martedì 31 maggio 2011

Perché il nostro voto per l'acqua vale più del referendum


Chi pensa che col referendum del 12 e 13 giugno ci limiteremo a confermare o abrogare la legge che privatizza l’acqua, e perciò non vale la pena scomodarci, si sbaglia. Il nostro voto, per quanto possa sembrarci ininfluente, metterà alla prova la nostra reale capacità di costruire un mondo giusto e in pace, anziché in guerra. Nel 1995, il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin profetizzò: “se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI avranno come oggetto del contendere l’acqua”. L’oro blu è diventato un bene più prezioso dell’oro nero. In questo momento, nel mondo si combattono oltre 600 conflitti per il controllo dell’acqua e 37 sono guerre vere e proprie, anche se i mass-media le presentano come scontri politici, etnici e religiosi. L’avidità e l’appropriazione delle risorse del pianeta che appartengono ad altri sono alla radice dei conflitti e del terrorismo. La penuria d’acqua in particolare è la causa primaria della povertà e dell’instabilità politica. La superficie terrestre è ricoperta per il 71% circa di acqua ma l’acqua dolce rappresenta solo il 2,5% del volume totale e per 2/3 si trova nei ghiacciai. Solo l’1% dell’acqua dolce è facilmente accessibile (laghi, fiumi o bacini). Detto ciò, va precisato che se l’acqua dolce sta diminuendo (del 40% negli ultimi trent’anni), per contro se ne consuma sempre di più. Lo scioglimento dei ghiacciai a causa dell’effetto serra e del surriscaldamento globale, l’inaridimento dei corsi d’acqua, l’inquinamento ambientale, il pessimo stato di salute dell’ecosistema e della biodiversità, la diminuzione delle piogge, la deforestazione, la desertificazione del suolo, la globalizzazione coi suoi effetti collaterali e gli sprechi hanno depauperato le risorse idriche del pianeta. L’aumento della popolazione terrestre fa il resto. La pressione demografica è tale che entro il 2025 una persona su tre vivrà in zone aride. Secondo l’Onu, nel 2050, metà dell’umanità (9, 3 miliardi di persone) non avrà acqua potabile. Già oggi, 1,6 miliardi di persone al mondo ne sono prive mentre il 12% della popolazione mondiale consuma l’85% delle attuali risorse idriche. Ogni anno, 1,4 milioni di bambini muoiono per malattie legate alla scarsità o alla contaminazione dell’acqua. Uno ogni 17 secondi. È probabile che presto dovremo difenderci da chi vorrà “rubarci” l’acqua perché ha sete ma soprattutto da chi specula su di essa. Siamo sull’orlo di una crisi idrica spaventosa e di nuove guerre per l’oro blu. Il mondo ha sempre più sete. La soluzione è privatizzare l’acqua?! Mark Twain ne suggeriva un’altra: “il whisky è per bere, l’acqua per combattersi”. Difficile sopravvivere ingollando alcolici. Lo scorso anno, al Forum di Davos sull’acqua, si è giunti alla conclusione che il nostro è “un mondo che sta fallendo”. Nonostante ciò, nel 5° World Water Forum, tenutosi a Istanbul nel 2009, è stata ignorata la nozione di diritto universale e inalienabile di accesso all’acqua. Il fatto è che la guerra dell’acqua ha una data d’inizio precisa ed è imputabile al Forum. La dichiarazione di guerra risale al 2000, quando il Consiglio mondiale sull’acqua decise il cambiamento di status giuridico dell’oro blu, che da “diritto umano” divenne “bisogno umano”. Ciò significa che da dieci anni l’acqua del pianeta obbedisce alle leggi di mercato. In sostanza, l’acqua non è più un diritto inalienabile, come la vita e l’aria, ma un bene soggetto alle regole economiche della domanda e dell’offerta. Che dire? Se andremo a votare, possano ispirarci le parole di San Francesco: “Laudato sì, mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta”. Personalmente, dubito che il poverello di Assisi approverebbe il furto legalizzato dell’acqua e la sua vergognosa mercificazione. 

Editoriale pubblicato il 29/5/2011 su:


