mercoledì 4 maggio 2011

Industrie farmaceutiche o fabbriche della malattia?


Ho la fortuna di essere sano e di non assumere farmaci. Ho educato il mio corpo a combattere in modo naturale i piccoli squilibri fisici stagionali e a mantenersi in forma grazie a semplici accorgimenti. Sono un pessimo cliente delle industrie farmaceutiche, che considero responsabili di molte malattie umane, provocate da quegli stessi medicinali che dovrebbero curare e invece creano dannosi scompensi psico-fisici (gli effetti “iatrogeni”) e dipendenza. Il paradosso è che sui “bugiardini” delle confezioni dei farmaci si evidenziano gli effetti collaterali, che superano di gran lunga i benefici. Che c’è di strano? Anche sui pacchetti di sigarette c’è scritto “Il fumo uccide”, eppure il tabagismo è molto diffuso. Evidentemente, le industrie farmaceutiche e le manifatture del tabacco confidano che la gente non sappia leggere o sia stupida.
“La medicina consiste nell’introdurre droghe che non si conoscono in un corpo che si conosce ancor meno” ha scritto Voltaire. Aveva torto. Le industrie farmaceutiche non sono così sprovvedute da propinarci droghe di cui ignorano gli effetti. Li conoscono eccome ed è la loro fortuna. Ho avuto la sventura di lavorare per alcuni anni nel settore parafarmaceutico e mi sono fatto un’idea precisa di come funziona il business del farmaco di sintesi. Molti devono la loro vita ai medicinali. Ad esempio i farmacisti. È una verità che alcuni farmacisti “pentiti”, ovvero stanchi di prescrivere medicinali inutili se non dannosi per l’organismo umano, mi hanno confessato in un rigurgito di umanità. Umanità che è totalmente priva in alcuni medici compiacenti ma, soprattutto, nell’establishment delle grandi industrie farmaceutiche, che fanno i soldi con la malattia e non con la salute. Perciò fingono di curare i malati. L’interesse dei cinici produttori di farmaci e vaccini è ovviamente di segno opposto a quello che dichiarano. “Lunga vita alla malattia” potrebbe essere la loro ignobile insegna, il motto che procaccia successo, ricchezza e potere. Poco importa se ad Ippocrate causerebbe il vomito. La medicina è cambiata parecchio dai suoi tempi o da quelli romantici di Pasteur, che diceva: “quando penso ad una malattia, non è per trovarvi rimedio ma per prevenirla”. Oggi le cose vanno al contrario. Ci si limita a rimuovere i sintomi e si creano nuove malattie o la coscienza di esse per produrre e vendere farmaci. Come annotò Proust “sembra che la natura sia in grado di darci solo malattie piuttosto brevi, la medicina ha inventato l’arte di prolungarle”. Creare la dipendenza da farmaco è l’altro impegno costante in cui le industrie farmaceutiche si mostrano eccellenti. La fidelizzazione del cliente garantisce la continuità del flusso di introiti nelle casse del farmacista, del medico e della casa farmaceutica, che è a capo della filiera e gestisce il traffico con la stessa efficienza e disinvoltura con cui Al Capone gestiva il racket della malavita a Chicago. Qualcuno paragona il sistema farmaceutico al Cartello del narcotraffico colombiano; il termine “Farmacartello” rende bene l’idea di un’organizzazione che nel tempo ha asservito alcune grandi università (fra cui Harvard e Yale), controlla l’OMS e la FAO e ha creato una rete fitta di efficaci connessioni politiche, sanitarie e sociali. Fa specie che Silvio Garattini, emerito scienziato e ricercatore scientifico,  nel 2002 abbia rilasciato in un’intervista a Il Tempo questa dichiarazione: “Moltissimi farmaci, un buon 50%, sono inutili: privi di efficacia, vecchi ma ancora sul mercato. Si potrebbero tranquillamente abolire senza che nulla cambi. Anzi, probabilmente migliorerebbe la salute pubblica. Moltissimi medicinali, poi, sono prodotti e venduti senza una base scientifica”. Avrebbe potuto aggiungere altre verità. La più eclatante è che l’industria farmaceutica è la principale responsabile delle inutili sofferenze inflitte a milioni di esseri viventi umani e non, tutti senzienti, in nome dell’interesse economico. Mi riferisco in primis alla vivisezione, chiamata con ipocrisia “ricerca scientifica”.  