lunedì 7 febbraio 2011

Parigi, o cara


Parigi, o cara noi lasceremo. Queste parole che Alfredo rivolge a Violetta ne “La Traviata” sono forse la chiave di violino della Ville Lumière. Intanto, perché Parigi è una femme fatale dai toni melodrammatici, nonostante la modernità abbia spazzato via taluni vezzi d’antan. E poi, perché è troppo bella per illudersi che possa restarci fedele per sempre o che la si possa amare senza pagare il fio di un sottile ma insopprimibile tormento interiore. Una toccata e fuga; questa è la prospettiva ideale che Parigi, amante più che sposa, e perciò refrattaria ai legami indissolubili ed eterni, suggerisce a chi paventa i fuochi dello struggimento dell’anima. “Molti vanno a Parigi e pochi ci sono stati” – scriveva Francesco Algarotti nel Settecento. Ancora oggi, Parigi appare indecifrabile. È uno dei luoghi sulla terra che maggiormente mettono in crisi il viaggiatore, lo attraggono, lo seducono e lo costringono a passare sotto le forche caudine della propria limitatezza. Qui, tutto è all’insegna della grandeur. Dallo straordinario quadro urbanistico alla struttura mentale. Ne consegue che si espande nell’osservatore riflessivo la coscienza dell’umana finitezza, accompagnata, però, dal sentore doloroso della vanitas vanitatum. In Place de la Concorde e sui Champs-Élysées, come sul sagrato del monumentale Sacré-Coeur o, più banalmente, sulla terrazza panoramica dei grandi magazzini Lafayette, da cui si gode il panorama di una Parigi che sembra alla portata di mano, ci si sente piccoli e inadeguati, confusi e perduti, per quanto si avverta in questo malessere il fremere di un germe euforico, che vellica i neuroni e induce la fronte a sollevarsi verso il cielo. A quel punto, purché dotati di una sensibilità dionisiaca, è facile scoprire la dimensione ultraterrena di Parigi, il cui vero simbolo non dovrebbe essere la Tour Eiffel ma l’insegna di Giano Bifronte. Difatti, per quanto la si creda esclusivamente mondana e carnale, Parigi è anche una città metafisica, fucina di idee luminose e ricerche spirituali ardite. L’etere è gravido di presenze angeliche come a poche altre latitudini. E perché no, di demoni astuti, aggiungerebbe Dan Brown da una sala del Louvre. Solo qui, per una sorta d’incantesimo, il bene e il male convivono in una sorta di entente cordiale. Basta osservare i gargoyles di Notre Dame; strizzano l’occhio alle petulanti turiste giapponesi che sfilano sul Quai de Montebello  come  a suo tempo Quasimodo sbirciava Esmeralda dall’alto della torre campanaria.

A Stendhal si attribuisce questo giudizio: “In Europa ci sono due capitali: Napoli e Parigi”. Cos’abbiano in comune queste due città così diverse è presto detto: la gioia di vivere che diventa esuberanza. Ma c’è una differenza. Napoli è straripante, caotica, sanguigna al punto di perdere la ragione. Parigi, invece, è romantica, edonistica, innamorata di se stessa e della propria intelligenza, che la governa malgrado il cuore. Napoli è l’inferno gaudente e vociante. Parigi è la città della vie en rose. Stendahl era un viaggiatore sensibile e si racconta che quando visitò la chiesa fiorentina di Santa Croce provò un’affezione psicosomatica – caratterizzata da tachicardia, capogiro, vertigini e confusione – che da allora viene per l’appunto definita “sindrome di Stendhal”. Questa sindrome è associata alla bellezza travolgente compressa in uno spazio limitato, perciò non si addice a Parigi, dove la bellezza è smisurata e tale da causare un differente tipo di imbarazzo. Potremmo chiamarlo “sindrome di Pantagruel” dal nome del  gigante immortalato da Rabelais, archetipo letterario del mangiatore smisurato e insaziabile insieme al padre Gargantua. In effetti, visitare Parigi è come sedere a un desco pantagruelico, col rischio di fare indigestione. Hemingway si lamentò che “a Parigi è un continuo banchettare”. È vero, non ci si sazia mai, si strafoga nel lusso e nei vizi, nell’autocompiacimento e nella vanagloria, e infine ci si ubriaca alla mescita del sublime e dell’abbondanza, condannando i sensi a una fatica di Sisifo insopprimibile, a un reflusso che non è gastroesofageo quanto psicofisico. Il limite di Parigi, forse, è di non avere né imporre limiti. Anche Narciso, ogni tanto, smetteva di specchiarsi nell’acqua. Parigi no, Parigi non può fare a meno di riflettersi nelle acque della Senna e ammirarsi compiaciuta. 