lunedì 30 maggio 2011

Sì, abbiamo ancora bisogno di giovani eroi

“Triste è quel Paese che ha bisogno di eroi”, ammonisce una battuta di Bertold Brecht. Preferisco pensare che l’eroismo - inteso nella sua accezione moderna, per cui l’eroe è colui che per proteggere il bene altrui o comune compie uno straordinario atto di coraggio che può comportare il sacrificio della propria vita - sia un valore irrinunciabile oltre che l’espressione più alta della grandezza umana. Perciò, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, mi sento di proporre la “Top Ten” degli eroi di cui dobbiamo andare fieri. È una lista opinabile e ovviamente incompleta. D’altra parte, siamo un popolo di eroi oltre che di santi e navigatori, le alternative non mancano. L’eroe numero uno è Giuseppe Garibaldi. Eroe dei due mondi, tanto per essere chiari. Peccato che molti (al Nord come al Sud) dicano di lui peste e corna perché ha unito l’Italia. Garibaldi è come il Mel Gibson di Braveheart. Averne uomini col suo coraggio e il suo carisma al giorno d’oggi! Gli altri eroi dell’Unità d’Italia della mia lista personale sono: i Fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Silvio Pellico, Cesare Battisti, Enrico Toti, Salvo D’Acquisto, il “duca di ferro” Amedeo di Savoia-Aosta, l’accoppiata Falcone-Borsellino e, ultimi ma non ultimi, i nostri militari caduti nelle missioni di pace. Immagino che i lettori appartenenti alle ultime generazioni ignorino alcuni di questi nomi, mentre hanno certamente confidenza con gli eroi dei fumetti, del Cinema e dei campi di calcio. Tempo fa, un liceale mi ha chiesto se Enrico Toti gioca nella Roma. Ho risposto che questo Toti ha una sola T e che cadde colpito a morte dopo aver lanciato le sue stampelle contro il nemico. Il giovanotto avrà pensato che l’avversario gli aveva rotto il menisco. La verità è che la concezione dell’eroe muta coi tempi. Un’altra verità è che gli eroi non sono poi così diversi da noi. Hanno le nostre stesse paure ed esitazioni. Un esempio? Amleto e Macbeth sono gli eroi shakespeariani per antonomasia. Eppure, non sono forse entrambi spaventati da uno spettro? Ognuno di noi deve vedersela coi propri spettri, che sono aumentati a dismisura da quando c’è la recessione, la crisi del maschio e il crollo dei valori etici e dei sogni. Guardiamoci attorno: il coraggio latita e l’altruismo sonnecchia. Oggi vanno di moda i tipi come Tersite, il personaggio dell’Iliade di Omero che incarna l’archetipo dell’anti-eroe. Non rispettava certo l’ideale greco del kalòs kai agathòs (“bello e buono”) e in più era un codardo. Eppure, c’è chi si sforza di rivalutarne la figura. La revisione storica è di gran moda e anche Giuda ha i suoi estimatori. Ma proviamo invece a riflettere sul fatto che il nostro Paese ha dato i natali a tanti eroi e che si continua a morire da eroi (vedi Libano e Afghanistan) per il bene di un estraneo. Come si spiega? Forse l’eroismo è nel nostro DNA almeno quanto la viltà e la furbizia. Non so come facciano a convivere. So che alla domanda posta nel titolo è lecito rispondere: Sì, abbiamo ancora bisogno di eroi. Non devono esplodere per forza su una mina nemica per essere tali. Francesco Taiana, il giovane che sabato si è tuffato nel lago, nei pressi di Villa Olmo, per salvare una bambina caduta in acqua, è un esempio di come si possa affrontare l’imprevedibile con generosa audacia. In un Paese come il nostro, che si interroga sul futuro con legittima apprensione, è salutare compiere piccoli atti eroici. Il beau geste ci restituisce un po’ di fiducia. Comunque, esistono eroismi forse più banali ma altrettanto meritori. Quali? Non fuggire dall’Italia, tenere unita la famiglia e far crescere i figli con amore e rettitudine, fare il proprio dovere nonostante lo sfascio e persino pagare le tasse. 
Cose che richiedono una certa dose di coraggio.

Editoriale pubblicato il 30/5/2011 su:


venerdì 27 maggio 2011

Vivere in armonia grazie agli angeli


Gli angeli desiderano la nostra felicità. Essi ci assistono e ci guidano nelle peripezie della vita materiale e spirituale con uno scopo nobile: renderci felici. Purtroppo, la via che conduce alla felicità può battere i territori della sofferenza, attraversare le lande della fatica e dello sconforto. Il dolore diventa il dazio gravoso ma necessario che la vita, gabelliere impietoso, reclama prima di mostrarci il suo lato migliore. Gioia e dolore sono fratello e sorella, come ci ricorda un proverbio indiano; dobbiamo imparare ad accettarli entrambi. Ma cos’è la felicità se raggiungerla può rivelarsi impresa faticosa o improba? 