Non è solo una barbarie inutile, è un inganno grazie al quale le case farmaceutiche mettono in commercio prodotti chimici che recano danno alla salute. Non mi soffermerò sulle implicazioni morali della vivisezione, che condanno a priori e totalmente, volendo invece spiegare le ragioni per cui essa è inefficace. Il fatto che la legge obblighi i produttori farmaceutici a sperimentare nuove sostanze e vaccini sugli animali, anziché sugli esseri umani cui sono destinati, falsa la sperimentazione e comporta risultati inattendibili. Pochi, poi, sanno dell’ignobile procedura in uso nei laboratori di ricerca chiamata LD50 (Letal Dose Fifty Percent). Dosi sempre maggiori del farmaco in fase di studio vengono somministrate a cani, gatti e topi finché il 50% delle cavie non muore. Questo dosaggio è chiamato LD50. Il test è crudele e assurdo perché gli animali, pur soffrendo come gli esseri umani, non reagiscono alle sostanze chimiche e ai farmaci nello stesso modo. La soglia è diversa. Lo dimostra il fatto che molti farmaci sperimentati con questo criterio, una volta messi in commercio si sono rivelati dannosi se non letali per l’uomo. Il protocollo LD50 continua ad essere impiegato sebbene molti scienziati ne abbiano dichiarato l’inutilità e pericolosità. Le case farmaceutiche non intendono rinunciarvi perché rappresenta una tutela giuridica. Si può sempre dare la colpa alle bestie. Ma chi sono le vere bestie?
A volte, tuttavia, le industrie farmaceutiche sperimentano i prodotti sugli esseri umani. Scelti con cura, ovviamente. La Pzifer, uno dei colossi farmaceutici mondiali, nel 1996 sperimentò un nuovo farmaco ancora privo di autorizzazione della FDA sui bambini nigeriani. In Nigeria era infatti scoppiata la peggiore epidemia di meningite della storia e la Pfizer, in lotta con la Bayer, ne approfittò per testare sul posto un nuovo antibiotico. Undici bambini-cavia morirono e molti diventarono sordi o ciechi. Altri subirono lesioni cerebrali. Tanto, un bambino africano in più, un bambino in meno… È solo uno dei uno dei tanti casi di criminalità legalizzata che coinvolgono le industrie del farmaco, cui nessuno chiede di emulare il Buon Samaritano ma neppure di agire come gli untori de I Promessi Sposi. Esistono due modi per “diffondere la peste”. Il primo è creare il virus e spargere i germi. Il secondo è creare bisogni artificiali dettati da falsi parametri. Una delle malattie più remunerative per l’industria farmaceutica è il diabete mellito, la cui causa primaria è lo scarso rapporto testosterone/cortisolo. Per motivi economici, le industrie farmaceutiche ci nascondono che il diabete si sviluppa quando ci sono alti valori di cortisolo e bassi valori di testosterone nell’organismo (per cui basterebbe assumere testosterone, sostanza poco remunerativa), facendoci credere che per curare il diabete ci occorrono molte costose pillole al giorno, alcune delle quali inutili o con effetti collaterali. L’interesse prevale sull’etica. Ancora più scandalosa è la strategia dei vaccini. Le industrie farmaceutiche evitano di immettere sul mercato i vaccini per malattie ad elevato impatto sociale, come l’HIV e l’Epatite C, al fine di tutelare la vendita dei farmaci per i malati cronici, fonte di guadagni stratosferici. Per contro, esse creano e commercializzano vaccini inutili contro malattie a scarso impatto sociale, come l’influenza. Allarmistiche campagne mediatiche inducono in molte persone (soprattutto le fasce deboli, anziani, bambini) la paura del virus e quindi il bisogno di vaccinarsi. Spesso, i vaccini creano disturbi e patologie fin lì inesistenti. È un modo subdolo per creare la domanda di mercato e acquisire nuovi clienti. La gente deve stare male, non bene, perché aumenti il profitto aziendale.
