martedì 22 febbraio 2011

Paesi arabi in rivolta: godiamoci la Storia senza sapere dove va


Stiamo vivendo un momento storico straordinario. È in atto una svolta epocale, simile a quella prodotta nel 1989 dal crollo del Muro di Berlino. Questa volta, a crollare – uno dietro l’altro come instabili birilli – sono i regimi dispotici del Maghreb. Il mondo islamico, dal Mediterraneo fino alla penisola arabica, è in fiamme. Un incendio che si allarga di giorno in giorno e va modificando il quadro geopolitico di un’area vasta oltre che strategicamente fondamentale per gli equilibri planetari. Ci avviamo verso una nuova era ricca di incognite. La rivolta popolare in Tunisia con il crollo del regime di Ben Alì è stato solo il primo, clamoroso moto di una accelerazione storica che era inimmaginabile, persino inattendibile fino a poche settimane fa. Il punto è questo. La Storia sa sorprenderci con i suoi repentini scatti in avanti, con la sua fantasia e la sua folle capacità di eludere le logiche economiche e di potere. Ogni tanto (accadde a Parigi nel 1789 e a San Pietroburgo nel 1917) le masse si ricordano di essere il vero motore della storia, di avere la capacità di sovvertire l’ordine, demolire i sistemi e cambiare rotta oltre che i nocchieri. Succede quando la rabbia esonda. È successo in Egitto, dove il despota Mubarak è stato costretto alla fuga nonostante godesse dell’appoggio degli USA. Sta accadendo in Libia, dove l’odioso satrapo Gheddafi è giunto al capolinea. Gli scontri di piazza cambieranno il volto dello Yemen, del Bahrein, del Kuwait, dell’Algeria, forse dell’Iran. Nessuno è al sicuro. La rivolta dei popoli oppressi è più contagiosa della varicella, più letale del morso del serpente a sonagli e dei bocconi di fugu, il pesce palla giapponese. Ma perché il mondo arabo è in subbuglio? Chi o cosa ha determinato questo tsunami socio-politico e quali conseguenze avrà? È fin troppo facile rispondere. La collera che in questi giorni arma e accomuna i popoli islamici, dando loro la forza di sfidare e abbattere i tiranni, è figlia della disperazione, della miseria, della disoccupazione, del degrado, dei salari bassi e dell’alto costo della vita, della corruzione e dell’autoritarismo. La gente, a Tunisi come al Cairo e a Bengasi, ha trovato il coraggio di alzare la testa e reclamare il proprio diritto ai beni inalienabili: la libertà, la giustizia, la dignità e persino la democrazia, che non è propriamente un’istituzione tradizionale del mondo musulmano ma di cui, oggi, sente il bisogno anche il povero fellah del Nilo. Pure i somari hanno una soglia di sopportazione oltre la quale si piantano e scalciano. Esultiamo, dunque, perché i reietti stanno vincendo, o così sembra. Ma preoccupiamoci dei loro fragili successi. Porteranno instabilità e nuove tensioni. Produrranno effetti domino devastanti. Intanto, prepariamoci ad essere invasi dalla cavallette. È una delle piaghe dell’Apocalisse, no? Ma l’immigrazione clandestina non sarà l’unico problema. Deve preoccuparci la piega politica che prenderanno gli eventi. Quali mosse faranno i nuovi governanti dei paesi arabi “liberati”? Con chi sceglieranno di stare? Sapranno mantenersi autonomi e opporsi alle pressioni straniere? Per contro, sapranno resistere alle sirene dell’estremismo islamico e alle lusinghe del comunismo anarchico e libertario? E che ne sarà del prezzo del petrolio? I prossimi mesi ci diranno se le fiamme dell’apocalisse hanno bruciato le stoppie e reso fertile il terreno, o se hanno fatto “tabula rasa” anche di quel poco di buono che c’era. In questo caso, tutti noi cadremo dalla padella alla brace. Per il momento, godiamoci la Storia in tempo reale; è molto più avvincente delle squallide cronache politiche italiane.

Editoriale pubblicato il 22/2/2011 su:

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