lunedì 25 aprile 2011

Ed è subito sera


Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole.
Ed è subito sera.
(Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera in Acque e terre, 1930)

Chi non conosce questi splendidi versi di Salvatore Quasimodo? Li ho scelti come titolo di una nuova etichetta dove raccoglierò e commenterò alcuni testi più o meno famosi con l’intento di offrire ai miei lettori spunti di riflessione etica e spirituale più che una chiave di lettura letteraria. Per quella ci sono i critici. Ogni tanto fa bene alzare il tiro, cioè meditare sulle parole sublimi che altri hanno scritto per noi ma che facilmente sentiamo nostre perché è anche di noi che parlano. Così è certamente per i versi di Quasimodo, che parlano della nostra solitudine, dell’alternarsi di gioia e dolore nella nostra vita e della precarietà della vita stessa. La poesia trae la sua linfa dal tema caro ai latini dell’Ars longa vita brevis. Ogni uomo, nessuno escluso, è solo con se stesso anche “sul cuor della terra” (in mezzo agli altri esseri umani) ed è “trafitto da un raggio sole” (l’illusione della felicità), che subito tramonta. La “sera” (la morte) ci coglie troppo presto, restii e impreparati. Possiamo non condividere una visione esistenziale così pessimistica ma in tutta onestà dobbiamo riconoscere che è oggettiva. In effetti, noi siamo soli anche quando siamo circondati dagli affetti. Siamo soli anche quando siamo al centro dell’attenzione. La nostra solitudine è endemica. Può essere mitigata, non sradicata del tutto. 
Mi sono posto due domande. Da cosa dipende? È una condizione umana cui dobbiamo ribellarci o è giusto accettarla e apprezzarne i risvolti?
Filosofi, psicologi e letterati hanno risposto alla prima domanda chiamando in causa la nostra timidezza e impotenza, l’apatia, l’allontanamento dalla natura, il rifiuto di Dio. Personalmente, credo che la solitudine umana, intesa né come scelta né come costrizione, sia l’obolo che dobbiamo pagare alla nostra imperfezione. Quando l’anima s’incarna perde la sua onniscienza. L’uomo smarrisce la coscienza di ciò che realmente è: una parte del tutto. I nostri sensi ci ingannano e ci fanno percepire il mondo in cui siamo stati catapultati e da cui siamo circondati, come qualcosa di diverso da noi. Un alter ostile. Perciò, avvertiamo di esseri soli contro quello stesso universo di cui, invece, siamo parte integrante. Nel momento stesso in cui svanisce la consapevolezza che siamo un frammento dell’Uno, anzi noi siamo l’Uno, cadiamo nel terribile equivoco che siamo una identità staccata dall’insieme cosmico.
La legge di polarità, altrimenti nota come dualismo, ci froda. Ci fa vedere la realtà distorta e ci porta a rifiutare ciò che riteniamo esterno a noi. Ma non c’è un esterno e un interno. C’è un unicum. Gli atomi che configurano la nostra essenza fisica e psichica sono impegnati nella stessa danza cosmica che accomuna tutte le cose. Non ce ne rendiamo conto, ovviamente, e perciò ci sentiamo soli. Invece, noi siamo in compagnia del mare, delle stelle e di tutte le creature che vivono nelle galassie. La solitudine di cui soffriamo e che Quasimodo percepì con tristezza è la conseguenza naturale dei nostri limiti sensoriali e mentali, che tuttavia non sono insuperabili. Raggiungere la consapevolezza che siamo emanazioni dell’unica e onnipotente Intelligenza cosmica, cioè l’Uno, può aiutarci a superare il dualismo e vincere la percezione – ingannevole – del distacco e dell’isolamento.
Ma è poi così insopportabile tale senso? “Se sarai solo, tu sarai tutto tuo” annotò Leonardo da Vinci nei suoi quaderni. La solitudine può essere vissuta come una sfida e una grande opportunità di crescita. Non è necessariamente una condizione penosa da cui dobbiamo per forza evadere. Nel 1927, quando Charles Lindberg portò a termine con successo la sua impresa, ovvero la prima trasvolata atlantica, disse: “Un uomo vale un uomo. Due uomini valgono la metà di un uomo. Tre uomini non valgono niente del tutto”. Forse esagerava, ma le sue parole, dettate dall’orgoglio di avere compiuto un’impresa solitaria, ci offrono una prospettiva della solitudine diversa da quella che siamo abituati a considerare. La solitudine può aiutarci. Come? Inducendo l’intelletto all’introspezione. Costringendo il cuore ad aprirsi anziché richiudersi del tutto. È nell’isolamento che l’anima, messa tacere dalla mente, si fa sentire e la coscienza s’illumina. È nella solitudine, fatta di silenzi eloquenti e pause edificanti, che il mondo si rivela per quello che è. C’è un quadro del pittore tedesco Caspar David Friedrich (1774-1840) che illustra in modo sublime questa opzione. Si intitola “Viandante sul mare di nebbia” e raffigura un alpinista che una volta giunto in solitaria sulla vetta di una montagna ammira estasiato un panorama fatto di vette e nebbie. La figura dell’alpinista è ieratica, trafitta da un raggio. Non di sole, però, bensì di pensieri, intuizioni, beatitudini. La solitudine gli concede lo stato di grazia effimero ma inestimabile.
Lo so, per chi è solo o tale si sente è difficile credere che la solitudine sia un bene reale. Sarebbe già un punto fermo accettarla come un’occasione per fare di sé un essere umano migliore, meno superficiale, pronto a donare e donarsi. E poi, a consolarci c’è sempre il detto che ogni creatura sulla terra quando muore è sola. Anche chi è circondato dalla folla. Ma è vera solitudine o premessa dell’unione mistica?
I versi di Salvatore Quasimodo, stupendi e amabili, non devono farci dimenticare che nessuno è veramente solo, mai. Siamo il pensiero di Dio, la cui mente non ci dimentica.

©giuseppebresciani

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