mercoledì 30 marzo 2011

Le fortezze di San Michele


Cos’hanno in comune la Puglia, il Piemonte e la Normandia? Un gastronomo risponderebbe al volo: i formaggi. In effetti, queste tre regioni eccellono nell’arte casearia. Ma non sono la mozzarella, la toma e il camembert a legare con un fil rouge terre così distanti e diverse. Il comune denominatore è l’arcangelo Michele. Sì, proprio lui, il nemico giurato del demonio. Il suo nome deriva dall’espressione “Mi-ka-El”, che significa “chi come Dio?” e rivela la sua missione: difendere la fede in Dio – e per estensione i suoi figli in pericolo – dalle orde di Satana. È un compito che ha sempre svolto con zelo e abilità poiché è un angelo guerriero. Una via di mezzo fra Marte e Thor. Per questo motivo, il comandante supremo delle schiere celesti incaricate di debellare gli angeli ribelli è rappresentato alato in armatura con la spada e la lancia. Michele è bello e ardito. Nonostante la sua natura sia angelica, il temperamento marziale fa di lui un soggetto da prendere con le pinze. Insomma, è meglio averlo per amico che avversario. I suoi devoti, consapevoli di ciò, non potevano limitarsi a dedicargli chiese solenni ma prive di difese. Il primo fu l’imperatore Costantino, che fece costruire a Costantinopoli l’imponente Micheleion. Da allora, i luoghi di culto a lui dedicati sono autentiche roccaforti più che santuari. Ho visitate le più famose e voglio fare da guida ai miei lettori in un veloce ma suggestivo itinerario che chiunque, volendo, può compiere fisicamente. Ne vale la pena; le fortezze di San Michele elevano lo spirito del pellegrino e lo caricano come una molla.

Il culto di San Michele si diffuse rapidamente in Europa nel V secolo, dopo che l’arcangelo era apparso nel Gargano, in Puglia. Sulla grotta in cui si era mostrato ad alcuni contadini sorse un santuario-fortezza che da allora attira milioni di persone. La località di Monte Sant’Angelo è il punto di partenza del tour “micaelico”. Ci sono stato più volte e ci tornerò perché la grotta ha un magnetismo irresistibile. È come se fosse ancora impregnata dell’energia di fuoco dell’arcangelo. Chi ha un animo forte e guerriero ne resta contagiato, avvinto. Non è indispensabile avere fede per cogliere la presenza del sovrannaturale. Anche un ateo resta colpito dall’atmosfera severa e insieme mistica del luogo. La fortezza sotterranea evoca il tempo delle catacombe più che la pompa della Chiesa trionfante. È questo carattere umile a ascetico, così vicino allo spirito di un legionario romano o di un cavaliere templare, che fa di Monte Sant'Angelo un rifugio per l’anima che cerca Dio al di fuori delle sontuose e ipocrite manifestazioni della sacralità che scende a compromessi col potere e la ricchezza. Il santuario pugliese di Monte Sant’Angelo fa pensare che nel giorno dell’Apocalisse è qui che Michele radunerà i suoi prima di sferrare l’attacco al drago. Ma già oggi, ne sono testimone e beneficiario, l’angelo di fuoco vi compie il suo miracolo quotidiano. Come scrisse Rudolf Steiner “Michele libera i pensieri dal giogo del cervello e apre il mondo del cuore”. In sostanza, il luogotenente di Dio indica agli ospiti la via per raggiungere il Cristo.

Tutte le strade conducono a Roma, si dice. Anche la via di Michele passa per la città di Pietro e induce a una sosta doverosa. A Roma, infatti, c’è una seconda fortezza in cui l’arcangelo dimora e veglia in attesa del combattimento finale. Nella “Vita di San Gregorio”, così coma la riporta La leggenda aurea, si racconta che durante una grave pestilenza, al termine di una processione ricca di litanie, Papa Gregorio Magno vide apparire San Michele che deponeva la spada nel fodero sulle mura di quello che da allora si chiama Castel Sant’Angelo, ma che fino a quel momento era conosciuto come il Mausoleo dell’imperatore Adriano. La visione fu interpretata come un fausto presagio; in effetti, l’epidemia cessò quasi subito e il pontefice, riconoscente, fece costruire sullo spalto più alto della mole una statua dell’arcangelo. È lì dal 590 e pare voglia difendere non solo il Tevere e la città di Roma, ma l’intero consorzio cristiano. E poco importa se la statua primigenia (di legno) e le successive (di marmo e di bronzo) sono state sostituite nell’Ottocento da quella odierna, anch’essa di bronzo. Il tempo distruggere i manufatti, non i simboli. Michele è sempre lì, in attesa degli squilli di tromba che annunceranno la battaglia. In attesa di riunire i figli della luce.

La luce che si distende nella Val di Susa nelle giornate invernali è strana. È come una patina dai riflessi grigio-dorati. Ha un sapore gotico e un profumo di montagna. La luce avvolge la mistica Sacra di San Michele e pare voglia trasfigurarla in un gioco di brume e ombre. Qui, a San Michele della Chiusa, a poca distanza da Torino, sorge la fortezza micaeliana più austera e misteriosa. Siamo in pieno medio Evo e non è casuale che Umberto Eco si sia ispirato a questa antica abbazia benedettina per ambientare il suo celebre romanzo Il nome della rosa. La Sacra fu eretta prima dell’anno Mille in un luogo impervio (il monte Pirchiriano) da un nobile pellegrino francese di nome Ugo e fu modificata più volte, pur conservando l’aspetto militare. La Sacra (o Sagra) è impressionante e costringe il visitatore a genuflettersi idealmente, tanta è l’energia spirituale che vibra fra le sue pietre. Come si è lontani, qui, dagli edifici religiosi che celebrano l’opulenza della Chiesa, anziché l’umiltà dei veri seguaci della Via, i veri eredi del Cristo in croce. Il poeta Clemente Rebora amava definire questo posto “culmine vertiginosamente santo”. Lo è, senza dubbio. Si percepisce, nel silenzio e nell’umidità della pietra, il sentore del sacrificio, la fede e la speranza escatologica che dovrebbero accendere nei cristiani l’orgoglio di essere tali. Nel percorrere lo scalone dei morti, ci si fa prendere per un attimo dal capogiro generato dalla cogitatio mortis. Eppure, per quanto la Sacra abbia un ché di spettrale, vi si celebra solo il trionfo della vita. L’apoteosi dell’eternità.

