martedì 8 marzo 2011

Mauritius: il Tropico dei Sogni


Sans souci. Senza affanno. È un’espressione francese che riassume il modo di vivere che mette al bando le preoccupazioni e privilegia i piaceri di una vita serena. È un invito a “vivere col sole in fronte e cantare beatamente”, come recita una vecchia canzone portata in auge dal tenore Ferruccio Tagliavini. Ma è possibile vivere così in un mondo divenuto frenetico e alienante o è solo un’utopia? La bella notizia è che è possibile. Sì, ci sono ancora luoghi, nel mondo civile, dove l’uomo non si fa schiavo dell’orologio né complice della disumanizzazione. Le isole Mauritius sono uno di questi luoghi. Confesso che sono il rifugio dove volentieri mi trasferirei – armi, bagagli, famiglia e animali al seguito – laddove mi annunciassero l’imminente fine del mondo. Sì, sceglierei di aspettarla presso il Tropico del Capricorno. In effetti, sarebbe più giusto chiamarlo Tropico dei Sogni. Qui, infatti, i sogni si realizzano. Vorrei che l’attesa dell’irreparabile fosse confortata dal suono della risacca delle onde di un mare cangiante dai colori pastello e dalla fragranza di vaniglia, banani, frangipane e spezie che eccita i sensi. Vorrei che il sole mi penetrasse le ossa coi suoi fendenti generosi e che i miei resti fossero seppelliti nei giardini incantati di questo Eden. Vorrei che la consapevolezza della profonda armonia che vincola il microcosmo al macrocosmo precedesse il momento del distacco.

Nel 1841, all’età di vent’anni, Charles Baudelaire approdò a Saint-Louis, la capitale delle Mauritius, dove soggiornò diciannove giorni. Tanto gli bastò per innamorarsi del luogo, che definì “terra profumata e baciata dalle carezze del sole” e soprattutto di una donna che ai suoi occhi incarnava tutto il fascino dell’eterno femminino esotico. Il poeta fu infatti colpito dalla moglie creola di Autard de Bragard durante una passeggiata nel giardino botanico di Pamplemousse e in suo onore compose una poesia famosissima: A une dame créole. Per Baudelaire, l’isola Maurice era éblouissante, cioè “abbagliante”. È questo l’effetto che fa ancora oggi a molti visitatori. Li abbaglia e fa perdere loro l’orientamento. È come se qui la teoria della relatività di Einstein trovasse quotidiana applicazione. Il continuum spazio-tempo apre nuove prospettive alla mente e dischiude le porte del cuore. Soprattutto alle anime sensibili e creative. Baudelaire non è l’unico letterato che subì il fascino dell’isola magica incastonata nell’Oceano Indiano, un posto che il poeta locale Yusuf Kadel ha paragonato a “un cachet effervescente gettato in un bicchiere d’acqua”. Altri due grandi della letteratura ebbero la fortuna di approdarvi in tempi romantici e avventurosi. Uno è Joseph Conrad. Lo scrittore polacco naturalizzato britannico fece scalo a Port Louis nel 1888. Era il comandante del veliero Otago, che batteva bandiera australiana e doveva imbarcare un carico di zucchero, ma mancavano i sacchi e perciò Conrad fu costretto a fermarsi per due mesi. Mai costrizione fu più piacevole. Egli trovò l’ispirazione per scrivere il racconto Un briciolo di fortuna, poi inserito nel libro Tra terra e mare. L’infatuazione di Conrad per le Mauritius è riassunta in questa definizione: “la perla dell’Oceano che distilla molta dolcezza sul mondo”. L’altro visitatore è Mark Twain, che capitò qui quasi per caso dal momento che scappava dai suoi creditori. “Dio creò Mauritius e poi il Paradiso Terrestre” ha lasciato scritto in Following the Equator

