venerdì 29 aprile 2011

Gli angeli della natura


Anche la natura vanta i suoi angeli. Leonardo da Vinci annotò nei Taccuini che “la natura è piena d’infinite ragioni che non furon mai in isperienza”. Quale esperienza abbiamo di angeli presenti nel regno animale, vegetale e minerale perché si possa affermare con certezza che esistono? Oggi sono ben poche le persone in grado di entrare in contatto con gli angeli della Natura ma un tempo ormai lontano gli esseri umani avevano questa facoltà. Quando i ponti che uniscono i mondi non erano ancora stati abbattuti, rendendo impraticabile o quantomeno ostico il collegamento, era possibile comunicare con le forze divine che popolano i mondi inferiori. Ad essi, gli uomini assegnarono un nome dal suono dolce e poetico: Deva.
Deva è una voce sanscrita che corrisponde all’avestico Daeva e al latino Deus. Appare subito evidente il riferimento alla divinità. Difatti, in India questo nome identifica tutti gli esseri divini anche se viene principalmente attribuito a quelli inferiori. Ciò indica che all’origine gli dei erano personificazioni dei fenomeni naturali: il giorno, l’aurora, il sole, la luna, gli astri, il fulmine, il fuoco, l’acqua. Il pensiero indiano può illuminarci. Secondo l’Ayurveda o “scienza della vita”, l’antichissima disciplina indiana che si prende cura del benessere olistico dell’individuo, ogni cosa nell’universo è costituita da cinque elementi: etere, aria, acqua, fuoco e terra. Viene così ribadita quella legge di unitarietà che ci rende parte integrante del tutto. L’uomo è diverso dal pioppo e dall’ametista eppure è fatto della stessa sostanza. L’uomo è un microcosmo inserito nel macrocosmo, e come lui ogni forma di vita interagisce con il creato. Anche il pensiero di una formica sale in cielo, affermano i giapponesi. Dio ha cura di ogni sua creatura, compresa la più semplice e banale. Perché non accettare l’idea che gli animali, le piante e persino le pietre - forme viventi in cui l’energia vibra in modo difforme da come vibra nell’uomo, però vibra - abbiano uno o più corpi sottili? Forse perché non li abbiamo mai visti? Se è per questo, consideriamo che nessuno ha mai visto i raggi X però trova del tutto normale fare una radiografia quando è necessario. Perché escludere allora che anche le forme inferiori di vita abbiano un’essenza spirituale e conseguentemente dimorino intorno o dentro di loro spiriti o angeli protettivi?
Gli altri Indiani, quelli che vivevano nelle praterie del continente americano, avevano pochi dubbi in merito. I cosiddetti pellerossa mantenevano una relazione stabile e armoniosa con la natura, la rispettavano e ne usavano i frutti con moderazione e riconoscenza. Nella loro cultura, oggi tornata di moda, ogni cosa animata o inanimata possedeva uno spirito. Anche gli sciamani, la cui scienza è universale e abbraccia tutti i continenti, non ignorano che le erbe, le acque o le fiamme sono protette da spiriti di cui è necessario guadagnarsi il rispetto e l’amicizia. Essi dispongono addirittura di uno spirito ausiliare e protettore che occultano; è lo spirito di un animale. L’invocazione, la preghiera, l’offerta, sono strumenti per dialogare con la divinità presente nella natura.
Molti popoli credevano nell’esistenza dei Deva, alcuni ci credono ancora perché la loro fede, basata sull’esperienza trasmessa da padre in figlio piuttosto che sulla capacità di varcare le soglie del mondo visibile, è più forte del pensiero positivista e delle raffinate tecnologie che si illudono di cancellare il sovrannaturale dalla vita degli uomini. La verità è che i mondi sottili sono affollati di creature eteriche che vegliano sui vasti territori della natura. I Deva rappresentano per il regno animale, vegetale e minerale ciò che gli angeli sono per gli uomini: fonte di guida, protezione e ispirazione.
“Cosa penserebbe un uomo”, si chiese il cardinale Newman “se mentre esamina un fiore od un’erba ed un ciottolo ed un raggio di luce, cosa che considera al di sotto di lui nella scala dell’esistenza, s’accorgesse d’un tratto di trovarsi alla presenza di qualche essere potente, che era nascosto dietro quelle cose visibili che egli stava studiando?”. È una domanda su cui occorrerebbe riflettere. Perché a volte capita, come è capitato in passato, che i Deva si manifestino. E poco importa se hanno l’aspetto di elfi, silfi, driadi, gnomi, folletti, ninfe, fauni, ondine, trolls, pucks, glaistid o quello che maggiormente evoca l’immagine dell’angelo: la fata. Queste creature sono il frutto dell’immaginazione dei bambini e delle menti malate, sentenzia il razionalista. Può darsi, ma potremmo dire lo stesso dei batteri se non disponessimo del microscopio. Einstein ammetteva candidamente che “qualcosa di profondamente nascosto deve trovarsi dietro ogni cosa”. Presumo si riferisse all’atomo, ma il ragionamento è estensibile a un tapiro, a una rosa centifolia o a un blocco di ardesia. “L’armonia nascosta vale più di quella che appare”, ha scritto molti secoli prima Eraclito. Ai suoi tempi gli uomini non avevano perduto del tutto la capacità di entrare in contatto con i Deva e interagire con la natura. L’equilibrio si reggeva anche sulla comprensione e l’interscambio, perché tutto è collegato, ogni cosa connessa. Oggigiorno, la geomanzia e il feng-shui si propongono di rimodellare i rapporti fra l’uomo e l’ambiente, fra il mondo sensibile e quello delle energie sottili. Pare che gli esseri umani ricomincino a riscoprire l’anima mundi. Ma il nostro secolo ha già rivalutato l’importanza dell’armonia cosmica in cui i Deva svolgono un ruolo dignitosissimo e funzionale. Rudolf Steiner, il fondatore dell’antroposofia, si è occupato degli spiriti dei quattro elementi “ai quali dobbiamo tutto ciò che ci circonda, magicamente confinati nelle cose che vediamo intorno a noi” e ha sottolineato che essi costituiscono il regno inferiore delle gerarchie spirituali. I suoi studi, soprattutto il ciclo di conferenze tenute nel 1912 ad Helsinki e poi raccolte nel libro Le entità nei corpi celesti e nei regni della natura, hanno contribuito moltissimo alla definizione degli spiriti che presiedono le caleidoscopiche manifestazioni della natura. Essi sono in stretta e imprescindibile relazione con il corpo eterico della Terra e la loro funzione è principalmente quella di favorire lo sviluppo e la messa a frutto di tutto ciò che in natura è soggetto a crescita. Gli angeli che Steiner ha studiato hanno altresì il compito di interagire con le altre forze sottili presenti nell’universo, di operare per la salvaguardia di un ecosistema ormai compromesso dall’uomo. Non è affatto improbabile che l’angelo custode di un cane possa relazionarsi con quello di un essere umano, né che gli spiriti di un fiume collaborino con l’angelo di un salmone. Il senso profondo e il messaggio subliminale che i Deva sembrano lanciare agli uomini è dunque: “collaboriamo, poiché siamo tutti ospiti di un mondo che non ci appartiene!”.
Le intuizioni di Steiner hanno trovato una spettacolare verifica sul campo cinquant’anni dopo in un desolato villaggio di pescatori sulle coste settentrionali della Scozia: Findhorn. In questo posto freddo, sabbioso e battuto del vento è nata e si è poi sviluppata un’oasi di verde lussureggiante. Findhorn è un miracolo ecologico, capace di produrre piante, fiori e ortaggi di straordinaria bellezza  e qualità. Lo si potrebbe definire un’anomalia della natura se non fosse che i fondatori di Findhorn furono guidati nella loro attività da guide spirituali che li armonizzarono con i Deva delle acque, della terra, dei venti e delle piante. A Findhorn, oggetto di stupore per gli agronomi e meta ancora oggi di pellegrinaggi laici, gli uomini e la natura hanno operato in simbiosi, in armonia. Gli angeli della natura sono stati gli invisibili mediatori ed esecutori di una collaborazione che non è utopistica.
Attualmente i Deva sono impegnati in un’impresa che appare proibitiva: rendere consapevoli gli uomini che stanno distruggendo il pianeta che li ospita. Quando questa furia distruttiva avrà varcato la soglia di non ritorno, allora la Terra sarà condannata a perire. Gli angeli della natura sono disperati. I Deva delle acque cercano di purificare con le proprie lacrime le falde e i mari inquinati, i fiumi ammorbati dagli scarichi industriali, i laghi appestati dai veleni chimici. I Deva delle foreste sanguinano per il disboscamento selvaggio e per gli scempi che mortificano i boschi e i prati. I Deva del regno vegetale soffocano a causa dei pesticidi e ammutoliscono sotto l’incalzare delle coltivazioni transgeniche. I Deva del regno minerale assistono inermi allo sventramento della terra e all’azione invasiva del cemento. I Deva degli animali si lamentano poiché il progresso della civiltà non ha migliorato i rapporti fra gli uomini e le bestie, ma al contrario li ha resi ancora più penalizzanti per gli esseri inferiori. Ma chi è veramente inferiore?
Tempo fa ho ricevuto via Internet una notizia che se fosse confermata suggerirebbe una risposta avvilente, tale da farmi vergognare di appartenere al genere umano. Pare che in Cina siano detenuti in condizioni raccapriccianti circa 10.000 orsi dalla cui cistifellea viene estratta la bile, richiestissima per produrre cosmetici, afrodisiaci e rimedi “miracolosi”. Nel loro corpo viene infatti introdotto un catetere che assorbe continuamente la bile. Questi orsi non possono fare il minimo movimento, sono tenuti in posizione orizzontale in piccole gabbie simili a bare, trattenuti da un collare di ferro e da sbarre a pressione. Non possono muoversi, salvo attirare il cibo con la zampa attraverso una piccola apertura della gabbia e allungare la lingua per leccare le sbarre della loro prigione. Soffrono dolori lancinanti e con il tempo si deformano. Invano cercano di suicidarsi, tutt’al più riescono  a mutilarsi. Ma restano vivi, condannati a un supplizio che può durare dai 15 ai 20 anni, fin quando l’orso non muore. Che dire? I Deva rispondono che le vere bestie siamo noi.
“Le civiltà si suicidano”, notava lo storico Toynbee. Nella nostra inconscia volontà di suicidio abbiamo deciso di coinvolgere la casa in cui viviamo e tutti i nostri coinquilini. Che fare, dunque? I Deva ci supplicano di rispettare la natura, di amarla, di considerarla parte integrante di noi stessi. Abbattere una quercia senza ragione, deturpare una stalattite per spregio o seviziare un gatto per divertimento non sono solo gesti inutili e irresponsabili. Sono una forma di autolesionismo, un modo di farci del male. Perché ogni cosa, nell’universo, è stata creata con uno scopo preciso. Come dicono i Deva, questo scopo può anche sfuggire alle menti umane ma di certo non sfugge a Dio. E non c’è causa, nell’universo, che non produca il suo effetto.
La scienza ha ormai appurato che le piante sono sensibili, il che significa che provano emozioni e sentimenti. Molti avranno sperimentato che accarezzare le foglie del proprio ficus o sottoporlo a una terapia musicale fortifica la pianta.  Ii Deva del sottosuolo, custodi dei minerali, non perdono l’occasione per manifestarsi. Essi cercano di favorire l’incontro fra un essere umano e la pietra che gli è stata affidata ma di cui è ignaro. Ogni persona, infatti, può accrescere la propria energia e migliorare il proprio posizionamento cosmico grazie alla sua pietra. Concludo con una considerazione sui Deva degli animali. Ogni animale ha il suo Deva salvo un’eccezione. I delfini non hanno un Deva perché sono angeli incarnati. Il delfino è un animale sacro, simbolo della rigenerazione, della divinazione, della saggezza e della prudenza. Ma anche di conversione. Il Cristo Salvatore fu rappresentato sotto forma di delfino. Gli antichi greci pensavano che esso trasportasse i morti sul proprio dorso fino alla loro nuova dimora, l’oltretomba. Chiunque abbia osservato attentamente un delfino avrà notato che il suo sguardo è quasi umano. Bastano forse questi elementi per convincerci che spoglie così eleganti e filantropiche non possono accogliere lo spirito di un animale ma quello di un angelo il cui compito è indicarci la similitudine dei regni. (8. continua)