È dalla notte dei tempi che l’umanità s’interroga sulla natura della felicità senza mai giungere a una risposta definitiva. Con altrettanta insistenza gli uomini la cercano, la inseguono, la invocano. Ogni epoca, poi, ha costruito il proprio modello di felicità e vi si è adattato. Per gli abitanti dell’America precolombiana la felicità era galoppare in una prateria piena di bufali e piantare la propria tenda sulle rive di un fiume. Gli odierni abitanti di New York la pensano diversamente. Come ha scritto Erich Fromm, “la felicità dell’uomo moderno è guardare le vetrine e comprare tutto quello che può permettersi, in contanti o a rate”.  Va da sé che l’archetipo attuale, quand’anche fosse realizzato, non assicura affatto la felicità ma, caso mai, la prosperità materiale. E facilmente, essa è in grado di produrre pulsioni, sentimenti e stati d’animo che alla lunga si rivelano fonte di infelicità. Sarebbe quanto mai utile, dunque, indagare le ragioni che rendono la grande maggioranza degli esseri umani infelici a dispetto del fatto che aspirino a trovare il Paradiso in terra. “La più grande felicità è conoscere le cause dell’infelicità”, annotava Dostoevskij nel suo Diario di uno scrittore. Quali sono queste cause? 
Gli angeli ci rispondono che la principale causa dei mali che ci affliggono e delle disgrazie che ci capitano è la nostra disarmonia. Difficilmente l’uomo trova il proprio punto di equilibrio nella realtà in cui vive. Questa difficoltà è fisiologica ed è imputabile ai limiti stessi dei nostri sensi, che ingannano la coscienza e la privano della consapevolezza dell’unità di tutte le cose. La nostra mente coglie e analizza la realtà esteriore secondo i meccanismi ingannevoli della legge di polarità. In sostanza, la nostra prospettiva è tale da indurci a credere che noi siamo un polo della realtà e il mondo è il polo opposto e contrario. Questa visione ci condiziona al punto da non farci riconoscere la verità più alta: ogni cosa è parte di una totalità. È la visione organicistica degli orientali, secondo i quali tutto ciò che esiste nell’universo e tutti gli eventi del tempo sono solo differenti aspetti o manifestazioni della realtà ultima. Anche l’uomo è parte integrante di questo tutto inseparabile e armonioso, solo che non lo sa o non lo ricorda. La non consapevolezza crea il doloroso distacco fra il nostro Io e l’universo, che l’Io considera ostile. La nostra mente diventa così fonte d’involontaria alienazione e distrugge l’armonia naturale delle cose. Fa di noi un puntino nero nella candida via lattea. Imitando il saggio cinese Chuang-Tzu dovremmo ripetere: “Faccio parte del gran tutto!”. Sarebbe il primo passo verso il risveglio della coscienza, conditio sine qua non per volgere lo sguardo verso la felicità e andarle incontro. Se siamo infelici non dobbiamo accusare gli altri o il destino ma noi stessi, dobbiamo mettere sul banco degli imputati il nostro intelletto, incapace di armonizzarci con il cosmo. Non è facile accettare la verità che il mondo fisico e quello mentale siano fatti della stessa sostanza, che la medesima energia dia forma a un ornitorinco come allo spinterogeno della nostra auto. Un uomo e un cactus sono composti entrambi di carbonio, idrogeno e ossigeno. Condividono gli stessi elementi (etere, aria, acqua, fuoco e terra) o per dirla con linguaggio scientifico gli stessi campi di quanti, bosoni, leptoni, ecc. La fondamentale unicità dell’universo è una delle più importanti rivelazioni della fisica moderna. Anche Tagore, che di mestiere invece faceva il poeta, riconosce che “quella stessa corrente di vita che scorre per le mie vene, notte e giorno, scorre per il mondo danzando in ritmiche movenze”. È una caratteristica del pensiero indiano descrivere la realtà sotto forma di danza cosmica. Una delle raffigurazioni più note di Shiva è proprio quella in cui il dio danza armoniosamente; i movimenti circolari di Shiva Nataraja esprimono il flusso incessante di energia che attraversa una infinita varietà di configurazioni dinamiche che si fondono l’una con l’altra. È la stessa danza cui sono sottoposte le particelle subatomiche. Per i fisici subatomici come per i mistici indiani l’universo non è altro che un infinito campo di movimento e attività senza fine, una incessante danza cosmica di energia. Anche chi mi legge partecipa alla danza. In questo preciso momento, i suoi atomi stanno vibrando all’unisono con le galassie, stanno ballando una polka sfrenata. Nel corpo umano avvengono seimila miliardi di reazioni al secondo! Moltissime sono risposte a stimoli esterni. Sicché tutto ciò che si verifica a pochi centimetri da noi piuttosto che su Alpha Centauri ci riguarda, ci coinvolge. Comprenderlo significa muovere il primo passo verso una più facile integrazione del nostro Io nel grande disegno divino. E significa, soprattutto, entrare in armonia con il mondo esteriore, non sentirlo più ostile ma amico in virtù delle sue affinità con il nostro Io ed del legame che ci unisce. “Bisogna raggiungere con lo yoga l’unità dell’armonia”, suggerisce Krishna ad Arjuna nella Bhagavad-Gita. È il credo dell’induismo. Era anche il messaggio esoterico di Gesù. Nel Vangelo di Tomaso, l’apocrifo più famoso, il Maestro promette che: “Quando farete di uno due e renderete l’interno come l’esterno e ciò che è alto come ciò che è basso, e del maschio e della femmina una cosa sola… allora entrerete nel Regno”. Il Regno dei Cieli è possibile. Ed è possibile conquistarlo già in questa vita, il cui fine ultimo è di consentire all’anima di apprendere e crescere. Quando Tagore scrive che “sviluppare progressivamente la coscienza della propria unità col tutto è il punto di arrivo verso il quale tendere ogni sforzo”, ci indica dunque la via dell’armonia, l’opzione della felicità. 