L’ultima tappa del viaggio ideale alla scoperta devozionale di San Michele si trova in Normandia. Mont Saint-Michel, seconda meta turistica della Francia, è una località straordinaria, incantevole e unica. Non a caso è considerato Patrimonio mondiale dell’Umanità. Qui la folla è oceanica eppure ci si sente soli. È possibile raccogliersi interiormente a dispetto delle orde di turisti e della pletora di ristoranti e negozi di souvenir. Siamo agli antipodi della Sacra e trionfa il mondo, è vero, ma sembra che Mont Saint Michel si disinteressi di esso. Questo isolotto roccioso, reso famoso dal gioco delle maree oltre che dal santuario il cui nome originario era “Mons Sancti Michaeli in periculo mari” è consacrato all’arcangelo combattente dall’VIII secolo, quando Michele apparve all’arcivescovo di Avranches. Il testardo Sant’Uberto ignorò due volte le richieste dell’angelo, che voleva gli fosse costruita una chiesa sulla roccia, ma dovette piegarsi quando Michele gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, pur lasciandolo in vita. L’episodio conferma che si può giocare coi fanti ma è meglio lasciar stare i santi. Soprattutto quelli “sanguigni”. Sta di fatto che i conti di Rouen e poi di duchi di Normandia, capita la lezione, fecero erigere un’abbazia benedettina che subito si distinse per potenza e prestigio, e che iniziò ad accogliere i pellegrini che percorrevano la Via Francigena. La furia iconoclasta degli uomini (la Rivoluzione francese) non riuscì a distruggere la dimora di Michele e oggi la si visita con la stessa, allegra inconsapevolezza con cui si fa una gita fuori porta. Si ammirano le splendide costruzioni, dove gli stili architettonici (dal romanico al gotico flamboyant) si soprappongono armoniosamente, come se fosse un museo. Invece no. Anche qui, come nel Gargano e in Val di Susa, va in scena la vera spiritualità. C’è un punto preciso, nel Chiostro della Merveille, dove si ha come l’impressione di avvertire il tremore della terra. Sono le forti vibrazioni di Michele. Ma sarebbe sciocco chiedere ragguagli al custode; solo il cuore può indicare la via.

Per ultima, una curiosità. Mont Saint-Michel, la Sacra di San Michele e Monte Sant’Angelo si trovano a 1.000 km. di distanza l’uno dall’altro, perfettamente allineati lungo una retta che, prolungata in linea d’area verso sud-est, conduce a Gerusalemme. Si dice che nei pressi di Gerusalemme, ad Armageddon, Michele, signore della morte e del giudizio, guiderà l’esercito del bene nella lotta finale contro i figli delle tenebre. Chi vivrà vedrà. Ma di questo parlerò – forse – quando pubblicherò sul blog la mia personalissima visione della Città Santa.

martedì 29 marzo 2011

Le armi, la Libia e l'ultima mossa dello scorpione

È impossibile prevedere gli sviluppi della crisi politico-militare libica né tanto più i tempi della sua soluzione. Lo scenario è complesso e in rapido divenire. In più, la situazione è molto confusa. Sembra un thriller e per quanto si conosca il nome dell’assassino, nessuno può escludere colpi di scena e un finale a sorpresa. Pur tuttavia, dagli avvenimenti di questi giorni e dalle varie prese di posizione dei governi e dei mass-media, si possono evincere alcune certezze. Le vado ad elencare in ordine sparso.
Prima certezza: il conflitto in corso è tutto fuorché una guerra di liberazione o di pacificazione. È la guerra degli ipocriti e degli avvoltoi. Il signor Sarkozy e i francesi, che potrebbero rinunciare allo Champagne ma non alle chimere della “Grandeur”, hanno approfittato dell’occasione per bruciare tutti sullo scatto e mettersi a capotavola. Quando sarà il momento di spartirsi le commesse del petrolio e del gas nel dopo Gheddafi, la Francia farà l’ingorda. 
Seconda certezza: l’Europa non esiste. La crisi nel Mediterraneo è una faccenda che riguarda la Comunità Europea, i cui esponenti avrebbero dovuto mostrarsi coesi. Invece, ancora una volta, l’ennesima, ognuno pensa ai fatti suoi. I francesi sognano di vendicare la testata di Zidane a Materazzi mettendo in fuori gioco l’Eni, l’Impregilo e tutte le altre aziende italiane (100) che facevano affari col Rais. Germania e Gran Bretagna nicchiano. E noi? Noi siamo il signor Tentenna. Abbiamo paura di comprometterci e nello stesso tempo di restare esclusi dalla spartizione del bottino. Noi abbiamo un Presidente del Consiglio che si dichiara “addolorato” per la sorte dell’amico Gheddafi, che a suo tempo (2009) definì “persona intelligentissima” e dotata di “una grande saggezza”. Ma vogliamo scherzare? 
Terza certezza: la nostra politica estera è lillipuzziana. In questo momento ci vorrebbe il Cavour coi suoi bersaglieri! Certo, la Libia non è la Crimea ma il gioco vale la candela. Nel solo biennio 2008-09 abbiamo venduto a Gheddafi armamenti per oltre 205 milioni di euro. Adesso temiamo che in futuro il suo fantasma possa terrorizzarci. Rassegniamoci all’idea che viviamo in un mondo diverso da come l’avevamo sognato. Dall’11 settembre 2001 in poi nulla è più come prima; perciò dobbiamo imparare a convivere dignitosamente con gli esodi di massa (profughi e clandestini) e il rischio attentati. E che diamine, un po’ di coraggio! Prendiamo esempio dagli americani e dal loro sano pragmatismo. 
Quarta certezza: questa volta gli USA non hanno voglia di emulare John Wayne. 
Quinta certezza: non illudiamoci di far fuori lo scorpione del deserto tanto facilmente. Si crede che quando lo scorpione è circondato dal fuoco e non ha possibilità di scampo, si dia la morte pungendosi con la sua stessa coda il cui pungiglione è velenoso. È una falsa credenza. Lo scorpione, un animale apparso sulla terra 420 milioni di anni fa, sembra sfidare le leggi dell’evoluzione: non ha mai mutato la sua forma e ha superato indenne ogni cambiamento dell’ambiente. Lo stesso si può dire di Mu’ammar Gheddafi, il vero, indiscusso scorpione della politica internazionale. È l’incarnazione di Faust ed è al potere da 42 anni poiché ha stipulato un patto col diavolo molto tempo prima che col governo italiano. È un uomo pieno di risorse ed è plausibile che nei prossimi giorni ci lascerà senza fiato. 
In “cauda venenum”, dicevano gli antichi. Il veleno è nella coda. Non è da escludere che l’ultima mossa dello scorpione possa rivelarsi terribile. Dio non voglia, s’intende. Ma soffiano venti di guerra sul Mediterraneo e si ha come l’impressione che la bufera sia solo all’inizio.

