lunedì 21 febbraio 2011

L'ordinamento angelico


Dio ha alle sue dipendenze molti angeli ma “c’è forse un numero per le sue schiere?” – si chiede Giobbe. Le Sacre Scritture ci forniscono notizie vaghe sull’argomento. Davide dice che sono ventimila (Salmo 68-17) mentre nel Deuteronomio incontriamo diecimila angeli che scendono sul Sinai per confermare a Mosè la presenza di Dio (33,2). Nel Libro di Enoch, miniera inesauribile dell’angelologia, il patriarca elevato al Cielo conferma di avere visto “migliaia e migliaia, miriadi e miriadi, innumeri e incalcolabili” angeli (XL,1). Nel Libro di Daniele viene detto che “mille migliaia lo servivano (Dio) e miriadi di miriadi stavano davanti a Lui” (7,10) e l’Apocalisse parla ripetutamente di “diecimila miriadi” e “miriadi di miriadi e di migliaia di migliaia” (5,11:9,16). Anche San Paolo conferma nella sua Lettera agli Ebrei (12,22) la presenza di “miriadi di angeli”. Ma il parere più interessante è forse quello di Dionigi l’Aeropagita, noto anche come Pseudo-Dionigi, il quale afferma che “gli ordini delle entità celesti sono per noi incalcolabili. Molti sono i beati eserciti delle intelligenze ultraterrene, superiori alla nostra debole e limitata numerazione materiale”. Il numero degli angeli è dunque incalcolabile per gli uomini, ma come precisò Gregorio Magno, esso è definito davanti a Dio. In ogni caso, solo un cabalista o un pignolo hanno interesse ad approfondire un aspetto così riduttivo della realtà angelica. Più che interrogarci sul numero degli angeli è dunque opportuno procedere alla disamina della loro gerarchia.

A seguito di una delle visioni per cui è divenuta famosa, la mistica e dotta tedesca Santa Ildegarda di Bingen professò che “Dio onnipotente costituì diversi ordini nella sua milizia celeste, così che ciascuno ordine assolvesse la propria funzione e fosse lo specchio e il sigillo del vicino. Ciascuno di questi specchi protegge così i misteri divini”. Ma quanti e quali sono gli specchi del salone di Dio? La Bibbia non va oltre un pallido tentativo tassonomico. In realtà, si limita a nominare gli arcangeli, i serafini e i cherubini senza provvedere alla strutturazione di un corpus organico di informazioni atte a meglio classificare gli esseri di luce. È con il sorgere dell’angelologia cristiana che ci si interroga sul loro ordinamento. Alle sette classi enumerate nel NT (angeli, arcangeli, troni, signorie, arconti, potestà-autorità e potestà-virtù) le Costituzioni apostoliche aggiunsero nel IV secolo d.C. i cherubini e i serafini. Ma è solo in seguito, grazie all’opera paziente e ispirata di Dionigi l’Aeropagita, che vengono autorevolmente conciliate le tradizioni cristiane con la filosofia platonica. Questo Dionigi, che un tempo si pensava fosse un discepolo di San Paolo ma che in realtà visse fra il IV e il V secolo d.C., è autore del trattato De Coelesti hierarchia, forse il più autorevole tentativo di ordinare la copiosa “armata del Cielo”. Si tratta di un breve testo che in modo sistematico suddivide e riunisce gli angeli definendo una gerarchia che ha fortemente influenzato i teologi successivi. Mentre Sant’Agostino confessava la sua ignoranza in materia, San Girolamo sosteneva che i cori fossero sette. Beda il Venerabile, Scoto Eriugena, San Tommaso e San Bonaventura finirono per accettare gli assunti di Dionigi. Lo stesso Dante accolse la sua classificazione e la prese a modello nella Divina Commedia. Nel canto XXVIII del Paradiso, le creature celesti sono infatti riunite in uno schema che si rifà a quello del De Coelesti hierarchia. È probabile che la conoscenza di Dionigi fosse mediata dagli angeli stessi, che si dice gli apparissero in visione e lo rendessero edotto sulle “beatissime gerarchie angeliche nelle quali il Padre ha generosa-mente manifestato la Sua luce e attraverso le quali noi possiamo elevarci fino al Suo assoluto splendore”. È probabile per almeno due ragioni. La prima è che la conoscenza viene sempre da Dio, il quale usa i suoi messi per illuminare le menti umane e rivelare loro la verità. La seconda è che la classificazione di Dionigi ha resistito ai tempi, alle critiche e alle verifiche. Una volta chiarito che gli angeli sono simili a specchi “adatti a ricevere il raggio di luce del Principio divino, santamente ricolmi dello splendore a loro dovuto e a loro volta largamente risplendenti verso quelli che li seguono”, Dionigi compila una directory che contempla tre gerarchie angeliche, suddivise ciascuna in tre Ordini o Cori, per un totale di nove. L’organizzazione angelica è dunque costruita a immagine e somiglianza della trinità. La prima gerarchia è la più vicina al Verbo, che circonda con la sua perpetua adorazione, ed è composta dai consiglieri divini. La seconda è costituita dai cavalieri di Dio. La terza gerarchia, che è la più prossima agli uomini e perciò governa le cose terrene, comprende gli angeli esecutori, ministri della volontà divina. Secondo San Bonaventura, solo l’ultima gerarchia è incaricata da Dio di stabilire rapporti con il genere umano. Vediamo come Dionigi interpreta le relazioni fra i vari ordini. “L’ordine superiore, composto dai Cherubini, dai Serafini e dai Troni, più vicini per la loro dignità al santuario segreto, inizia misteriosamente il secondo ordine, composto dalle Signorie, dalle Potestà e dalle Potenze. Questi a loro volta rivelano i misteri ai Principati, agli Arcangeli e agli Angeli, che presiedono alle gerarchie umane”. È una prospettiva semplice e funzionale. Ma ecco una breve descrizione dei nove raggruppamenti angelici.

