venerdì 6 maggio 2011

Osama e i cloni pronti a colpirci


Ei fu. Ritengo che i versi iniziali con cui il Manzoni commemora la morte di Napoleone nella poesia “Il cinque maggio” sarebbero sufficienti per liquidare l’uscita di scena di Osama bin Laden. Finalmente il mostro ha tirato le cuoia e meno se ne parla meno si rischia di trasformarlo in una leggenda. C’è la possibilità, infatti, che faccia più paura da morto che da vivo. In ogni caso saranno i posteri a stabilire se la sua fu vera grandezza (o bassezza) e a fare luce sul fitto mistero della sua latitanza e del suo ruolo nella complessa trama terroristica che dal 2001 fa sudare freddo l’Occidente. Noi possiamo limitarci a tirare il fiato, ma solo per qualche istante. Siamo certi di avere risolto il caso? In queste ore ho sentito al telefono un amico che attualmente svolge un compito delicato in Afghanistan, il paese in cui ho trascorso l’estate 2010. Volevo conoscere le opinioni di chi è al fronte e ha il polso della situazione. Ricordo che nei mesi trascorsi a Kabul ebbi modo di parlare di Osama bin Laden con diverse persone: diplomatici italiani e dei paesi alleati, operatori umanitari e afghani dell’establishment e della “medio-alta borghesia” locale. Ebbene, ebbi l’impressione che tutti considerassero il capo di Al-Qaeda una sorta di convitato di pietra. Nessuno sapeva dove fosse nascosto ma tutti ne avvertivano la presenza oscura. Era già un mito. Ricordo anche che parlando con alcuni ufficiali del nostro Esercito di stanza ad Herat notai una certa ritrosia a nominarlo. Lo consideravano un orco cattivo e lo definivano “l’eminenza grigia” del fondamentalismo islamico di cui i talebani sono una delle tante espressioni. In realtà, i nostri alpini temevano le mine e gli attacchi suicida più di quanto non paventassero l’influenza di Osama. Alla mia domanda: “Lo prenderemo prima o poi?” rispondevano con un sorriso cortese ma scettico. Ma una sera, durante una cena a Camp Vianini, ebbi modo di conversare col Capo dei Servizi Segreti tedeschi, il quale, complice la birra, era in vena di confidenze. Mi disse: “Entro un anno gli americani chiuderanno i conti con Bin Laden”. “Sanno dov’è?” – chiesi. “Forse”. Allora domandai: “Lo vogliono vivo o morto?”. Mi guardò in tralice, esplose in una grassa risata da Oktoberfest e sentenziò: “Osama è un morto che cammina”. Mi sono ricordato di queste parole e le ho ricordate al mio amico. Lui mi ha assicurato che la morte di Osama non porterà niente di buono e che l’Afghanistan, le cui vicende sono state oscurate negli ultimi mesi dagli eventi accaduti in Tunisia, Egitto e Libia, sta per tornare prepotentemente alla ribalta. Ho chiesto delucidazioni che puntualmente sono arrivate. È vero, da tempo Osama era un morto vivente. Era come se dal punto di vista fisiologico avesse esaurito le sue scorte di energia. La sua eliminazione è un’operazione di marketing fatta nel momento giusto. Serviva a ridare popolarità al Presidente degli USA. Il vero pericolo per tutti noi è il dopo Osama. In questi anni, le nuove menti strategiche che dirigono il fondamentalismo islamico (e i cui nomi non sono ancora noti al grande pubblico) hanno rinunciato agli attentati eclatanti per tessere in silenzio trame destabilizzanti. L’obiettivo è sferrare una serie di attacchi e attentati nell’ora in cui l’Occidente abbasserà la guardia. Non tarderanno a manifestarsi. All’ombra di un Bin Laden vecchio, malato e isolato – di fatto un fantasma – sono nati i cloni di ultima generazione. Sono pronti a colpirci e presto ne sentiremo parlare. Il mio amico è convinto che l’Afghanistan sarà il principale campo di battaglia ma che il conflitto più sottile e ignobile si scatenerà in Europa e negli USA. Il terrorismo islamico è dunque vivo e vegeto e sopravvivrà a Bin Laden. Piaccia a Dio che si sbagli. 

Editoriale pubblicato il 6/5/2011 su:


Nessun commento:

Posta un commento