Cosa c’entrano gli angeli con tutto ciò? C’entrano eccome. Gli angeli ci orientano e ci istruiscono su questa via. Essi lavorano per costruire il Regno dei Cieli sulla Terra. Tutti i loro insegnamenti possono essere riassunti sotto l’epitome: Vivere in armonia. Poiché vivere in armonia con il proprio Sé, con il prossimo e con il mondo intero - di cui sentirsi parte integrante - significa vivere felici. L’armonia è come un tempio, ha bisogno di colonne che lo reggono. La felicità viene alla porta dove sente ridere, predica un antico detto giapponese. È una verità angelica, tant’è che gli angeli ci raccomandano di sorridere, prendere le cose alla leggera (che non significa, però, con superficialità) e sdrammatizzare. Il famoso scrittore umorista inglese G.K. Chesterton affermava che “gli angeli sono capaci di volare perché si sanno prendere alla leggera”. È una ricetta semplice ma efficace. Naturalmente il sorriso non ci insegna a volare ma può rivelarsi un’ottima medicina dell’anima Un altro detto popolare dice: se vuoi che la vita ti sorrida mostrale il tuo buon umore. Ricordiamoci che il buonumore è contagioso e attira simpatia. Uno spirito allegro avvicina così come uno immalinconito allontana. Gli angeli per primi accorrono numerosi e festanti là dove un cuore ride e dispiega sulle labbra il suo sorriso. Il riso è il profumo della vita;  peccato che ne facciamo un uso di gran lunga inferiore alle nostre potenzialità. Gli angeli apprezzano i nostri divertimenti, purché siano sani e non rechino fastidio o danno agli altri. Ci stimolano a incorporare nella nostra vita il gioco, che come diceva Jung è “il principio dinamico della fantasia”. Ci spronano ad essere gioiosi e ottimisti, a cogliere sempre il lato positivo delle cose. Essi sono i precursori del “pensiero positivo” divenuto di moda negli ultimi tempi grazie a molte pubblicazioni e ai numerosi guru che lo insegnano. Ma è veramente necessario insegnare ciò che è dentro di noi fin dalla nascita? Un bambino sorride istintivamente e vede il mondo a colori. Gli angeli ci chiedono di tornare bambini ogni volta che possiamo, così da rallegrare la nostra visione del mondo, che è appiattita e in bianco e nero. Amano il nostro entusiasmo, soprattutto quando è finalizzato al bene e non vogliono che ci preoccupiamo oltre misura. Ci ricordano che Dio veste anche i gigli dei campi e dunque non trascura nessuno dei suoi figli. È pur vero che l’allegria non riempie lo stomaco, ma darsi pena equivale a torturarlo. Gli angeli ci invitano ad applicare questa regola: se abbiamo un problema e possiamo risolverlo è inutile preoccuparci, se abbiamo un problema e non possiamo risolverlo è inutile darci pena. In ogni caso, le preoccupazioni sono inutili, ci distraggono da quella che dovrebbe essere la nostra occupazione maggiore: produrre allegria per noi e per gli altri. Un insegnamento angelico basilare è che la fonte primaria della felicità e della gioia è la stabilità mentale, la pace interiore. Nulla è più piacevole del coricarsi con il cuore in pace, con la coscienza tranquilla e dormire beatamente. Ogni volta che chiudiamo gli occhi nel nostro letto dovremmo prendere in considerazione la possibilità che durante il sonno l’angelo della morte venga a prenderci. Dovremmo chiederci se siamo pronti, se siamo a posto con la nostra coscienza. Se la risposta risultasse negativa, significherebbe che dobbiamo lavorare molto per guadagnarci la stima degli angeli, che ci mettono in guardia dall’ira e da ogni altra forma di intemperanza, dalle passioni smodate, dall’intolleranza. Questi sentimenti mortificano la nostra mente, avviliscono la nostra coscienza e distruggono il nostro equilibrio. Sono la fonte dei rimpianti e dei rimorsi. Un insegnamento angelico altrettanto importante è l’amore, che nelle sfere celesti è considerato la base di tutto. Bisogna amare se stessi e gli altri allo stesso modo, in più occorre amare disinteressatamente, i nemici come gli amici. Bisogna amare senza attaccamento, con altruismo. Per gli angeli è facile. Essi fluttuano in un oceano d’amore e sono ricchi di compassione e filantropia. Naturalmente non è facile seguire il loro consiglio. Gli indiani usano augurare che “l’amore sia come un drappo che avvolge la tua vita e la tua morte” e affermano che un’anima piena d’amore è come un fiume pieno d’onde. Agli angeli, capaci di amare in modo così assoluto come solo ai santi forse riuscì, viene spontaneo chiederci di rivestirci d’amore, affinché il giorno della nostra morte sia per il Cielo un giorno di festa. E ci invitano a uscire dagli argini, a straripare inondando i cuori aridi per renderli fertili. L’amore è la radice della vita ma non affonda nella terra bensì nel cielo. I messaggeri alati ci chiedono di amare come Gesù amò, spendendo il nostro ardore per Dio, il massimo affetto per i nostri cari, la misericordia per i nostri nemici, la solidarietà per chi soffre. L’amore è il nostro ascensore per l’Eden. Nella sue Confessioni, Sant’Agostino ha scritto che “l’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo”. È grazie all’amore che la nostra anima può evolversi e rendere più spedito il suo viaggio verso Dio. Perché è questo che gli angeli ci chiedono: diventare finalmente noi stessi. I modi d’amare sono tanti quanti le stelle nel firmamento. Nel suo brillante saggio L’arte di amare, Fromm ce ne dà un esempio. L’amore immaturo dice: “Ti amo perché ho bisogno di te”. L’amore maturo dice: “Ho bisogno di te perché ti amo”. Ovviamente la differenza è rilevante. Gli angeli ci suggeriscono un terzo modo di amare, il più completo: “Ti amo perché hai bisogno di me”. Nell’accezione angelica, amare significa soprattutto fare dono di sé. Non solo alla propria famiglia o agli amici, ma a chiunque ha bisogno d’amore. Gli angeli ci suggeriscono di amare i malati, i sofferenti, gli anziani, gli animali, i disperati, i nemici, quelli che ci offendono e ci odiano. Non è forse indicativo che il gesto di donare procuri alle anime luminose maggior piacere di quanto non ne rechi loro il ricevere? Amare disinteressatamente è fonte di piacere puro. Amare significa anche perdonare e gli angeli ci chiedono di essere indulgenti mettendo in pratica la golden rule che accomuna tutte le grandi religioni. Questa regola invita a fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Errare è umano, perdonare è divino. Sarebbe una ragione in più per concedere il nostro perdono a chi ci ha fatto un torto poiché ciò ci avvicinerebbe a Dio. Gli angeli si rallegrano molto quando siamo misericordiosi. Essi sanno che la misericordia è la sorella maggiore del perdono. Questa verità è annunciata con candore nel capitolo XXI dei Promessi Sposi, dove Lucia afferma: “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!”. È così che funzionano le cose nel settimo Cielo. Gli angeli non amano le bugie. Ci invitano a scegliere sempre la strada della verità, anche se è lastricata di difficoltà. Chi ha camminato nella verità ha creato la vita, dicevano i Sumeri. I vantaggi della verità sono superiori a quelli della menzogna, la cui corda è corta. Swedenborg ne citava uno dai risvolti utilitaristici: “più amiamo il bene e la verità e più gli angeli amano stare con noi”. Le Intelligenze divine ci istruiscono continuamente nella pratica della virtù. I loro consigli sviluppano il nostro istinto morale, che i Greci chiamavano aidos. Sempre i Greci coltivavano quell’areté che come un paniere contiene i beni preziosi dell’anima. Questo termine comprende tutte le buone qualità fisiche e morali possibili in un uomo. Significa nello stesso tempo “dote eminente”, “eccellenza”, “abilità”, “valore”, “pregio”, “lealtà”, “bontà”, “attitudine”, “onore”, “benemerenza” e “stima”. È ciò che in italiano traduciamo e intendiamo come “virtù”. Platone affermava che l’areté è quella elevatezza e nobiltà di sentire che ci viene dagli dei e costituisce il segno della nostra superiorità. Ma la vera superiorità, ci ammoniscono gli angeli, è mettersi al servizio degli altri. Abbassandoci ci innalziamo, umiliandoci agli occhi di Dio ci eleviamo. Confucio sosteneva che l’uomo superiore cerca in se stesso mentre l’uomo da poco cerca negli altri. In questa massima si ritrova l’invito universale a conoscere se stessi. Anche gli angeli ci chiedono di farlo. Sanno che nel nostro cuore dimora la verità. Essi si ricordano del tempo in cui la nostra anima non incarnata era illuminata dalla luce della conoscenza cosmica. Tutto ciò che ci insegnano è già in noi. Purtroppo, abbiamo bevuto l’acqua del Lete prima di scendere nel nostro attuale corpo. Abbiamo dimenticato. Conoscere se stessi diventa così l’opera di riscoperta, che come la trasmutazione alchemica è un cammino di perfezionamento. Gli angeli operano dunque come alchimisti invisibili e si prodigano per lucidare la nostra anima e trasformarla in luce aurea. L’obiettivo è farci prendere coscienza dell’unità delle cose, attraverso la quale possiamo imparare a vivere in armonia col Creato. 
(9. continua).