Editoriale pubblicato il 28/3/2010 su:


lunedì 28 marzo 2011

Gli angeli caduti


Il mondo sottile è affollato come la spiaggia di Rimini in agosto. Vi si incontrano miliardi di spiriti-guida (tanti quanti sono gli abitanti del pianeta se non di più) ma anche miriadi di anime in pena. Si tratta, in entrambi i casi, di ex-incarnati. Ma mentre i primi sono in stato di purificazione e devono assolvere un ultimo ministero prima di salire definitivamente in Cielo, questi altri sono creature eteriche disperate, in balia del maligno. Perciò vagano in cerca di esseri umani di fragile natura cui avvinghiarsi come un rampicante al muro. Le anime dannate hanno nostalgia della vita e perciò cercano un corpo da tormentare (o possedere) per illudersi di tornare sulla terra e continuare a godere coi sensi. Si disputano l’anima con lo spirito-guida, se la contendono senza esclusione di colpi. Sono moltissime le persone “disturbate” nella vita e difficilmente esse comprendono da chi e perché. Ben più pericolosi dei teppisti di ferragosto, le anime dannate molestano mentalmente le loro vittime, le conducono astutamente verso il vizio anziché le virtù, arrivano al punto di spostare gli oggetti e di produrre strani rumori in casa per spaventarle. Sono presenze la cui natura è identica a quella degli spiriti-guida. Una natura umana.
Saliamo di categoria, ora. Anche gli angeli-angeli, e in particolare gli angeli custodi, hanno il loro contraltare. Sono gli angeli caduti, quelli che comunemente chiamiamo diavoli o demoni. Un tempo essi erano angeli, ma poi si ribellarono, come ci insegna la Bibbia, e divennero esseri spregevoli e tentatori. Di angelico non hanno conservato alcunché, salvo l’inconfessabile rimpianto dei Cieli, dove un tempo contemplavano Dio.
Chi è il diavolo? Ma poi, esiste veramente il demonio? Certo che esiste, basta guardarsi attorno. Ai razionalisti, agli atei e ai miscredenti più coriacei suggerisco un’esperienza istruttiva: partecipare a una liturgia di esorcismo o messa di liberazione. Ho assistito più volte alle guarigione spirituali di Monsignor Emmanuel Milingo (prima che l’ex-vescovo africano “deragliasse”), durante le quali molti indemoniati venivano guariti dalla possessione, liberati dai demoni. Le prove erano tangibili, riscontrabili coi cinque sensi. Riferendosi agli angeli, Suor Maria Giudici ha scritto che “negare che esistono sarebbe come voler negare la realtà del fuoco solo perché nelle moderne abitazioni le modalità del riscaldamento sono diverse da quelle dell’antico focolare”. Non diversamente, negare l’esistenza del maligno è negare che il fuoco bruci. Purtroppo, l’angelo del male è in grado di carbonizzare chiunque voglia scherzare con le sue fiamme. La sua maggior malizia consiste proprio nel farci credere che non esiste. Ogni civiltà, ogni religione conosce il dualismo che contrappone angeli buoni e angeli cattivi. I manichei interpretano addirittura la storia come conflitto eterno tra il bene e il male. Presso le antiche culture degli Assiri e poi dei Parsi gli angeli-demoni combattono contro gli angeli della luce. In India, la lotta si ripete cruenta fra i Deva e i terribili Asura. I musulmani distinguono tre tipi di creature celesti: gli Angeli, i Geni, che chiamano Dijnni, e i demoni detti Shayatin. Nel Corano si dice che l’uomo ha due angeli, il primo dei quali è l’angelo del bene e l’altro l’angelo del male. Anche la tradizione cristiana vuole che l’uomo sia affiancato simultaneamente da un angelo e da un demone che si occupano di lui. Vediamo, in proposito, cosa afferma il Pastore di Erma: “con l’uomo sono due angeli, uno della giustizia e l’altro dell’iniquità. L’angelo della giustizia è delicato, verecondo, calmo e sereno. Se penetra nel tuo cuore, subito ti parla di giustizia, di castità, di modestia, di frugalità, di ogni azione giusta e di ogni insigne virtù. Quando tutte queste cose entrano nel tuo cuore, ritieni per certo che l’angelo della giustizia è con te… Guarda ora le azioni dell’angelo della malvagità. Prima di tutto è irascibile, aspro e stolto e le sue opere cattive travolgono i servi di Dio. Se si insinua nel tuo cuore, riconoscilo dalle sue opere”. Anche Origine è categorico: “Tutti gli uomini sono assistiti da due angeli; quello malvagio che li spinge al male e quello buono che li spinge al bene”. Il grande poeta e mistico persiano Rumi diceva che “l’uomo è per metà angelo, per metà bestia”. Che sia il risultato di una duplice influenza angelica? Nelle Regole degli Esercizi spirituali, Sant’Ignazio di Loyola contrappone l’angelo buono, che diffonde “una vera gioia spirituale nell’anima” e l’aiuta a crescere, all’angelo cattivo che cerca di spingerla al male e farla regredire.
Ma perché i demoni sono considerati angeli caduti o ribelli!? La risposta è nelle Sacre Scritture. Dio creò i cori angelici e li fece puri e incontaminati. Ma alcuni angeli, mossi da superbia e da un orgoglio che li portò a credersi potenti quanto Dio, si ribellarono. Li guidava l’angelo più bello e caro al Signore, Lucifero, che pensava “salirò in Cielo, al di sopra di Dio erigerò il mio trono” (Isaia, 14,12-15). Il “Figlio dell’Aurora” condusse dalla sua parte almeno un terzo della milizia celeste. Ma la sua ambizione determinò la sua caduta e di quelli che l’avevano seguito. L’arcangelo Michele e le schiere rimaste fedeli a Dio lo vinsero in battaglia e lo precipitarono negli abissi da cui non è più risorto. Da allora, Lucifero, che è noto anche come Satana, è il simbolo e signore del male, è il maligno che Paolo VI definì “essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore”.
La storia non è finita. L’Apocalisse ci avverte che Lucifero e i suoi angeli ribelli tenteranno nuovamente la scalata del Cielo. La Madonna e Gesù hanno più volte annunciato ai veggenti e alle figure carismatiche che “il tempo è vicino”. Ma ancora una volta, gli angeli caduti dovranno fare i conti con Michele, che lotterà vittoriosamente contro il Dragone e i suoi angeli e li ricaccerà negli abissi (12, 7-9). Quella degli angeli caduti è una storia che si ripete, dunque e che sembra avvalorare il detto “errare è umano, perseverare è diabolico”. D’altronde, i demoni sono astuti, insistenti e privi di scrupoli ma non si può dire che abbiano un’intelligenza acuta. Un detto popolare ricorda che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
Gli angeli caduti sono in mezzo a noi. Aveva ragione Lutero quando tuonava dal pulpito che “dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella”. Privo di fantasia creativa, ma ricco d’inventiva malefica, l’angelo del male è continuamente impegnato per cercare di strappare anche una singola anima a Dio. “L’uomo”, come scrive Daniélou, “si trova così ad essere la posta in gioco di una battaglia spirituale fra le potenze della luce e le potenze delle tenebre”. È un tema amplissimo, che Sant’Ignazio di Loyola svilupperà nella Contemplazione dei Due Stendardi. In realtà, Lucifero o Satana che dir si voglia, è l’archetipo del male, il satrapo della malvagità sotto cui militano moltissimi angeli ribelli. Il loro numero è alto. Secondo l’Apocalisse, il Dragone nella sua caduta trasse con sé “la terza parte delle stelle del Cielo” (12,14). E nel Vangelo, lo Spirito delle Tenebre afferma: “Io mi chiamo Legione giacché noi siamo in molti”. Secondo Michele Psello, che scrisse nell’ XI secolo, gli angeli alle dipendenze del “Principe del mondo”, come Gesù stesso definì Satana, sono riuniti in sei categorie. La prima sezione raccoglie i demoni del fuoco, la seconda comprende i demoni dell’aria (che volano intorno a noi), la terza è composta dai demoni della Terra o tentatori, la quarta raggruppa i demoni delle acque, la quinta è formata dai demoni sotterranei. Della sesta, infine, fanno parte i demoni tenebrosi.
