lunedì 23 maggio 2011

La guerra per l'oro blu


È probabile che lo Spirito di Dio aleggiasse ancora sulle acque – come afferma la Bibbia – quando le città-stato sumere di Umma e Lagash iniziarono a contendersi le risorse idriche del Tigri e la fertile regione da esso bagnata. Per quasi un secolo, i re di Lagash avevano deviato le acque del fiume tramite alcuni canali per privare la rivale Umma dell’approvvigionamento idrico, il ché provocò un conflitto che ebbe fine solo con la stipulazione di un trattato. Accadeva nel 2.500 a.C. Probabilmente, fu il primo accordo internazionale sull’acqua concluso dall’uomo.
In questo momento, nel mondo si combattono oltre 600 conflitti per il controllo dell’acqua e 37 sono guerre vere e proprie, per quanto i mass-media le presentino artatamente come scontri politici, etnici e religiosi. Il fatto è che molte nazioni dipendono da fiumi che non scorrono nel loro territorio, e perciò è facile che si azzuffino con chi detiene il controllo delle risorse idriche. Un po’ come accadeva fra Umma e Lagash. Alcuni esempi? Israele nega ai palestinesi l’acqua del Giordano. Turchia, Siria, Iraq e Kurdistan litigano per le acque del Tigri e dell’Eufrate. Egitto, Sudan ed Etiopia si contendono le acque del Nilo. India e Pakistan quelle dell’Indo. India e Bangladesh vogliono il controllo del Gange. Le dighe che Cina e Laos vogliono costruire a monte del Mekong creano problemi al Vietnam e alla Cambogia. USA e Messico si disputano il Colorado e bisticciano per il Rio Grande. Se il XX secolo si è chiuso con le guerre per l’oro nero (il petrolio), il XXI secolo promette scenari nuovi. Come affermò nel 1995 il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin, “se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio,  quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. È pressoché certo che nei prossimi anni si scateneranno guerre senza quartiere per il possesso e la gestione dell’oro blu (l’acqua). Purtroppo, come scrive Vandana Shiva nel saggio Le guerre dell’acqua, “l’avidità e l’appropriazione delle risorse del pianeta che appartengono ad altri sono alla radice dei conflitti, alla radice del terrorismo”.
Perché? Sembra una domanda banale ma la risposta, per quanto possa apparire scontata, non è semplice. Va da sé che la penuria d’acqua è la causa principale della povertà e della instabilità politica. Negli ultimi trent’anni l’acqua dolce sulla Terra è diminuita del 40%. Ne consegue che le guerre dell’acqua sono causate dal fatto che di acqua ce n’è sempre meno su un pianeta un po’ meno blu di com’era. Sembrerà strano a chi è solito lasciare scorrere allegramente l’acqua del rubinetto e spreca oltre 150 l. di acqua potabile ogni volta che fa il bagno nella vasca. Strano ma vero. E se è vero che “l’acqua è il principio di tutte le cose”, come sosteneva il filosofo Talete, fra poco ci ritroveremo in guai molto seri. È infatti probabile, dati alla mano, che resteremo a secco o, quanto meno, dovremo difenderci da chi vorrà “rubarci” l’acqua perché ha sete.