lunedì 25 aprile 2011

Ed è subito sera


Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole.
Ed è subito sera.
(Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera in Acque e terre, 1930)

Chi non conosce questi splendidi versi di Salvatore Quasimodo? Li ho scelti come titolo di una nuova etichetta dove raccoglierò e commenterò alcuni testi più o meno famosi con l’intento di offrire ai miei lettori spunti di riflessione etica e spirituale più che una chiave di lettura letteraria. Per quella ci sono i critici. Ogni tanto fa bene alzare il tiro, cioè meditare sulle parole sublimi che altri hanno scritto per noi ma che facilmente sentiamo nostre perché è anche di noi che parlano. Così è certamente per i versi di Quasimodo, che parlano della nostra solitudine, dell’alternarsi di gioia e dolore nella nostra vita e della precarietà della vita stessa. La poesia trae la sua linfa dal tema caro ai latini dell’Ars longa vita brevis. Ogni uomo, nessuno escluso, è solo con se stesso anche “sul cuor della terra” (in mezzo agli altri esseri umani) ed è “trafitto da un raggio sole” (l’illusione della felicità), che subito tramonta. La “sera” (la morte) ci coglie troppo presto, restii e impreparati. Possiamo non condividere una visione esistenziale così pessimistica ma in tutta onestà dobbiamo riconoscere che è oggettiva. In effetti, noi siamo soli anche quando siamo circondati dagli affetti. Siamo soli anche quando siamo al centro dell’attenzione. La nostra solitudine è endemica. Può essere mitigata, non sradicata del tutto. 
Mi sono posto due domande. Da cosa dipende? È una condizione umana cui dobbiamo ribellarci o è giusto accettarla e apprezzarne i risvolti?
Filosofi, psicologi e letterati hanno risposto alla prima domanda chiamando in causa la nostra timidezza e impotenza, l’apatia, l’allontanamento dalla natura, il rifiuto di Dio. Personalmente, credo che la solitudine umana, intesa né come scelta né come costrizione, sia l’obolo che dobbiamo pagare alla nostra imperfezione. Quando l’anima s’incarna perde la sua onniscienza. L’uomo smarrisce la coscienza di ciò che realmente è: una parte del tutto. I nostri sensi ci ingannano e ci fanno percepire il mondo in cui siamo stati catapultati e da cui siamo circondati, come qualcosa di diverso da noi. Un alter ostile. Perciò, avvertiamo di esseri soli contro quello stesso universo di cui, invece, siamo parte integrante. Nel momento stesso in cui svanisce la consapevolezza che siamo un frammento dell’Uno, anzi noi siamo l’Uno, cadiamo nel terribile equivoco che siamo una identità staccata dall’insieme cosmico.
La legge di polarità, altrimenti nota come dualismo, ci froda. Ci fa vedere la realtà distorta e ci porta a rifiutare ciò che riteniamo esterno a noi. Ma non c’è un esterno e un interno. C’è un unicum. Gli atomi che configurano la nostra essenza fisica e psichica sono impegnati nella stessa danza cosmica che accomuna tutte le cose. Non ce ne rendiamo conto, ovviamente, e perciò ci sentiamo soli. Invece, noi siamo in compagnia del mare, delle stelle e di tutte le creature che vivono nelle galassie. La solitudine di cui soffriamo e che Quasimodo percepì con tristezza è la conseguenza naturale dei nostri limiti sensoriali e mentali, che tuttavia non sono insuperabili. Raggiungere la consapevolezza che siamo emanazioni dell’unica e onnipotente Intelligenza cosmica, cioè l’Uno, può aiutarci a superare il dualismo e vincere la percezione – ingannevole – del distacco e dell’isolamento.
Ma è poi così insopportabile tale senso? “Se sarai solo, tu sarai tutto tuo” annotò Leonardo da Vinci nei suoi quaderni. La solitudine può essere vissuta come una sfida e una grande opportunità di crescita. Non è necessariamente una condizione penosa da cui dobbiamo per forza evadere. Nel 1927, quando Charles Lindberg portò a termine con successo la sua impresa, ovvero la prima trasvolata atlantica, disse: “Un uomo vale un uomo. Due uomini valgono la metà di un uomo. Tre uomini non valgono niente del tutto”. Forse esagerava, ma le sue parole, dettate dall’orgoglio di avere compiuto un’impresa solitaria, ci offrono una prospettiva della solitudine diversa da quella che siamo abituati a considerare. La solitudine può aiutarci. Come? Inducendo l’intelletto all’introspezione. Costringendo il cuore ad aprirsi anziché richiudersi del tutto. È nell’isolamento che l’anima, messa tacere dalla mente, si fa sentire e la coscienza s’illumina. È nella solitudine, fatta di silenzi eloquenti e pause edificanti, che il mondo si rivela per quello che è. C’è un quadro del pittore tedesco Caspar David Friedrich (1774-1840) che illustra in modo sublime questa opzione. Si intitola “Viandante sul mare di nebbia” e raffigura un alpinista che una volta giunto in solitaria sulla vetta di una montagna ammira estasiato un panorama fatto di vette e nebbie. La figura dell’alpinista è ieratica, trafitta da un raggio. Non di sole, però, bensì di pensieri, intuizioni, beatitudini. La solitudine gli concede lo stato di grazia effimero ma inestimabile.
Lo so, per chi è solo o tale si sente è difficile credere che la solitudine sia un bene reale. Sarebbe già un punto fermo accettarla come un’occasione per fare di sé un essere umano migliore, meno superficiale, pronto a donare e donarsi. E poi, a consolarci c’è sempre il detto che ogni creatura sulla terra quando muore è sola. Anche chi è circondato dalla folla. Ma è vera solitudine o premessa dell’unione mistica?
I versi di Salvatore Quasimodo, stupendi e amabili, non devono farci dimenticare che nessuno è veramente solo, mai. Siamo il pensiero di Dio, la cui mente non ci dimentica.