Amo Parigi, ma a certe condizioni. Amo soprattutto la Parigi in via di estinzione e non quella del turismo di massa. Amo perdermi nelle viuzze della Rive Gauche o del Marais, ignorare le attrazioni internazionali per imbattermi nei segni decomposti del tempo perduto, nei graffi profondi della storia, nelle epifanie magiche e perciò sorprendenti. A Parigi, i figli del dio minore  hanno voce in capitolo almeno quanto i prediletti. Clochards, imbonitori di piazza e mendicanti in compagnia di cani randagi e gatti sornioni sono imprescindibili al pari delle donne eleganti che vestono Chanel e si credono Carla Bruni. È facile invaghirsi di questa città che palpita come una  stella di prima grandezza, ma a patto di rinunciare alla Lonely Planet e sfilarsi l’orologio dal polso. Per amarla bisogna abbandonarsi al misterioso flusso dell’energia vitale parigina che trascina ogni cosa –  dall’arte all’economia – nel vortice della vita inimitabile e rende anche una semplice baguette sorprendente. Meno facile è resistere alla tentazione di odiarla. Perché mai la si dovrebbe odiare? Perché è troppo competitiva e frenetica. “Tutti a Parigi vorrebbero essere attore e nessuno spettatore” – denunciò Rostand. Poi perché è parossistica e ubriacante. Infine, perché ha la puzza sotto il naso e quell’aria da gran signora da cui ti aspetti, ancora oggi, l’invito a saziarsi coi croissants in assenza del pane. Credo che, tutto sommato, i parigini siano più presuntuosi dei fiorentini. Lo spirito del Re Sole e di Napoleone aleggia ancora nei Grands Boulevards e nelle piazze di Parigi e permea di fastosa superbia la commedia umana. Anche l’ultimo dei charcutiers o dei battellieri della Senna vi dirà, convinto, che il mondo civile nasce e finisce a Parigi e che gli altri, quelli che hanno la sfortuna di vivere al di fuori degli arrondissements, sono solo dei poveri provinciali. A parte questo, Parigi val bene una messa, come riconobbe Enrico IV di Francia. Anzi, vale una conversione. Quattro giorni vissuti intensamente a Parigi sono sufficienti per convertirsi non tanto ai piaceri effimeri della vita (di cui la Parigi libertina è la capitale storica) quanto alle liturgie dello spirito affrancato. Provate a visitare la Sainte-Chapelle in una giornata luminosa. Lasciate che la luce passi attraverso le sue splendidi vetrate colorate di rosso, oro,verde, blu e malva, animando più di mille scene di soggetto religioso. Fatevi inondare dalla beatitudine che ne deriva. E se riuscite a distaccarvi dal mondo circostante, apritevi alla comprensione dei misteri del creato. Scoprirete che non esiste una sola Parigi, all’insegna dei profumi e dei balocchi, ma tante realtà diverse, tante sorprendenti facce di un poliedro la cui contemplazione può soddisfare anche i sensi invisibili.

Parigi o cara, non è solo un’aria de “La Traviata”. È anche il titolo di un saggio in cui Alberto Arbasino rievoca i suoi trascorsi nella Parigi degli anni Sessanta. Quella Parigi, informata da Charles De Gaulle, Juliette Greco, filosofi e registi della Nouvelle Vague e dalle turbolenze studentesche, non esiste più. Meglio così. Parigi sa adeguarsi ai tempi e pur non rinnegando il passato vive proiettata nel futuro. È questo il segreto della sua vitalità. Altre città famose si accontentano di commemorare le glorie perdute. Ed è forse questa la vera ragione per cui a Parigi si respira un’aria pétillante. Al tempo di Sartre e delle caves ci si interrogava sul senso della morte. Oggi, si torna a celebrare la bellezza e la frenesia della vita, a dispetto della crisi dei valori ed economica della società in cui viviamo. Ma Parigi se ne frega della decadenza dell’Occidente. È un’enclave multietnica dove anche gli apolidi trovano una patria. Je m’en foutte! – sembra esclamare persino Danton, la cui statua ammonisce i passanti in St-Germain-des-Prés. L’eroe della rivoluzione francese stende il braccio destro e lo punta con fermezza, non si sa bene dove. O forse sì. Indica uno dei tanti café-bistrot della zona. Che c’è di strano? È lì che i parigini celebrano il rito quotidiano della liberté, egalitè e fraternité. Senza il minimo affanno, però, doucement.

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