Gli angeli caduti vivono abitualmente nei luoghi inferiori, detti per l’appunto Inferi o Inferno. L’idea che da qualche parte esista un luogo chiamato “Inferno” potrà far sorridere gli intellettuali. Occorre precisare che l’Inferno non è un luogo fisico ma una dimensione dello spirito. Le pene che vi si scontano sono reali ma non materiali poiché comminate a corpi causali e non carnali. Swedenborg afferma che “l’Inferno e il Cielo sono vicini all’uomo, anzi sono nell’uomo. L’Inferno è l’uomo malvagio, il Cielo l’uomo buono. Tutti, dopo la morte, andranno nell’Inferno o nel Cielo dove hanno trascorso la vita in questo mondo. Ma lo stato cambia; l’Inferno che non era visibile nel mondo diviene visibile, e lo stesso accade per il Cielo” (L’Amore coniugale). Quando Faust si domanda. “Anche l’Inferno ha le sue leggi?” solleva un problema che Dante, Milton, lo stesso Swedenborg e tutti i viandanti dei mondi sottili hanno affrontato con intelligenza ispirata o rivelata.
Nessuno dubita che l’occupazione principale dei demoni, fino alla consunzione dei tempi, consista nel tentare gli uomini per indurli in peccato. A volte le loro manovre si scontrano con quelle degli angeli Ma entro certi limiti, essi agiscono indisturbati. Viene spontaneo chiedersi perché l’angelo custode o il nostro spirito-guida non intervengano per evitarci tentazioni, disturbi e persino attacchi psicofisici. Sono forse troppo buoni e quindi imbelli? Naturalmente no. L’arcangelo Michele e le sue schiere di guerrieri alati lo dimostrano. La verità è che prima di tentare “seriamente” un’anima Satana chiede il permesso a Dio. Il Libro di Giobbe sostiene che Satana non può nuocere se non quando gli è permesso da Dio e nella misura in cui gli viene permesso. Baudelaire ha scritto che “vi sono in ogni uomo due postulazioni simultanee, una verso Dio, l’altra verso Satana”. Ancora una volta, il libero arbitrio agisce come bilanciere. È verosimile che Dio permetta agli angeli caduti di metterci in difficoltà perché ciò costituisca una prova della nostra forza, della nostra fede. Le tentazioni sono i gradini della scala che conduce nel regno dei Cieli. Mettere il piede sul gradino è relativamente facile; il difficile è salire la scala sopportando la fatica dell’ascesa e i tentativi del maligno di farci cadere.
I demoni sono raggruppati in gironi invece che in cori e operano in conformità al livello dell’anima che intendono disturbare. Al livello più basso operano i demoni dei pensieri. Sono la manovalanza di Satana e agiscono soprattutto attraverso il senso dell’udito. Per lo più distolgono dalla preghiera e dai pensieri elevati, distraggono, fanno venire il mal di testa e suggeriscono parolacce e bestemmie. Sono petulanti e fastidiosi come i ragazzi di strada, ma sostanzialmente innocui. C’è poi una seconda categoria, quella dei demoni delle visioni. Essi ci ispirano immagini negative, fantasticherie contorte o sudice, simulacri ingannevoli. Il loro obiettivo è distoglierci dal bene sfruttando il senso della vista. A un livello più alto operano invece i demoni delle illusioni. La loro strategia è subdola e vile; essi manovrano i sogni, così da inquinare il nostro riposo notturno e farci risvegliare stanchi, insoddisfatti, frustrati e con un senso di colpa. Questa è una delle ragioni per cui non dobbiamo fidarci dei sogni. Gli angeli caduti sono abilissimi manipolatori della realtà onirica e attraverso le visioni notturne ci ingannano e ci fiaccano. Una quarta specie è quella dei demoni mungitori. La loro definizione è esemplare: ci succhiano l’energia vitale senza che ce ne accorgiamo. Ci fanno sentire tristi, vacui, inutili, apatici. Ci fanno cadere in una sorta di letargia dell’anima, quella specie di malessere che i poeti decadenti chiamavano spleen e che potremmo definire più modernamente con termini come alienazione o depressione. Fin qui le schiere di livello basso, che hanno vita facile con le anime fragili ma raccolgono scarsi frutti con quelle più agguerrite. Il principe del mondo considera gli uomini simili a foglie al vento. Un soffio e sono cadute! Ma non è sempre così. Molte anime sono circondate di luce e gli oppongono una resistenza strenua e vincente.
Man mano che l’anima cresce e si avvicina a Dio in virtù delle sue scelte e del progresso spirituale che ne deriva, Lucifero è costretto a scatenarle contro forze più potenti e abili. Sono i demoni di livello medio e alto. Scendono in campo per primi i demoni delle ossessioni, che suscitano sentimenti di paura, ansia, paranoia, fissazioni, isterismo e quant’altro possa inibire l’evoluzione dell’anima. L’obiettivo di questi demoni è proprio quello di evitare che l’anima compia un ulteriore salto verso la luce. A questo livello agiscono anche i demoni che interferiscono nella vita familiare, seminando sentimenti di discordia tra marito e moglie, genitori e figli, fratelli e sorelle. Essi cercano di distruggere le unioni felici, di dissacrare il matrimonio attraverso la seduzione (utilizzando agenti esterni, inconsapevoli strumenti del male) o la caduta nel vizio. Contro le anime più forti e luminose, da buon stratega della guerra fredda, Lucifero impiega i “corpi scelti”, cioè i demoni che con il permesso di Dio hanno facoltà d’intervenire anche fisicamente. Essi hanno potere sulla materia e dunque agiscono in modo da terrorizzarci. Sono i demoni dei legamenti, così detti perché hanno il potere di bloccarci fisicamente. I legamenti lo dimostrano. Ci si sveglia nel cuore della notte o al mattino e non ci si può muovere. Si è come bloccati. L’anima grida “Aiuto!” ma dalla bocca non esce alcun suono. Si è impotenti. Solo pregando o formulando pensieri di amore e compassione per l’intero creato, compresi gli angeli caduti, è possibile sciogliere il legamento. A questo livello gli attacchi sono violenti e subdoli. Le esperienze che Padre Pio racconta nel suo Epistolario sono quanto mai veritiere. Il santo di Pietralcina, come molti altri santi prima di lui, veniva attaccato fisicamente dai demoni e solo grazie all’intervento dei suoi angeli evitava il peggio. Un’altra categoria di demoni di prima categoria hanno invece il potere di farci cadere in un sonno improvviso e innaturale, una sorta di catalessi. Anche in questo caso, però, l’esperienza dura pochi istanti, giusto il tempo che l’anima rivolga a Dio la sua richiesta di soccorso. Il soccorso giunge tempestivo per il tramite degli angeli soccorritori, guerrieri o custodi.
Infine, se l’anima è molto preziosa esiste la possibilità che a scomodarsi siano demoni altolocati o Lucifero in persona, l’angelo più bello e scaltro. Egli si presenta sempre con aspetto affascinante. È elegante come un dandy e persuasivo come il più abile dei sofisti. Offre doni appetibili ma effimeri: ricchezza, longevità, successo, potere, sesso. Questa è per lui l’’extrema ratio, l’ultima spiaggia dove tentare uno sbarco disperato, mentre per l’anima sottoposta ad attacco è la prova finale. Fallito anche questo tentativo, all’angelo caduto per troppa superbia non resta che riconoscere la propria sconfitta.
La logica sottesa a questo ordinamento è trasparente. Le anime da poco vengono tentate da demoni da poco, le anime elette arrivano a subire attacchi continui e veementi. Non solo cambia il peso specifico dei demoni e lievita la loro “professionalità”, ma anche il loro aspetto si raffina e si adegua. I demoni di livello basso sono i più brutti e osceni, puzzolenti in modo insopportabile. Hanno un aspetto orripilante, fedele a quello della ricca iconografia diabolica (come nei dipinti di Bosch). Odorano di pesce marcio, urina di gatto e immondizia. Per analogia, sono attirati dagli ambienti e dalle persone sporche, malsane e viziose, che essi considerano preda facilissima. In mezzo al fumo, alla droga, alla sporcizia, al rumore assordante, ai veleni e all’ignoranza essi vanno a nozze e ottengono senza difficoltà vittorie nette. Per contro, rifuggono la luce, la pulizia, i fiori, i profumi e la musica. Maggiore è il livello dei demoni migliore è il loro aspetto. Essi devono affinare le tattiche, i travestimenti, le apparenze. Si arriva, dunque, al camuffamento più allettante, quello di Lucifero, il cui “stile” inganna e seduce. A volte, il trucco riesce. A volte no. E quando il bene si rivela più forte del male, l’angelo rinnegato avverte in cuor suo maggiore nostalgia del “giardino di Dio, d’ogni pietra preziosa ricoperto” (Ezechiele, 28, 12-17). Lo spirito di Dio lo abbatte nuovamente. Il suo rimpianto è tardivo e il suo sogno di rivalsa si rivela sterile. (6 continua)

