venerdì 27 maggio 2011

Vivere in armonia grazie agli angeli


Gli angeli desiderano la nostra felicità. Essi ci assistono e ci guidano nelle peripezie della vita materiale e spirituale con uno scopo nobile: renderci felici. Purtroppo, la via che conduce alla felicità può battere i territori della sofferenza, attraversare le lande della fatica e dello sconforto. Il dolore diventa il dazio gravoso ma necessario che la vita, gabelliere impietoso, reclama prima di mostrarci il suo lato migliore. Gioia e dolore sono fratello e sorella, come ci ricorda un proverbio indiano; dobbiamo imparare ad accettarli entrambi. Ma cos’è la felicità se raggiungerla può rivelarsi impresa faticosa o improba? 
È dalla notte dei tempi che l’umanità s’interroga sulla natura della felicità senza mai giungere a una risposta definitiva. Con altrettanta insistenza gli uomini la cercano, la inseguono, la invocano. Ogni epoca, poi, ha costruito il proprio modello di felicità e vi si è adattato. Per gli abitanti dell’America precolombiana la felicità era galoppare in una prateria piena di bufali e piantare la propria tenda sulle rive di un fiume. Gli odierni abitanti di New York la pensano diversamente. Come ha scritto Erich Fromm, “la felicità dell’uomo moderno è guardare le vetrine e comprare tutto quello che può permettersi, in contanti o a rate”.  Va da sé che l’archetipo attuale, quand’anche fosse realizzato, non assicura affatto la felicità ma, caso mai, la prosperità materiale. E facilmente, essa è in grado di produrre pulsioni, sentimenti e stati d’animo che alla lunga si rivelano fonte di infelicità. Sarebbe quanto mai utile, dunque, indagare le ragioni che rendono la grande maggioranza degli esseri umani infelici a dispetto del fatto che aspirino a trovare il Paradiso in terra. “La più grande felicità è conoscere le cause dell’infelicità”, annotava Dostoevskij nel suo Diario di uno scrittore. Quali sono queste cause? 
Gli angeli ci rispondono che la principale causa dei mali che ci affliggono e delle disgrazie che ci capitano è la nostra disarmonia. Difficilmente l’uomo trova il proprio punto di equilibrio nella realtà in cui vive. Questa difficoltà è fisiologica ed è imputabile ai limiti stessi dei nostri sensi, che ingannano la coscienza e la privano della consapevolezza dell’unità di tutte le cose. La nostra mente coglie e analizza la realtà esteriore secondo i meccanismi ingannevoli della legge di polarità. In sostanza, la nostra prospettiva è tale da indurci a credere che noi siamo un polo della realtà e il mondo è il polo opposto e contrario. Questa visione ci condiziona al punto da non farci riconoscere la verità più alta: ogni cosa è parte di una totalità. È la visione organicistica degli orientali, secondo i quali tutto ciò che esiste nell’universo e tutti gli eventi del tempo sono solo differenti aspetti o manifestazioni della realtà ultima. Anche l’uomo è parte integrante di questo tutto inseparabile e armonioso, solo che non lo sa o non lo ricorda. La non consapevolezza crea il doloroso distacco fra il nostro Io e l’universo, che l’Io considera ostile. La nostra mente diventa così fonte d’involontaria alienazione e distrugge l’armonia naturale delle cose. Fa di noi un puntino nero nella candida via lattea. Imitando il saggio cinese Chuang-Tzu dovremmo ripetere: “Faccio parte del gran tutto!”