sabato 14 maggio 2011

Danimarca: il paese delle fiabe


La Danimarca non è solo un piccolo mondo antico, dove pare che il tempo scorra più lentamente, al ritmo della meridiana solare, ma il moderno paese delle fiabe. Non è incidentale che abbia dato i natali ad Hans Christian Andersen – autore di fiabe famose come Il brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, La Sirenetta e La Principessa sul pisello – e sia la patria della Lego, i cui famosi mattoncini resistono alle mode. È anche il più antico regno d’Europa; fu infatti fondata come nazione mille anni fa. Non è dunque fuori luogo considerarla un reame per certi aspetti ancora incantato. Del mio viaggio in Danimarca conservo solo ricordi gentili, come se i suoi abitanti, discendenti da guerrieri il cui aspetto faceva pensare più a un orso che a un essere umano, altro non abbiano fatto nel corso dei secoli se non smussare l’animus pugnandi con la limetta delle unghie. Per riuscirci hanno tenuto vivo il fanciullino interiore e si sono alleati con la natura, che amano e rispettano come fosse la loro nutrice. C’è chi accusa i danesi d’essere freddi e privi di fantasia, oltre che di amare troppo la Carlsberg e la Tuborg, due vanti nazionali. Può essere. Ma il paese in cui vivono e di cui hanno grande cura è un giardino così accogliente che invita il visitatore a sdraiarsi sul prato e ammirare il pigro passaggio delle nuvole multiforme in un cielo che in certe giornate è blu dolente come la giacca del soldatino di stagno, la cui storia mi commosse quand’ero bambino, ma di quando in quando ha il colore lucente del manto della Madonna.

Copenaghen è una città fiabesca. I suoi canali lucidi come specchi e le sue strade linde, i meravigliosi giardini di Tivoli e il Palazzo di Amalienborg la rendono unica, affascinante. Il suo porto è così pulito che ci si potrebbe fare il bagno. Si ha come la sensazione di trovarsi in un grande parco dei divertimenti sani e un poco ingenui, ma anche in un centro urbano sperimentale, all’avanguardia nella moda, nel design, nell’architettura, sempre al passo coi tempi. Un detto afferma che la Danimarca è il regno della ragione e che Copenaghen è la metropoli dell’educazione e della civiltà. In effetti, in nessun’altra città del mondo ho visto i ciclisti fermarsi per gettare la carta nel cestino e la gente comportarsi come se avesse appena frequentato un corso intensivo di galateo tenuto da Monsignor Della Casa in persona. L’educazione civica è innata e lo si nota passeggiando sullo Stroget, la più lunga strada pedonale del  mondo, che nelle ore diurne è vivace ma ordinata e che di sera straborda, animandosi di musicisti, maghi, giocolieri e artisti di strada. Qui emerge l’animo infantile dei danesi, capaci di restare a bocca aperta di fronte a un giullare anche nell’era di Internet. Presente e futuro convivono armoniosamente col passato, tant’è che a Nyhavn, la zona portuale caratterizzata dalle case colorate affacciate sul canale, sono ormeggiate barche di antica fattura, che ad ammirarle si cade nel vortice degli avventurosi trascorsi del popolo danese. Un popolo la cui terra si affaccia sul Mar Baltico e sul Mare del Nord, per cui si nasce pescatori e navigatori, salvo evolversi fino a mostrare la propria eccellenza in campi insospettabili. Chi direbbe, ad esempio, che i danesi hanno il primato mondiale dei premi Nobel per la Scienza? Copenaghen, divenuta una metropoli negli ultimi anni, si vanta d’essere uno dei poli del ponte di Oresund, una tratta di 15,9 km. che solcando il mare la congiunge a Malmoe. Il viadotto ha unito Danimarca e Svezia, conciliando l’amore e l’odio reciproco di questi due paesi. Si tratta del più lungo ponte strallato d’Europa, il ché conferma che pur amando le favole i danesi sanno essere concreti.

“C’è del marcio in Danimarca” esclama Amleto. Se c’è, non si vede. E la fortezza di  Kronborg, situata a 45 km. dalla capitale, presso la città di Helsingor (più nota come Elsinore), dove Shakespeare ambienta la vicenda del principe danese, conferma che la pulizia è nel DNA degli scandinavi. Per altro, il giorno in cui la Danimarca si trovasse in pericolo, soffocata dalla sporcizia del mondo, l’eroe di pietra Holger il Danese, che dorme nei sotterranei del castello, si risveglierebbe. La gente presta fede a questa leggenda, tant’è che a differenza dei turisti non visita Kronborg per cercare Amleto ma per rendere omaggio al popolare eroico cavaliere barbuto. Né si chiede se è meglio “essere o non essere” per quanto la Danimarca abbia dato i natali a Kierkegaard, il padre dell’esistenzialismo e, forse, il filosofo più triste e depresso della storia. Per contro, i giovani soprattutto si adeguano ai tempi. Si fanno sedurre dalla musica schizofrenica, dalla birra e dalla droga, oltre che dal consumismo, per cui affrontano una variante del dubbio amletico: “Essere o avere?”. Come tutti i popoli “grassi” ma in crisi di valori, oggi anche l’opulente popolo dei dani sembra preferire di gran lunga il benessere materiale all’introspezione. 

