sabato 12 marzo 2011

Key West, la chiave dello scrigno delle perle


Solitamente, il viaggio per raggiungere una destinazione agognata è considerato un peso o, nella migliore delle ipotesi, un dazio da pagare in termini di fatica, noia e impazienza. Ogni tanto, però, capita di affrontare viaggi che appagano il viaggiatore ben prima che abbia raggiunto il suo traguardo. Sicché ci si pone la domanda: qual è il vero traguardo? In questi casi, la mente risponde che è bello avere una meta verso cui viaggiare ma alla fine ciò che conta veramente è il cammino che ci conduce ad essa. Questo assunto vale senza meno per Key West, l’estremità tropicale degli Stati Uniti d’America, dove le acque dell’Oceano Atlantico si congiungono con quelle color turchese del Golfo del Messico. Si tratta di una località dello stato della Florida raggiungibile in vari modi, nessuno dei quali, però, eguaglia per la sua forte carica emozionale il viaggio su quattro ruote. Raggiunsi Key West con la mia famiglia a bordo di un van preso a noleggio a Miami, percorrendo la Overseas Highway (US Route 1), una delle strade più panoramiche e affascinanti del mondo. Questa strada corre per 205 km. lungo le Keys, che secondo un detto non sono un luogo geografico quanto un luogo della mente. Ciò non toglie che esse siano primariamente un arcipelago di 1.700 isole e scogli dal sapore caraibico unite fra loro da esili lingue di terra e ponti avveniristici. Sono un filo di perle naturali protette dall’unica barriera corallina del Nord America che il Demiurgo ha racchiuso in uno scrigno prezioso di cui Key West è la chiave di ponente, come il nome stesso suggerisce. Muoversi sull’arteria che attraversa le Keys ha una duplice valenza. Significa entrare progressivamente e sempre più perdutamente in un mondo incantato e ammaliante, dove la Natura, così virginea da evocare l’era giurassica, vince ogni resistenza e indifferenza umana, allagando i sensi di meraviglia. Ma vuol dire anche penetrare nell’affabulazione romantica e avventurosa a un tempo. Ci si illude di essere diretti in una località chiamata Key West; in realtà si procede verso l’epopea di un’America pionieristica, dove i coloni contendevano la terra agli indiani seminole e ai coccodrilli, e le cui coste davano rifugio a pirati senza scrupoli e ai saccheggiatori di relitti, mentre oggi sono battute prevalentemente dagli uragani e dai pescatori di altura. Si va coscientemente verso una civiltà perduta eppure sapientemente conservata.

Key West la si raggiunge lentamente, assaporando l’azzurro intenso del cielo e il verde inebriante del mare e della foresta tropicale. Se non fosse che i mile markers – piccoli segnali indicatori di colore verde e bianco posti sulla carreggiata – annunciano il progressivo avvicinarsi della meta, si direbbe che il percorso è un’illusoria discesa nei giardini segreti dell’anima. Si avverte infatti lo straniamento che accompagna ogni esperienza di vita anomala e gratificante. Si cade vittime dell’evanescenza della finzione, della relatività del punto di vista, del controcanto dell’esistenza che abbiamo sempre sognato. Si diventa Don Chisciotte. E ogni tappa intermedia, ogni breve sosta, ha il respiro dell’avventura, non sempre a lieto fine. È curioso il fatto che nel 1552, quando le Keys furono avvistate per la prima volta dall’avventuriero spagnolo Juan Ponce de Leon, vennero battezzate “Los Martires” perché, da lontano, la loro sagoma faceva pensare a persone provate dalla sofferenza. Gioia e sofferenza hanno sempre convissuto da queste parti. A Islamorada, “capitale mondiale della pesca sportiva”, c’è un monumento sotto il quale sono sepolte le 500 vittime dell’uragano che sconvolse le Keys nel 1935. A Marathon, invece, si prova una gioia melanconica di fronte a un tratto del vecchio, mitico ponte Seven Mile, oggi il più lungo molo del mondo. Quando fu costruito, nel 1912, questo ponte fu definito “l’ottava meraviglia del mondo”.  Percorrere in auto il nuovo Seven Mile Bridge, costruito nel 1982, è un’esperienza on the road che ogni autista innamorato della strada dovrebbe concedersi almeno una volta nella vita. Altrimenti non saprà mai cosa vuol dire guidare sospesi fra cielo e mare, fra una coperta e un lenzuolo di seta dai colori inebrianti. Superato il ponte, ci si addentra nelle Lower Keys, un mondo ancora più aspro e incontaminato del precedente. Bahia Honda offre a sorpresa la spiaggia più bella delle Keys e la seconda di tutti gli U.S.A. Nei pressi della riserva di Big Pine Key, capita che un cervo della Florida, non più grande di un grosso cane, attraversi la strada. Vedere nuotare questi cervi “disneyani” tra un isolotto e un altro, là dove abitualmente giocano i delfini, colma la mente di stupore infantile e il cuore di indicibile tenerezza. È l’avvisaglia che annuncia l’enclave dell’Eden, dove il relax è l’unico comandamento imperativo.

"Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare" - ha lasciato scritto Ernest Hemingway, che di questo paradiso fece il suo buen retiro. Lo pensavano di certo anche le tribù dei Calusa e dei Matecumbe, che nulla poterono però contro le colt e le carabine dei coloni. Sì, per conservare questo paradiso, che i pirati dei Caraibi elessero a dimora e rifugio inespugnabile, vale la pena lottare. Va riconosciuto al popolo americano il merito di averlo fatto. Key West è stata preservata perché possa testimoniare che solo la bellezza può salvarci.

Eccola, infine, la mitica, movimentata, patinata e divertente Key West. L’atmosfera incontaminata che regna sulle altre Keys qui scompare per lasciare il posto a una nuova atmosfera, non meno suggestiva e in qualche modo teatrale. La prima cosa che colpisce è il sentore della continuità. La Key West di oggi rispecchia quella del passato. Era il covo dei pirati e dei pescatori, di Hemingway e del divertimento. Oggi è la cittadina (30.000 abitanti) dei gay, dei nudisti e del turismo snob. Qual è, dunque, il comune denominatore? Oggi come ieri, l’atmosfera che si respira a Key West è cosmopolita, perbenista e trasgressiva allo stesso tempo, profumata di libertà e tolleranza. La mondanità di Key West è aristocratica – qui veniva in vacanza il presidente Harry Truman e hanno la residenza estiva i membri della Upper Class americana – ma anche alternativa, grazie ai fan della new age, e persino populista. Un tempo vi approdavano i profughi di Cuba, le cui coste distano solo 90 miglia in linea d’area, mentre oggi sbarcano dalle grandi navi da crociera i turisti frettolosi e onnivori, ansiosi di sciamare in Duval Street a caccia di souvenirs. Key West è elegante ma semplice, calda e umida tutto l’anno, bordata di deliziose spiagge di sabbia bianchissima. È anche un museo a cielo aperto, ricco di simboli evocativi, alcuni dei quali immortali. Il più popolare resta Ernest Hemingway, autentica icona americana. Nel 1928, dopo avere impalmato la bella Pauline Pfeiffer, ex redattrice di moda di Vogue, il famoso romanziere mise su casa a Key West – una casa di roccia corallina in stile spagnolo coloniale – dove portò a termine la stesura di Addio alle armi e scrisse altri famosi romanzi. Dal 1931 fino al 1940, egli vi trascorse il suo tempo creando, bevendo come uno spugna allo Sloppy Joe’s e pescando. Ma Key West ha questo di speciale: seduce e tradisce. Hemingway s’illudeva di avere trovato la chiave della felicità. Fu risvegliato all’improvviso da un colpo di pistola. Il padre, fiaccato da un male incurabile, si uccise sparandosi alla testa. Oggi, nella sua casa in Whitehead Street trasformata in museo vivono ancora i discendenti dei suoi gatti.

Ogni giorno, puntualmente, a Key West va in scena la “Sunset Celebration”, la celebrazione del tramonto. Una pletora di venditori ambulanti, artisti di strada e turisti animano una singolare rappresentazione d’affetto spontaneo verso Madre Natura. Attendono il tramonto in Mallory Square, contemplandone l’effervescenza cromatica. Nel momento in cui il sole affonda nelle acque insanguinate del Golfo del Messico scaturisce spontaneamente un applauso. Mi associai. Intanto, lo sguardo colse un uomo che correva col suo labrador sulla spiaggia di South Beach, dove sorge il pilone in cemento rosso, nero e giallo che delimita il Southernmost Point, il punto più a sud degli Stati Uniti d’America. Notai anche una sagoma all’orizzonte. Sembrava un’imbarcazione. Un peschereccio, forse? Mi piacque illudermi che fosse un galeone spagnolo oppure l’Olandese Volante. Nulla osta di crederlo perché in questo spillo del mondo sogno e realtà si confondono e si torna bambini. Che c’è di male?  Come diceva Hemingway “avere un cuore da bambino non è una vergogna. È un onore”.

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