domenica 5 giugno 2011

A Kabul scocca l'ora della resa dei conti


Conoscevo il tenente colonnello Cristiano Congiu, l’ultima vittima della barbarie afghana. Prestava servizio dal 2007 presso l’ambasciata italiana a Kabul ed è lì che lo incontrai l’estate scorsa, durante il mio soggiorno in Afghanistan, in occasione del matrimonio di due funzionari dell’ambasciata. Mi fu subito simpatico e lui, sospettando che il dichiararmi giornalista fosse in realtà una copertura – pensava facessi parte dei Servizi Segreti – si mostrò molto interessato a me. Ricordo che parlammo a lungo e senza peli sulla lingua. Di lui mi rimasero impressi due caratteri: la prestanza fisica e la loquacità. Aveva voglia di raccontarmi i segreti del suo mestiere, di condividere le sue conoscenze. Era un uomo generoso, credo. Io stavo preparando un articolo sulla droga e Congiu mi disse che poteva rivelarmi notizie delicate sul business dell’oppio, purché non facessi il suo nome. Faceva parte del DCSA, la Direzione Centrale dei Servizi Antidroga, ed era un grande esperto in materia. Congiu non c’è più e mi addolora sapere che un giusto abbia perso la vita in un paese dimenticato da Dio, dove si muore per difendere una donna e non più solo per portare la pace. Un anno fa, proprio in questi giorni, iniziavo la mia avventura afghana. A distanza di un anno, la situazione è peggiorata e penso che assisteremo a un ulteriore crescendo della tensione politica e militare. La permanenza delle truppe della Nato-Isaf rende inevitabile la catastrofe. Sono in contatto con persone che risiedono là e che mi aggiornano regolarmente. Secondo loro, il nervosismo ha raggiunto la soglia oltre la quale si smette di ragionare. Il recente attentato alla base militare Vianini di Herat, dove ha sede il PRT, dimostra che le intese preventive sono saltate. L’anno scorso era impensabile che la base degli italiani fosse attaccata. L’alleanza con Ismail Khan, il locale signore della guerra, costituiva una polizza assicurativa. Cos’è successo, dunque? Perché il rischio è cresciuto? E perché Karzai, che abbiamo invitato a Roma, in occasione dei festeggiamenti del 2 giugno, digrigna i denti contro gli americani? Penso che il tempo della diplomazia, dei maneggi politici ed economici, delle promesse sia finito. Si avvicina il tempo della resa dei conti. Alcuni indizi lo suggeriscono. Il corrotto governo afghano sta ostacolando Unama (Onu) anziché tutelarne la missione. Karzai sta trattando coi capi dell’insurrezione e vuole attuare la riconciliazione nazionale a qualunque costo. I talebani si accingono dunque a riconquistare Kabul; non con le bombe ma con un patto che ha come obiettivo dichiarato espellere gli occidentali. È il chiodo fisso, per cui aumentano in misura esponenziale gli episodi di insofferenza. Me ne hanno riferito uno incredibile. Alcuni funzionari occidentali, fra cui un italiano, sono stati accerchiati all’interno di un negozio di Kandahar da un gruppo di facinorosi armati. È stato chiesto loro di abiurare e recitare la professione di fede islamica, altrimenti li avrebbero giustiziati. Il sangue freddo e l’esperienza nel negoziato da parte degli occidentali ha impedito che l’episodio si trasformasse in tragedia. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi indifferenti (e forse compiacenti) dei miliziani dell’esercito afghano. La notizia non è trapelata. Molte verità sull’Afghanistan vengono taciute. Il clima è divenuto torrido e ogni forma di prudenza sembra inutile. La stessa popolazione, scaldata dagli imam nelle moschee, è sempre più intollerante. Che accadrà, dunque? È probabile che l’Afghanistan diventi il banco di prova decisivo dei futuri equilibri geopolitici, che mai come in questo momento appaiono fragili. Il mondo sta per cambiare ma nessuno è in grado di dirci come. Nemmeno Obama, incapace di porre fine a una guerra sporca e vischiosa.

Editoriale pubblicato il 5/6/2011 su:

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