastero di Cluny!) Alessio I Comneno la cedette al monaco Christodoulos Latrenos, che vi sbarcò con tre crisobulle auree dell’imperatore, che oltre ad assegnargli l’isola gli concedeva l’esenzione dalle tasse e la costruzione di un monastero. Difatti, egli vi fondò il monastero “Sanctus Joannes de Patmasa”, come è scritto nei documenti latini medievali. Una cittadella della fede destinata a divenire un importante centro di vita monastica per tutto l’Oriente e un baluardo della resistenza culturale greco-ortodossa nei secoli della dominazione ottomana. Da allora, l’isola conobbe un grande splendore economico e accumulò enormi ricchezze grazie ai traffici della sua potentissima flotta. Il monastero di San Giovanni, situato a metà circa della strada in salita che conduce dal porto di Skala al villaggio di Chora, è l’epicentro dell’isola e ne costituisce il cuore oltre che l’essenza. La grotta santa, detta anticamente Theokepasti e oggi conosciuta come Spileon tis Apokalipsis, è inglobata in un piccolo santuario che disarma anche il visitatore più frettoloso, invitandolo alla meditazione. Aureole d’argento vuote e surreali indicano la roccia dove Giovanni appoggiava la testa per dormire e la nicchia che serviva come leggio al suo discepolo Prochoros mentre trascriveva le visioni e le profezie del veggente. Nella grotta si respira un’aria che profuma di trascendenza e induce all’autodafé. È impossibile resistere alla tentazione d’inginocchiarsi e ammettere le proprie colpe, le proprie paure, la propria apatia spirituale. Qui, come in un confessionale spoglio, si avverte il bisogno di confessare i propri peccati direttamente a Dio, la cui presenza è palpabile e solo in parte rassicurante.  Altrimenti, che omphalos sarebbe?

Il porto è affollato di panfili e navi da crociera. Skala sta diventando meta vacanziera sempre più ricercata dal jet set internazionale (politici, industriali, attori, ecc)) e ciò è male. Pur tuttavia, Patmos mantiene una sua autenticità e nei quartieri arretrati rispetto al mare ripropone la caratteristica architettura greca semplice e serena, composta da case intonacate, infissi pastello, cascate di bouganvillee e muri candidi. Chora, invece, è un bellissimo villaggio medievale, un dedalo di dimore e viuzze candide dominato dal Monastero di Agios Ioannis Theològos, che si staglia arcigno sopra il magma luminoso delle case. L’interno di questo poderoso complesso dall’aspetto di serrata fortezza medievale, fondato nel 1088 da San Cristodolo, è un’oasi di silenzio e di pace, dove si viene accolti da popi barbuti e gentili. Dalla terrazza del monastero, quando il tempo è favorevole, si gode una fantastica vista sull'Egeo. Io alloggiavo in una dimora stupenda nel pittoresco centro di Chora e ogni mattina mi recavo sulla grande terrazza della casa per compiere il rito quotidiano del Suryanamaskar, ovvero il “saluto al sole”. Quel semplice esercizio mi conciliava con l’universo. Nel rendere omaggio al sorgere del sole era come se l’energia della madre Terra e del Cielo entrasse dentro di me per ricaricarmi e purificarmi. I colori e i profumi mi inebriavano ma era soprattutto la luce, pura e calda, a estasiarmi. Non meno emozionante era assistere dall’alto della grande terrazza che domina l’isola al tramonto sulle acque dell’Egeo, che assumevano i colori dell’arancia e della porpora. Nell’ora che “ai naviganti intenerisce il core” lo sguardo si perdeva nella linea di confine fra il mare e il cielo e non distingueva più la vera natura dei natanti. Sicché la mente trasformava le moderne barche a vela nelle antiche triremi. Mi illusi di avere avvistato la flotta degli argonauti e la nave di Ulisse. Udii il canto delle sirene.

“Amo questa Grecia al di sopra di tutto. Essa porta il color del mio cuore. Ovunque si guardi, giace sepolta una gioia” ha scritto il poeta tedesco Hölderlin. Non ho potuto non condividere questo assunto mentre oziavo a Psilì Amos, un’incantevole spiaggia con alte dune che ricordano un angolo di deserto e il cui nome significa “sabbia fine”. Lì mi sono anche venute in mente le parole che Pindaro rivolse a Gerone I, il tiranno di Siracusa: Genoio, hoios ei. Significano “Diventa ciò che sei!”. Fra i molti ricordi legati all’isola di Patmos questo è forse il più istruttivo. Diventare ciò che si è costituisce un’impresa tutt’altro che facile e banale. Ma stiamo vivendo il tempo annunciato dall’Apocalisse di Giovanni. È giocoforza provarci.

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