mercoledì 30 marzo 2011

Le fortezze di San Michele


Cos’hanno in comune la Puglia, il Piemonte e la Normandia? Un gastronomo risponderebbe al volo: i formaggi. In effetti, queste tre regioni eccellono nell’arte casearia. Ma non sono la mozzarella, la toma e il camembert a legare con un fil rouge terre così distanti e diverse. Il comune denominatore è l’arcangelo Michele. Sì, proprio lui, il nemico giurato del demonio. Il suo nome deriva dall’espressione “Mi-ka-El”, che significa “chi come Dio?” e rivela la sua missione: difendere la fede in Dio – e per estensione i suoi figli in pericolo – dalle orde di Satana. È un compito che ha sempre svolto con zelo e abilità poiché è un angelo guerriero. Una via di mezzo fra Marte e Thor. Per questo motivo, il comandante supremo delle schiere celesti incaricate di debellare gli angeli ribelli è rappresentato alato in armatura con la spada e la lancia. Michele è bello e ardito. Nonostante la sua natura sia angelica, il temperamento marziale fa di lui un soggetto da prendere con le pinze. Insomma, è meglio averlo per amico che avversario. I suoi devoti, consapevoli di ciò, non potevano limitarsi a dedicargli chiese solenni ma prive di difese. Il primo fu l’imperatore Costantino, che fece costruire a Costantinopoli l’imponente Micheleion. Da allora, i luoghi di culto a lui dedicati sono autentiche roccaforti più che santuari. Ho visitate le più famose e voglio fare da guida ai miei lettori in un veloce ma suggestivo itinerario che chiunque, volendo, può compiere fisicamente. Ne vale la pena; le fortezze di San Michele elevano lo spirito del pellegrino e lo caricano come una molla.

Il culto di San Michele si diffuse rapidamente in Europa nel V secolo, dopo che l’arcangelo era apparso nel Gargano, in Puglia. Sulla grotta in cui si era mostrato ad alcuni contadini sorse un santuario-fortezza che da allora attira milioni di persone. La località di Monte Sant’Angelo è il punto di partenza del tour “micaelico”. Ci sono stato più volte e ci tornerò perché la grotta ha un magnetismo irresistibile. È come se fosse ancora impregnata dell’energia di fuoco dell’arcangelo. Chi ha un animo forte e guerriero ne resta contagiato, avvinto. Non è indispensabile avere fede per cogliere la presenza del sovrannaturale. Anche un ateo resta colpito dall’atmosfera severa e insieme mistica del luogo. La fortezza sotterranea evoca il tempo delle catacombe più che la pompa della Chiesa trionfante. È questo carattere umile a ascetico, così vicino allo spirito di un legionario romano o di un cavaliere templare, che fa di Monte Sant'Angelo un rifugio per l’anima che cerca Dio al di fuori delle sontuose e ipocrite manifestazioni della sacralità che scende a compromessi col potere e la ricchezza. Il santuario pugliese di Monte Sant’Angelo fa pensare che nel giorno dell’Apocalisse è qui che Michele radunerà i suoi prima di sferrare l’attacco al drago. Ma già oggi, ne sono testimone e beneficiario, l’angelo di fuoco vi compie il suo miracolo quotidiano. Come scrisse Rudolf Steiner “Michele libera i pensieri dal giogo del cervello e apre il mondo del cuore”. In sostanza, il luogotenente di Dio indica agli ospiti la via per raggiungere il Cristo.

Tutte le strade conducono a Roma, si dice. Anche la via di Michele passa per la città di Pietro e induce a una sosta doverosa. A Roma, infatti, c’è una seconda fortezza in cui l’arcangelo dimora e veglia in attesa del combattimento finale. Nella “Vita di San Gregorio”, così coma la riporta La leggenda aurea, si racconta che durante una grave pestilenza, al termine di una processione ricca di litanie, Papa Gregorio Magno vide apparire San Michele che deponeva la spada nel fodero sulle mura di quello che da allora si chiama Castel Sant’Angelo, ma che fino a quel momento era conosciuto come il Mausoleo dell’imperatore Adriano. La visione fu interpretata come un fausto presagio; in effetti, l’epidemia cessò quasi subito e il pontefice, riconoscente, fece costruire sullo spalto più alto della mole una statua dell’arcangelo. È lì dal 590 e pare voglia difendere non solo il Tevere e la città di Roma, ma l’intero consorzio cristiano. E poco importa se la statua primigenia (di legno) e le successive (di marmo e di bronzo) sono state sostituite nell’Ottocento da quella odierna, anch’essa di bronzo. Il tempo distruggere i manufatti, non i simboli. Michele è sempre lì, in attesa degli squilli di tromba che annunceranno la battaglia. In attesa di riunire i figli della luce.

