venerdì 29 aprile 2011

Gli angeli della natura


Anche la natura vanta i suoi angeli. Leonardo da Vinci annotò nei Taccuini che “la natura è piena d’infinite ragioni che non furon mai in isperienza”. Quale esperienza abbiamo di angeli presenti nel regno animale, vegetale e minerale perché si possa affermare con certezza che esistono? Oggi sono ben poche le persone in grado di entrare in contatto con gli angeli della Natura ma un tempo ormai lontano gli esseri umani avevano questa facoltà. Quando i ponti che uniscono i mondi non erano ancora stati abbattuti, rendendo impraticabile o quantomeno ostico il collegamento, era possibile comunicare con le forze divine che popolano i mondi inferiori. Ad essi, gli uomini assegnarono un nome dal suono dolce e poetico: Deva.
Deva è una voce sanscrita che corrisponde all’avestico Daeva e al latino Deus. Appare subito evidente il riferimento alla divinità. Difatti, in India questo nome identifica tutti gli esseri divini anche se viene principalmente attribuito a quelli inferiori. Ciò indica che all’origine gli dei erano personificazioni dei fenomeni naturali: il giorno, l’aurora, il sole, la luna, gli astri, il fulmine, il fuoco, l’acqua. Il pensiero indiano può illuminarci. Secondo l’Ayurveda o “scienza della vita”, l’antichissima disciplina indiana che si prende cura del benessere olistico dell’individuo, ogni cosa nell’universo è costituita da cinque elementi: etere, aria, acqua, fuoco e terra. Viene così ribadita quella legge di unitarietà che ci rende parte integrante del tutto. L’uomo è diverso dal pioppo e dall’ametista eppure è fatto della stessa sostanza. L’uomo è un microcosmo inserito nel macrocosmo, e come lui ogni forma di vita interagisce con il creato. Anche il pensiero di una formica sale in cielo, affermano i giapponesi. Dio ha cura di ogni sua creatura, compresa la più semplice e banale. Perché non accettare l’idea che gli animali, le piante e persino le pietre - forme viventi in cui l’energia vibra in modo difforme da come vibra nell’uomo, però vibra - abbiano uno o più corpi sottili? Forse perché non li abbiamo mai visti? Se è per questo, consideriamo che nessuno ha mai visto i raggi X però trova del tutto normale fare una radiografia quando è necessario. Perché escludere allora che anche le forme inferiori di vita abbiano un’essenza spirituale e conseguentemente dimorino intorno o dentro di loro spiriti o angeli protettivi?
Gli altri Indiani, quelli che vivevano nelle praterie del continente americano, avevano pochi dubbi in merito. I cosiddetti pellerossa mantenevano una relazione stabile e armoniosa con la natura, la rispettavano e ne usavano i frutti con moderazione e riconoscenza. Nella loro cultura, oggi tornata di moda, ogni cosa animata o inanimata possedeva uno spirito. Anche gli sciamani, la cui scienza è universale e abbraccia tutti i continenti, non ignorano che le erbe, le acque o le fiamme sono protette da spiriti di cui è necessario guadagnarsi il rispetto e l’amicizia. Essi dispongono addirittura di uno spirito ausiliare e protettore che occultano; è lo spirito di un animale. L’invocazione, la preghiera, l’offerta, sono strumenti per dialogare con la divinità presente nella natura.
Molti popoli credevano nell’esistenza dei Deva, alcuni ci credono ancora perché la loro fede, basata sull’esperienza trasmessa da padre in figlio piuttosto che sulla capacità di varcare le soglie del mondo visibile, è più forte del pensiero positivista e delle raffinate tecnologie che si illudono di cancellare il sovrannaturale dalla vita degli uomini. La verità è che i mondi sottili sono affollati di creature eteriche che vegliano sui vasti territori della natura. I Deva rappresentano per il regno animale, vegetale e minerale ciò che gli angeli sono per gli uomini: fonte di guida, protezione e ispirazione.