domenica 27 marzo 2011

Messico, nuvole e... Ufo?


Nell’immaginario collettivo, il Messico è il Paese degli uomini coi baffoni e il sombrero, Pancho Villa e Speedy Gonzales, la tequila, i mariachi dalla sonorità coinvolgente e la “fiesta” continua. Ma è anche la culla di antiche civiltà che si relazionarono a lungo coi fratelli cosmici, come suggerisce, ad esempio, la copertura tombale del sarcofago di Palenque, che raffigura un principe-astronauta. Secondo alcuni studiosi, i legami fra le culture precolombiane e gli alieni sarebbero così stretti da suggerire l’ipotesi che il Messico sia tuttora un luogo privilegiato dai visitatori extraterrestri. Di fatto, il Messico è uno scenario ideale degli avvistamenti di Ufo. Negli ultimi anni questi avvistamenti sono aumentati in misura esponenziale. Tutto ebbe inizio molto tempo prima che gli Ufo diventassero di moda. Il 12 agosto 1883, mentre studiava l’anomala attività solare nei pressi dell’Osservatorio di Zacatecas, l’astronomo messicano Josè Bonilla notò infatti il passaggio in cielo di oltre 300 oggetti di colore scuro non identificati. Riuscì a scattare alcune foto documentando un fenomeno che resta ancora oggi inspiegabile, per cui si suppone che fu testimone del volo di una grande formazione di aeronavi aliene. Attualmente, il Messico è una sorta di “ombelico del mondo” per quanto concerne i platillos volantes.  Tant’è che se Paolo Conte riscrivesse la canzone “Messico e nuvole”, che Enzo Jannacci portò al successo nel 1970, forse dovrebbe aggiungere nel titolo “…e Ufo”. Anzi, “Ovnis”. È così che i messicani chiamano i misteriosi oggetti volanti che solcano i loro cieli, soprattutto nella regione di Puebla e di Città del Messico. Pur facendo la tara, cioè eliminando i casi dubbi, i fulmini globulari e gli aviogetti di matrice umana, restano inspiegabili moltissimi avvistamenti pubblici. Ne cito alcuni del XXI secolo. Nel 2004, sette punti luminescenti accerchiarono un aereo militare a Ciudad del Carmen. Il 24 giugno 2005 apparvero e furono filmati quattordici Ufo sopra Xalapa. Il 28 marzo 2010 un Ufo ha sorvolato il World Trade Center della capitale e il 17 aprile 2010 è apparsa una sfera di luce su Taxco. Sono solo alcuni esempi. La conferma del fatto che il Messico sia diventato un osservatorio speciale per gli ufologi viene da Carlos Diaz, uno studioso messicano che balzò agli onori delle cronache alla fine degli anni Ottanta, quando rese di dominio pubblico le sue esperienze coi fratelli cosmici. Diaz, che gli ufologi considerano il contattista più importante del mondo, affermò che gli alieni interagiscono tranquillamente con la vita quotidiana di Tepotzlan, la cittadina nella quale risiede con la sua famiglia: "addensati" in forma umana, lavorano, vanno a fare spesa, pagano le tasse, mangiano tacos e, quando è possibile, nottetempo si alzano in volo con le loro sfere di luce, in grado di registrare eventi e dati del nostro habitat sociale e naturale. So che qualcuno sorriderà, ma pare che Diaz abbia avuto modo di entrare nelle gallerie sotterranee che a Teotihuacàn collegano la piramide del Sole e quella della Luna. In queste caverne, non aperte al pubblico, avrebbe scoperto bassorilievi precolombiani effigianti antiche divinità che scendevano dal cielo su mezzi volanti. Che dire? C’è chi punterebbe il naso all’insù a sentire le parole “c’è un asilo che vola!” e chi, per contro, negherebbe anche l’evidenza dei fatti.
Da parte mia, voglio riportare un’esperienza indiretta risalente all’11 novembre 2010. Francesca e Federica, due delle mie figlie, si trovavano in Messico e stavano visitando il sito archeologico di Monte Alban, l’antica capitale dell’impero zapoteco, nei pressi di Oaxaca. Mentre Federica fotografava Francesca, sul fondale, nel cielo terso, sono apparsi e sfrecciati in silenzio due oggetti volanti non identificati. Federica e Francesca non si sarebbero nemmeno accorte dell’evento se non fosse che alcuni messicani che si trovavano vicino a loro, sulla cima di una piramide, all’improvviso hanno esclamato “Ovnis! Ovnis!”. Erano veramente Ufo o qualcos’altro, tipo due caccia dell’Aeronautica militare messicana? Non sono in grado di rispondere. Tuttavia, voglio rimarcare due elementi utili per la riflessione. Il primo è storico: gli Ufo sono stati avvistati a Oaxaca numerose volte; le ultime il 16 febbraio, il 3 agosto e il 13 ottobre 2010. Il secondo è soggettivo. Francesca e Federica mi hanno riferito che secondo alcuni testimoni i due oggetti volanti si sarebbero fermati nel cielo per una manciata di secondi, restando immobili, prima di scheggiare via a una velocità stratosferica e sparire alla vista.
Nei primi due mesi del 2011, gli avvistamenti in Messico sono stati numerosi. Gli Ovnis sono stati visti e filmati da molte persone a San Luis Potosi, Taxco, Cuernavaca, Tlalnepanta, Monterrey e Città del Messico. Un’intera flotta di Ufo ha costretto a stare col naso all’insù moltissime persone a Distrito Federal e Atlixco il 5 febbraio u.s. È dunque in corso una forte attività ufologica. Per gli scettici, si tratta di allucinazioni collettive e avvistamenti di palloni sonda e aerei sperimentali. Ognuno, d’altra parte, finisce per vedere ciò che vuole. Pur tuttavia, resta inspiegabile il fatto che in Messico gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati e sfere luminose siano ormai all’ordine del giorno e inducano la gente a pensare che “gli dei stanno per tornare”. Vedremo.
Que viva Mexico! – dunque. Un paese così sorprendente che per definirne l’anima voglio prendere in prestito le parole di Octavio Paz, lo scrittore messicano premio Nobel nel 1990: “Tutto è visibile e tutto è elusivo, tutto è vicino e tutto è inafferrabile.”