lunedì 23 maggio 2011

La guerra per l'oro blu


È probabile che lo Spirito di Dio aleggiasse ancora sulle acque – come afferma la Bibbia – quando le città-stato sumere di Umma e Lagash iniziarono a contendersi le risorse idriche del Tigri e la fertile regione da esso bagnata. Per quasi un secolo, i re di Lagash avevano deviato le acque del fiume tramite alcuni canali per privare la rivale Umma dell’approvvigionamento idrico, il ché provocò un conflitto che ebbe fine solo con la stipulazione di un trattato. Accadeva nel 2.500 a.C. Probabilmente, fu il primo accordo internazionale sull’acqua concluso dall’uomo.
In questo momento, nel mondo si combattono oltre 600 conflitti per il controllo dell’acqua e 37 sono guerre vere e proprie, per quanto i mass-media le presentino artatamente come scontri politici, etnici e religiosi. Il fatto è che molte nazioni dipendono da fiumi che non scorrono nel loro territorio, e perciò è facile che si azzuffino con chi detiene il controllo delle risorse idriche. Un po’ come accadeva fra Umma e Lagash. Alcuni esempi? Israele nega ai palestinesi l’acqua del Giordano. Turchia, Siria, Iraq e Kurdistan litigano per le acque del Tigri e dell’Eufrate. Egitto, Sudan ed Etiopia si contendono le acque del Nilo. India e Pakistan quelle dell’Indo. India e Bangladesh vogliono il controllo del Gange. Le dighe che Cina e Laos vogliono costruire a monte del Mekong creano problemi al Vietnam e alla Cambogia. USA e Messico si disputano il Colorado e bisticciano per il Rio Grande. Se il XX secolo si è chiuso con le guerre per l’oro nero (il petrolio), il XXI secolo promette scenari nuovi. Come affermò nel 1995 il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin, “se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio,  quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. È pressoché certo che nei prossimi anni si scateneranno guerre senza quartiere per il possesso e la gestione dell’oro blu (l’acqua). Purtroppo, come scrive Vandana Shiva nel saggio Le guerre dell’acqua, “l’avidità e l’appropriazione delle risorse del pianeta che appartengono ad altri sono alla radice dei conflitti, alla radice del terrorismo”.
Perché? Sembra una domanda banale ma la risposta, per quanto possa apparire scontata, non è semplice. Va da sé che la penuria d’acqua è la causa principale della povertà e della instabilità politica. Negli ultimi trent’anni l’acqua dolce sulla Terra è diminuita del 40%. Ne consegue che le guerre dell’acqua sono causate dal fatto che di acqua ce n’è sempre meno su un pianeta un po’ meno blu di com’era. Sembrerà strano a chi è solito lasciare scorrere allegramente l’acqua del rubinetto e spreca oltre 150 l. di acqua potabile ogni volta che fa il bagno nella vasca. Strano ma vero. E se è vero che “l’acqua è il principio di tutte le cose”, come sosteneva il filosofo Talete, fra poco ci ritroveremo in guai molto seri. È infatti probabile, dati alla mano, che resteremo a secco o, quanto meno, dovremo difenderci da chi vorrà “rubarci” l’acqua perché ha sete.
Vediamo alcuni dati su cui riflettere. La superficie terrestre è ricoperta per il 71% circa di acqua. Il volume d’acqua è stimato in 1.360.000.000 km³. Il 97,3% è formato di acqua marina. L’acqua dolce rappresenta solo il 2,5% del volume totale e per 2/3 si trova nei ghiacciai, per lo più in Antartide e Groenlandia (che sono le principali risorse di acqua dolce del pianeta). Il rimanente terzo si trova quasi interamente nel sottosuolo e solo l’1% dell’acqua dolce è facilmente accessibile, trovandosi in laghi, fiumi o bacini. Detto ciò, va precisato che l’acqua dolce sta diminuendo progressivamente e, per contro, se ne consuma sempre di più. Lo scioglimento dei ghiacciai a causa dell’effetto serra e del surriscaldamento globale, l’inaridimento di molti corsi d’acqua, il crescente inquinamento ambientale, il pessimo stato di salute dell’ecosistema e della biodiversità, la diminuzione delle precipitazioni piovose, la deforestazione e desertificazione del suolo, la globalizzazione coi suoi effetti collaterali e gli sprechi hanno depauperato le risorse idriche del pianeta. L’aumento della popolazione terrestre fa il resto, anzi è determinante. La pressione demografica è tale che entro il 2025 una persona su tre vivrà in zone dove l’acqua scarseggia o manca del tutto. L’Onu prevede che nel 2050 metà dell’umanità (9, 3 miliardi di individui) non avrà l’acqua potabile. Siamo sull’orlo di una crisi idrica che definire spaventosa è poco. Già oggi, l’emergenza è primaria; dall’Africa sub sahariana all’America latina, dal Bangladesh al Medio Oriente, il mondo ha sete. Una sete pazzesca. Come soddisfarla? Mark Twain suggeriva: “il whisky è per bere, l’acqua per combattersi”. Difficile sopravvivere ingollando bourbon.
Lo scorso anno, al Forum di Davos sull’acqua, si è giunti a una conclusione lapidaria: il nostro è “un mondo che sta fallendo”. Nonostante ciò, nel 5° World Water Forum, tenutosi a Istanbul nel 2009, è stata ignorata la nozione di diritto universale e inalienabile di accesso all’acqua. Si spera che nel prossimo Forum mondiale dell’acqua, in programma a Marsiglia nel marzo 2012, questo diritto venga riconosciuto e l’Onu possa attuare un grande piano pubblico simile a un “Protocollo di Kyoto” per le risorse idriche. Non va dimenticato, però, che la guerra dell’acqua come business ha una data d’inizio precisa ed è imputabile al Forum. La dichiarazione di guerra (tutti contro tutti, ma in particolare i ricchi contro i poveri) risale al 2000, l’anno in cui si svolse il 2° World Water Forum. A L’Aja, in Olanda, dove l’acqua abbonda, fu infatti deciso dal Consiglio mondiale sull’acqua (organismo voluto dalla Banca Mondiale) lo storico e nefasto cambiamento di status giuridico dell’oro blu, che da “diritto umano” diventò “bisogno umano”. Tradotto, significa che da dieci anni l’acqua del pianeta obbedisce alle leggi di mercato. I plutocrati hanno infatti deciso che l’acqua non è più un diritto inalienabile, come la vita e l’aria, ma un bene soggetto alle regole economiche della domanda e dell’offerta. Aberrante!
