mercoledì 20 aprile 2011

Gerusalemme d'oro, di bronzo e di luce


Yerushalayim shel zahav è una delle canzoni più popolari e amate dagli ebrei di tutto il mondo. Il suo ritornello, che magnifica la “Gerusalemme d’oro, di bronzo e di luce”, può essere considerato uno dei tanti, accorati omaggi a una città che è stata definita in molti modi perché molte sono le sue facce, come in un poliedro, e infinite le sue sfumature. O Gerusalemme, il tuo nome brucia le labbra come il bacio di un serafino – ripete chi da essa viene separato e si strugge per la lontananza. In effetti, poche località al mondo possono vantare il dolente magnetismo della “Città Santa” delle tre grandi religioni monoteiste e suscitare, con pari intensità, l’amore incondizionato e l’odio insanabile.

Il mio incontro con la città “il cui nome evoca tanti misteri e colpisce l’immaginazione” – come annotò Chateaubriand nell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme – fu simile a un’incursione nello scibile umano più che a un viaggio. Mi ritrovai sospeso nella storia, nel mito e nella fede. Galleggiavo nei grandi spazi vetusti come un astronauta affrancatosi dalla forza gravitazionale. L’oro, il bronzo e la luce c’erano davvero, li vidi. Ammantavano la spianata del Tempio, le cupole e le mura. Ma solo il terzo occhio poteva vederli. Solo i sensi che captano le vibrazioni dell’etere sono idonei a scoprire la Gerusalemme segreta e trionfante. Perché la sua quintessenza sta nel paradosso: Gerusalemme è una sorprendente scatola cinese. Il rompicapo gerosolimitano avvince il giocatore e lo seduce in virtù della sua magia. Un vecchio midrash recita che: “Dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di scienza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove”. Tanta abbondanza si traduce in passione. Una passione che brucia la carne e divora il sentimento.

Così come l’ombelico è situato al centro del mondo, Gerusalemme è al centro del mondo – dicono gli ebrei. I quali si comportano come se la Civitas Dei appartenesse solo a loro. Invece, è un bene in comproprietà e ciò la rende ancora più complicata e sfilacciata di com’era Berlino quanto fu spartita nel dopoguerra. Esistono infatti tre Gerusalemme: ebraica, cristiana e musulmana. Il mio approccio con quella ebraica è stato deferente ma asettico, quasi critico. Presso il Muro del Pianto, simbolo e monito dell’ebraismo, si ha come l’impressione che le ferite della storia continuino a gettare sangue. È ciò che resta del Tempio di Erode, vanto e onore del popolo eletto, che i legionari di Tito distrussero nel 70 d.C. Allora andarono persi i rotoli della Legge, che erano forse custoditi nell’Arca dell’Alleanza, ma soprattutto si affievolì la sicumera giudaica. E da allora, il Dio degli eserciti si è come scordato delle dodici tribù d’Israele (salvo rifarsi vivo nel 1967, durante la “Guerra dei sei giorni”), condannando il suo popolo alla diaspora, alla persecuzione, all’odio e allo sterminio. Nella grande sinagoga a cielo aperto, gli ebrei pregano e piangono. Gli uomini da una parte del recinto, le donne dall’altra. Divisi dal pregiudizio. Si crede che qui aleggi la shekinah, la presenza divina. Confesso che io non l’ho avvertita. Però ho percepito chiaramente il disagio che nasce dalla commistione di sacro e profano. Una folla vociante proveniente da tutto il mondo – ebrei Ashkenaziti con il tallit sulle spalle, sefarditi e chassidim dal lugubre pantano nero accanto a turisti occidentali e giapponesi iperattivi – garantisce il legame col passato. Fede e affari convivono da sempre. D’altra parte, non era forse qui che Gesù perse la pazienza e scacciò in malo modo i mercanti e i cambiavalute?