. Sarebbe il primo passo verso il risveglio della coscienza, conditio sine qua non per volgere lo sguardo verso la felicità e andarle incontro. Se siamo infelici non dobbiamo accusare gli altri o il destino ma noi stessi, dobbiamo mettere sul banco degli imputati il nostro intelletto, incapace di armonizzarci con il cosmo. Non è facile accettare la verità che il mondo fisico e quello mentale siano fatti della stessa sostanza, che la medesima energia dia forma a un ornitorinco come allo spinterogeno della nostra auto. Un uomo e un cactus sono composti entrambi di carbonio, idrogeno e ossigeno. Condividono gli stessi elementi (etere, aria, acqua, fuoco e terra) o per dirla con linguaggio scientifico gli stessi campi di quanti, bosoni, leptoni, ecc. La fondamentale unicità dell’universo è una delle più importanti rivelazioni della fisica moderna. Anche Tagore, che di mestiere invece faceva il poeta, riconosce che “quella stessa corrente di vita che scorre per le mie vene, notte e giorno, scorre per il mondo danzando in ritmiche movenze”. È una caratteristica del pensiero indiano descrivere la realtà sotto forma di danza cosmica. Una delle raffigurazioni più note di Shiva è proprio quella in cui il dio danza armoniosamente; i movimenti circolari di Shiva Nataraja esprimono il flusso incessante di energia che attraversa una infinita varietà di configurazioni dinamiche che si fondono l’una con l’altra. È la stessa danza cui sono sottoposte le particelle subatomiche. Per i fisici subatomici come per i mistici indiani l’universo non è altro che un infinito campo di movimento e attività senza fine, una incessante danza cosmica di energia. Anche chi mi legge partecipa alla danza. In questo preciso momento, i suoi atomi stanno vibrando all’unisono con le galassie, stanno ballando una polka sfrenata. Nel corpo umano avvengono seimila miliardi di reazioni al secondo! Moltissime sono risposte a stimoli esterni. Sicché tutto ciò che si verifica a pochi centimetri da noi piuttosto che su Alpha Centauri ci riguarda, ci coinvolge. Comprenderlo significa muovere il primo passo verso una più facile integrazione del nostro Io nel grande disegno divino. E significa, soprattutto, entrare in armonia con il mondo esteriore, non sentirlo più ostile ma amico in virtù delle sue affinità con il nostro Io ed del legame che ci unisce. “Bisogna raggiungere con lo yoga l’unità dell’armonia”, suggerisce Krishna ad Arjuna nella Bhagavad-Gita. È il credo dell’induismo. Era anche il messaggio esoterico di Gesù. Nel Vangelo di Tomaso, l’apocrifo più famoso, il Maestro promette che: “Quando farete di uno due e renderete l’interno come l’esterno e ciò che è alto come ciò che è basso, e del maschio e della femmina una cosa sola… allora entrerete nel Regno”. Il Regno dei Cieli è possibile. Ed è possibile conquistarlo già in questa vita, il cui fine ultimo è di consentire all’anima di apprendere e crescere. Quando Tagore scrive che “sviluppare progressivamente la coscienza della propria unità col tutto è il punto di arrivo verso il quale tendere ogni sforzo”, ci indica dunque la via dell’armonia, l’opzione della felicità. 

Cosa c’entrano gli angeli con tutto ciò? C’entrano eccome. Gli angeli ci orientano e ci istruiscono su questa via. Essi lavorano per costruire il Regno dei Cieli sulla Terra. Tutti i loro insegnamenti possono essere riassunti sotto l’epitome: Vivere in armonia. Poiché vivere in armonia con il proprio Sé, con il prossimo e con il mondo intero - di cui sentirsi parte integrante - significa vivere felici. L’armonia è come un tempio, ha bisogno di colonne che lo reggono. La felicità viene alla porta dove sente ridere, predica un antico detto giapponese. È una verità angelica, tant’è che gli angeli ci raccomandano di sorridere, prendere le cose alla leggera (che non significa, però, con superficialità) e sdrammatizzare. Il famoso scrittore umorista inglese G.K. Chesterton affermava che “gli angeli sono capaci di volare perché si sanno prendere alla leggera”. È una ricetta semplice ma efficace. Naturalmente il sorriso non ci insegna a volare ma può rivelarsi un’ottima medicina dell’anima Un altro detto popolare dice: se vuoi che la vita ti sorrida mostrale il tuo buon umore. Ricordiamoci che il buonumore è contagioso e attira simpatia. Uno spirito allegro avvicina così come uno immalinconito allontana. Gli angeli per primi accorrono numerosi e festanti là dove un cuore ride e