©giuseppebresciani

venerdì 22 aprile 2011

Pasqua e il sangue del pettirosso

Narra una leggenda che mentre Gesù era sulla croce, le spine della corona che cingeva la sua fronte fecero sgorgare grosse gocce di sangue dalle carni in cui erano conficcate. Vedendo la sofferenza di Gesù, un uccellino che volava nei pressi del Calvario sentì una forte mozione di pietà per lui. Allora gli si avvicinò con un leggero pispiglio, gli rivolse parole di consolazione e poi cercò di portargli aiuto. Col becco estrasse alcune delle spine che lo torturavano e nel fare ciò, le piume dell’uccellino si macchiarono di sangue. Quando iniziò a piovere il sangue fu lavato via ma di esso rimase una traccia indelebile sul petto, vicino al cuore. Gli uomini, accortisi di quel segno, chiamarono l’uccellino caritatevole “pettirosso”. Ancora oggi, gli uccelli di questa specie conservano le piume sanguigne sul petto. Lo so, è solo una leggenda ma così poetica che mi piace immaginare sia una storia vera. Alla vigilia di Pasqua mi chiedo quanti uomini, fra quelli che si professano cristiani, siano capaci di compiere atti generosi e di misericordia come quello del pettirosso. Sappiamo bene come andarono le cose duemila anni fa. Gesù aveva un largo seguito eppure, nell’ora della passione, sotto la croce c’erano solo le tre Marie e Giovanni. Gli altri dov’erano? A distanza di sicurezza. I più, in realtà, erano scesi dal presunto carro del vincitore non appena avevano capito che sostenevano un perdente. Non è forse così che ci comportiamo ogni volta che siamo chiamati a un gesto di coraggio o di pietà che rischia di metterci in cattiva luce? Come siamo diversi dal piccolo e fragile pettirosso della leggenda, di cui viene voglia di dire: “diede prova di umanità”, se non fosse che oggi il genere umano è così vile, confuso e ripiegato su se stesso da avere smarrito la propria humanitas. Furono gli stessi romani che avevano giustiziato il Messia a esaltare e diffondere questo concetto, che traduce il termine greco “filantropia”, cioè “benevolenza”. Per humanitas, i latini intendevano una visione morale basata sull’ideale di una umanità positiva, solidale, fiduciosa nelle proprie possibilità e sensibile ai valori e ai sentimenti propri e altrui. Il poeta Terenzio ha riassunto questo ideale in una frase bellissima: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. “Sono un uomo, nulla di umano reputo mi sia estraneo.” Quanta profondità in queste parole dimenticate! Comunque, la Pasqua è alle porte e ci ricorda non solo il sacrificio dell’Uomo di Galilea che venne per redimerci ma anche il senso profondo di cosa significhi essere veri uomini. Non è poi così difficile riuscirci, basta emulare il pettirosso. Nessuno ci chiede di salire fin sul Golgota e mettere a repentaglio la nostra incolumità, sfidando i potenti. Pur tuttavia, se fosse ancora in vita, Gesù ci chiederebbe di mostrarci meno pavidi, meno egoisti, più compassionevoli, più buoni. Ma che dico? Gesù è vivo. Vive dentro di noi e ci indica la Via. Ci chiama e ci chiede maggiore slancio, maggiore fede, maggiore dignità. Distratti come siamo dai mille problemi quotidiani che ci assillano, siamo soliti fare orecchie da mercanti alla sua chiamata. Ma per un giorno almeno, il giorno della Resurrezione, rispondiamo al suo appello. Il regalo più grande che potremmo fargli è comportarci come il pettirosso. Per una volta tanto, dunque, non chiediamo “Signore cosa puoi fare per me?” ma annunciamo: “Signore, io sono pronto. Cosa posso fare per te?”. Aiutiamolo, il povero Cristo sulla croce. Senza storcere il naso. E non tiriamoci indietro se per farlo dovremo macchiarci il petto. Valiamo forse meno di un pettirosso?

Editoriale pubblicato il 22/4/2011 su:

mercoledì 20 aprile 2011

Gerusalemme d'oro, di bronzo e di luce


Yerushalayim shel zahav è una delle canzoni più popolari e amate dagli ebrei di tutto il mondo. Il suo ritornello, che magnifica la “Gerusalemme d’oro, di bronzo e di luce”, può essere considerato uno dei tanti, accorati omaggi a una città che è stata definita in molti modi perché molte sono le sue facce, come in un poliedro, e infinite le sue sfumature. O Gerusalemme, il tuo nome brucia le labbra come il bacio di un serafino – ripete chi da essa viene separato e si strugge per la lontananza. In effetti, poche località al mondo possono vantare il dolente magnetismo della “Città Santa” delle tre grandi religioni monoteiste e suscitare, con pari intensità, l’amore incondizionato e l’odio insanabile.

Il mio incontro con la città “il cui nome evoca tanti misteri e colpisce l’immaginazione” – come annotò Chateaubriand nell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme – fu simile a un’incursione nello scibile umano più che a un viaggio. Mi ritrovai sospeso nella storia, nel mito e nella fede. Galleggiavo nei grandi spazi vetusti come un astronauta affrancatosi dalla forza gravitazionale. L’oro, il bronzo e la luce c’erano davvero, li vidi. Ammantavano la spianata del Tempio, le cupole e le mura. Ma solo il terzo occhio poteva vederli. Solo i sensi che captano le vibrazioni dell’etere sono idonei a scoprire la Gerusalemme segreta e trionfante. Perché la sua quintessenza sta nel paradosso: Gerusalemme è una sorprendente scatola cinese. Il rompicapo gerosolimitano avvince il giocatore e lo seduce in virtù della sua magia. Un vecchio midrash recita che: “Dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di scienza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove”. Tanta abbondanza si traduce in passione. Una passione che brucia la carne e divora il sentimento.

Così come l’ombelico è situato al centro del mondo, Gerusalemme è al centro del mondo – dicono gli ebrei. I quali si comportano come se la Civitas Dei appartenesse solo a loro. Invece, è un bene in comproprietà e ciò la rende ancora più complicata e sfilacciata di com’era Berlino quanto fu spartita nel dopoguerra. Esistono infatti tre Gerusalemme: ebraica, cristiana e musulmana. Il mio approccio con quella ebraica è stato deferente ma asettico, quasi critico. Presso il Muro del Pianto, simbolo e monito dell’ebraismo, si ha come l’impressione che le ferite della storia continuino a gettare sangue. È ciò che resta del Tempio di Erode, vanto e onore del popolo eletto, che i legionari di Tito distrussero nel 70 d.C. Allora andarono persi i rotoli della Legge, che erano forse custoditi nell’Arca dell’Alleanza, ma soprattutto si affievolì la sicumera giudaica. E da allora, il Dio degli eserciti si è come scordato delle dodici tribù d’Israele (salvo rifarsi vivo nel 1967, durante la “Guerra dei sei giorni”), condannando il suo popolo alla diaspora, alla persecuzione, all’odio e allo sterminio. Nella grande sinagoga a cielo aperto, gli ebrei pregano e piangono. Gli uomini da una parte del recinto, le donne dall’altra. Divisi dal pregiudizio. Si crede che qui aleggi la shekinah, la presenza divina. Confesso che io non l’ho avvertita. Però ho percepito chiaramente il disagio che nasce dalla commistione di sacro e profano. Una folla vociante proveniente da tutto il mondo – ebrei Ashkenaziti con il tallit sulle spalle, sefarditi e chassidim dal lugubre pantano nero accanto a turisti occidentali e giapponesi iperattivi – garantisce il legame col passato. Fede e affari convivono da sempre. D’altra parte, non era forse qui che Gesù perse la pazienza e scacciò in malo modo i mercanti e i cambiavalute?

El Kuds, “la Santa”. È così che i musulmani chiamano Gerusalemme, terza città sacra dell’Islam dopo La Mecca e Medina. Nella sura 17 del Corano si racconta di quando Maometto compì il suo viaggio notturno fin qui. Per l’esattezza fino alla Moschea di Al-Aksa, che si trova sulla spianata del Tempio, e da dove, prima di morire, nel 632 d.C., ascese al cielo. Per questa ragione, l’infausto dì in cui gli ebrei ricostruissero il Tempio di Salomone demolendo la monumentale moschea (come auspicano), si scatenerebbe l’inferno sulla Terra. I devoti di Allah credono infatti che nel giorno del Giudizio Universale tutte le anime si raduneranno sulla spianata e lì saranno pesate con grosse bilance appese sopra gli archi della Cupola della Roccia, l’altro edificio sacro che si trova nell’Haram esh-Sheriff, il “nobile recinto” grande come dodici stadi di calcio. Si crede che la Cupola della Roccia (o di Omar) fu costruita sopra la pietra dove Abramo stava per scarificare suo figlio Isacco. Quella stessa roccia livida fu toccata da Maometto. È solo una roccia ma osservandola con rispetto ho avuto la sensazione che emani una forte energia. Come ha scritto Eduard Schuré, le cupole delle due moschee sono per Gerusalemme “il suo suggello di lacerante tristezza e di speranza indistruttibile”. Questo è il curioso di Gerusalemme, città martire, contesa e violata da sempre: la sua endemica tristezza è foriera di speranza per le genti.

Il mistero più profondo di Gerusalemme è però legato alla passione di Cristo. Per noi cristiani, questo è il luogo dove la fede deflagra e l’anima ascende. È il nuovo Sinai, la fonte dolceamara della dolorosa purificazione salvifica. Ci sono tanti modi per conoscere la Gerusalemme cristiana, ma un solo modo per capirla: percorrere le sue tortuose stazioni (il riferimento alla Via Crucis non è casuale) con la stessa umiltà e devozione degli antichi pellegrini. L’ho fatto e il cuore è andato in mille pezzi. La commozione si rivela più forte dell’imbarazzo provocato dal vacuo e dagli orpelli che circondano e accompagnano il pellegrino nella sua ricerca. Nel suo commento al salmo 45, Tommaso d’Aquino riconosce che “duplice è la città di Dio. L’una terrena, cioè la Gerusalemme terrestre, l’altra spirituale, cioè la Gerusalemme celeste”. Ci si illude di visitarle entrambe, con un solo biglietto cumulativo, come se l’accesso al Santo Sepolcro garantisse al visitatore un fuoriprogramma spirituale. Invece no. Non c’è nulla di spirituale nella Chiesa dove ci si inchina a toccare la pietra nella cappella dove sorgeva il Calvario, là dove un anello argenteo indica il punto convenzionale in cui fu infissa la croce. No, non c’è nulla di mistico in questo luogo da cui si rischia di uscire disgustati a causa della ressa, della maleducazione, dell’ipocrisia, della gelosia e dell’avidità che vi imperano. Pur tuttavia, a sapersi isolare dal resto del mondo, sapendo pregare col cuore, si avverte la forza del destino, il vento della sciagura, il canto della fede, il pianto del cuore. Allora si trova la forza per incontrare nell’intimo Gesù, il cui spirito ancora aleggia nella piccola camera mortuaria dove una forza sovrumana piega le ginocchia e costringe le labbra a baciare la pietra sepolcrale. Qui si finisce per trovare quel che si cerca.
Ogni testimonianza produce un’emozione diversa. La Via Crucis è una purga stancante ma efficace. Il Cenacolo è così diverso da come uno se lo immagina che ci si fa prendere dal dubbio che sia un set cinematografico allestito per i turisti. Mentre il Getsemani custodisce tutto il suo fascino arcano. È sul Monte degli Ulivi che il tempo si è fermato e si ha la sensazione che Gesù e gli apostoli siano ancora lì, da qualche parte. La presenza di un asinello montato da due bambini cenciosi nei pressi del cimitero ebraico sta a significare che poco o nulla è cambiato. Da qui, la città si trasfigura. L’occhio coglie la proiezione olografica di com’era quando il Messia vi entrò  sul dorso di una mula, accolto dal saluto “Osanna al figlio di Davide!”.