Vediamo alcuni dati su cui riflettere. La superficie terrestre è ricoperta per il 71% circa di acqua. Il volume d’acqua è stimato in 1.360.000.000 km³. Il 97,3% è formato di acqua marina. L’acqua dolce rappresenta solo il 2,5% del volume totale e per 2/3 si trova nei ghiacciai, per lo più in Antartide e Groenlandia (che sono le principali risorse di acqua dolce del pianeta). Il rimanente terzo si trova quasi interamente nel sottosuolo e solo l’1% dell’acqua dolce è facilmente accessibile, trovandosi in laghi, fiumi o bacini. Detto ciò, va precisato che l’acqua dolce sta diminuendo progressivamente e, per contro, se ne consuma sempre di più. Lo scioglimento dei ghiacciai a causa dell’effetto serra e del surriscaldamento globale, l’inaridimento di molti corsi d’acqua, il crescente inquinamento ambientale, il pessimo stato di salute dell’ecosistema e della biodiversità, la diminuzione delle precipitazioni piovose, la deforestazione e desertificazione del suolo, la globalizzazione coi suoi effetti collaterali e gli sprechi hanno depauperato le risorse idriche del pianeta. L’aumento della popolazione terrestre fa il resto, anzi è determinante. La pressione demografica è tale che entro il 2025 una persona su tre vivrà in zone dove l’acqua scarseggia o manca del tutto. L’Onu prevede che nel 2050 metà dell’umanità (9, 3 miliardi di individui) non avrà l’acqua potabile. Siamo sull’orlo di una crisi idrica che definire spaventosa è poco. Già oggi, l’emergenza è primaria; dall’Africa sub sahariana all’America latina, dal Bangladesh al Medio Oriente, il mondo ha sete. Una sete pazzesca. Come soddisfarla? Mark Twain suggeriva: “il whisky è per bere, l’acqua per combattersi”. Difficile sopravvivere ingollando bourbon.
Lo scorso anno, al Forum di Davos sull’acqua, si è giunti a una conclusione lapidaria: il nostro è “un mondo che sta fallendo”. Nonostante ciò, nel 5° World Water Forum, tenutosi a Istanbul nel 2009, è stata ignorata la nozione di diritto universale e inalienabile di accesso all’acqua. Si spera che nel prossimo Forum mondiale dell’acqua, in programma a Marsiglia nel marzo 2012, questo diritto venga riconosciuto e l’Onu possa attuare un grande piano pubblico simile a un “Protocollo di Kyoto” per le risorse idriche. Non va dimenticato, però, che la guerra dell’acqua come business ha una data d’inizio precisa ed è imputabile al Forum. La dichiarazione di guerra (tutti contro tutti, ma in particolare i ricchi contro i poveri) risale al 2000, l’anno in cui si svolse il 2° World Water Forum. A L’Aja, in Olanda, dove l’acqua abbonda, fu infatti deciso dal Consiglio mondiale sull’acqua (organismo voluto dalla Banca Mondiale) lo storico e nefasto cambiamento di status giuridico dell’oro blu, che da “diritto umano” diventò “bisogno umano”. Tradotto, significa che da dieci anni l’acqua del pianeta obbedisce alle leggi di mercato. I plutocrati hanno infatti deciso che l’acqua non è più un diritto inalienabile, come la vita e l’aria, ma un bene soggetto alle regole economiche della domanda e dell’offerta. Aberrante!
Ecco altri numeri da ponderare. Secondo l’Onu, attualmente 1,6 miliardi di persone al mondo non hanno accesso all’acqua potabile. Un terzo della popolazione della Terra non ha accesso ai servizi igienici di base né dispone di reti fognarie adeguate. Il 12% della popolazione mondiale consuma l’85% delle attuali risorse idriche. Un cittadino americano “fa fuori” 425 litri di acqua al giorno contro i 10 litri di un abitante del Madagascar. Un bambino residente in un paese industrializzato consuma acqua potabile da 30 a 50 volte più di un bambino di in paese in via di sviluppo. L’Unicef denuncia: ogni anno 1,4 milioni di bambini muoiono per malattie prevenibili legate alla scarsità o alla contaminazione dell’acqua. Uno ogni 17 secondi. Ma sono 5 milioni gli esseri umani che muoiono ogni anno per la stessa causa. L’Africa vince alla grande.
Sarebbe un errore pensare che il problema idrico riguarda solo i paesi in via di sviluppo. In Europa, ad esempio, subiamo il cosiddetto “paradoxe de l’eau”. Qual è il paradosso? Pur essendo l’acqua una risorsa vitale esauribile, si continua a sprecarla. Per di più, il 16% della popolazione europea non ha accesso all’acqua potabile. La siccità sta peggiorando la situazione. Piove sempre meno, i ghiacciai delle Alpi si stanno sciogliendo e spendiamo il 44% dell’acqua estratta per produrre energia. Una recente relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente ha confermato che in molte parti del vecchio continente l’utilizzo dell’acqua è divenuto insostenibile.