venerdì 25 marzo 2011

Le influenze del numero muto


Non ci dimenticheremo del 2011. È iniziato da poco ma sta facendo fuoco e fiamme. Sarà certamente un anno fuori del comune e, temo, ferale. Colpa del numero 11, lo sciagurato undici. Voglio parlarne brevemente ma con sospetto, per risvegliare in chi mi legge i dubbi e gli interrogativi che il caso propone. Secondo la tradizione e la scienza esoterica, questo numero – simbolo di transizione, eccesso e pericolo – possiede molte valenze negative (fra cui il possibile conflitto) ma anche una promessa di felicità di cui parlerò nell’ultima parte del post. Cominciamo con le brutte notizie. Più di dieci e meno di dodici, l’undici viene a trovarsi in mezzo a due numeri pieni e per questa ragione, fin dal Medioevo, è considerato ad malam partem. Si noti che ogni altro numero, invece, possiede almeno un lato buono. Purtroppo per lui, l’undici è associato alla colpa. Sant’Agostino sentenziò infatti che “il numero 11 è il simbolo del peccato”. I “Fratelli di Purezza”, una confraternita di filosofi formatasi a Bassora, nell’attuale Iraq, nella prima metà del IV secolo, lo consideravano il primo numero “muto”. Muto sì, ma potente (nei tarocchi l’arcano numero 11 indica la forza) e oltremodo minaccioso. L’undici ha un’azione perturbatrice e catalizza eventi drammatici. Per dirla alla buona e con un linguaggio moderno, è un numero che attira la sfiga. Mi limiterò ai fatti più recenti. L’inizio dell’apocalisse risale all’11 settembre 2001, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Madrid fu sconvolta da una serie di attentati terroristici ferroviari l’11 marzo 2004. Il primo trimestre del 2011 registra le rivolte nel Maghreb, il Terremoto in Giappone e la Guerra in Libia. Questi eventi clamorosi basterebbero per eleggere fin d’ora il 2011 annus horribilis, se non fosse che circola una profezia secondo la quale Roma sarà colpita da un terremoto l’11 maggio p.v. Ho giustamente parlato di profezia, anziché di previsione, perché questa voce è associata alla figura di un uomo scomparso da oltre trent’anni. Mi riferisco a Raffaele Bendandi, astronomo, sismologo e scienziato (se pur privo di una laurea), che nel corso della sua esistenza profetizzò, prevedendone la data, il terremoto della Marsica del 1915, quello di Senigallia del 1924 e il sisma che sconvolse il Friuli nel 1974. Pare che tra gli appunti di colui che il Corriere della Sera definì “l’uomo dei terremoti” siano stati ritrovati calcoli e indicazioni che prevedono un sisma in Italia nell’anno 2011. In realtà, negli scritti non si citerebbe Roma. È difficile capire se si tratta di una notizia infondata, gonfiata o solo di una leggenda metropolitana. Lo scopriremo ben presto, nel mese della Madonna, che a sua volta – e qui non ci sono dubbi – ha annunciato il terremoto in questione ad alcune veggenti carismatiche. A questo punto, tuttavia, ragione e fede si mettono a bisticciare e la faccenda si complica. In ogni caso, non c’è da stare tranquilli. Il prosieguo del 2011 potrebbe essere pirotecnico, per l’ambiente in cui viviamo come per la politica, l’economia e la vita quotidiana. Per quanto riguarda l’anno prossimo, poi, tocchiamo ferro. I Maya hanno previsto la fine del mondo (o quanto meno uno sconvolgimento planetario epocale) in data 21/12/2012. Fate i conti: la somma di questi numeri è 11. Una semplice coincidenza? Speriamo. Ma, soprattutto, speriamo che i Maya abbiano preso un abbaglio. Probabilmente, invece, aveva ragioni da vendere il filosofo e matematico Pitagora, che associava l’undici al caos. Viviamo nel caos e fatichiamo a seguire la carambola degli avvenimenti in corso. È curioso il fatto che nella Smorfia, l’undici corrisponde ai topi. Beh, si ha come la sensazione che i topi ballino e nello stesso tempo stiano fuggendo dalla nave. Naufragio in vista? Una cosa è certa: il numero muto ha un potere sinistro. Per quanto ci si sforzi di essere razionali, è giocoforza riflettere su altre, anomale coincidenze. Ad esempio, quest’anno capitano ben quattro giorni “straordinari” dal punto di vista delle probabilità matematiche. Parlo del 1/1/11, dell’11/1/11, del 1/11/11 e dell’11/11/11. Mica male, vero? Mi è anche stata segnalata una curiosità alla quale non so dare una spiegazione. Se prendiamo gli ultimi due numeri dell’anno in cui siamo nati e aggiungiamo gli anni che compiamo o compiremo quest’anno otterremo come risultato 111. Vale per tutti, senza eccezioni. Provate e vi stupirete. Forse l’undici è anche un numero magico.  A questo punto, voglio aprire uno spiraglio di ottimismo. Che il 2011 sia un anno particolare è dimostrato dal fatto che a ottobre ci saranno 5 domeniche, 5 lunedì e 5 sabati. E allora? Accade ogni 823 anni. Per questo motivo, il 2011 è considerato un anno “porta soldi”. Aspettiamoci un po’ di prosperità. Ecco un altro indizio: nella Cabala ebraica, l’undici corrisponde al “Kaf”, cioè la realizzazione. Qualcosa si realizzerà quest’anno, è ineludibile. Subiremo le influenze negative dell’undici ma potremmo anche approfittare del suo influsso positivo. Basta crederci. Intanto, non si sa mai, teniamo d’occhio l’orologio. Ogni giorno, alle 11:11 in punto, dovremmo esprimere un desiderio e affidarne il compimento all’universo. Pare, infatti, che questo istante abbia vibrazioni la cui frequenza mistica può favorire la realizzazione dei nostri sogni. E poi, giusto per guarnire la torta con la classica ciliegina, non dimentichiamoci che l’11/11/1992 si aprì un portale cosmico che si chiuderà l’11/11/2011. Una nuova era incombe e promette grandi trasformazioni. Nel dubbio, teniamoci pronti. 
Consiglio personale: evitiamo di esclamare: “Tutte c……!”. 
I numeri se ne fregano dello scherno e dello scetticismo degli uomini.