La città di Davide può essere il termine del cammino o il punto di partenza – diceva san Giovanni Crisostomo. Pochissimi luoghi al mondo possono dire altrettanto. Qui ci si realizza o si affinano gli strumenti per continuare il proprio, faticoso cammino verso la consapevolezza. Qui si va per vivere quanto per morire – secondo Lapierre e Collins, autori di Gerusalemme! È vero; facilmente si muore dentro per rinascere a vita nuova. In ogni caso, non si fa ritorno a casa a mani vuote. E quando l’occhio afferra per l’ultima volta il profilo della città ammantata d’oro, di bronzo e di luce, nella mente si materializza come un’ombra la profezia di Michea: “Gerusalemme diverrà un mucchio di rovine e il monte del Tempio un’altura boschiva”.
In quel mentre, ci si augura che almeno la Gerusalemme celeste sopravviva.

sabato 16 aprile 2011

Ufo: gli scheletri nell'armadio


Chi nega l’esistenza degli extraterrestri e sconfessa la teoria che c’è vita intelligente nello spazio, ha motivo di preoccuparsi. I soloni dello scientismo a oltranza stanno tremando dacché alcune fonti governative britanniche, russe e americane hanno iniziato a diffondere notizie e documenti ufficiali che comprovano quello che fino a ieri gli stessi governi della Gran Bretagna e degli USA smentivano con fermezza. Cosa? Niente meno che l’esistenza degli Ufo, di forme di vita aliene e di contatti con civiltà extraterrestri. In sostanza, i guardiani dei segreti di stato (i famigerati x-files) stanno aprendo armadi metallici da cui escono fuori gli scheletri finora tenuti nascosti.
Nel mio libro Il Vangelo Cosmico, Solaris rivela al protagonista: “I governi delle principali potenze politiche e militari della Terra sanno da molti anni che gli Ufo sono una realtà e che volano sopra le vostre teste violando continuamente i vostri spazi aerei. Lo sanno anche i mezzi di comunicazione di massa e i plutocrati, che nascondono la verità per piaggeria o per non diffondere troppa aspettativa né tanto più il panico. Siete a conoscenza della verità fin dal 1947. In quell’anno accaddero due fatti che hanno avuto grandi ripercussioni. Kenneth Arnold, un ricco uomo d’affari, raccontò di avere visto dal proprio aereo nove oggetti volanti che si libravano nei cieli dello stato di Washington in formazione serrata. L’evento suscitò grande scalpore e naturalmente le autorità degli Stati Uniti d’America cercarono di ridimensionare il caso, asserendo che Arnold aveva visto nove prototipi di aerei prodotti dalla Boeing. Ma due settimane dopo, in una sconosciuta località del Nuovo Messico chiamata Roswell, i militari entrarono in possesso di tre velivoli alieni che erano precipitati nel deserto a causa di una collisione avvenuta durante una tempesta elettrica. Anche in questo caso le autorità dell’Aeronautica militare statunitense si affrettarono a smentire che si trattasse di un Ufo e dichiararono che avevano recuperato un pallone sonda aerostatico. Ben più difficile, però, si rivelò per i censori governativi giustificare il primo avvistamento collettivo del XX secolo, quello avvenuto nel 1948 a Madisonville, nel Kentucky, dove decine di persone videro un Ufo di forma circolare che sorvolava la città emanando una luce rossa. Subito, una squadra di aerei da caccia si levò in volo e lo inseguì fino ad alta quota, ma senza poterlo raggiungere. Il governo si premurò di affermare che l’oggetto non identificato era un pallone meteorologico della Marina.”
Oggi, gli episodi cui si riferisce Solaris sono investiti da una nuova luce; l’afflato revisionistico, spinto dall’affiorare di prove inoppugnabili, fa crollare miseramente le versioni negazionistiche ufficiali. Il caso più eclatante è forse l’incidente di Roswell, tornato recentemente di moda. Cosa accadde realmente in questa località del Nuovo Messico? Secondo gli ufologi, nel luglio 1947 si sarebbe verificato lo schianto di due o più Ufo, dai cui rottami i militari avrebbero recuperato molto materiale extraterrestre e alcuni cadaveri. Il primo comunicato stampa ufficiale emanato dalla base aerea di Roswell parlava di “dischi volanti”. In seguito, le autorità corressero il tiro, specificando che si trattava invece di un semplice pallone sonda. Le successive inchieste confermarono che i materiali recuperati erano detriti del “Progetto Mogul”, un esperimento militare. Un secondo rapporto chiarì che i presunti corpi alieni recuperati (di cui esistono filmati e fotografie sconcertanti) fossero in realtà manichini antropomorfi usati nei programmi militari. Il governo degli USA attuò ad arte una campagna di disinformazione il cui fine era evidente: soffocare sul nascere qualsiasi timore di invasione aliena (e tanto più sovietica) nella popolazione. La strategia, però, riuscì solo in parte. Molte persone, in America e nel mondo, intuirono la verità. Alcune testimonianze dirette dello Ufo crash più famoso della storia moderna hanno contribuito a cementare l’ipotesi della “congiura del silenzio”. Il sergente Frederick Benthal confermò di avere fotografato il relitto di un Ufo e i corpi degli alieni, che definì piccoli, dalla pelle scura ma con teste molto grandi. Elias Benjamin, il poliziotto militare del 390° Air Service Squadron che la notte fra il 7 e l’8 luglio 147 scortò tre corpi sotto un lenzuolo dall’Hangar 84 all’ospedale della base militare di campo di Roswell, dichiarò tardivamente di avere visto muoversi uno dei corpi, appartenenti a creature piccole e con la testa a forma d’uovo, con gli occhi obliqui, certamente di natura non umana. Ovviamente, Benjamin, Benthal e gli altri testimoni oculari furono minacciati perché non rivelassero ciò che avevano visto.
Il governo americano aveva avuto la fortuna di entrare in possesso di tecnologie aliene e di studiare i corpi di creature che non appartenevano al genere umano. Era logico che non intendesse ammettere il fatto né tanto più condividere col resto del mondo le tecnologie e i segreti che avrebbeo poi sfruttato. La dimostrazione palese che Roswell diede frutti eccellenti e va considerato un evento epocale, è riscontrabile nel grande e fulmineo balzo in avanti della scienza negli anni successivi. Il merito è in buona parte attribuibile alle scoperte fatte, studiate e poi applicate da parte degli scienziati americani nella base militare di Wright Patterson, nell’Ohio, e poi nell’Area 51 (Nellis Air Force Base), nel Nevada.
Che tutto ciò non sia fantasia è oggi dimostrato dall’improvvisa (ma non inaspettata) pubblicazione sul sito Internet della FBI di migliaia di documenti, fino a ieri coperti dal segreto di stato, che contengono rivelazioni sensazionali sul caso Roswell. I carteggi del Federal Bureau of Investigation, chiamati “The Vault”, documentano infatti che i militari americani recuperarono nel deserto del New Mexico tre Ufo di 16 m. di diametro contenenti ciascuno un equipaggio di tre umanoidi alti all’incirca un metro, con indosso indumenti in tessuto metallico a trama molto fitta. I documenti si riferiscono altresì a un secondo avvistamento di Ufo avvenuto il 4 aprile 1949 nello stato dello Utah. Si tratta di un disco volante di colore argenteo che esplose nei pressi di Trenton sotto gli occhi di molti cittadini di quella città.
Perché l’FBI ha pubblicato questi x-files? Probabilmente, le autorità governative degli USA si rendono conto che i tempi sono cambiati e che non è più possibile negare l’evidenza di fatti accaduti oltre sessant’anni fa. Sono tante, troppe le persone ormai convinte che esistono forme di vita intelligente nello spazio e che gli Ufo sono astronavi aliene e non palloni sonda o aerei militari sperimentali. Va da sé che non tutto ciò che brilla è oro e che le mistificazioni non contribuiscono al trionfo della verità, pur tuttavia si avvicina a grandi falcate il momento in cui i governi dei Paesi più potenti del mondo dovranno annunciare ufficialmente quella stessa verità sepolta nei faldoni e negli armadi da cui, ogni giorno, salta fuori uno scheletro.
C’è un’altra, fondamentale ragione per cui gli USA stanno gradualmente preparando l’opinione pubblica alla verità. Obama è a conoscenza che il cosiddetto “contatto finale” è imminente. Fra poco (è una questione di anni, forse di mesi!) i cieli della Terra saranno oscurati da una grande formazione di astronavi madre. Ci saranno molti incontri ravvicinato del IV tipo e tutti, in ogni parte del mondo, potranno assistere in tempo reale a un avvenimento che non ha precedenti nella storia. Gli extraterrestri si renderanno manifesti e finalmente conosceremo le loro intenzioni. Quali siano è affermato chiaramente da Solaris ne Il Vangelo Cosmico. Tanto vale, dunque, smetterla di negare ciò che la coscienza collettiva sta già metabolizzando da tempo grazie alla fiction cinematografica, che ha previsto scenari futuribili tutt’altro che utopistici. La finzione, di fatto, ha reso un ottimo servizio alla realtà e presto ci accorgeremo di quanto sia stata profetica.
Con buona pace di chi si ostina a credere che sia tutto una montatura e che siamo soli nell’universo, gli scheletri ci pongono di fronte a un dilemma: possiamo fare come gli struzzi, continuando a nascondere la testa nella sabbia, sì da rifiutare anche le prove documentarie, oppure riconosciamo umilmente che non siamo le uniche forme di vita pensanti distribuite da Dio nelle Galassie.
La seconda opzione mi pare decisamente più utile, oltre che intelligente.