Per quanto riguarda l’Italia, è lecito affermare che siamo un’isola felice (in parte, però, vista la scarsità d’acqua nel Mezzogiorno). Al momento non c’è una penuria preoccupante, ciò non toglie che occorre gestire le risorse idriche in maniera più oculata. Il nostro problema maggiore è lo spreco, deprecabile anche moralmente. Ogni giorno, ognuno di noi consuma mediamente  237 litri di acqua (di cui solo l’1% per bere) e ne spreca il 27%, che si perde nelle tubature. Un italiano su tre non ha un accesso regolare e sufficiente alla rete idrica. All’inizio del secondo decennio del XXI secolo, ben 8 milioni di italiani non hanno l’acqua potabile e 18 milioni la bevono non depurata. Incredibile, vero? D’altra parte, il 35% del territorio nazionale è desertificato e ogni anno ci concediamo il lusso di sprecare 95 milioni di litri solo per innevare artificialmente le piste di sci. I dati del rapporto Blue Book 2009 indicano che il nostro è un Paese reale lontano da quello ideale, sconosciuto ai più. Siamo al terzo posto nel mondo per i consumi pro capite di acqua minerale dopo gli Emirati Arabi e il Messico con 205,6 litri. Ma siamo i leader mondiali nell’imbottigliamento con 192 fonti e 325 marche. Spendiamo 5,5 miliardi di euro per bere l’acqua effervescente eppure i nostri acquedotti coprono il 95,9% della penisola. Preferiamo pagare l’acqua a peso d’oro (fino a 1.000 volte in più rispetto al costo dell’acqua che esce dal rubinetto ma proviene anch’essa dalle falde sotterranee), illudendoci che sia taumaturgica. La privatizzazione dell’acqua prevista dal Decreto Ronchi renderà il quadro ancora più assurdo. Presto, l’oro blu sarà un bene di lusso. Cambieranno solo le tariffe, non la qualità del servizio. In attesa che un giorno non troppo lontano qualcuno deciderà di privatizzare anche l’aria che respiriamo, per cui dovremo pagare l’ossigeno.
Il quadro è agghiacciante. Non è colpa dell’uomo se la distribuzione delle risorse idriche prescinde dalla densità della popolazione, per cui gli islandesi dispongono di una quantità d’acqua 20.000 superiore alle loro necessità mentre per dissetarsi lo Yemen deve ricorrere ai pozzi e al pompaggio. In effetti, la vera sperequazione è dettata dalla natura, che ha condensato in meno di dieci nazioni il 60% delle risorse idriche del pianeta. Pur tuttavia è certamente antropica la causa della grave crisi che dobbiamo affrontare. Avidità, stupidità e sete di potere hanno infatti creato il problema della scarsità d’acqua, che è diventata un casus belli. Si combatte per deviare un fiume, costruire una diga, gestire gli acquedotti, privatizzare i bacini idrici, scavare un pozzo se non addirittura per assumere il controllo del mercato delle acque minerali. Spesso si combatte con le armi, a volte senza, nelle stanze silenziose dei grattacieli dove hanno le loro sedi il Fondo Monetario Internazionale e il WTO (l'Organizzazione Mondiale del Commercio), la Banca Mondiale e le potenti multinazionali. Chissà se un giorno, i padroni del business dell’oro blu in bottiglia, cioè i gruppi Veolia-Vivandi, Suez-Lyonnaise des Eaux, SAUR, RWE, Nestlé, Danone e altre, ingaggeranno eserciti di ventura per mantenere il controllo delle sorgenti? E chissà se riusciranno a mantenere i loro attuali privilegi i ricchi che a Manaus e a Johannensburg vivono in ville protette con muri elettrificati e dotate di enormi piscine e parchi irrigati notte e giorno, mentre le baraccopoli che sorgono dall’altra parte della strada, a pochi metri, sono prive d’acqua o dispongono solo di polle di acqua inquinata? Può darsi che un giorno Dio perda la pazienza. 
“Laudato sì, mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta” – cantava San Francesco. 
Forse il poverello di Assisi nemmeno capirebbe il significato di parole come “privatizzazione” e “mercificazione” dell’acqua, figliastre della “globalizzazione”. 
Come sono tristi e inascoltate le sue splendide parole!

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