venerdì 22 aprile 2011

Pasqua e il sangue del pettirosso

Narra una leggenda che mentre Gesù era sulla croce, le spine della corona che cingeva la sua fronte fecero sgorgare grosse gocce di sangue dalle carni in cui erano conficcate. Vedendo la sofferenza di Gesù, un uccellino che volava nei pressi del Calvario sentì una forte mozione di pietà per lui. Allora gli si avvicinò con un leggero pispiglio, gli rivolse parole di consolazione e poi cercò di portargli aiuto. Col becco estrasse alcune delle spine che lo torturavano e nel fare ciò, le piume dell’uccellino si macchiarono di sangue. Quando iniziò a piovere il sangue fu lavato via ma di esso rimase una traccia indelebile sul petto, vicino al cuore. Gli uomini, accortisi di quel segno, chiamarono l’uccellino caritatevole “pettirosso”. Ancora oggi, gli uccelli di questa specie conservano le piume sanguigne sul petto. Lo so, è solo una leggenda ma così poetica che mi piace immaginare sia una storia vera. Alla vigilia di Pasqua mi chiedo quanti uomini, fra quelli che si professano cristiani, siano capaci di compiere atti generosi e di misericordia come quello del pettirosso. Sappiamo bene come andarono le cose duemila anni fa. Gesù aveva un largo seguito eppure, nell’ora della passione, sotto la croce c’erano solo le tre Marie e Giovanni. Gli altri dov’erano? A distanza di sicurezza. I più, in realtà, erano scesi dal presunto carro del vincitore non appena avevano capito che sostenevano un perdente. Non è forse così che ci comportiamo ogni volta che siamo chiamati a un gesto di coraggio o di pietà che rischia di metterci in cattiva luce? Come siamo diversi dal piccolo e fragile pettirosso della leggenda, di cui viene voglia di dire: “diede prova di umanità”, se non fosse che oggi il genere umano è così vile, confuso e ripiegato su se stesso da avere smarrito la propria humanitas. Furono gli stessi romani che avevano giustiziato il Messia a esaltare e diffondere questo concetto, che traduce il termine greco “filantropia”, cioè “benevolenza”. Per humanitas, i latini intendevano una visione morale basata sull’ideale di una umanità positiva, solidale, fiduciosa nelle proprie possibilità e sensibile ai valori e ai sentimenti propri e altrui. Il poeta Terenzio ha riassunto questo ideale in una frase bellissima: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. “Sono un uomo, nulla di umano reputo mi sia estraneo.” Quanta profondità in queste parole dimenticate! Comunque, la Pasqua è alle porte e ci ricorda non solo il sacrificio dell’Uomo di Galilea che venne per redimerci ma anche il senso profondo di cosa significhi essere veri uomini. Non è poi così difficile riuscirci, basta emulare il pettirosso. Nessuno ci chiede di salire fin sul Golgota e mettere a repentaglio la nostra incolumità, sfidando i potenti. Pur tuttavia, se fosse ancora in vita, Gesù ci chiederebbe di mostrarci meno pavidi, meno egoisti, più compassionevoli, più buoni. Ma che dico? Gesù è vivo. Vive dentro di noi e ci indica la Via. Ci chiama e ci chiede maggiore slancio, maggiore fede, maggiore dignità. Distratti come siamo dai mille problemi quotidiani che ci assillano, siamo soliti fare orecchie da mercanti alla sua chiamata. Ma per un giorno almeno, il giorno della Resurrezione, rispondiamo al suo appello. Il regalo più grande che potremmo fargli è comportarci come il pettirosso. Per una volta tanto, dunque, non chiediamo “Signore cosa puoi fare per me?” ma annunciamo: “Signore, io sono pronto. Cosa posso fare per te?”. Aiutiamolo, il povero Cristo sulla croce. Senza storcere il naso. E non tiriamoci indietro se per farlo dovremo macchiarci il petto. Valiamo forse meno di un pettirosso?

Editoriale pubblicato il 22/4/2011 su:

1 commento:

  1. Sono capitata per caso in questo tuo spazio e devo farti i miei complimenti. Mi sono iscritta perché non voglio perdere i tuoi post nell'immenso mare della rete. Se vuoi passare da me mi farebbe piacere.
    Buona serata
    sinforosa

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