Quand’ero bambino, associavo la Danimarca al soldatino con la giacca rossa o blu e il colbacco nero del Dofo. Immaginavo fosse lo spasimante segreto della Sirenetta e che montasse la guardia al castello in cui ella viveva. Temo che il formaggino cremoso danese di cui andavo ghiotto non sia più in commercio. Ne ho perso le tracce. Le cose cambiano e la stessa Sirenetta di bronzo mi è sembrata così piccola e triste sul suo scoglio all’ingresso del porto di Copenaghen! Per fortuna, in Danimarca non mancano i castelli né sono scomparse le testimonianze di un passato rutilante, che ben conosco avendo scritto un romanzo storico (che serbo in un cassetto in attesa della sua ora) ambientato nel Medio Evo danese. Quanto sia importante l’età di mezzo nella storia e nella cultura danese è riscontrabile nelle testimonianze dell’epoca. Certi villaggi locali –  ma penso anche alla fantastica Ribe, la città più antica del Paese – potrebbero fungere da set cinematografico per i film in costume; le case di campagna sono identiche a quelle del tempo dei cavalieri con la cotta di maglia e nei boschi pare di udire l’eco degli zoccoli dei poderosi cavalli della guardia reale. Non ci sono montagne in Danimarca e questa è l’unica ragione per cui è impensabile che il viandante venga assalito da un drago volante. Abbazie e chiese così piccole da far nascere il dubbio che accanto ai giganti con le corna qui abbiano vissuto i Puffi, pullulano ovunque e invitano alla pace interiore. Come resistere a tale invito? La Danimarca ha il tepore di un plaid in cui avvolgersi al finire dell’estate, quanto si avverte il cambio di stagione e le ossa sentono il primo freddo portato dal vento. In questo caso, il vento soffia dal Baltico e racconta le storie delle crociate contro i pirati pagani che un tempo facevano razzia sulle isole e sulle coste dello Jutland. Racconta anche storie d’amore e di pesca. Sono storie tristi, il più delle volte turbative. Non è un caso che Karen Blixen sia danese. La famosa baronessa che amava l’Africa suggerisce nelle sue Sette storie gotiche che la realtà non è mai come sembra. Qual è, dunque, la vera Danimarca? Quella dell’affabulazione, del forte senso civico, dei paesaggi romantici e della vita placida o quella che la tecnologia sta alienando? La Danimarca dei fari con le righe biancorosse, dell’erica che invade le spiagge, delle biciclette, delle candele e dei cigni esiste ancora. Eppure, nelle vie della raffinata Odense ho come avuto la sensazione che i danesi stiano cambiando. Anche qui, si prospetta un futuro dominato dalla fretta e dai bisogni vacui. L’omino impettito del Dofo e il soldatino di stagno stanno abdicando in favore della cyborg generation

Secondo uno studio pubblicato dall’Unesco, la Danimarca può fregiarsi del titolo di “paese più felice della terra”. La sua forza, recita il motto nazionale, è “l’aiuto di Dio e l’amore del popolo”. Il fatto è che la felicità non appartiene a questo mondo e, caso mai, non dura. Eppure, i danesi sfiorano la meta. Nel migliore dei mondi possibili, essi si avvicinano alla felicità confidando in Dio e nell’amore per la propria terra, la propria famiglia, le proprie tradizioni. Sono uomini liberi, fieri d’esserlo. Come restare indifferenti a tale lezione? Pur tuttavia, non è tutto oro quel che luccica. Un dato fa riflettere: la Danimarca ha una percentuale di suicidi che è quasi il doppio di quella dell’Italia. Inoltre, il numero di armi per abitanti è quasi il triplo rispetto all’Italia. Che avesse ragione il povero Amleto? D’altra parte, Kierkegaard sostiene che “l’angoscia è la vertigine della libertà”. Ironia della sorte: troppa libertà, benessere e bellezza provocano il capogiro! La fiabesca Danimarca pare soffrirne.

©giuseppebresciani

1 commento:

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