Ecco altri numeri da ponderare. Secondo l’Onu, attualmente 1,6 miliardi di persone al mondo non hanno accesso all’acqua potabile. Un terzo della popolazione della Terra non ha accesso ai servizi igienici di base né dispone di reti fognarie adeguate. Il 12% della popolazione mondiale consuma l’85% delle attuali risorse idriche. Un cittadino americano “fa fuori” 425 litri di acqua al giorno contro i 10 litri di un abitante del Madagascar. Un bambino residente in un paese industrializzato consuma acqua potabile da 30 a 50 volte più di un bambino di in paese in via di sviluppo. L’Unicef denuncia: ogni anno 1,4 milioni di bambini muoiono per malattie prevenibili legate alla scarsità o alla contaminazione dell’acqua. Uno ogni 17 secondi. Ma sono 5 milioni gli esseri umani che muoiono ogni anno per la stessa causa. L’Africa vince alla grande.
Sarebbe un errore pensare che il problema idrico riguarda solo i paesi in via di sviluppo. In Europa, ad esempio, subiamo il cosiddetto “paradoxe de l’eau”. Qual è il paradosso? Pur essendo l’acqua una risorsa vitale esauribile, si continua a sprecarla. Per di più, il 16% della popolazione europea non ha accesso all’acqua potabile. La siccità sta peggiorando la situazione. Piove sempre meno, i ghiacciai delle Alpi si stanno sciogliendo e spendiamo il 44% dell’acqua estratta per produrre energia. Una recente relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente ha confermato che in molte parti del vecchio continente l’utilizzo dell’acqua è divenuto insostenibile.
Per quanto riguarda l’Italia, è lecito affermare che siamo un’isola felice (in parte, però, vista la scarsità d’acqua nel Mezzogiorno). Al momento non c’è una penuria preoccupante, ciò non toglie che occorre gestire le risorse idriche in maniera più oculata. Il nostro problema maggiore è lo spreco, deprecabile anche moralmente. Ogni giorno, ognuno di noi consuma mediamente  237 litri di acqua (di cui solo l’1% per bere) e ne spreca il 27%, che si perde nelle tubature. Un italiano su tre non ha un accesso regolare e sufficiente alla rete idrica. All’inizio del secondo decennio del XXI secolo, ben 8 milioni di italiani non hanno l’acqua potabile e 18 milioni la bevono non depurata. Incredibile, vero? D’altra parte, il 35% del territorio nazionale è desertificato e ogni anno ci concediamo il lusso di sprecare 95 milioni di litri solo per innevare artificialmente le piste di sci. I dati del rapporto Blue Book 2009 indicano che il nostro è un Paese reale lontano da quello ideale, sconosciuto ai più. Siamo al terzo posto nel mondo per i consumi pro capite di acqua minerale dopo gli Emirati Arabi e il Messico con 205,6 litri. Ma siamo i leader mondiali nell’imbottigliamento con 192 fonti e 325 marche. Spendiamo 5,5 miliardi di euro per bere l’acqua effervescente eppure i nostri acquedotti coprono il 95,9% della penisola. Preferiamo pagare l’acqua a peso d’oro (fino a 1.000 volte in più rispetto al costo dell’acqua che esce dal rubinetto ma proviene anch’essa dalle falde sotterranee), illudendoci che sia taumaturgica. La privatizzazione dell’acqua prevista dal Decreto Ronchi renderà il quadro ancora più assurdo. Presto, l’oro blu sarà un bene di lusso. Cambieranno solo le tariffe, non la qualità del servizio. In attesa che un giorno non troppo lontano qualcuno deciderà di privatizzare anche l’aria che respiriamo, per cui dovremo pagare l’ossigeno.
Il quadro è agghiacciante. Non è colpa dell’uomo se la distribuzione delle risorse idriche prescinde dalla densità della popolazione, per cui gli islandesi dispongono di una quantità d’acqua 20.000 superiore alle loro necessità mentre per dissetarsi lo Yemen deve ricorrere ai pozzi e al pompaggio. In effetti, la vera sperequazione è dettata dalla natura, che ha condensato in meno di dieci nazioni il 60% delle risorse idriche del pianeta. Pur tuttavia è certamente antropica la causa della grave crisi che dobbiamo affrontare. Avidità, stupidità e sete di potere hanno infatti creato il problema della scarsità d’acqua, che è diventata un casus belli. Si combatte per deviare un fiume, costruire una diga, gestire gli acquedotti, privatizzare i bacini idrici, scavare un pozzo se non addirittura per assumere il controllo del mercato delle acque minerali. Spesso si combatte con le armi, a volte senza, nelle stanze silenziose dei grattacieli dove hanno le loro sedi il Fondo Monetario Internazionale e il WTO (l'Organizzazione Mondiale del Commercio), la Banca Mondiale e le potenti multinazionali. Chissà se un giorno, i padroni del business dell’oro blu in bottiglia, cioè i gruppi Veolia-Vivandi, Suez-Lyonnaise des Eaux, SAUR, RWE, Nestlé, Danone e altre, ingaggeranno eserciti di ventura per mantenere il controllo delle sorgenti? E chissà se riusciranno a mantenere i loro attuali privilegi i ricchi che a Manaus e a Johannensburg vivono in ville protette con muri elettrificati e dotate di enormi piscine e parchi irrigati notte e giorno, mentre le baraccopoli che sorgono dall’altra parte della strada, a pochi metri, sono prive d’acqua o dispongono solo di polle di acqua inquinata? Può darsi che un giorno Dio perda la pazienza. 
“Laudato sì, mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta” – cantava San Francesco. 
Forse il poverello di Assisi nemmeno capirebbe il significato di parole come “privatizzazione” e “mercificazione” dell’acqua, figliastre della “globalizzazione”. 
Come sono tristi e inascoltate le sue splendide parole!