dispiega sulle labbra il suo sorriso. Il riso è il profumo della vita;  peccato che ne facciamo un uso di gran lunga inferiore alle nostre potenzialità. Gli angeli apprezzano i nostri divertimenti, purché siano sani e non rechino fastidio o danno agli altri. Ci stimolano a incorporare nella nostra vita il gioco, che come diceva Jung è “il principio dinamico della fantasia”. Ci spronano ad essere gioiosi e ottimisti, a cogliere sempre il lato positivo delle cose. Essi sono i precursori del “pensiero positivo” divenuto di moda negli ultimi tempi grazie a molte pubblicazioni e ai numerosi guru che lo insegnano. Ma è veramente necessario insegnare ciò che è dentro di noi fin dalla nascita? Un bambino sorride istintivamente e vede il mondo a colori. Gli angeli ci chiedono di tornare bambini ogni volta che possiamo, così da rallegrare la nostra visione del mondo, che è appiattita e in bianco e nero. Amano il nostro entusiasmo, soprattutto quando è finalizzato al bene e non vogliono che ci preoccupiamo oltre misura. Ci ricordano che Dio veste anche i gigli dei campi e dunque non trascura nessuno dei suoi figli. È pur vero che l’allegria non riempie lo stomaco, ma darsi pena equivale a torturarlo. Gli angeli ci invitano ad applicare questa regola: se abbiamo un problema e possiamo risolverlo è inutile preoccuparci, se abbiamo un problema e non possiamo risolverlo è inutile darci pena. In ogni caso, le preoccupazioni sono inutili, ci distraggono da quella che dovrebbe essere la nostra occupazione maggiore: produrre allegria per noi e per gli altri. Un insegnamento angelico basilare è che la fonte primaria della felicità e della gioia è la stabilità mentale, la pace interiore. Nulla è più piacevole del coricarsi con il cuore in pace, con la coscienza tranquilla e dormire beatamente. Ogni volta che chiudiamo gli occhi nel nostro letto dovremmo prendere in considerazione la possibilità che durante il sonno l’angelo della morte venga a prenderci. Dovremmo chiederci se siamo pronti, se siamo a posto con la nostra coscienza. Se la risposta risultasse negativa, significherebbe che dobbiamo lavorare molto per guadagnarci la stima degli angeli, che ci mettono in guardia dall’ira e da ogni altra forma di intemperanza, dalle passioni smodate, dall’intolleranza. Questi sentimenti mortificano la nostra mente, avviliscono la nostra coscienza e distruggono il nostro equilibrio. Sono la fonte dei rimpianti e dei rimorsi. Un insegnamento angelico altrettanto importante è l’amore, che nelle sfere celesti è considerato la base di tutto. Bisogna amare se stessi e gli altri allo stesso modo, in più occorre amare disinteressatamente, i nemici come gli amici. Bisogna amare senza attaccamento, con altruismo. Per gli angeli è facile. Essi fluttuano in un oceano d’amore e sono ricchi di compassione e filantropia. Naturalmente non è facile seguire il loro consiglio. Gli indiani usano augurare che “l’amore sia come un drappo che avvolge la tua vita e la tua morte” e affermano che un’anima piena d’amore è come un fiume pieno d’onde. Agli angeli, capaci di amare in modo così assoluto come solo ai santi forse riuscì, viene spontaneo chiederci di rivestirci d’amore, affinché il giorno della nostra morte sia per il Cielo un giorno di festa. E ci invitano a uscire dagli argini, a straripare inondando i cuori aridi per renderli fertili. L’amore è la radice della vita ma non affonda nella terra bensì nel cielo. I messaggeri alati ci chiedono di amare come Gesù amò, spendendo il nostro ardore per Dio, il massimo affetto per i nostri cari, la misericordia per i nostri nemici, la solidarietà per chi soffre. L’amore è il nostro ascensore per l’Eden. Nella sue Confessioni, Sant’Agostino ha scritto che “l’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo”. È grazie all’amore che la nostra anima può evolversi e rendere più spedito il suo viaggio verso Dio. Perché