I Serafini costituiscono il primo ordine gerarchico, il più elevato in dignità. Tradizionalmente essi circondano il trono di Dio cantando ininterrottamente “Santo! Santo! Santo!”. Sono illuminate potenze di purificazione, il “fuoco di Dio” o “coloro che riscaldano”, come l’etimologia stessa indica (l’ebraico serafim significa “ardente”). Essi sono menzionati nell’AT, dove Isaia li considera esseri celesti che hanno il compito di lodare e di adorare incessantemente Dio proclamandone la santità. Egli li descrive con aspetto umano, dotati di tre paia di ali circondate da lingue di fuoco. Con il primo paio essi si coprono il viso per indicare che il mistero di Dio è inaccessibile, con il secondo paio di ali volano mentre il terzo serve loro per coprirsi i piedi in segno di riverenza. I Serafini abbondano anche nel secondo e terzo Libro di Enoch. Dionigi afferma che i Serafini effettuano un “continuo ed incessante movimento attorno alle realtà divine”, e sottolinea “il calore, l’ardore, il ribollire di questo eterno movimento continuo, stabile e fermo, la capacità di rendere simili a se stessi i subordinati, elevandoli energicamente, facendoli ribollire ed infiammare fino a un calore uguale al loro…”. Sono guidati dall’arcangelo Uriele. Secondo la mistica ebraica, invece, il loro capo è Semuyel o Yehuel.

I Cherubini costituiscono il secondo coro angelico. Il  loro nome (dall’ebraico kerubim) significa “potere della conoscenza” o “effusione di saggezza”. Anch’essi sono menzionati nell’AT. Di loro si dice che sostengono il trono di Dio, di cui sono i servitori (Salmi, 80,2 e 99,1). Nella Bibbia ebraica compaiono in posizioni di prestigio; sono i guardiani che impediscono il nostro ritorno all’Eden, i simulacri posti sull’Arca dell’Alleanza, i quattro esseri della visione di Ezechiele e gli angeli di legno d’ulivo del Tempio di Salomone. Dante li menziona nel Convivio e nella Divina Commedia come spiriti contemplanti il Padre nella sua relazione con il Figlio e assegna loro il compito di custodire l’albero della vita nel Paradiso terrestre. I Cherubini erano già noti nelle culture mesopotamiche, che li raffigurano in sembianze bestiali. Il loro aspetto, in realtà, è angelico e caratterizzato da due sole ali e dalle piume di pavone. Inoltre li distingue una voce potentissima, simile al tuono. Dante li descrive armati di spade infuocate ma spuntate poiché hanno una funzione solo difensiva e vestiti di verde, con i capelli biondi. Dionigi risalta “il loro potere di conoscere e di contemplare la Divinità, la loro attitudine a ricevere il dono di luce più alto e a contemplare la dignità del Principio divino nella sua potenza originaria, la loro capacità di riempirsi del dono della saggezza e di comunicarlo, senza invidia, a quelli del secondo ordine…”. Il loro capo è Jophiel. I mistici ebraici affermano che sono guidati da Keraviel.