mercoledì 18 maggio 2011

Altri epitaffi


11.
Qui riposa la Speranza
che fu l’ultima a morire.
Beati gli ultimi perché saranno
i primi a fuggire.

12.
Qui giace la Fantasia
assassinata con maestria
da un killer di professione:
la Televisione.
13.
Qui giace uno psicanalista
troppo curioso.
Cercò nel suo inconscio,
setacciò tutto il subconscio
e quando arrivò
in fondo al substrato
scoprì di non essere mai nato.

14.
Qui giace Romolo Carbone,
macellaio di professione.
Nel tagliare due filetti e una costata
s’inferse una letale coltellata.
Urlò, prima di morire:
“Fanno trentanovemilalire!”

15.
Qui giace Cleofe Rinaldi
la segretaria perfetta.
La tapina non ha requiem
perché aspetta
che il capufficio la raggiunga
nei loculi del camposanto.
Quel giorno, per incanto,
ricomincerà a battere sui tasti,
precisa come un orologio,
per scrivere il necrologio.

16.
Qui giace
sotto mentite spoglie
l’inganno.

17.
Qui giace il merito.
L’invidia le tolse la vita
e prosperò impunita.

18.
Qui furono sepolti
sotto un’alluvione di vaffa
i miseri resti
della buona educazione.
O voi che transitate
non perdete la staffa
e imparate la lezione.

19.
Giace da qualche parte
in stato di confusione
la distrazione.

20.
Non restare chiuso qui
Pensiero.
La vita non finisce
in un cimitero.

©giuseppebresciani

sabato 14 maggio 2011

Danimarca: il paese delle fiabe


La Danimarca non è solo un piccolo mondo antico, dove pare che il tempo scorra più lentamente, al ritmo della meridiana solare, ma il moderno paese delle fiabe. Non è incidentale che abbia dato i natali ad Hans Christian Andersen – autore di fiabe famose come Il brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, La Sirenetta e La Principessa sul pisello – e sia la patria della Lego, i cui famosi mattoncini resistono alle mode. È anche il più antico regno d’Europa; fu infatti fondata come nazione mille anni fa. Non è dunque fuori luogo considerarla un reame per certi aspetti ancora incantato. Del mio viaggio in Danimarca conservo solo ricordi gentili, come se i suoi abitanti, discendenti da guerrieri il cui aspetto faceva pensare più a un orso che a un essere umano, altro non abbiano fatto nel corso dei secoli se non smussare l’animus pugnandi con la limetta delle unghie. Per riuscirci hanno tenuto vivo il fanciullino interiore e si sono alleati con la natura, che amano e rispettano come fosse la loro nutrice. C’è chi accusa i danesi d’essere freddi e privi di fantasia, oltre che di amare troppo la Carlsberg e la Tuborg, due vanti nazionali. Può essere. Ma il paese in cui vivono e di cui hanno grande cura è un giardino così accogliente che invita il visitatore a sdraiarsi sul prato e ammirare il pigro passaggio delle nuvole multiforme in un cielo che in certe giornate è blu dolente come la giacca del soldatino di stagno, la cui storia mi commosse quand’ero bambino, ma di quando in quando ha il colore lucente del manto della Madonna.

Copenaghen è una città fiabesca. I suoi canali lucidi come specchi e le sue strade linde, i meravigliosi giardini di Tivoli e il Palazzo di Amalienborg la rendono unica, affascinante. Il suo porto è così pulito che ci si potrebbe fare il bagno. Si ha come la sensazione di trovarsi in un grande parco dei divertimenti sani e un poco ingenui, ma anche in un centro urbano sperimentale, all’avanguardia nella moda, nel design, nell’architettura, sempre al passo coi tempi. Un detto afferma che la Danimarca è il regno della ragione e che Copenaghen è la metropoli dell’educazione e della civiltà. In effetti, in nessun’altra città del mondo ho visto i ciclisti fermarsi per gettare la carta nel cestino e la gente comportarsi come se avesse appena frequentato un corso intensivo di galateo tenuto da Monsignor Della Casa in persona. L’educazione civica è innata e lo si nota passeggiando sullo Stroget, la più lunga strada pedonale del  mondo, che nelle ore diurne è vivace ma ordinata e che di sera straborda, animandosi di musicisti, maghi, giocolieri e artisti di strada. Qui emerge l’animo infantile dei danesi, capaci di restare a bocca aperta di fronte a un giullare anche nell’era di Internet. Presente e futuro convivono armoniosamente col passato, tant’è che a Nyhavn, la zona portuale caratterizzata dalle case colorate affacciate sul canale, sono ormeggiate barche di antica fattura, che ad ammirarle si cade nel vortice degli avventurosi trascorsi del popolo danese. Un popolo la cui terra si affaccia sul Mar Baltico e sul Mare del Nord, per cui si nasce pescatori e navigatori, salvo evolversi fino a mostrare la propria eccellenza in campi insospettabili. Chi direbbe, ad esempio, che i danesi hanno il primato mondiale dei premi Nobel per la Scienza? Copenaghen, divenuta una metropoli negli ultimi anni, si vanta d’essere uno dei poli del ponte di Oresund, una tratta di 15,9 km. che solcando il mare la congiunge a Malmoe. Il viadotto ha unito Danimarca e Svezia, conciliando l’amore e l’odio reciproco di questi due paesi. Si tratta del più lungo ponte strallato d’Europa, il ché conferma che pur amando le favole i danesi sanno essere concreti.