El Kuds, “la Santa”. È così che i musulmani chiamano Gerusalemme, terza città sacra dell’Islam dopo La Mecca e Medina. Nella sura 17 del Corano si racconta di quando Maometto compì il suo viaggio notturno fin qui. Per l’esattezza fino alla Moschea di Al-Aksa, che si trova sulla spianata del Tempio, e da dove, prima di morire, nel 632 d.C., ascese al cielo. Per questa ragione, l’infausto dì in cui gli ebrei ricostruissero il Tempio di Salomone demolendo la monumentale moschea (come auspicano), si scatenerebbe l’inferno sulla Terra. I devoti di Allah credono infatti che nel giorno del Giudizio Universale tutte le anime si raduneranno sulla spianata e lì saranno pesate con grosse bilance appese sopra gli archi della Cupola della Roccia, l’altro edificio sacro che si trova nell’Haram esh-Sheriff, il “nobile recinto” grande come dodici stadi di calcio. Si crede che la Cupola della Roccia (o di Omar) fu costruita sopra la pietra dove Abramo stava per scarificare suo figlio Isacco. Quella stessa roccia livida fu toccata da Maometto. È solo una roccia ma osservandola con rispetto ho avuto la sensazione che emani una forte energia. Come ha scritto Eduard Schuré, le cupole delle due moschee sono per Gerusalemme “il suo suggello di lacerante tristezza e di speranza indistruttibile”. Questo è il curioso di Gerusalemme, città martire, contesa e violata da sempre: la sua endemica tristezza è foriera di speranza per le genti.

Il mistero più profondo di Gerusalemme è però legato alla passione di Cristo. Per noi cristiani, questo è il luogo dove la fede deflagra e l’anima ascende. È il nuovo Sinai, la fonte dolceamara della dolorosa purificazione salvifica. Ci sono tanti modi per conoscere la Gerusalemme cristiana, ma un solo modo per capirla: percorrere le sue tortuose stazioni (il riferimento alla Via Crucis non è casuale) con la stessa umiltà e devozione degli antichi pellegrini. L’ho fatto e il cuore è andato in mille pezzi. La commozione si rivela più forte dell’imbarazzo provocato dal vacuo e dagli orpelli che circondano e accompagnano il pellegrino nella sua ricerca. Nel suo commento al salmo 45, Tommaso d’Aquino riconosce che “duplice è la città di Dio. L’una terrena, cioè la Gerusalemme terrestre, l’altra spirituale, cioè la Gerusalemme celeste”. Ci si illude di visitarle entrambe, con un solo biglietto cumulativo, come se l’accesso al Santo Sepolcro garantisse al visitatore un fuoriprogramma spirituale. Invece no. Non c’è nulla di spirituale nella Chiesa dove ci si inchina a toccare la pietra nella cappella dove sorgeva il Calvario, là dove un anello argenteo indica il punto convenzionale in cui fu infissa la croce. No, non c’è nulla di mistico in questo luogo da cui si rischia di uscire disgustati a causa della ressa, della maleducazione, dell’ipocrisia, della gelosia e dell’avidità che vi imperano. Pur tuttavia, a sapersi isolare dal resto del mondo, sapendo pregare col cuore, si avverte la forza del destino, il vento della sciagura, il canto della fede, il pianto del cuore. Allora si trova la forza per incontrare nell’intimo Gesù, il cui spirito ancora aleggia nella piccola camera mortuaria dove una forza sovrumana piega le ginocchia e costringe le labbra a baciare la pietra sepolcrale. Qui si finisce per trovare quel che si cerca.
Ogni testimonianza produce un’emozione diversa. La Via Crucis è una purga stancante ma efficace. Il Cenacolo è così diverso da come uno se lo immagina che ci si fa prendere dal dubbio che sia un set cinematografico allestito per i turisti. Mentre il Getsemani custodisce tutto il suo fascino arcano. È sul Monte degli Ulivi che il tempo si è fermato e si ha la sensazione che Gesù e gli apostoli siano ancora lì, da qualche parte. La presenza di un asinello montato da due bambini cenciosi nei pressi del cimitero ebraico sta a significare che poco o nulla è cambiato. Da qui, la città si trasfigura. L’occhio coglie la proiezione olografica di com’era quando il Messia vi entrò  sul dorso di una mula, accolto dal saluto “Osanna al figlio di Davide!”.

La città di Davide può essere il termine del cammino o il punto di partenza – diceva san Giovanni Crisostomo. Pochissimi luoghi al mondo possono dire altrettanto. Qui ci si realizza o si affinano gli strumenti per continuare il proprio, faticoso cammino verso la consapevolezza. Qui si va per vivere quanto per morire – secondo Lapierre e Collins, autori di Gerusalemme! È vero; facilmente si muore dentro per rinascere a vita nuova. In ogni caso, non si fa ritorno a casa a mani vuote. E quando l’occhio afferra per l’ultima volta il profilo della città ammantata d’oro, di bronzo e di luce, nella mente si materializza come un’ombra la profezia di Michea: “Gerusalemme diverrà un mucchio di rovine e il monte del Tempio un’altura boschiva”.
In quel mentre, ci si augura che almeno la Gerusalemme celeste sopravviva.

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