lunedì 7 marzo 2011

Quando i politici erano davvero galantuomini

Ci fu un tempo in cui i politici erano galantuomini. Non tutti, in verità, giacché l’esercizio del potere facilmente guasta gli uomini onesti. Figuriamoci quelli tendenzialmente disonesti. Tant’è che un vecchio proverbio ci ricorda che l’uomo politico accende una candela a Dio e un’altra al diavolo. Eppure, l’Italia ha avuto molti uomini politici onesti e capaci. I nomi? Al tempo del Regno d’Italia non erano pochi i galantuomini che entravano in Politica per contribuire con entusiasmo alla crescita della nazione. È anche vero che alcuni di loro avevano a cuore gli interessi di parte e che la ragione di stato è sempre stata più allettante del bene comune. Ma come non plaudire al primo Parlamento italiano? Il “Re galantuomo” lo riunì a Palazzo Carignano, in quel di Torino, il 18/2/1861. Era composto da 443 deputati (oggi i membri della Camera sono 630). Il fatto curioso, quasi inverosimile, è che allora i deputati non ricevevano alcun compenso. Lo Stato era giovane e povero. Chi decideva di servirlo, lo faceva gratis e fu così fino al 1913. Oggi, i nostri parlamentari percepiscono un’indennità di oltre 15.000 euro al mese + 4.190 euro di rimborsi spese + agevolazioni a non finire. I politici ci costano una fortuna e il paradosso è che alcuni di loro hanno pure il coraggio di lamentarsi. Nel 2008, la deputata Gabriella Carlucci protestò che il suo salario era troppo basso. Cosa avrebbero dovuto dire i vari Bettino Ricasoli, Massimo D’Azeglio e gli altri galantuomini “sabaudi” che intendevano la politica come “servizio” e non come “opportunità”? Certo, molti di loro erano benestanti e potevano fare a meno di gravare sulle casse dello Stato. Ma quanti parlamentari della XVI Legislatura della Repubblica (l’attuale) morirebbero di fame se rinunciassero, almeno in parte, al ricco appannaggio e alle prebende erariali? La questione vera, però, è un’altra. Quando la Politica era una faccenda seria, riservata a uomini e donne di provata rettitudine e attitudine, gli ideali e i princìpi prevalevano sul tornaconto. Fare politica significava mettere in campo passione, coraggio, rettitudine, buon senso, rispetto per l’avversario, sobrietà ed equilibrio. I “Signori della Politica” erano tali non perché indossavano la redingote ma perché avevano a cuore il bene della Patria e del popolo. Quintino Sella, il grande ministro delle Finanze che risanò i debiti dello Stato, si liberò dell’azienda tessile familiare per non alimentare i sospetti del conflitto d’interessi. Altri tempi. Abbiamo avuto grandi statisti come Alcide De Gasperi e Aldo Moro, eccellenti capi dello Stato come Enrico De Nicola, detto il “Presidente galantuomo”, Luigi Einaudi e Sandro Pertini, ma anche idealisti come Giacomo Matteotti e Ferruccio Parri, di cui Montanelli scrisse: “se ci fu un Presidente del Consiglio italiano che meritò la qualifica di galantuomo, di politico onesto e probo, quello fu Ferruccio Parri”. E abbiamo avuto persino politici in odore di santità come Giorgio La Pira. Potrei fare molti altri nomi. Le cose si complicano se veniamo ai giorni nostri. Pur non dubitando che ancora oggi ci siano dei galantuomini a Montecitorio e a Palazzo Madama – sì, ma quanti? – sorge il sospetto che la Politica si sia snaturata. Era un’arte. È diventata una via di mezzo fra i giochi circensi e la commedia scurrile. A 150 anni dall’Unità d’Italia, la nostra classe politica sembra avere disperso i valori morali che rendono grande una nazione e danno speranza ai cittadini. Che avesse ragione Woody Allen quando diceva che “i politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più bassa di quella di un maniaco sessuale”? Ridiamoci su, per non piangere. Fossero ancora in vita, il povero Girolimoni e il Mostro di Firenze troverebbero spazio in qualche lista elettorale affamata di voti.

Editoriale pubblicato il 6/3/2011 su:



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