“C’è del marcio in Danimarca” esclama Amleto. Se c’è, non si vede. E la fortezza di  Kronborg, situata a 45 km. dalla capitale, presso la città di Helsingor (più nota come Elsinore), dove Shakespeare ambienta la vicenda del principe danese, conferma che la pulizia è nel DNA degli scandinavi. Per altro, il giorno in cui la Danimarca si trovasse in pericolo, soffocata dalla sporcizia del mondo, l’eroe di pietra Holger il Danese, che dorme nei sotterranei del castello, si risveglierebbe. La gente presta fede a questa leggenda, tant’è che a differenza dei turisti non visita Kronborg per cercare Amleto ma per rendere omaggio al popolare eroico cavaliere barbuto. Né si chiede se è meglio “essere o non essere” per quanto la Danimarca abbia dato i natali a Kierkegaard, il padre dell’esistenzialismo e, forse, il filosofo più triste e depresso della storia. Per contro, i giovani soprattutto si adeguano ai tempi. Si fanno sedurre dalla musica schizofrenica, dalla birra e dalla droga, oltre che dal consumismo, per cui affrontano una variante del dubbio amletico: “Essere o avere?”. Come tutti i popoli “grassi” ma in crisi di valori, oggi anche l’opulente popolo dei dani sembra preferire di gran lunga il benessere materiale all’introspezione. 

Quand’ero bambino, associavo la Danimarca al soldatino con la giacca rossa o blu e il colbacco nero del Dofo. Immaginavo fosse lo spasimante segreto della Sirenetta e che montasse la guardia al castello in cui ella viveva. Temo che il formaggino cremoso danese di cui andavo ghiotto non sia più in commercio. Ne ho perso le tracce. Le cose cambiano e la stessa Sirenetta di bronzo mi è sembrata così piccola e triste sul suo scoglio all’ingresso del porto di Copenaghen! Per fortuna, in Danimarca non mancano i castelli né sono scomparse le testimonianze di un passato rutilante, che ben conosco avendo scritto un romanzo storico (che serbo in un cassetto in attesa della sua ora) ambientato nel Medio Evo danese. Quanto sia importante l’età di mezzo nella storia e nella cultura danese è riscontrabile nelle testimonianze dell’epoca. Certi villaggi locali –  ma penso anche alla fantastica Ribe, la città più antica del Paese – potrebbero fungere da set cinematografico per i film in costume; le case di campagna sono identiche a quelle del tempo dei cavalieri con la cotta di maglia e nei boschi pare di udire l’eco degli zoccoli dei poderosi cavalli della guardia reale. Non ci sono montagne in Danimarca e questa è l’unica ragione per cui è impensabile che il viandante venga assalito da un drago volante. Abbazie e chiese così piccole da far nascere il dubbio che accanto ai giganti con le corna qui abbiano vissuto i Puffi, pullulano ovunque e invitano alla pace interiore. Come resistere a tale invito? La Danimarca ha il tepore di un plaid in cui avvolgersi al finire dell’estate, quanto si avverte il cambio di stagione e le ossa sentono il primo freddo portato dal vento. In questo caso, il vento soffia dal Baltico e racconta le storie delle crociate contro i pirati pagani che un tempo facevano razzia sulle isole e sulle coste dello Jutland. Racconta anche storie d’amore e di pesca. Sono storie tristi, il più delle volte turbative. Non è un caso che Karen Blixen sia danese. La famosa baronessa che amava l’Africa suggerisce nelle sue Sette storie gotiche che la realtà non è mai come sembra. Qual è, dunque, la vera Danimarca? Quella dell’affabulazione, del forte senso civico, dei paesaggi romantici e della vita placida o quella che la tecnologia sta alienando? La Danimarca dei fari con le righe biancorosse, dell’erica che invade le spiagge, delle biciclette, delle candele e dei cigni esiste ancora. Eppure, nelle vie della raffinata Odense ho come avuto la sensazione che i danesi stiano cambiando. Anche qui, si prospetta un futuro dominato dalla fretta e dai bisogni vacui. L’omino impettito del Dofo e il soldatino di stagno stanno abdicando in favore della cyborg generation

Secondo uno studio pubblicato dall’Unesco, la Danimarca può fregiarsi del titolo di “paese più felice della terra”. La sua forza, recita il motto nazionale, è “l’aiuto di Dio e l’amore del popolo”. Il fatto è che la felicità non appartiene a questo mondo e, caso mai, non dura. Eppure, i danesi sfiorano la meta. Nel migliore dei mondi possibili, essi si avvicinano alla felicità confidando in Dio e nell’amore per la propria terra, la propria famiglia, le proprie tradizioni. Sono uomini liberi, fieri d’esserlo. Come restare indifferenti a tale lezione? Pur tuttavia, non è tutto oro quel che luccica. Un dato fa riflettere: la Danimarca ha una percentuale di suicidi che è quasi il doppio di quella dell’Italia. Inoltre, il numero di armi per abitanti è quasi il triplo rispetto all’Italia. Che avesse ragione il povero Amleto? D’altra parte, Kierkegaard sostiene che “l’angoscia è la vertigine della libertà”. Ironia della sorte: troppa libertà, benessere e bellezza provocano il capogiro! La fiabesca Danimarca pare soffrirne.

©giuseppebresciani