è questo che gli angeli ci chiedono: diventare finalmente noi stessi. I modi d’amare sono tanti quanti le stelle nel firmamento. Nel suo brillante saggio L’arte di amare, Fromm ce ne dà un esempio. L’amore immaturo dice: “Ti amo perché ho bisogno di te”. L’amore maturo dice: “Ho bisogno di te perché ti amo”. Ovviamente la differenza è rilevante. Gli angeli ci suggeriscono un terzo modo di amare, il più completo: “Ti amo perché hai bisogno di me”. Nell’accezione angelica, amare significa soprattutto fare dono di sé. Non solo alla propria famiglia o agli amici, ma a chiunque ha bisogno d’amore. Gli angeli ci suggeriscono di amare i malati, i sofferenti, gli anziani, gli animali, i disperati, i nemici, quelli che ci offendono e ci odiano. Non è forse indicativo che il gesto di donare procuri alle anime luminose maggior piacere di quanto non ne rechi loro il ricevere? Amare disinteressatamente è fonte di piacere puro. Amare significa anche perdonare e gli angeli ci chiedono di essere indulgenti mettendo in pratica la golden rule che accomuna tutte le grandi religioni. Questa regola invita a fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Errare è umano, perdonare è divino. Sarebbe una ragione in più per concedere il nostro perdono a chi ci ha fatto un torto poiché ciò ci avvicinerebbe a Dio. Gli angeli si rallegrano molto quando siamo misericordiosi. Essi sanno che la misericordia è la sorella maggiore del perdono. Questa verità è annunciata con candore nel capitolo XXI dei Promessi Sposi, dove Lucia afferma: “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!”. È così che funzionano le cose nel settimo Cielo. Gli angeli non amano le bugie. Ci invitano a scegliere sempre la strada della verità, anche se è lastricata di difficoltà. Chi ha camminato nella verità ha creato la vita, dicevano i Sumeri. I vantaggi della verità sono superiori a quelli della menzogna, la cui corda è corta. Swedenborg ne citava uno dai risvolti utilitaristici: “più amiamo il bene e la verità e più gli angeli amano stare con noi”. Le Intelligenze divine ci istruiscono continuamente nella pratica della virtù. I loro consigli sviluppano il nostro istinto morale, che i Greci chiamavano aidos. Sempre i Greci coltivavano quell’areté che come un paniere contiene i beni preziosi dell’anima. Questo termine comprende tutte le buone qualità fisiche e morali possibili in un uomo. Significa nello stesso tempo “dote eminente”, “eccellenza”, “abilità”, “valore”, “pregio”, “lealtà”, “bontà”, “attitudine”, “onore”, “benemerenza” e “stima”. È ciò che in italiano traduciamo e intendiamo come “virtù”. Platone affermava che l’areté è quella elevatezza e nobiltà di sentire che ci viene dagli dei e costituisce il segno della nostra superiorità. Ma la vera superiorità, ci ammoniscono gli angeli, è mettersi al servizio degli altri. Abbassandoci ci innalziamo, umiliandoci agli occhi di Dio ci eleviamo. Confucio sosteneva che l’uomo superiore cerca in se stesso mentre l’uomo da poco cerca negli altri. In questa massima si ritrova l’invito universale a conoscere se stessi. Anche gli angeli ci chiedono di farlo. Sanno che nel nostro cuore dimora la verità. Essi si ricordano del tempo in cui la nostra anima non incarnata era illuminata dalla luce della conoscenza cosmica. Tutto ciò che ci insegnano è già in noi. Purtroppo, abbiamo bevuto l’acqua del Lete prima di scendere nel nostro attuale corpo. Abbiamo dimenticato. Conoscere se stessi diventa così l’opera di riscoperta, che come la trasmutazione alchemica è un cammino di perfezionamento. Gli angeli operano dunque come alchimisti invisibili e si prodigano per lucidare la nostra anima e trasformarla in luce aurea. L’obiettivo è farci prendere coscienza dell’unità delle cose, attraverso la quale possiamo imparare a vivere in armonia col Creato. 
(9. continua).

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