Ho letto che il dottor Maurice Hilleman, ex direttore del settore vaccini della grande multinazionale farmaceutica Merck, dichiarò in un’intervista subito censurata, che milioni di dosi di vaccini contro la poliomelite o la febbre gialla furono infettati ad arte col virus della leucemia, con l’SB40 e altri virus cancerogeni. Non ho elementi per ritenere valida questa terribile notizia, ma coltivo il dubbio che certe malattie apparse negli ultimi anni (fra cui le misteriose malattie neurologiche degenerative) siano state create artificialmente dall’uomo. Sempre che si possa chiamare “uomo” colui che in realtà è un “homunculus” che ha venduto l’anima in cambio  dell’oro.
La strategia delle industrie farmaceutiche comporta la demonizzazione degli agenti patogeni e l’indebolimento del sistema immunitario. Per combattere i virus e i batteri sono stati creati farmaci che hanno favorito le malattie endogene: diabete mellito, osteoporosi, ictus, cancro, infarto e demenza tanto per citarne alcune. Il famigerato Vioxx ha causato oltre 100.000 eventi cardiovascolari. Non è casuale che i farmaci più venduti nel mondo siano quelli che hanno il più alto impatto negativo sull’organismo: eroina, morfina, corticosteroidi, glucocorticoidi e sedativi. Non è un caso neppure il fatto che il marketing farmaceutico abbia modificato ad arte i parametri e i valori della malattia. Fino agli anni Ottanta, ad esempio, si considerava normale un valore di colesterolo nel sangue superiore a 260. Oggi, ci si allarma se raggiunge il valore 200. Lo stesso vale per la glicemia e la pressione arteriosa. Il fine è promuovere l’ipocondria e creare ansia nell’utente. Un esempio eclatante del modus operandi dell’’industria farmaceutica mondiale è il cancro. Alcuni istituti di ricerca hanno scoperto il modo naturale per impedire alle cellule tumorali di diffondersi nell’organismo. Le cellule cancerose si propagano attraverso gli enzimi, che distruggono le molecole di tessuto (collagene) del corpo. Grazie agli amminoacidi (lisina e prolina in combinazione con vitamina C e altri micronutrienti) è possibile rallentare se non inibire in modo naturale e senza effetti collaterali la loro corsa. Ma produrre un rimedio di questo tipo non è lucrativo per le industrie farmaceutiche. Inoltre, significherebbe indebolire il business del cancro. Meglio indebolire il sistema immunitario dei malati. Meglio continuare a praticare la chemioterapia, che somministra sostanze tossiche e distrugge milioni di cellule sane. Meglio produrre e brevettare farmaci chimici scandalosamente costosi e poco importa se sono dei palliativi. In questo modo, il “Farmacartello” – di cui fanno parte Bayer, Pfizer, GlaxoSmithKline, Sanofi-Aventis, Roche, AstraZeneca, Abbott, Merck, Johnson & Johnson, Bristol-Myers Squibb, Novartis e altre industrie, si assicura che la cornucopia continui a riversare oro nel suo forziere. Prendiamo atto di un dato che induce a riflettere: i farmaci sono la quarta causa di morte negli USA. Secondo il Journal of the American Medical Association, ogni anno muoiono negli USA fino a 160.000 persone. I farmaci sono fra le maggiori cause indirette di morte nel resto del mondo, al pari del fumo e dell’alcol. Certo, la fame, le guerre, il cancro e l’AIDS sono più letali, ma chi può dire con certezze quante vittime facciano i medicinali dannosi e i medici compiacenti? Naturalmente, sarei sciocco e fazioso se non riconoscessi la bontà di alcuni farmaci e la loro utilità. La ricerca farmaceutica ha dato anche ottimi frutti, contribuendo a debellare molte malattie endemiche e a migliorare le condizioni di salute di milioni di individui. Ciò non toglie, tuttavia, che i “signori in camice” siano privi di scrupoli e attuino una strategia che mira a un mondo sempre più malato e dipendente dalle cure mediche e dai farmaci. Perché ciò avvenga si finge di curare i pazienti (in realtà, il più delle volte si eliminano solo i sintomi) e si creano nuovi malati (bisognosi di pillole miracolose, esami clinici inutili, cure costose). E se questi, pur numerosi, non bastano, si creano i malati immaginari.
Si narra che Alessandro Magno, in punto di morte abbia esclamato: “Muoio grazie all’aiuto di troppi dottori”. Che beffa sarebbe se prima di esalare l’ultimo respiro ci ritrovassimo ad esclamare: “Muoio grazie all’aiuto delle medicine”! Chi vivrà, vedrà.

©giuseppebresciani

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