martedì 29 marzo 2011

Le armi, la Libia e l'ultima mossa dello scorpione

È impossibile prevedere gli sviluppi della crisi politico-militare libica né tanto più i tempi della sua soluzione. Lo scenario è complesso e in rapido divenire. In più, la situazione è molto confusa. Sembra un thriller e per quanto si conosca il nome dell’assassino, nessuno può escludere colpi di scena e un finale a sorpresa. Pur tuttavia, dagli avvenimenti di questi giorni e dalle varie prese di posizione dei governi e dei mass-media, si possono evincere alcune certezze. Le vado ad elencare in ordine sparso.
Prima certezza: il conflitto in corso è tutto fuorché una guerra di liberazione o di pacificazione. È la guerra degli ipocriti e degli avvoltoi. Il signor Sarkozy e i francesi, che potrebbero rinunciare allo Champagne ma non alle chimere della “Grandeur”, hanno approfittato dell’occasione per bruciare tutti sullo scatto e mettersi a capotavola. Quando sarà il momento di spartirsi le commesse del petrolio e del gas nel dopo Gheddafi, la Francia farà l’ingorda. 
Seconda certezza: l’Europa non esiste. La crisi nel Mediterraneo è una faccenda che riguarda la Comunità Europea, i cui esponenti avrebbero dovuto mostrarsi coesi. Invece, ancora una volta, l’ennesima, ognuno pensa ai fatti suoi. I francesi sognano di vendicare la testata di Zidane a Materazzi mettendo in fuori gioco l’Eni, l’Impregilo e tutte le altre aziende italiane (100) che facevano affari col Rais. Germania e Gran Bretagna nicchiano. E noi? Noi siamo il signor Tentenna. Abbiamo paura di comprometterci e nello stesso tempo di restare esclusi dalla spartizione del bottino. Noi abbiamo un Presidente del Consiglio che si dichiara “addolorato” per la sorte dell’amico Gheddafi, che a suo tempo (2009) definì “persona intelligentissima” e dotata di “una grande saggezza”. Ma vogliamo scherzare? 
Terza certezza: la nostra politica estera è lillipuzziana. In questo momento ci vorrebbe il Cavour coi suoi bersaglieri! Certo, la Libia non è la Crimea ma il gioco vale la candela. Nel solo biennio 2008-09 abbiamo venduto a Gheddafi armamenti per oltre 205 milioni di euro. Adesso temiamo che in futuro il suo fantasma possa terrorizzarci. Rassegniamoci all’idea che viviamo in un mondo diverso da come l’avevamo sognato. Dall’11 settembre 2001 in poi nulla è più come prima; perciò dobbiamo imparare a convivere dignitosamente con gli esodi di massa (profughi e clandestini) e il rischio attentati. E che diamine, un po’ di coraggio! Prendiamo esempio dagli americani e dal loro sano pragmatismo. 
Quarta certezza: questa volta gli USA non hanno voglia di emulare John Wayne. 
Quinta certezza: non illudiamoci di far fuori lo scorpione del deserto tanto facilmente. Si crede che quando lo scorpione è circondato dal fuoco e non ha possibilità di scampo, si dia la morte pungendosi con la sua stessa coda il cui pungiglione è velenoso. È una falsa credenza. Lo scorpione, un animale apparso sulla terra 420 milioni di anni fa, sembra sfidare le leggi dell’evoluzione: non ha mai mutato la sua forma e ha superato indenne ogni cambiamento dell’ambiente. Lo stesso si può dire di Mu’ammar Gheddafi, il vero, indiscusso scorpione della politica internazionale. È l’incarnazione di Faust ed è al potere da 42 anni poiché ha stipulato un patto col diavolo molto tempo prima che col governo italiano. È un uomo pieno di risorse ed è plausibile che nei prossimi giorni ci lascerà senza fiato. 
In “cauda venenum”, dicevano gli antichi. Il veleno è nella coda. Non è da escludere che l’ultima mossa dello scorpione possa rivelarsi terribile. Dio non voglia, s’intende. Ma soffiano venti di guerra sul Mediterraneo e si ha come l’impressione che la bufera sia solo all’inizio.

Editoriale pubblicato il 28/3/2010 su:


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