martedì 8 febbraio 2011

Non ci resta che ritirarci per rinascere

Nel “San Girolamo penitente” di Leonardo da Vinci, il famoso eremita e padre della Chiesa vissuto a cavallo fra il IV e il V secolo dell’era cristiana è raffigurato in ginocchio, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Una posizione che esprime la sete e l’umiltà della sua anima. Girolamo visse tre anni come anacoreta nel deserto e poi si isolò nella grotta della Natività di Betlemme, dove concluse la sua vita ormai dedicata alla preghiera. È solo una delle tante anime sensibili che hanno sentito il bisogno di congedarsi dal mondo per coltivare meglio l’orticello dell’anima. Si chiama ritiro spirituale. Il Marchese di Vauvenargues ha scritto che la “solitudine è per lo spirito ciò che la dieta è per il corpo”. In effetti, in un’epoca dominata dalla bulimia psicofisica, oltre che dall’incertezza, è utile sottoporsi a una dieta disintossicante. Siamo stanchi e delusi. Ci serve una pausa di riflessione per fare silenzio intorno e dentro di noi, riscoprire la bellezza del dialogo interiore e prendere le distanze dagli affanni del quotidiano. L’arco non può essere sempre teso. Per ritrovare l’equilibrio compromesso dobbiamo avere la forza di staccare la spina. Quando si è soli con se stessi non si può mentire, emerge la verità che agogniamo e insieme temiamo. Per essere solo con se stesso il protagonista di una novella di Kafka arrivò al punto di scavarsi una tana nel sottosuolo e andarci a vivere. Non è il caso. E allora? Suggerisco una “fuga dal mondo” come quella che feci nel febbraio del 2009. Desideravo ristabilire la connessione col divino disturbata da tante interferenze materiali. Decisi, d’accordo con la mia famiglia, di ritirarmi per sette giorni nell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Ero l’unico ospite laico della severa abbazia benedettina toscana. Faceva freddo e nevicava. Solo i lupi avrebbero potuto apprezzare il silenzio e il gelo in cui piombai. Trascorsi una settimana in regime di digiuno alimentare, pregando, meditando, concedendomi letture edificanti e passeggiate solitarie nei boschi. Mi adeguai ai ritmi e alla rigida disciplina dei monaci, per cui la mia giornata era scandita dalla Regola di san Benedetto e dai divieti imposti ai laici dal regime di clausura. La giornata iniziava alle 6,15 del mattino. Partecipavo, insieme ai benedettini, all’Ufficio delle Letture, nella cripta della chiesa, alla lettura delle Ore, in cui si recita il Notturno, alle Lodi mattutine e ai Vespri, seguiti dalla Messa. La mia partecipazione alla liturgia si concludeva alle sera con la Preghiera di Compieta. Di quell’esperienza straordinaria mi restano nel cuore il canto gregoriano dei monaci, al quale mi associavo timidamente, la leggerezza dell’animo, la beatitudine e i momenti in cui il mio spirito si librava nelle dimensioni sottili. Il digiuno non mi pesava. Quando il corpo si disintossica e riposa, lo spirito può elevarsi. Né mi pesò l’isolamento. Per una settimana non seppi nulla di quel che accadeva nel mondo e a casa. Tornai rigenerato. La mia esperienza non è unica. Molte anime inquiete o affaticate cercano ristoro negli eremi cristiani o negli ashram induisti o buddisti, e lì trovano la forza per rileggere gli eventi della propria vita, dialogare con Dio e “resettare” il proprio piano esistenziale. Il cuore di ogni uomo è un piccolo, segreto monte Athos, e potremmo trovare la pace di cui sentiamo il bisogno viaggiando al suo interno. Ma credo che isolarsi anche fisicamente sia indispensabile per cancellare il rumore di fondo del mondo, da cui siamo confusi al punto di non sentire più la voce della coscienza. Non sarebbe male, di tanto in tanto, prestare ascolto al suono purificatorio delle campane e del canto salmodiato. In tempi come questi, segnati da un frastuono avvilente, non ci resta che ritirarci per qualche giorno se vogliamo risorgere a vita nuova.

Editoriale pubblicato il 3/2/2011 su:

1 commento:

  1. Scriveva Voltaire nel suo “Dizionario filosofico”: “Viviamo in una società in cui non c'è nulla di veramente buono tranne ciò che fa il bene della società. Un solitario sarà sobrio, pio, porterà il cilicio: ebbene, sarà santo; ma io lo chiamerò virtuoso solo quando avrà compiuto qualche atto di virtù da cui abbiano tratto giovamento altri uomini. Finché è solo, non è né benefico né malefico; non è niente per noi”.
    Non è niente per noi.
    Disarmante, essenziale, attuale, come possiamo definire questo breve testo scritto in un epoca, il Secolo dei Lumi, così lontana ma così vicina e simile alla nostra?
    Certo, possiamo anche non condividere il pensiero del filosofo francese, ma rimarranno per sempre incise quelle parole: “Non è niente per noi”.

    RispondiElimina