mercoledì 23 marzo 2011

L'invasione degli ultracorpi

Il sisma geopolitico che ha colpito i paesi africani affacciati sul Mediterraneo produrrà effetti indesiderati, fra cui l’invasione degli ultracorpi. Mi piace definire così il probabile arrivo in Italia nei prossimi mesi di 50.000 disperati provenienti dal Maghreb. Secondo le stime del ministro Maroni, alla Provincia di Como ne sarebbero destinati circa 600. La nostra provincia, come la cittadina di Santa Mira del film di fantascienza diretto da Don Siegel, verrebbe invasa da una tribù con la kefiah di cui dovremmo prenderci cura. Nel film le cose vanno male. Gli invasori spaziali si replicano all’interno di grossi baccelli e riescono a sostituirsi durante il sonno alla popolazione locale, iniziando la conquista del territorio. Ve lo immaginate se accadesse anche a Como e col passare dei giorni diventassimo replicanti senza emozioni? Tranquilli, non accadrà. Accadrà invece che ancora una volta, brontolando e protestando, faremo la nostra parte. Faremo i buoni samaritani perché aiutare chi soffre è indice di civiltà. In fondo, noi comaschi non siamo privi di emozioni né refrattari all’accoglienza di chi è più sfortunato di noi. Nel passato abbiamo accolto i profughi del Libano e dei paesi slavi sconvolti dalla guerra civile, tanto per citare due esempi. Come potremmo erigere le barricate? Il problema, se mai, è dove mettere gli ospiti. Sì, insomma, che ne facciamo delle vittime di Gheddafi di cui Maroni vuole farci dono? Potremmo ospitarle nel vecchio Sant’Anna o nella caserma De Cristoforis. Ogni politico locale potrebbe adottare una famiglia di beduini. Si capirebbero al volo perché parlano la stessa lingua: l’arabo. Scherzi  a parte, come diceva Don Tonino Bello “accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza”. Non fasciamoci la testa prima di averla rotta. Forse, gli ultracorpi non hanno cattive intenzioni. La loro esperienza potrebbe arricchirci. La loro umanità, farci comprendere che nessuno è al sicuro in un mondo che trema e soffre. 

Articolo pubblicato il 23/3/2011 su:


sabato 19 marzo 2011

Il karma del Giapppone


Ogni popolo ha il suo karma. Ogni causa genera un effetto. Ogni azione compiuta produce l’onda di una reazione che l’Universo sospinge e dirige. L’onda può essere breve e immediata oppure lunga e durevole, ed essere dolorosa. Ne è un esempio la sorte degli ebrei, un popolo odiato e perseguitato che ha vissuto orfano di una patria fino al 1948 e che sembra colpito da una sorta di maledizione che taluni considerano il castigo divino per avere messo a morte Gesù Cristo. Altri paesi, altre civiltà hanno pagato il fio di un karma negativo. Il karma delle nazioni risponde a una logica che trova la sua convalida in una minaccia espressa più volte nella Bibbia. Nell’Esodo è scritto che il Dio geloso “punisce la colpa dei padri sui figli, fino alla quarta e la quinta generazione” (20, 5). Nel Libro di Geremia si leggono queste dure parole: “i padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati” (31, 29). Il passo suggerisce che le colpe dei padri ricadono sui figli. E poco importa che un altro profeta, Ezechiele, invochi la responsabilità personale in sostituzione delle colpe collettive: “Ciascuno sarà giudicato in base alle proprie azioni” (18, 1-13). I fatti dimostrano che le generazioni viventi hanno spesso pagato le colpe degli avi.