“Cosa penserebbe un uomo”, si chiese il cardinale Newman “se mentre esamina un fiore od un’erba ed un ciottolo ed un raggio di luce, cosa che considera al di sotto di lui nella scala dell’esistenza, s’accorgesse d’un tratto di trovarsi alla presenza di qualche essere potente, che era nascosto dietro quelle cose visibili che egli stava studiando?”. È una domanda su cui occorrerebbe riflettere. Perché a volte capita, come è capitato in passato, che i Deva si manifestino. E poco importa se hanno l’aspetto di elfi, silfi, driadi, gnomi, folletti, ninfe, fauni, ondine, trolls, pucks, glaistid o quello che maggiormente evoca l’immagine dell’angelo: la fata. Queste creature sono il frutto dell’immaginazione dei bambini e delle menti malate, sentenzia il razionalista. Può darsi, ma potremmo dire lo stesso dei batteri se non disponessimo del microscopio. Einstein ammetteva candidamente che “qualcosa di profondamente nascosto deve trovarsi dietro ogni cosa”. Presumo si riferisse all’atomo, ma il ragionamento è estensibile a un tapiro, a una rosa centifolia o a un blocco di ardesia. “L’armonia nascosta vale più di quella che appare”, ha scritto molti secoli prima Eraclito. Ai suoi tempi gli uomini non avevano perduto del tutto la capacità di entrare in contatto con i Deva e interagire con la natura. L’equilibrio si reggeva anche sulla comprensione e l’interscambio, perché tutto è collegato, ogni cosa connessa. Oggigiorno, la geomanzia e il feng-shui si propongono di rimodellare i rapporti fra l’uomo e l’ambiente, fra il mondo sensibile e quello delle energie sottili. Pare che gli esseri umani ricomincino a riscoprire l’anima mundi. Ma il nostro secolo ha già rivalutato l’importanza dell’armonia cosmica in cui i Deva svolgono un ruolo dignitosissimo e funzionale. Rudolf Steiner, il fondatore dell’antroposofia, si è occupato degli spiriti dei quattro elementi “ai quali dobbiamo tutto ciò che ci circonda, magicamente confinati nelle cose che vediamo intorno a noi” e ha sottolineato che essi costituiscono il regno inferiore delle gerarchie spirituali. I suoi studi, soprattutto il ciclo di conferenze tenute nel 1912 ad Helsinki e poi raccolte nel libro Le entità nei corpi celesti e nei regni della natura, hanno contribuito moltissimo alla definizione degli spiriti che presiedono le caleidoscopiche manifestazioni della natura. Essi sono in stretta e imprescindibile relazione con il corpo eterico della Terra e la loro funzione è principalmente quella di favorire lo sviluppo e la messa a frutto di tutto ciò che in natura è soggetto a crescita. Gli angeli che Steiner ha studiato hanno altresì il compito di interagire con le altre forze sottili presenti nell’universo, di operare per la salvaguardia di un ecosistema ormai compromesso dall’uomo. Non è affatto improbabile che l’angelo custode di un cane possa relazionarsi con quello di un essere umano, né che gli spiriti di un fiume collaborino con l’angelo di un salmone. Il senso profondo e il messaggio subliminale che i Deva sembrano lanciare agli uomini è dunque: “collaboriamo, poiché siamo tutti ospiti di un mondo che non ci appartiene!”.
Le intuizioni di Steiner hanno trovato una spettacolare verifica sul campo cinquant’anni dopo in un desolato villaggio di pescatori sulle coste settentrionali della Scozia: Findhorn. In questo posto freddo, sabbioso e battuto del vento è nata e si è poi sviluppata un’oasi di verde lussureggiante. Findhorn è un miracolo ecologico, capace di produrre piante, fiori e ortaggi di straordinaria bellezza  e qualità. Lo si potrebbe definire un’anomalia della natura se non fosse che i fondatori di Findhorn furono guidati nella loro attività da guide spirituali che li armonizzarono con i Deva delle acque, della terra, dei venti e delle piante. A Findhorn, oggetto di stupore per gli agronomi e meta ancora oggi di pellegrinaggi laici, gli uomini e la natura hanno operato in simbiosi, in armonia. Gli angeli della natura sono stati gli invisibili mediatori ed esecutori di una collaborazione che non è utopistica.