I Troni sono essenze purificate che rappresentano la “Maestà divina”; costituiscono il terzo coro della prima gerarchia. Il loro nome sta a indicare la vicinanza al trono divino. Essi sono entità sublimi, perciò siedono immediatamente accanto a Dio, da cui ricevono direttamente e immediatamente le perfezioni e le conoscenze divine. Dionigi dice di loro che “trascendono in modo puro ogni vile inclinazione, che si elevano verso la vetta in modo ultraterreno, che fermamente si ritraggono da ogni bassezza… che sono portatori del Divino”. Il loro aspetto è quello di ruote di fuoco. Nella mistica ebraica corrispondono agli Ofannim, il cui nome significa appunto “ruote”, di cui ebbe la visione Ezechiele (I, 15)  Sono simili a vortici di luce ed energia purissima e li guida Japhkiel. I Troni sono nominati nel NT (Colossesi, 1,16).

Le Dominazioni sono le celesti intelligenze rappresentanti la Signoria divina. Essi sono al servizio del Re e hanno un ruolo affine a quello dei prodi cavalieri, di cui reggono i simboli: lo scettro, la spada e la lancia. Dionigi dice che il loro nome indica “la loro forza di elevarsi, che mai si sottomette, libera da ogni inferiore cedimento”. Il capo del primo ordine della seconda gerarchia è Zadkiel. Anche le Dominazioni sono nominate nel NT (Colossesi, 1,16).

Le Virtù sono i potenti rappresentanti della volontà divina. Hanno la corona, il cilicio e il manto rosso che rappresentano la passione di Gesù. Il loro capo è Aniel. Secondo Dionigi, “il nome delle sante Virtù significa coraggio saldo e intrepidità in tutte le attività, un coraggio che mai si stanca di accogliere le illuminazioni donate dal Principio divino, ma che è anzi potentemente teso all’imitazione di Dio”. L’esistenza delle Virtù è indicata nel NT (Efesini, 1,21). Questo ordine angelico ha la funzione di operare miracoli nel nostro mondo e di servire da angeli custodi come menziona Gesù nel Vangelo (Matteo, 18,10). I due angeli che affiancano il Cristo risorto nell’ascensione erano due Virtù.

Le Potestà, dette anche Potenze, sono le creature celesti che hanno il compito di proteggere l’umanità. Portano spade fiammeggianti e sono i custodi dell’ordine e l’autorità d’ordine è il loro motto distintivo. Per questa ragione San Paolo provava ostilità verso di loro. Per lo Pseudo Dionigi, il loro nome rivela “il carattere di potenza ultraterrena e intelligente, che non abusa tirannicamente delle sue potenti forze, volgendole al peggio, ma che si eleva ed eleva con bontà i subordinati verso le realtà divine”. Le Potestà sono nominate nel NT (Colossesi, 1,16). Le guida uno dei tre arcangeli più illustri: Raphael.

I Principati celesti sono le intelligenze angeliche che vegliano sulle guide dei popoli. Sono anche i difensori delle religioni. Secondo la tradizione si manifestano con lo scettro e la croce. Essi “possiedono un carattere divinamente sovrano e un potere di comando, entro un ordine sacro che è il più consono a delle potenze sovrane”, sempre secondo Dionigi. Per San Bonaventura essi hanno un incarico specifico: vigilare perché gli uomini si orientino verso il bene. I Principati sono nominati nel NT (Colossesi, 1,16). Il loro capo è Camael.

Gli Arcangeli sono le guide degli angeli. Lo indica chiaramente il loro stesso nome, composto da archein, che significa “essere a capo” e anghelos. Queste creature amate e temute nello stesso tempo sono nominate più volte nel NT e nella letteratura apocalittica giudaica. Dionigi dice che “il santo ordine degli Arcangeli, per la sua posizione centrale nella gerarchia, partecipa ugualmente degli estremi. Infatti è affine ai santissimi Principati ed è affine agli Angeli…in quanto riceve gerarchicamente le illuminazioni del Principio divino attraverso le potenze primarie e le annuncia benevolmente agli Angeli, e tramite gli Angeli le manifesta a noi, in proporzione alle sante attitudini di coloro che vengono divinamente illuminati”. San Bonaventura dice che sono i messaggeri della luce divina. Fanno parte di questo coro alcune delle figure angeliche più famose, in primis Michael, che è il capo dell’ordine, poi Gabriel, l’angelo dell’Annunciazione, e Raphael, che pur essendo un arcangelo è designato al comando delle Potestà. Secondo il Libro di Enoch sono sette e corrispondono presumibilmente ai sette angeli dell’Apocalisse di Giovanni (8,2).