È certamente lunga, devastante e dolorosa l’onda dello tsunami che ha colpito il Giappone a seguito del terremoto dell’11 marzo 2011. Ovviamente provo grande compassione e solidarietà per il popolo giapponese, il cui dolore è anche il nostro. Nulla di ciò che avviene sulla Terra, e per estensione nelle più lontane galassie, può lasciarci indifferenti. Facciamo parte del tutto. Siamo tutti frammenti di energia di una sola, infinita ed eterna fonte energetica. Del Giappone e dei giapponesi si è scritto molto in questi giorni, ammirandone per lo più la compostezza, la tenacia, la capacità di dominare le proprie emozioni, il rigore e la forza morale di fronte alle avversità. Mi associo alle lodi, sperticate ma giuste, pur tuttavia mi comporterò da mosca bianca. Non mi unirò al coro ipocrita di chi sa cogliere solo gli aspetti superficiali e pietistici del caso, cioè l’ineluttabilità del destino e la lezione morale dei nipponici. Andrò oltre, rendendomi antipatico. Voglio infatti sottolineare che il terremoto di magnitudo 8,9 e il conseguente tsunami con onde alte oltre 10 m. che ha messo in ginocchio il Giappone, non è solo un fenomeno naturale catastrofico bensì una “lezione” che convalida la legge del karma. No, non sono pazzo né odioso. Sono un osservatore disincantato che cerca di cogliere il lato oscuro degli eventi. Così come la Storia dell’Umanità è fatta di tantissimi momenti di cronaca che si cementano a formare un solo corpo, allo stesso modo ogni singolo accadimento è una nota sullo spartito di una grande sinfonia, che può essere drammatica, come è successo in Giappone, laddove la legge di analogia, in sinergia con quella di causa-effetto, provoca e attira a sé vibrazioni di segno negativo. Per essere chiaro: il popolo giapponese è vittima e nello stesso tempo inconscio garante della disgrazia che sta vivendo. Voglio essere ancora più chiaro: è il karma del Giappone l’unico, vero responsabile del disastro naturale di cui stiamo seguendo gli sviluppi con trepidazione. Alcune fonti “alternative” e “arcane”, invece, ne imputano la causa all’uomo. Si vocifera che il sisma sarebbe stato provocato dai test nucleari. Sarebbe in atto una cospirazione a livello mondiale; i potenti della Terra intenderebbero modificare il clima e destabilizzare l’economia del pianeta. Cui prodest? Non lo so, però rabbrividisco all’idea che la fantomatica “Setta degli Illuminati” esista veramente e stia lavorando in silenzio a un progetto che ha lo scopo di modificare l’attuale quadro geopolitico e asservire l’umanità. A questa ipotesi estrema e un po’ fantascientifica ne preferisco un’altra. Il Giappone è stato colpito duramente dalle forze della Natura perché aveva una pendenza con l’Universo. Doveva pagare il suo karma nell’istante preciso segnato sull’orologio del Tempo fin dalla notte dei tempi. A quanto pare, Hiroshima e Nagasaki non sono bastate per espiare le colpe di Tokyo. Dio voglia che adesso il Giappone abbia saldato interamente il suo debito, anche se grava su di esso un nuovo, terrificante incubo: le radiazioni nucleari. Ma qual è questo debito? Qual è il karma del Sol Levante?

Ci soccorre la Storia, come sempre maestra di vita. Ogni nazione ha le sue colpe. Ogni popolo nasconde qualche scheletro nell’armadio. Il Giappone ne ha molti. Il detto Deru kui wa utareru – “Il chiodo che sporge va preso a martellate” – ci fornisce una chiave di lettura del mistero giapponese. Tutto ciò che disturba l’armonia e la propria visione del mondo va eliminato. Noi italiani troveremmo il modo di usare il chiodo anziché annichilirlo, magari per appenderci qualcosa. Il popolo giapponese si rispecchia nei sette principi etici del bushido: onestà e giustizia, eroico coraggio, compassione, gentile cortesia, completa sincerità, onore, dovere e lealtà. È impossibile non ammirare un programma così nobile. Peccato che per realizzarlo i giapponesi rinuncino agli scrupoli. Per il bene comune (dei giapponesi, sia chiaro) è lecito ricorre ad ogni mezzo. Guerre di conquista, militare ed economica, comprese. Ieri valeva per le faide interne e le campagne militari di asservimento del Pacifico – dove i giapponesi si dimostrarono carnefici impietosi, non secondi agli aguzzini di Hitler e di Stalin nonostante il bushido – e dal secondo dopoguerra in poi per una politica economica imperialista che sacrifica l’individuo in nome del risultato. Nel film L’ultimo Samurai c’è una frase emblematica. “Dicono che il Giappone sia nato da una spada”. Può essere. I giapponesi sono forgiati nell’acciaio temperato e per quanto siano ricchi di qualità e persino simpatici coi loro sorrisi infantili, restano affilati come lame. La loro ferrea educazione, un sentimento religioso che antepone la natura, gli antenati e l’imperatore a Dio, e un retaggio culturale affascinante ma pieno di contraddizioni, li rende taglienti, formali e impassibili. Sembrano robot. Amano la vita, anche nei suoi aspetti più delicati come un fiore di carta, ma sono affascinati dalla morte. I kamikaze li hanno inventati loro e bushido significa: “determinata volontà di morire”. Il senso della morte è così radicato nella coscienza nipponica da giustificare la strage di balene e delfini oltre che il karakiri se la vergogna è insopportabile. Sorge il dubbio che il regista dei fatti tragici di questi giorni sia la nemesi storica, che non fa sconti a nessuno. L’eccidio di Nanchino del 1937 (l’esercito giapponese trucidò 260.000 civili), il vile attacco di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 e la crudeltà perpetrata nei campi di prigionia giapponesi sono solo alcune delle colpe paterne che oggi ricadono sui figli. È passato tanto tempo, si dirà. Sì, ma chi ci assicura che i cerimoniosi inchini dei turisti giapponesi non paludino l’astuzia della belva dormiente, l’indole assopita del samurai? In fondo, Godzilla e i manga sono “made in Japan”. E se fosse una questione di DNA oltre che di karma?

Nel dubbio, mi ritrovo a riflettere su queste parole di Jean Cocteau, così attuali e profetiche: “Il Giappone esce dal mare. Il mare l’ha respinto come una conchiglia di madreperla. Il mare conserva il diritto di distruggerlo e di riprenderselo”. In ogni caso, Dio salvi il Giappone e i suoi microchip. Ops… intendevo i suoi abitanti.

venerdì 18 marzo 2011

La voce nel deserto


La nota espressione vox clamantis in deserto, presente nel Vangelo di Luca (III, 4), Giovanni (I, 23), Matteo (III, 3) e Marco (I, 3), è riferita a colui che dà consigli e avvertimenti disinteressati ma non è ascoltato da nessuno. In sostanza, è l’epiteto che indica chi non è preso in considerazione dagli altri o, quanto meno, viene sottovalutato. Il caso più eclatante è forse quello di Giovanni il Battista, la cui tragica sorte dovrebbe indurmi a riflettere sull’opportunità che io indossi virtualmente le pelli di pecora ed esprima liberamente il mio pensiero, col rischio di dire cose sgradevoli e “politicamente scorrette”. Ma tant’è, mi sono accorto che il fatto di non essere un uomo famoso o importante inibisce in parte la mia libertà di espressione, giacché le verità scomode difficilmente trovano spazio sui mass media. Fortunatamente esiste la Rete. Internet offre a chiunque la possibilità di lanciare nell’etere i propri messaggi, confidando che l’energia dell’Universo agisca come fine conduttore e insieme cassa di risonanza. Ho dunque deciso di raccogliere le mie riflessioni e opinioni a rischio censura o cestino in una nuova etichetta. Mi piace l’idea d’essere una voce nel deserto. Fievole ma sincera. In primo luogo, perché amo il deserto e lo preferisco ai luoghi affollati. Come ha scritto Antoine de Saint-Exupery, nel deserto “ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio”.  Secondariamente, perché anche nel deserto c’è vita e speranza di rigenerazione. Il Piccolo Principe dice: “ciò che rende bello il deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo”. Dal mio ho in animo di estrarre tanti secchi di acqua rinfrescante e, perché no, effervescente.