Il motto delle Mauritius è: Stella Clavique Maris Indici, cioè “stella e chiave dell’Oceano Indiano”. Prima dell’apertura del canale di Suez era infatti un punto di riferimento sulle rotte verso l’India. Oggi non è più la chiave dei traffici ma resta una stella di prima grandezza del turismo raffinato. Le stelle costituiscono ancora uno dei suoi tratti pregnanti. Di notte, il cielo che sovrasta l’isola si tappezza di luminarie e si ha come l’impressione che gli astri palpitino d’amore. Le notti trasformano il luogo in una immaginifica sala da ballo. Ma non è l’eco del Séga – l’insieme di musica e danza nato nelle piantagioni di canna da zucchero tipico delle Mauritius – a vellicare l’udito. È lo schioccare dei baci che le stelle inviano alla terra. È la risonanza delle moine che la luna proietta sul mare, le cui onde s’inarcano dolcemente come gatte in calore. Non c’è spiaggia, alle Mauritius, che di notte non sappia raccontare storie di velieri e di naufragi, ma anche saghe millenarie custodite nell’incavo delle conchiglie. Di giorno, invece, queste spiagge dalle tinte avorio sono oasi balneari che lasciano senza fiato. Vale la pena, almeno una volta nella vita, camminare a piedi scalzi sulla battigia di Flic en Flac, la spiaggia delle palme di cocco. O a Belle Mare, bordata di verdi alberi di casuaria e a Mont Choisy. Fondali di corallo e madreperla regalano a chi ama immergersi spettacoli straordinari. Ma la candida spiaggia che custodisco nello scrigno dei ricordi si trova nell’Isola dei Cervi. È una laguna color smeraldo d’incomparabile bellezza. È il luogo liturgico in cui ci si vorrebbe fondere con le acque e scorrere liberi.  Ovvero fluire nel vortice dell’elemento primordiale.

Lo scrittore mauriziano Paul Jean Toulet ha definito la sua terra natale “un giardino che il Signore volle posare sulle acque, il luogo dove canta il mare e riposano gli uccelli”. Va da sé che è una perla verdeggiante incastonata in un mare color zaffiro con ampie sacche e striature virenti. Il suo interno non è meno affascinante delle sue coste­. La sua vegetazione è lussureggiante, ricca di palme, bouganville, ibisco, banani e molteplici altre varietà tropicali, ma anche foreste solcate da torrenti e ruscelli, cascate fragorose di acqua cristallina come Rochesteer Falls e Tamarind, declivi montuosi, vulcani estinti dall’immenso cratere come il Trou au Cerfs, parchi naturali come il Plaine Champagne e luoghi unici al mondo come le “terre colorate” di Chamarel, con le sue sfumature in sette diverse gradazioni che variano d’intensità secondo l’incidenza della luce. Quello mauriziano è un campionario eccezionale, che inebria e commuove. E, sopra ogni altra cosa, riavvicina l’uomo alla divinità.

Non so se esiste un altro luogo al mondo più ecumenico e conciliante delle isole Mauritius, dove convivono in pace etnie e culture diverse, oltre ai culti religiosi più disparati. Qui, la fede è un dono e non l’effetto di una coercizione. La religione è in qualche modo condizionata dal panteismo. Dio si esprime attraverso la Natura, che non appartiene a nessuno. Nel cuore dell’isola sorge Grand Bassin, un lago sacro per gli indù, che ogni anno, tra febbraio e marzo, vi si recano per adorare Shiva, che si crede abbia congiunto le acque di questo bacino con quelle del Gange. È un posto molto più suggestivo di tante località sacre che ho visitato in India. La metà dei mauriziani è di confessione indù, seguono i cristiani (28%) e i musulmani (17%). Nell’isola, ci sono chiese cristiane, mosche e persino pagode. Da questo punto di vista è il regno dell’Utopia e della fratellanza. Non so quanto durerà. In ogni caso, nessuno può dubitare che il miracolo sia reale.

Dei mauriziani mi ha colpito la cordialità, la dolcezza, la spensieratezza. Sans souci. E così che vivono nel loro coriandolo che Dio ha gettato nell’Oceano in un momento di allegria. Di ciò, pare siano consapevoli. Il crogiuolo delle razze pacifiche resiste all’usura e al cambiamento dei tempi. Non solo. Sa adattarsi molto bene alla domanda del mercato. Guai a pensare che i mauriziani siano dei sempliciotti dediti solo alla pesca e alla coltivazione della canna da zucchero. Durante il mio soggiorno nell’isola ho fatto una scoperta incredibile. Mauritius è il più grande outlet del mondo. Qui, sono nate e prosperano le attività manifatturiere tessili per conto terzi, sicché è possibile fare incetta di capi d’abbigliamento griffati a prezzi bassi. Dal 1970, l’anno in cui le Mauritius divennero una zona franca che offriva vantaggi fiscali e doganali agli investitori stranieri, l’isola conosce un boom economico che va oltre i benefici del turismo. Oggi, Mauritius è il primo esportatore mondiale di maglie e il comparto tessile ha superato lo zucchero. Pur tuttavia, la pacchia potrebbe finire perché altri paesi come il Mozambico e il Madagascar pare abbiano capito l’antifona e si apprestano a fare concorrenza ai mauriziani. Che aggiungere? “Pena problème”. “Nessun problema”, afferma, il sorriso sulle labbra, un ambulante che mi ha offerto delle false polo Ralph Lauren di cui non sentivo il bisogno. “Li bon”, ho risposto in creolo. “Va bene”. Anche in Paradiso si strizza un occhio alla moda.

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