venerdì 15 aprile 2011

L'Europa non basta, servono gli europei


Una delle conseguenze più spiacevoli degli sbarchi dei clandestini a Lampedusa è il crollo del velo di Maya, che secondo Schopenhauer ci fa vedere la realtà distorta. Pensavamo di essere europei, oltre che cittadini italiani, ma la cara, vecchia Europa ci ha fatto tornare coi piedi per terra. Al massimo, noi siamo i “terroni” d’Europa, in compagnia del derelitto Portogallo, della presuntuosa Spagna e della povera Grecia. Non è una sorpresa e vedere la nuda realtà può farci solo bene. La Comunità Europea, figlia di un’idea splendida e dei tanti sforzi per realizzarla, oggi esiste solo sulla carta perché i suoi cittadini (e soprattutto i suoi governanti nazionali) si ostinano a utilizzare nel fraseggio quotidiano i “se” i “ma” e i “però”. Siamo europei se ci conviene. Siamo europei ma non rinunciamo ai privilegi dei singoli stati. Siamo europei però non toccateci i confini, il portafoglio e lo specchio delle brame, dove la vanitosa Francia, la muscolosa Germania e l’aristocratica Gran Bretagna continuano a riflettersi chiedendosi “chi è il più bello del reame?”. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la frase attribuita a Massimo D’Azeglio –  “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani” – torna prepotentemente di attualità in una variante applicabile al vecchio continente. Abbiamo fatto l’Europa, è innegabile, ma adesso bisogna fare gli europei se vogliamo tenere in vita il morto che cammina. Diciamo la verità: l’Unione Europea è più che altro un comitato d’affari che si preoccupa solo di economia. Ha rinnegato le sue radici giudaico-cristiane perché potevano rappresentare un ostacolo sul mercato globale del business. Per contro, ha reso più solide le sue aspirazioni capitaliste. Non esiste l’Europa dei cittadini ma solo l’Europa dei banchieri, la cui unica liturgia è la devozione dell’Euro. Il resto è silenzio, direbbe Shakespeare. L’Europa è così disunita, egoista e ipocrita che se non ci fossero in gioco troppi interessi economici e finanziari, forse converrebbe davvero togliere il disturbo. Ma non è possibile fare come i gamberi; verremmo spazzati via dalla marea. In questo momento, segnato da emergenze sociali che dovrebbero unire anziché dividere i popoli dell’Europa, noi italiani ricordiamo il povero vaso di coccio stretto tra i vasi di ferro. Peggio, siamo il capro espiatorio di un’Europa che si riempie la bocca di belle parole come “democrazia”, “integrazione”, “diritti umani” e “libertà” ma poi, alla prima occasione (la guerra in Libia) gioca sporco e alla seconda chiamata (l’invasione dei profughi) fa lo scaricabarile. È curioso che nel Memoriale di Sant’Elena, in data 1826, l’esule Napoleone Bonaparte si lamentasse di non avere finito la sua opera e annotasse: “Avrei voluto fare di tutti i popoli europei un unico popolo”. Ma è possibile riuscirci? Gli ottimisti scommettono che il sogno di Napoleone (e di Hitler, che però aveva in mente un’Europa schiava più che coesa) sarà realizzato entro pochi lustri con la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Ma se accadesse, come sarà l’Europa unita? Sarà ancora formata da cittadini italiani, spagnoli, olandesi e svedesi o le attuali nazioni saranno solo un ricordo? Un abitante di Dallas si sente americano per quanto sia nato nello stato del Texas. Temo che un francese non rinuncerà mai a sentirsi tale e a guardare dall’alto verso il basso i vicini di casa. E noi? Quando mai ci sentiremo europei? Per il momento ci sentiamo delusi e abbandonati dal resto dell’Europa. Siamo costretti a far buon viso a cattiva sorte ma può consolarci il pensiero di avere dato i natali a Giulio Cesare, che per primo unificò l’Europa, impose la pax romana e diffuse la civiltà. Sì, ma oggi abbiamo Berlusconi, si lamentano i soliti incontentabili... 
Suvvia, non è sempre festa!
 
Editoriale pubblicato il 14/4/2011 su:

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