venerdì 15 aprile 2011

L'Europa non basta, servono gli europei


Una delle conseguenze più spiacevoli degli sbarchi dei clandestini a Lampedusa è il crollo del velo di Maya, che secondo Schopenhauer ci fa vedere la realtà distorta. Pensavamo di essere europei, oltre che cittadini italiani, ma la cara, vecchia Europa ci ha fatto tornare coi piedi per terra. Al massimo, noi siamo i “terroni” d’Europa, in compagnia del derelitto Portogallo, della presuntuosa Spagna e della povera Grecia. Non è una sorpresa e vedere la nuda realtà può farci solo bene. La Comunità Europea, figlia di un’idea splendida e dei tanti sforzi per realizzarla, oggi esiste solo sulla carta perché i suoi cittadini (e soprattutto i suoi governanti nazionali) si ostinano a utilizzare nel fraseggio quotidiano i “se” i “ma” e i “però”. Siamo europei se ci conviene. Siamo europei ma non rinunciamo ai privilegi dei singoli stati. Siamo europei però non toccateci i confini, il portafoglio e lo specchio delle brame, dove la vanitosa Francia, la muscolosa Germania e l’aristocratica Gran Bretagna continuano a riflettersi chiedendosi “chi è il più bello del reame?”. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la frase attribuita a Massimo D’Azeglio –  “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani” – torna prepotentemente di attualità in una variante applicabile al vecchio continente. Abbiamo fatto l’Europa, è innegabile, ma adesso bisogna fare gli europei se vogliamo tenere in vita il morto che cammina. Diciamo la verità: l’Unione Europea è più che altro un comitato d’affari che si preoccupa solo di economia. Ha rinnegato le sue radici giudaico-cristiane perché potevano rappresentare un ostacolo sul mercato globale del business. Per contro, ha reso più solide le sue aspirazioni capitaliste. Non esiste l’Europa dei cittadini ma solo l’Europa dei banchieri, la cui unica liturgia è la devozione dell’Euro. Il resto è silenzio, direbbe Shakespeare. L’Europa è così disunita, egoista e ipocrita che se non ci fossero in gioco troppi interessi economici e finanziari, forse converrebbe davvero togliere il disturbo. Ma non è possibile fare come i gamberi; verremmo spazzati via dalla marea. In questo momento, segnato da emergenze sociali che dovrebbero unire anziché dividere i popoli dell’Europa, noi italiani ricordiamo il povero vaso di coccio stretto tra i vasi di ferro. Peggio, siamo il capro espiatorio di un’Europa che si riempie la bocca di belle parole come “democrazia”, “integrazione”, “diritti umani” e “libertà” ma poi, alla prima occasione (la guerra in Libia) gioca sporco e alla seconda chiamata (l’invasione dei profughi) fa lo scaricabarile. È curioso che nel Memoriale di Sant’Elena, in data 1826, l’esule Napoleone Bonaparte si lamentasse di non avere finito la sua opera e annotasse: “Avrei voluto fare di tutti i popoli europei un unico popolo”. Ma è possibile riuscirci? Gli ottimisti scommettono che il sogno di Napoleone (e di Hitler, che però aveva in mente un’Europa schiava più che coesa) sarà realizzato entro pochi lustri con la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Ma se accadesse, come sarà l’Europa unita? Sarà ancora formata da cittadini italiani, spagnoli, olandesi e svedesi o le attuali nazioni saranno solo un ricordo? Un abitante di Dallas si sente americano per quanto sia nato nello stato del Texas. Temo che un francese non rinuncerà mai a sentirsi tale e a guardare dall’alto verso il basso i vicini di casa. E noi? Quando mai ci sentiremo europei? Per il momento ci sentiamo delusi e abbandonati dal resto dell’Europa. Siamo costretti a far buon viso a cattiva sorte ma può consolarci il pensiero di avere dato i natali a Giulio Cesare, che per primo unificò l’Europa, impose la pax romana e diffuse la civiltà. Sì, ma oggi abbiamo Berlusconi, si lamentano i soliti incontentabili... 
Suvvia, non è sempre festa!
 
Editoriale pubblicato il 14/4/2011 su:

martedì 12 aprile 2011

Chi trama nel buio per renderci schiavi?