Gli Angeli, infine. Essi terminano e completano il quadro delle Intelligenze celesti. Sono le figure più note e prossime agli esseri umani. Come nota Dionigi “possiedono il carattere di messaggeri e sono più vicini a noi; perciò più ad essi che ai precedenti è appropriato il nome di Angeli, in quanto la loro gerarchia si occupa di ciò che è più manifesto e, ancor più, delle cose di questo mondo”. San Bonaventura attribuisce a questo coro un compito prevalentemente pratico: proteggere gli uomini dai pericoli e dal demonio. A capo degli Angeli c’è l’arcangelo Gabriel.

In sostanza, le differenze fra i nove cori angelici viene determinata dal diverso grado di visione beatifica di Dio. Ma tutti gli angeli, qualunque sia la loro posizione nella gerarchia, ricevono e trasmettono la luce e i comandi divini. È giusto notare, poi, che la ricca letteratura mistica ebraica e i testi cabalistici descrivono altre schiere angeliche che sono rimaste escluse da questa classificazione. Mi riferisco agli Erellim, agli Hasmalim, agli Irin, agli Isim e ad altri ordini minori.

Ma dove risiedono gli angeli? Dove stanno abitualmente, quando non sono impegnati nella “ronda” cosmica o in missione speciale sulla Terra? La risposta è apparentemente banale: in Paradiso. Ma cos’è il Paradiso? Anche il sommo poeta accettò l’ordinamento di Dionigi. Però Dante va oltre, introducendo nella sua descrizione del Paradiso un’immagine potente e suggestiva, che concilia con esiti straordinari che fondono poesia e teologia. È la visione di un Cielo composto da nove cerchi concentrici ruotanti intorno a un punto luminoso. Ed è questa la dimora aurea degli angeli, distribuiti su nove cieli contrassegnati da un’architettura complicati ma perfetta Nel primo e più vicino alla Terra, il Cielo della Luna, vivono gli Angeli. Nel secondo, detto Cielo di Mercurio, si trovano gli Arcangeli. Nel Cielo di Venere, che è il terzo, stanno i Principati. E così di seguito. Nel Cielo del Sole ci sono le Potestà, nel Cielo di Marte le Virtù, nel Cielo di Giove le Dominazioni, nel Cielo di Saturno le Dominazioni e nel Cielo delle stelle fisse i Cherubini. L’ultimo Cielo, il nono, è chiamato Primo mobile e vi risiedono i Serafini. I nove cori danteschi si muovono con velocità differenziate intorno a Dio, che è immobile. Maggiore è la vicinanza a Dio, più alta è la frequenza del moto angelico. I Serafini, quindi, sono i più frenetici mentre gli altri cori angelici ruotano a una velocità progressivamente inferiore. La visione dantesca del Paradiso, per altro fondata su assunti teologici preesistenti, è solo uno splendido volo dell’anima sostenuto dalla grazia poetica o non è piuttosto una rappresentazione del vero resa possibile dal superamento delle soglie abituali della coscienza? È noto che Dante si interessava di esoterismo ed è verosimile che la genialità priva d’investitura divina non sia sufficiente per raggiungere esiti artistici così sublimi come quelli da lui toccati. Chi aprì il terzo occhio di Dante? Chi lo guidò oltre il mondo sensibile per mostrargli la conoscenza nascosta? Forse furono proprio gli angeli a ispirare e a sospingere il “divin poeta” verso l’Empireo della Letteratura. Il mio “forse” esprime un sentimento naturale di pudore nei confronti dei lettori che non hanno dimestichezza con i piani sottili della conoscenza, più che un reale dubbio. Sono infatti convinto che le costruzioni dello spirito foriere di nuove prospettive per l’intera umanità, come quelle innalzate da Dante Alighieri o da Dionigi l’Aeropagita, rivelino l’intervento di forze trascendenti, e perciò manifestino l’intenzionalità cognitiva del demiurgo divino.(4 continua)

Nessun commento:

Posta un commento