Attualmente i Deva sono impegnati in un’impresa che appare proibitiva: rendere consapevoli gli uomini che stanno distruggendo il pianeta che li ospita. Quando questa furia distruttiva avrà varcato la soglia di non ritorno, allora la Terra sarà condannata a perire. Gli angeli della natura sono disperati. I Deva delle acque cercano di purificare con le proprie lacrime le falde e i mari inquinati, i fiumi ammorbati dagli scarichi industriali, i laghi appestati dai veleni chimici. I Deva delle foreste sanguinano per il disboscamento selvaggio e per gli scempi che mortificano i boschi e i prati. I Deva del regno vegetale soffocano a causa dei pesticidi e ammutoliscono sotto l’incalzare delle coltivazioni transgeniche. I Deva del regno minerale assistono inermi allo sventramento della terra e all’azione invasiva del cemento. I Deva degli animali si lamentano poiché il progresso della civiltà non ha migliorato i rapporti fra gli uomini e le bestie, ma al contrario li ha resi ancora più penalizzanti per gli esseri inferiori. Ma chi è veramente inferiore?
Tempo fa ho ricevuto via Internet una notizia che se fosse confermata suggerirebbe una risposta avvilente, tale da farmi vergognare di appartenere al genere umano. Pare che in Cina siano detenuti in condizioni raccapriccianti circa 10.000 orsi dalla cui cistifellea viene estratta la bile, richiestissima per produrre cosmetici, afrodisiaci e rimedi “miracolosi”. Nel loro corpo viene infatti introdotto un catetere che assorbe continuamente la bile. Questi orsi non possono fare il minimo movimento, sono tenuti in posizione orizzontale in piccole gabbie simili a bare, trattenuti da un collare di ferro e da sbarre a pressione. Non possono muoversi, salvo attirare il cibo con la zampa attraverso una piccola apertura della gabbia e allungare la lingua per leccare le sbarre della loro prigione. Soffrono dolori lancinanti e con il tempo si deformano. Invano cercano di suicidarsi, tutt’al più riescono  a mutilarsi. Ma restano vivi, condannati a un supplizio che può durare dai 15 ai 20 anni, fin quando l’orso non muore. Che dire? I Deva rispondono che le vere bestie siamo noi.
“Le civiltà si suicidano”, notava lo storico Toynbee. Nella nostra inconscia volontà di suicidio abbiamo deciso di coinvolgere la casa in cui viviamo e tutti i nostri coinquilini. Che fare, dunque? I Deva ci supplicano di rispettare la natura, di amarla, di considerarla parte integrante di noi stessi. Abbattere una quercia senza ragione, deturpare una stalattite per spregio o seviziare un gatto per divertimento non sono solo gesti inutili e irresponsabili. Sono una forma di autolesionismo, un modo di farci del male. Perché ogni cosa, nell’universo, è stata creata con uno scopo preciso. Come dicono i Deva, questo scopo può anche sfuggire alle menti umane ma di certo non sfugge a Dio. E non c’è causa, nell’universo, che non produca il suo effetto.
La scienza ha ormai appurato che le piante sono sensibili, il che significa che provano emozioni e sentimenti. Molti avranno sperimentato che accarezzare le foglie del proprio ficus o sottoporlo a una terapia musicale fortifica la pianta.  Ii Deva del sottosuolo, custodi dei minerali, non perdono l’occasione per manifestarsi. Essi cercano di favorire l’incontro fra un essere umano e la pietra che gli è stata affidata ma di cui è ignaro. Ogni persona, infatti, può accrescere la propria energia e migliorare il proprio posizionamento cosmico grazie alla sua pietra. Concludo con una considerazione sui Deva degli animali. Ogni animale ha il suo Deva salvo un’eccezione. I delfini non hanno un Deva perché sono angeli incarnati. Il delfino è un animale sacro, simbolo della rigenerazione, della divinazione, della saggezza e della prudenza. Ma anche di conversione. Il Cristo Salvatore fu rappresentato sotto forma di delfino. Gli antichi greci pensavano che esso trasportasse i morti sul proprio dorso fino alla loro nuova dimora, l’oltretomba. Chiunque abbia osservato attentamente un delfino avrà notato che il suo sguardo è quasi umano. Bastano forse questi elementi per convincerci che spoglie così eleganti e filantropiche non possono accogliere lo spirito di un animale ma quello di un angelo il cui compito è indicarci la similitudine dei regni. (8. continua)

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