Da qualche tempo, circolano strane indiscrezioni e nuovi sospetti sul NWO (acronimo di New World Order). Le voci sull’esistenza di un complotto per stabilire sul pianeta il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” si nutrono di indizi inquietanti, che tuttavia non si sono ancora trasformati in prove e difficilmente lo diventeranno. Se è vero che un misterioso gruppo di potere oligarchico sta tramando nel buio per assumere il controllo di ogni organizzazione governativa e finanziaria del mondo, così da conquistare il dominio su tutta la Terra e asservire l’umanità, sarebbe sciocco pensare di poterlo dimostrare. Sarebbe un po’ come pretendere di vedere la faccia oscura della Luna o la parte sommersa di un iceberg. Se, invece, la teoria della cospirazione mondiale è solo una bolla di sapone, un tema caro alla letteratura di fantascienza (Wells, Huxley, Orwell e per ultimo Dan Brown) e al cinema fantapolitico (dai film di James Bond in lotta contro la Spectre fino a Matrix), allora smettiamo di preoccuparci. Qualsiasi sensazione e sospetto relativo a una presunta “congiura del silenzio” è infondato e possiamo dormire fra due guanciali. Ma qual è la verità? C’è del vero in queste dicerie o si tratta di leggende metropolitane alimentate da una controinformazione paranoica?
Analizziamo, se non i fatti, quanto meno gli indizi. 
Nel 1975, l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America Gerald Ford dichiarò : “Dobbiamo unirci per costruire un nuovo ordine mondiale”. Qualcuno considera queste parole il manifesto di un programma che da allora gli USA stanno cercando di attuare in combutta con nazioni alleate e per vie trasversali. La volontà di potenza americana sarebbe tale da mirare non solo alla creazione di una sovranità politica e militare planetaria, uno stato sovranazionale centralizzato, ma anche al controllo di ogni singolo individuo. L’ordine nuovo, per l’appunto. Volete una traccia su cui meditare? Sul retro del Great Seal degli USA (lo stemma nazionale), nella banconota da 1 dollaro, svetta il simbolo massonico dell’occhio nella piramide sotto cui campeggia la scritta: Novus Ordo Seclorum. Era - ed è - l’obiettivo dichiarato degli “Illuminati”. Più chiaro di così!
Una delle chiavi di volta per fomentare o stemperare i sospetti è costituita proprio dalla cosiddetta “Setta degli Illuminati”. Di che si tratta? L’Ordine degli Illuminati era una società segreta bavarese che operò nel XVIII secolo. Una setta simile alle confraternite framassoniche, dotata di una struttura piramidale e diversi livelli di iniziazione, il cui scopo era in apparenza innocuo: raggiungere l’illuminazione attraverso le pratiche mistiche. Gli Illuminati di Baviera avvertivano già certi pruriti (come il controllo gerarchico del sapere) che nell’Ottocento e poi nel Novecento hanno determinato conflitti militari sempre più estesi, rivoluzioni cruente e dittature politiche ed economiche. La stessa globalizzazione sarebbe il frutto di una prima semina fatta dagli Illuminati e dai massoni. Ma esistono ancora gli Illuminati? Alcuni sostengono che non si sono mai estinti. Al contrario, si sarebbero evoluti e oggi controllerebbero il mondo attraverso le loro organizzazioni segrete, così potenti ed ecumeniche da condizionare la politica, l’industria, la finanza e la cultura. Gli Illuminati sarebbero i veri padroni del mondo, per quanto il “popolo bue” possa pensare che siano i governi degli USA, della Cina, della Russia e in genere le nazioni più potenti a dettare le regole. Personalmente, credo che il vero potere non sia nelle mani del Parlamento (nei regimi democratici) o in quelle sporche di sangue dei tiranni (nei regimi totalitaristi). Il vero potere è quello esercito dai “governi ombra” e dal “Grande Fratello” profetizzato da Orwell. Sì, forse gli Illuminati esistono ancora, nel qual caso è probabile che ordiscano trame oscure per abolire la libertà e soffocare le coscienze. Sono relativamente pochi e onnipotenti, più ricchi di Creso e abili a trasmutare in oro ciò che toccano, come il re Mida, e altrettanto abili nel distruggere l’ambiente, le vite altrui e i valori umani. Costituiscono un’associazione a delinquere di stampo mefistofelico. Controllano le industrie (petrolifere, farmaceutiche, delle armi) e le istituzioni (banche e assicurazioni), la moneta, la finanza, il prezzo dell’oro e del petrolio, l’ambiente, la politica e persino il mercato della droga. Creano e distruggono a loro piacimento, come se gli uomini fossero giocattoli e la Terra il tabellone di gioco del Monopoli.   
Ma chi sono? Come riconoscerli e difendersi?
Farò i loro nomi.  In primis, il Gruppo Bilderberg. Nel 1954, gli uomini più potenti del mondo si riunirono nel lussuoso Hotel Bilderberg, nella cittadina olandese di Oosterbeck, per discutere a porte chiuse dei grandi problemi e delle prospettive di un mondo che stava cambiando. Volevano essere a loro a dettare i cambiamenti. Da allora, il potentato della Terra (chiamato “Bilderberg”) continua a riunirsi ogni anno in un luogo diverso. Nel 2010 si è dato appuntamento a Sitges, in Spagna. Cosa accade durante queste riunioni conviviali “blindate”? Difficile dirlo. Le riunioni sono avvolte nel mistero. C’è chi dice che i Bilderberg lavorino per costituire un impero mondiale sovranazionale fascista. Qualcuno giura che cospirano per rendere le masse sempre più deboli. Più facilmente, i nuovi, cinici Illuminati determinano gli indirizzi e gli eventi futuri del mondo. Una cosa è certa: il Gruppo Bilberberg (di cui fanno parte importanti figure politiche come Hillary Clinton e moltissimi industriali, finanzieri e miliardari) non è un’opera pia ma una corporazione spregiudicata.
Il governo ombra non è costituito dal solo Bilderberg. Ne fanno parte tre strumenti di potere altrettanto influenti. Il primo è il CFR (Council of Foreign Relations). È una associazione privata composta da uomini d’affari e leader politici che ha sede a New York e a Washington. Fu fondata nel 1921 e da allora svolge un ruolo chiave nella politica estera degli USA. Il secondo è il RIIA (Royal Institute of International Affairs). Fondato nel 1919, è il suo omologo britannico e ha sede a Londra e a Parigi. La terza realtà è il TC (Trilateral Commission). La Commissione Trilaterale è un’organizzazione fondata a New York nel 1973 dal plutocrate David Rockefeller, da alcuni dirigenti del Gruppo Bilderberg e del CFR, fra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, e da oltre trecento influenti privati cittadini europei, americani e giapponesi.
I nuovi Illuminati si avvalgono di strumenti raffinati per attuare i loro piani. Come il PAO (Information Awareness Office) del Dipartimento della Difesa Statunitense, che raccoglie informazioni sui cittadini privati, o il famigerato ECHELON, il programma di intercettazione delle comunicazioni attivato dagli USA, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Molte altre organizzazioni governative sparse nel mondo sarebbero al servizio di chi tira le file della cospirazione in corso. Ovviamente non è possibile separare il grano dalla pula. Quanto c’è di vero? Possiamo interrogarci e chiederci se le Torri Gemelle furono veramente abbattute dai terroristi o se fu il governo ombra a volere l’11 settembre. Chi può rispondere con certezza? E poi, cui prodest? Forse serviva un motivo forte per attaccare l’Afghanistan e l’Iraq. Sull’onda emozionale, in quei giorni tutti ci dichiarammo americani e giustificammo la guerra contro Al Qaeda. Eppure, qualcosa di vero c’è ed è documentato. Il Wall Street Journal ha pubblicato recentemente un articolo in cui denuncia il fatto che ogni terzo mercoledì del mese, i capi di nove potentissime banche mondiali (fra cui la J.P.Morgan Chase, la Golden Sachs, la Barclays, l’UBS, la Deutsche Bank e la Citigroup) si riuniscono segretamente a New York per decidere in regime di monopolio l’indirizzo dei prodotti finanziari derivati. In sostanza, i vari Rockefeller, Rotschild, Morgan Pierpoint e gli altri plutocrati che formano questo Cartello che controlla oltre 600.000 miliardi di dollari, manipolano non solo la finanza mondiale e l’economia ma anche la politica internazionale, e quindi la storia. Diciamo pane al pane e vino al vino: è una setta in doppio petto, un potentato di avidi intoccabili la cui influenza è planetaria e il cui arbitrio è più devastante di un terremoto.
A proposito di terremoti, circola in questi giorni una notizia terribile per quanto inverosimile. Il sisma che ha colpito il Giappone potrebbe essere un avvertimento (o ritorsione) che gli Illuminati hanno attuato per costringere il governo giapponese a prendere le distanze dai paesi emergenti (Cina, India e Brasile) che cercano di opporsi all’egemonia statunitense. È fantascienza, lo riconosco, ma anche qui voglio invitare il lettore a riflettere su una realtà che suscita interrogativi inquietanti. Parlo dell’HAARP (High Frequence Active Auroral Research Program). Si tratta, per chi non ne avesse mai sentito parlare, di un’installazione civile e militare dislocata in Alaska, vicino a Gakon, che gli americani hanno costruito ufficialmente ai fini della ricerca scientifica dell’atmosfera e della ionosfera e per la ricerca sulle comunicazioni radio per uso militare. Di fatto, è un potentissimo generatore di energia, un trasmettitore di onde elettromagnetiche che vengono “sparate” nella zona più alta dell’atmosfera. Miliardi di watt che rimbalzano nella ionosfera e ritornano sulla Terra, riscaldando l’acqua degli oceani, causando i cicloni, penetrando nel sottosuolo e producendo vibrazioni devastanti: i terremoti. Le onde possono essere dirette dove si vuole, determinando gli effetti desiderati. L’HAARP è un’arma micidiale e potrebbe essere stata usata (o sarà usata in futuro) per mettere in ginocchio i paesi non allineati. Fra l’altro, esistono altri impianti simili a quello di Gakon. Uno è in Norvegia (progetto europeo EISCAT) e uno in Russia (progetto SURA). Va da sé che le fonti ufficiali considerano prive di riscontri oggettivi le teorie del complotto associate all’HAARP. Beh, ci mancherebbe altro che gli scienziati al soldo e i militari seminassero molliche di pane come Pollicino! Per il momento, voglio credere che si tratti di speculazioni pseudoscientifiche e che non sia stata l’antenna maledetta a provocare gli spasmi della terra e del mare in Giappone. Pur tuttavia, le luci in cielo che ricordano l’aurora boreale e che ultimamente sono apparse in varie parti del mondo, prima di un terremoto (i filmati sono visibili su Youtube), restano un mistero inspiegabile, salvo credere che indichino un calo di energia nella ionosfera. La cosa è più che probabile. Ma provocata da chi e perché? Nel dubbio, non abbassiamo la guardia. L’esistenza di un mondo parallelo surreale e invisibile ai nostri occhi, dove vivono esseri umani simili a noi ma privi di etica e tenacemente impegnati a giocare una partita a scacchi contro l’umanità, non è un’ipotesi campata per aria o su cui ridacchiare come se fosse una barzelletta.
Nelle sue Memorie, David Rockefeller confessa candidamente: “Alcuni credono che facciamo parte di una cabala segreta che manovra contro gli interessi degli Stati Uniti, definendo me e la mia famiglia internazionalisti e di cospirare con altri nel mondo per costruire una nuova struttura politica ed economica integrate, un nuovo mondo, se volete. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole e sono orgoglioso di esserlo”. Se lo dice lui, un patriarca che a 95 anni è ancora uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, prende corpo il sospetto che la nostra libertà sia in pericolo. Sul fatto, poi, che gli Illuminati siano solo gli strumenti di un grande, astuto burattinaio che taluni chiamano Anticristo, scriverò più avanti. Per ora, tanto basta per affermare che non possiamo dormire fra due guanciali perché sulla nostra testa pende la spada di Damocle.

sabato 9 aprile 2011

Gli islamici verso la conquista dell'Europa

I musulmani hanno una visione bipolare del mondo. Esiste il territorio che è sotto il loro controllo, chiamato Dar al-Islam (“dimora dell’Islam”) e quello dove vivono gli infedeli, detto Dar al-Harb (“dimora della guerra”). Le nazioni non islamiche sono considerate terra di conquista e il Corano insegna che è dovere di ogni buon musulmano attuare la Jihad (“lo sforzo”), cioè impegnarsi in una “guerra santa” il cui scopo è islamizzare il mondo degli infedeli. Il giurisperito arabo Al Mawardi indicò i tre modi per conquistare Dar al-Harb. Con la forza e la violenza. Senza violenza, approfittando della fuga degli infedeli. Mediante un trattato. 
Questa premessa era indispensabile per aiutarci a capire che i musulmani stanno conquistando l’Europa grazie a un’abile strategia che concilia le tre vie professate da Al Mawardi. Esercitano una violenza sottile, approfittano della nostra resa e usano come arma di negoziato il petrolio. Gli sbarchi a Lampedusa sono poca cosa in confronto a ciò che accadrà in futuro. È solo l’ultimo atto di un’invasione che non siamo capaci di arginare. Stiamo subendo una grande offensiva culturale, prima ancora che sociale. Il problema maggiore non è l’immigrazione in sé, quanto l’inesorabile processo dissolutivo che essa determina. I nostri valori e i nostri meriti (penso soprattutto alla democrazia e ai principi di carità e fratellanza dettati dal Vangelo) si stanno dimostrando fattori critici di insuccesso. Molli e disuniti, e perciò perdenti, abbiamo spalancato le porte ai nuovi saraceni in nome della solidarietà, mentre la Storia invano ci ricorda che certe debolezze si pagano. La caduta dell’impero romano cristianizzato ci fece precipitare nel buio pesto e ci rese così vulnerabili che le armate del Profeta sciamarono in ogni dove e poco mancò che il drappo verde di Allah non sventolasse su San Pietro. Sarebbe accaduto se a Poitiers, nel 732, e a Vienna, nel 1683, non avessimo fermato gli arabi e i turchi. Ma ora? Ora chi fermerà le nuove orde, che forse cercano un lavoro e una vita migliore, come sostengono gli ottimisti, ma che certamente hanno in animo di destabilizzare la nostra società e islamizzarci? Come? Disprezzando le regole e le tradizioni, smantellando la democrazia e la legalità, imponendosi con prepotenza e dando il colpo di grazia a ciò che resta della nostra tiepida religiosità. Le immagini televisive dei migranti di Lampedusa, che furiosamente fanno “tabula rasa” di tutto ciò che capita loro sotto tiro, ci inducono a pensare che stiamo accogliendo i “guastatori” della Jihad. Una feccia pronta a diventare manovalanza della delinquenza organizzata e del terrorismo. Stiamo favorendo la formazione di altre cellule tumorali nel corpo di un’Europa debilitata, prossima a divenire l’Eurabia profetizzata da Oriana Fallaci. 
Al momento, nel vecchio continente vivono 20 milioni di musulmani, di cui 1,5 milioni in Italia. Se gli attuali trend demografici e culturali non cambieranno, fra quarant’anni la civiltà occidentale di stampo giudaico-cristiana alzerà bandiera bianca. Nel 2050, il 30% degli abitanti dell’Europa professerà l’Islam e lo imporrà. Siamo destinati a cantare il De profundis a meno che, con un colpo di coda, non troviamo la forza e la coesione necessarie per fermare la conquista dell’Europa da parte dell’Islam. Per riuscirci, dobbiamo rinunciare al buonismo, al pietismo e al relativismo. La strategia francese (assimilazione) si è rivelata impraticabile e quella anglosassone (multiculturalismo) ha fallito. Se provassimo ad applicare la vecchia regola che a casa nostra comandiamo noi? Basterebbe affrontare il problema con la stessa fermezza con cui si deve trattare chi non sa stare al suo posto. Siamo cristiani, è vero, ma non zerbini da calpestare. 