La luce che si distende nella Val di Susa nelle giornate invernali è strana. È come una patina dai riflessi grigio-dorati. Ha un sapore gotico e un profumo di montagna. La luce avvolge la mistica Sacra di San Michele e pare voglia trasfigurarla in un gioco di brume e ombre. Qui, a San Michele della Chiusa, a poca distanza da Torino, sorge la fortezza micaeliana più austera e misteriosa. Siamo in pieno medio Evo e non è casuale che Umberto Eco si sia ispirato a questa antica abbazia benedettina per ambientare il suo celebre romanzo Il nome della rosa. La Sacra fu eretta prima dell’anno Mille in un luogo impervio (il monte Pirchiriano) da un nobile pellegrino francese di nome Ugo e fu modificata più volte, pur conservando l’aspetto militare. La Sacra (o Sagra) è impressionante e costringe il visitatore a genuflettersi idealmente, tanta è l’energia spirituale che vibra fra le sue pietre. Come si è lontani, qui, dagli edifici religiosi che celebrano l’opulenza della Chiesa, anziché l’umiltà dei veri seguaci della Via, i veri eredi del Cristo in croce. Il poeta Clemente Rebora amava definire questo posto “culmine vertiginosamente santo”. Lo è, senza dubbio. Si percepisce, nel silenzio e nell’umidità della pietra, il sentore del sacrificio, la fede e la speranza escatologica che dovrebbero accendere nei cristiani l’orgoglio di essere tali. Nel percorrere lo scalone dei morti, ci si fa prendere per un attimo dal capogiro generato dalla cogitatio mortis. Eppure, per quanto la Sacra abbia un ché di spettrale, vi si celebra solo il trionfo della vita. L’apoteosi dell’eternità.

L’ultima tappa del viaggio ideale alla scoperta devozionale di San Michele si trova in Normandia. Mont Saint-Michel, seconda meta turistica della Francia, è una località straordinaria, incantevole e unica. Non a caso è considerato Patrimonio mondiale dell’Umanità. Qui la folla è oceanica eppure ci si sente soli. È possibile raccogliersi interiormente a dispetto delle orde di turisti e della pletora di ristoranti e negozi di souvenir. Siamo agli antipodi della Sacra e trionfa il mondo, è vero, ma sembra che Mont Saint Michel si disinteressi di esso. Questo isolotto roccioso, reso famoso dal gioco delle maree oltre che dal santuario il cui nome originario era “Mons Sancti Michaeli in periculo mari” è consacrato all’arcangelo combattente dall’VIII secolo, quando Michele apparve all’arcivescovo di Avranches. Il testardo Sant’Uberto ignorò due volte le richieste dell’angelo, che voleva gli fosse costruita una chiesa sulla roccia, ma dovette piegarsi quando Michele gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, pur lasciandolo in vita. L’episodio conferma che si può giocare coi fanti ma è meglio lasciar stare i santi. Soprattutto quelli “sanguigni”. Sta di fatto che i conti di Rouen e poi di duchi di Normandia, capita la lezione, fecero erigere un’abbazia benedettina che subito si distinse per potenza e prestigio, e che iniziò ad accogliere i pellegrini che percorrevano la Via Francigena. La furia iconoclasta degli uomini (la Rivoluzione francese) non riuscì a distruggere la dimora di Michele e oggi la si visita con la stessa, allegra inconsapevolezza con cui si fa una gita fuori porta. Si ammirano le splendide costruzioni, dove gli stili architettonici (dal romanico al gotico flamboyant) si soprappongono armoniosamente, come se fosse un museo. Invece no. Anche qui, come nel Gargano e in Val di Susa, va in scena la vera spiritualità. C’è un punto preciso, nel Chiostro della Merveille, dove si ha come l’impressione di avvertire il tremore della terra. Sono le forti vibrazioni di Michele. Ma sarebbe sciocco chiedere ragguagli al custode; solo il cuore può indicare la via.

Per ultima, una curiosità. Mont Saint-Michel, la Sacra di San Michele e Monte Sant’Angelo si trovano a 1.000 km. di distanza l’uno dall’altro, perfettamente allineati lungo una retta che, prolungata in linea d’area verso sud-est, conduce a Gerusalemme. Si dice che nei pressi di Gerusalemme, ad Armageddon, Michele, signore della morte e del giudizio, guiderà l’esercito del bene nella lotta finale contro i figli delle tenebre. Chi vivrà vedrà. Ma di questo parlerò – forse – quando pubblicherò sul blog la mia personalissima visione della Città Santa.

1 commento:

  1. Ho preso questo suo interessante articolo e l'ho messo nel mio che ho scritto sul mio blog "Italia e mondo", http://italiaemondo.blogspot.com.
    Il link http://italiaemondo.blogspot.com/2011/07/san-michele-re-artu-ed-excalibur-saint.html.
    Cordiali saluti.

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