Editoriale pubblicato il 9/4/2011 su:






venerdì 8 aprile 2011

Angeli custodi e spiriti guida


La figura dell’angelo custode è così nota e amata dagli esseri umani che trovo doveroso renderle omaggio. Cos’altro si può dire di un angelo così caro ai bambini, agli adulti e persino alle persone anziane che non sia già stato detto o scritto? Eppure, qualcosa da aggiungere ci sarebbe. Ad esempio, pochi sanno che Papa Giovanni XXIII aveva un feeling particolare col suo “buon consigliere”. Il Papa buono diceva di sentire accanto a lui “colui che sempre intercede in nostro favore, aiuta nelle necessità, libera da pericoli e disgrazie” e ammetteva candidamente: “…sono sempre sotto gli occhi di un angelo che mi guarda, che prega per me, che veglia accanto al mio letto mentre dormo”. Mi sorge il dubbio che fosse un angelo custode il daimon che per tutta la vita accompagnò e ispirò Socrate. Come riferisce Platone nell’Apologia, egli confessò di percepire una voce interiore: “che quando si fa sentire mi sconsiglia da qualcosa che voglio fare e che però non ha mai cercato di persuadermi”. Ma forse il grande filosofo ateniese udiva semplicemente la voce della sua coscienza. O era quella del suo spirito-guida?

In questo tag vorrei chiarire i rapporti e le differenze esistenti fra l’angelo custode e lo spirito guida, che molti confondono o identificano. Si tratta, in realtà, di due figure distinte. La prima ha natura divina ed è superiore e antecedente all’uomo, mentre la seconda, pur avendo natura spirituale, è passata attraverso la discesa nella carne. In sostanza, era un essere umano.
In un'apparizione del 26 giugno 1998, la Madonna annunciò a una mistica: “Dio Padre nella sua infinita misericordia e bontà ha donato a ognuno di voi un compagno celeste, uno splendido esecutore dei comandi divini il cui compito è proteggervi, accompagnarvi e consigliarvi per tutto l’arco della vostra vita, salvarvi dal male e aiutarvi a realizzare il vostro disegno all’interno del grande disegno universale di Dio. Ognuno di voi ha accanto un dolce angelo custode, un protettore divino che vi avvolge fra le sue candide ali e illumina i vostri passi perché non cadiate”. Queste parole semplici ma luminose rimandano a quelle altrettanto chiare dell'Antico Testamento, dove si legge: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (Salmo 91, 11-12). Parole che non si limitano a ribadire il ruolo dell’angelo custode ma ne confermano l’esistenza, che per la Chiesa è un dogma di fede. Non dimentichiamoci, infatti, che la Chiesa venera gli angeli custodi nella liturgia con un’apposita festa che cade il 2 ottobre. La dottrina dell’angelo custode appare già nei primi testi cristiani, sebbene San Paolo manifestasse diffidenza verso una figura che poteva generare idolatria. Ne parla anche il Pastore d’Erma e mentre Origene nota che “ogni anima d’uomo è posta sotto la direzione di un angelo, come di un padre”, San Basilio afferma: “che ogni fedele abbia un angelo per dirigerlo, quale pedagogo e pastore, è l’insegnamento di Mosè”. Sempre durante l’apparizione del 26 giugno 1998, la Madonna aggiunse: “Ma Dio, nella sua infinita misericordia, generosità e pietà concede anche ai vostri cari che hanno raggiunto la luce di assistervi e vegliare su di voi, soprattutto nei momenti di maggior bisogno”. Questa precisazione corrobora gli insegnamenti degli angeli ai mistici, che a più riprese hanno rivelato una verità ancora poco conosciuta: ogni essere umano ha al suo fianco un angelo custode e uno o più spiriti-guida.
L’angelo custode è l’essere di luce che Dio ha scelto per ognuno di noi con un compito altamente spirituale, quello di custodire la nostra anima e di intervenire nella nostra vita essenzialmente per dirigerla nei momenti karmici più importanti, di assisterci nella grandi scelte che possono accelerare o frenare l’evoluzione del Sé superiore. In sostanza Egli è il protettore del nostro corpo causale o divino. Come ha scritto San Basilio, “a ogni credente è preposto un angelo, se non lo cacciamo a causa di peccato. Egli custodisce l’anima come un esercito”. È il polo celeste dell’essere umano, il suo alter ego. Giovanni Paolo II disse che “gli angeli (custodi) vengono mandati dalla divina provvidenza affinché ci aiutino a raggiungere la santità della vita”. La fragilità e la caducità del nostro Io esigono infatti che ogni anima abbia il conforto e la protezione di una creatura celeste durante il suo pellegrinaggio terreno. San Tommaso d’Aquino precisava che l’angelo custode è accanto all’uomo durante tutta la sua esistenza, inoltre lo assiste nell’ora della morte e gli indica la via verso il Cielo nel momento in cui l’anima, pur essendosi staccata materialmente dal corpo, è ancora confusa e incerta sul da farsi. Occorre specificare che l’angelo custode non impedisce all’uomo di sbagliare. Se lo facesse lo priverebbe della sua libertà. “Vi son pure dei momenti in cui gli uomini sono padroni del loro destino!”, esclama Cassio nel I atto del Giulio Cesare di Shakespeare. Gli angeli ci insegnano che in ogni atto della nostra vita siamo padroni del nostro destino e a loro, che pure ci amano incommensurabilmente, non è concessa la possibilità di cambiarlo, ma solo quella di illuminarci e ispirarci. L’angelo custode è il nostro fornitore di fiducia; egli ci provvede di intuizioni o sensi di colpa, di pensieri e slanci positivi o segnali d’allarme. Ci aiuta a riconoscere la strada giusta e imboccarla, scacciando le tentazioni e il pericolo. Ma sempre nel rispetto del nostro libero arbitrio. In una lettera del 15 luglio 1915, Padre Pio scrisse: “Non dimenticare questo invisibile compagno, sempre presente, sempre pronto ad ascoltarci, più pronto ancora a consolarci. O deliziosa intimità, o beata compagnia, se sapessimo comprenderla! Abbilo sempre davanti agli occhi della mente, ricordati spesso della presenza di quest’angelo, ringrazialo, pregalo, tienigli sempre buona compagnia. Apriti e confida a lui i tuoi dolori, abbi continuo timore di offendere la purezza del suo sguardo. Fissalo nella mente. Egli è così delicato, così sensibile. A lui rivolgiti nelle ore di suprema angoscia e ne sperimenterai i suoi benefici effetti. Non dir mai di essere solo a sostenere la lotta con i nostri nemici, non dir mai di non avere un’anima alla quale puoi aprirti e confidarti. Sarebbe un grave torto che si farebbe a questo messaggero celeste”.
Una grande verità che gli angeli hanno rivelato ad alcuni mistici del XX secolo è che essi non vengono assegnati all’uomo nell’attimo del concepimento, come la dottrina della Chiesa sostiene, ma nel momento in cui la nostra anima è stata creata da Dio. San Tommaso, e con lui tutta la tradizione della patristica, ritiene che l’uomo riceve il suo angelo custode al momento della nascita ma è solo con il battesimo che l’angelo inizia a svolgere un ruolo “impegnativo”. Ma è veramente così? Se lo fosse dovremmo concludere che i non battezzati hanno un angelo custode a mezzo servizio. Ma la differenza rispetto alla verità canonica è ancora più grande, poiché la nostra anima è di gran lunga preesistente alla nostra incarnazione terrena. Essa esisteva già ed era in attesa d’incarnarsi. Ma dovrei dire, più correttamente, preesistente alla nostra attuale incarnazione. Difatti gli angeli avvalorano la reincarnazione o legge dell’eterno ritorno.
L’angelo custode non cambia nel corso delle nostre discese della carne, poiché è legato all’anima. Più l’anima si eleva, grazie al superamento delle prove incontrate nel corso delle vite precedenti, maggiore è la facilità di risveglio della coscienza, migliore e più ampia è la consapevolezza cosmica. Dunque, per un angelo custode il compito di “aprirci gli occhi” e farci comprendere la nostra vera natura diventa più lieve man mano che l’anima si evolve. Ma nello stesso tempo, la “spiritualizzazione” accresce le difficoltà e i disagi dell’anima incarnata, costretta a vivere in un mondo che non è il suo e al quale le è difficile adeguarsi. Più un’anima è evoluta, più è destinata a soffrire e rimpiangere la sua vera patria lontana: il Cielo. Per molte persone la vita è una cipolla, pelandola versiamo lacrime. L’angelo custode è il domestico che ci porge un invisibile fazzoletto per asciugare le lacrime. Se solo ci accorgessimo della sua premurosa presenza ci sentiremmo meno soli nel difficile esercizio di sfogliare i bulbi della vita. Se ciò accade, per altro, è in virtù del fatto che fatichiamo moltissimo nel compiere i passi conclusivi verso quello che Melville chiamò “l’ultimo porto”. Oppure, ciò si verifica a causa di un debito karmico, di una colpa maturata nella vita precedente che ci tocca necessariamente saldare affinché la nostra anima confusa apprenda l’insegnamento rifiutato e possa così riprendere il cammino interrotto.

Il Libro di Giobbe ci ricorda che “la vita dell’uomo sulla terra è un periodo di servizio e le sue giornate sono come quelle del soldato”. Per questa ragione Dio ha posto di fianco agli uomini un secondo aiutante di campo, un attendente supplementare: lo spirito guida. Preciso subito che molti esseri umani hanno vicino a loro più di uno spirito guida. A ciascuno viene dato secondo i propri bisogni. Lo spirito guida è un para-angelo più che un angelo, casomai un angelo senza ali né attributi divini. Ne definirò subito le caratteristiche per comprenderne meglio la specifica funzione. Lo spirito guida è un’anima di luce in stato di purificazione il cui sommo desiderio è risalire a Dio. Per completare la sua purificazione, che è necessaria poiché egli è stato un essere umano, viene nuovamente inviato nel mondo sensibile ma in forme spirituali. Perciò è invisibile. La sua missione è delicata e indispensabile: grazie alle sue esperienze umane deve aiutare la persona che ha scelto di affiancare. Mentre l’angelo custode è deputato esclusivamente all’assistenza spirituale, visto che “segue” l’anima, lo spirito guida è più versatile ma anche limitato come raggio d’azione. Anch’egli può agire nell’ambito spirituale ma con un  differente indirizzo. Lo spirito-guida s’impegna dunque a sostenere il suo protetto con ispirazioni, intuizioni e appoggi che privilegiano i compiti terreni relativi a quella specifica incarnazione di cui è parte in causa. Nella maggior parte dei casi, questi ultimi sono parenti della persona loro affidata. Ovviamente essi erano defunti prima che il loro assistito nascesse. Questa è la regola ma naturalmente esistono le eccezioni che la confermano. Alcune persone hanno uno spirito guida che appartiene a un’epoca o a un Paese lontanissimi. In questo caso, si tratta comunque di una persona familiare, ma relativa a una vita precedente, oppure essa è una figura “magistrale”, inviata da Dio per assolvere mansioni speciali, quali istruire l’essere umano a un particolare compito o suggerirgli le attitudini e le esperienze di cui ha bisogno nella vita per realizzare il proprio mandato. Dal momento che il ruolo di spirito guida costituisce l’ultimo gradino dell’anima prima di ricongiungersi al Cielo e fondersi con Dio, ognuno di noi un giorno sarà chiamato da Dio ad affiancare un pronipote e aiutarlo. Va da sé che ciò avverrà solo se dovremo sorreggere la croce della coscienza, mondandoci nelle acque eteriche della purificazione.

Le differenze tra l’angelo custode e lo spirito guida sono nitide e mi sembra superfluo approfondire la questione, mentre stimo indispensabile chiarire un aspetto relativo alla figura degli angeli custodi che può suscitare qualche perplessità. Soprattutto nel lettore che conosce autori esoterici come Swedenborg, Kardec e Steiner. Swedenborg sostiene che “tutti gli angeli sono nati uomini” (Divino amore e divina saggezza) e pertanto non sono entità spirituali create separatamente dal genere umano. Nel suo capolavoro Cielo e Inferno afferma perentoriamente che “in Cielo non c’è un solo angelo che sia stato creato dall’inizio, e neppure all’inferno alcun angelo di luce divenuto diavolo ivi precipitato dal Cielo, ma che tutti in Cielo come all’inferno provengono dal genere umano”. Secondo Swedenborg gli angeli sarebbero l’ultimo anello dell’evoluzione umana, l’approdo finale del percorso che l’anima ha faticosamente compiuto. In Le rivelazioni degli Spiriti, Allan Kardec, il fondatore dello Spiritismo, afferma che “gli angeli sono le anime degli uomini giunte al massimo livello di perfezione della creatura e che godono della felicità promessa. Prima di raggiungere il gradino supremo godono di una felicità relativa al loro avanzamento, ma questa felicità non consiste nell’ozio; consiste nelle funzioni che piace a Dio conferire loro, e che esse sono felici di svolgere, perché tali occupazioni sono un mezzo per progredire”. Kardec ha influenzato molti teosofi fra cui il letterato e filosofo tedesco Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, una scienza che concilia le dottrine occultiste di origine orientale con le concezioni cristiane. Steiner ha dedicato agli angeli due opere: Gerarchie spirituali e Le entità spirituali nei corpi celesti e nei regni della natura. In esse egli sostiene che gli angeli sono creature invisibili immediatamente al di sopra degli uomini e specifica che Angeli, Arcangeli e Principati sono i tre ordini angelici che hanno attraversato uno stadio di umanità. Anche per Steiner essi “furono una volta uomini”. Rispetto a Kardec e a Swedenborg, egli ritiene invece che i rimanenti sei ordini angelici superiori (Cherubini, Serafini, Troni, Dominazioni, Virtù e Potestà) siano così vicini a Dio da essere stata risparmiata loro l’incarnazione.
Ho il dovuto rispetto dei tre autori che ho citato, tuttavia non ne condivido appieno il pensiero. Le loro visioni (Swedenborg), rivelazioni da parte degli Spiriti (Kardec) e intuizioni (Steiner) sono sicuramente profonde però credo che essi abbiano frainteso almeno in parte i messaggi ricevuti e forse generalizzato. Gli angeli da loro descritti e definiti, a volte con caratteri e abitudini troppo umane, altro non sono se non spiriti guida. In questo caso, il loro pensiero si rivelerebbe in linea con quanto alcuni mistici e sensitivi hanno avuto modo di appurare nel corso delle loro esperienze: gli spiriti guida erano esseri umani ma gli angeli custodi sono sempre stati esseri celesti. Come ha scritto Giovanni Paolo II, autore di molti interventi sull’argomento, gli angeli sono “creature di natura spirituale, dotate di intelletto e libera volontà, superiori all’uomo”. Superiori agli uomini, dunque, giacché la loro natura non è mai stata umana né lo sarà mai, a differenza degli spiriti guida.
Da parte mia, vorrei aggiungere che non ho dubbi in merito né posso averne poiché molte sono state le esperienze dirette e indirette sulla natura dell’angelo custode e degli spiriti guida di cui mi sono  ritrovato ad essere testimone se non protagonista. Ciò nonostante, prendo atto, come ci ricorda un proverbio africano, che “gli uomini hanno tutti gli stessi occhi per vedere, ma ognuno ha un punto di vista differente”.  
(7. continua)

martedì 5 aprile 2011

Nucleare, le ragioni del Sì e del No.

Nel 1987, ci fu chiesto se abrogare tre norme relative al Nucleare. Sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, avvenuto un anno prima, decidemmo di abrogarle. Di fatto, le scelte popolari fecero sì che l’Italia uscìsse dal “Club del Nucleare”. Il 12 e 13 giugno p.v. saremo chiamati a un nuovo referendum popolare pro o contro il Nucleare. Ci verrà chiesto se lo vogliamo, assecondando il programma governativo, che prevede la costruzione in Italia di centrali nucleari della III generazione, o se intendiamo continuare sulla strada delle energie rinnovabili (prodotte dal sole, dal vento e dalle risorse idriche). È una decisione importante e ancora una volta saremo condizionati dagli eventi. L’emergenza Fukushima è tale da influenzare emotivamente le nostre scelte. Dobbiamo riflettere ed è utile conoscere le ragioni del Sì e del No. I motivi per sostenere il “Rinascimento nucleare italiano” sono principalmente di natura economica. La costruzione delle centrali nucleari creerebbe nuovi posti di lavoro, nuove opportunità e nuove filiere. Ci renderebbe meno dipendenti dall’estero, dove compriamo l’energia elettrica. L’ex ministro dello Sviluppo economico Scajola (quello che la Centrale nucleare vorrebbe metterla nel giardino di casa sua) ha definito “non più eludibile il ritorno al Nucleare” poiché “solo gli impianti nucleari consentono di produrre energia su larga scala, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente”. Molti ambientalisti e scienziati autorevoli, fra cui l’astrofisica Margherita Hack, approvano. E poi, il Nucleare inquina meno del petrolio, del metano e del carbone. Ora veniamo alle ragioni per dire No. Le centrali nucleari non sono sicure e comportano gravissimi rischi per la salute e per l’ambiente. In condizioni di funzionamento normale, il rischio di contrarre malattie (tumori, leucemie) nel raggio di 5 km. dalla Centrale nucleare è alto. In caso di malfunzionamento e fuga radioattiva (evento sempre più diffuso), gli effetti collaterali sono devastanti. Chernobyl insegna e Fukushima ci ammonisce. Carlo Rubbia ha dichiarato: “Non esiste un Nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie”. Per farci un’idea reale del quadro e dei rischi dovremmo leggere la pubblicazione 103 dell’ICRP (Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni ionizzanti). Per quanto concerne i danni ambientali, basti pensare che occorrono miliardi di mc di H2O per raffreddare gli impianti e che l’evaporazione dell’acqua comporta l’aumento dell’effetto serra. Le devastazioni ambientali sono causate dall’estrazione dell’uranio (causa di guerre in Africa) e dallo smaltimento delle scorie radioattive. Non sappiamo dove metterle, salvo sotterrarle o affondarle (avvelenando il sottosuolo, le falde acquifere e il mare). È un guaio perché il plutonio resta radioattivo per 200.000 anni e l’uranio per milioni di anni. L’energia nucleare ha costi molto elevati. Una centrale di III generazione costa 3 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i costi dell’uranio e dello stoccaggio delle scorie. Il fruitore finale non ha vantaggi reali; il costo del KW di energia nucleare è superiore a quello dei combustibili tradizionali. Per ultimo, ma non ultimo, esistono ottime alternative al Nucleare. A questo punto, chiediamoci cosa desideriamo, per noi e per i nostri eredi. Va da sé che tutti vogliamo l’energia pulita, abbondante e a buon prezzo. E che non vogliamo mettere a repentaglio la nostra salute né l’ecosistema. Soppesiamo attentamente le argomentazioni e chiediamoci se le nostre aspettative sono maggiormente soddisfatte dal Nucleare o dalle energie rinnovabili. Dopodiché decidiamo. Non laviamocene le mani e non lasciamo che altri ipotechino il nostro futuro. La Terra coi suoi frutti ci appartiene.

Editoriale pubblicato il 4/4/2011 su: