venerdì 29 luglio 2011

I misteri della cattedrale di Chartres


Esistono luoghi, sulla terra, dove confluiscono potenti energie sottili. Sono le correnti telluriche, altrimenti dette magnetiche, che percorrono il sottosuolo del pianeta producendo vibrazioni cosmico-solari. In virtù della forza arcana che vi si concentra, questi luoghi sono sacri fin dalla notte dei tempi e attirano a sé gli uomini in cerca dell’afflato divino. Uno di questi luoghi si trova a circa 100 km. da Parigi, nel Nord della Francia, a Chartres, dove sorge una delle cattedrali più grandi e antiche d’Europa. Chartres è infatti sinonimo di mistero e visitare la sua stupenda cattedrale consacrata alla Vergine (Notre-Dame), è una delle esperienze umane più appaganti. Ad essa, Louis Charpentier ha dedicato un libro considerato un classico: I misteri della cattedrale di Chartres – la cui lettura è avvincente come l’esplorazione di una città perduta. Va osservato, prima di tutto, che il mistero primario di Chartres è la sua ubicazione. La cattedrale sorge su un poggio di granito situato in una piana di pietra calcarea che da millenni è soggetta a pellegrinaggi. Fulcanelli, ne I misteri delle cattedrali, afferma addirittura che “Chartres, con la sua Vergine sotterranea, è la più antica meta dei pellegrinaggi”. Prima dei pellegrini cristiani, qui si radunavano i Celti e ancor rima di loro popoli di cui non conosciamo il nome. Perché lo facevano? Semplice, perché qui alita la Wouivre, termine con cui i Galli chiamavano lo Spirito di Dio. Qui, i sacerdoti della tribù dei Carnuti scavarono un pozzo profondo 34 m. ed eressero i loro menhir e i loro dolmen, i megaliti che fissavano l’energia divina delle correnti fecondatrici e rivitalizzanti della vita. Charpentier sottolinea che “queste correnti sono la manifestazione stessa della vita della terra”. A Chartres, autentico portale cosmico, si avverte il flusso vitale che pregna il corpo eterico ed astrale, che purifica e rinnova lo spirito. Si ha come l’impressione che l’anima volteggi e sia risucchiata in una spirale che ascende in cielo. Bisogna camminare a piedi nudi sul pavimento della chiesa per captare le energie vibratorie celesti che si fondono con quelle terrene. Scalzi, dunque, ma ben eretti, il capo sollevato, perché Chartres ha il potere di trasformare gli uomini, di farli assurgere a uno stato spirituale più alto, proprio come gli alchimisti che trasmutano il metallo in oro. La cattedrale è infatti un accumulatore e amplificatore di vibrazioni che elevano, una cassa di risonanza la cui forma è il fondamento matematico su cui poggiano le relazioni armoniche dell’ottava musicale. Ad occhi chiusi, isolandosi dal vociare distratto e confuso del mondo, è possibile percepire questa musica sublime, che altro non è se non la melodia delle sfere celesti. E ci si commuove perdutamente, perché ogni aspetto della cattedrale è stato concepito per risvegliare la psiche e ritemprare lo spirito. 
Quando una visione profetica annunciò ai druidi che una vergine avrebbe dato alla luce un bambino, essi intagliarono nel tronco di un pero un’immagine della fanciulla con l’infante seduto sulle ginocchia. Poi collocarono la statua accanto al pozzo e alla fonte di energia all’interno dei dolmen. La battezzarono “Vergine Sotterranea” e in seguito Virgo paritura, cioè “Vergine gestante”. Quando i primi cristiani giunsero a Chartres, nel II secolo, e videro la scultura della Vergine, annerita dal tempo e situata in una grotta, l’adorarono come la Vergine Nera. La chiesa che costruirono sul luogo fu dunque consacrata alla Madonna ìe la nicchia, detta "Grotta dei druidi", fu inglobata nella vasta cripta della chiesa insieme al pozzo des Saints-Forts (le cui acque furono credute miracolose fin dal Medio Evo). Sul poggio sacro sorsero, una dopo l’altra, sei chiese; cinque furono distrutte da incendi. La costruzione della settima e ultima chiesa, la cattedrale gotica odierna, è avvolta nel mistero. Il secondo mistero di Chartres. Non esistono resoconti della sua progettazione e costruzione, avvenuta a partire dal 1194 e portata a termine in soli 26 anni, e si ignora dove furono attinte le nuove conoscenze indispensabili per edificare la prima cattedrale in stile gotico. L’ipotesi più plausibile è che i costruttori di Chartres e delle altre grandi cattedrali gotiche fossero depositari delle chiavi della sapienza segreta (la legge divina che governa il numero, il peso e la misura) donate loro dai nove cavalieri templari che si erano recati a Gerusalemme su invito di Bernardo di Chiaravalle e che forse scoprirono l’arca dell’alleanza sotto le rovine del Tempio di Salomone. Anche questo, tuttavia, è un mistero inestricabile, che però palpita tramite i simboli geometrici e allegorici che i compagnons – operai edili specializzati riuniti in confraternite cui dobbiamo la costruzione di Chartres – incisero sulle pietre e sulle travi di quella che il poeta francese Charles Peguy cantò come “la pietra senza macchia, la pietra senza peccato, la preghiera più alta che sia mai stata offerta e la ragione più forte che sia mai stata costruita, il profilo più alto verso il cielo” e infine definì “ un dito puntato verso il cielo”. 
C’è un terzo mistero che affascina e vincola il visitatore: il labirinto. Sulle lastre del pavimento della navata centrale della chiesa è inscritta una figura circolare in bianco e nero che disegna un percorso lungo 261,5 m. e largo 13 m. che va dall’esterno all’interno del cerchio con una successione di curve e archi concentrici. Si sa che il labirinto rappresenta il cammino simbolico che porta l’uomo dalla terra fino a Dio, è un sancta sanctorum che facilita il cammino interiore verso il centro divino (punto di arrivo ma anche di partenza) attraverso la preghiera. Ma è anche, in questo caso, un omaggio alla nascita e alla rinascita umana; tant’è che il numero delle mattonelle del labirinto corrisponde ai giorni della gestazione femminile. Un tempo, i pellegrini  percorrevano in ginocchio il tracciato del labirinto di Chartres, che sostituiva il viaggio in Terrasanta, per ottenere le indulgenze. Ancora oggi, ma solo in occasione delle celebrazioni in onore della Vergine Maria, è possibile camminare a piedi nudi su di esso. Fa rabbia che nel resto dell’anno i meandri siano coperti dalle sedie. Non c’è da stupirsi di ciò; la Chiesa non vede di buon occhio il labirinto perché è un simbolo esoterico e alchemico. 
La cattedrale avvince e seduce fin dall’esterno. Le sue imponenti torri campanarie sono diverse come due gemelli eterozigoti. La torre Sud (Clocher vieux), alta 115,18 m., ha una base gotica ed è sormontata da una guglia molto semplice, mentre la torre Nord (Clocher neuf), alta 105,66 m., fu costruita in epoca più tarda e ha un’architettura più complessa. La facciata è mirabile; ha una superba rosa sopra la quale corre la galleria dei Re, sormontata da una cuspide con la statua della Vergine, e un triplice portale, il “Portale dei Re”, che è considerato un capolavoro assoluto della tarda arte romanica. I tre portali della facciata sono bibbie scolpite con maestria, ricche di statue; vi si leggono le storie dell’Antico testamento e della vita della Madonna e mettono in scena il Giudizio Universale. Pare che dicano “Rinnovate la fede e la speranza o voi che entrate”. Per altro, Chartres ha nove portali, tre per ciascuna facciata e viene chiamata “Bibbia di pietra”. Le meravigliose vetrate della cattedrale sono un capolavoro artistico assoluto e insieme un altro mistero. L’occhio si posa su di esse come l’ape sul fiore. Inizia a succhiare e rischia di inebriarsi, non potendosi più affrancare. Risalgono al XII sec., sono 176, coprono una superficie di 2.600 mq e illustrano scene della Bibbia e della vita dei Santi. Di queste vetrate, considerate fra le più belle al mondo, colpisce il colore blu. Il famoso “blu di Chartres” è inimitabile, magnetico e turbolento come l’oceano al tempo della deriva dei continenti. Il “rosso di Chartres”, invece, è terapeutico. 
Ecco infine altre pillole, veloci ma gustose, per innamorarsi di Chartres. Sotto il recinto del coro, interamente scolpito e arricchito da 200 statue, ci sono 14 correnti d’acqua disposte a ventaglio, simboleggiate da 7 colombe con due becchi ciascuna. Si crede che siano alimentate da una sorgente miracolosa, forse di origine extraterrestre. L’ennesimo mistero presente a Chartres è la reliquia nota come “Velo della Vergine”. Secondo la tradizione, è un brandello della “Santa Tunica” che la Madonna indossava al momento dell’Annunciazione (c’è chi sostiene che la portasse al momento della nascita di Gesù) e che fu donata a Chartres dal re di Francia Carlo il Calvo. Vero o falso? È difficile rispondere. Più facile spiegare perché Chartres sia l’unica grande cattedrale dove non sia mai stato sepolto un re, un cardinale o un arcivescovo. Perché è un luogo immacolato, che non può essere profanato o contaminato, a dispetto degli atei, dei dissacratori e dei blasfemi. E che dire dell’insondabile mistero dei numeri? La pianta della cattedrale fu concepita su precise regole geo-matematiche e d’ingegneria sacra legate al numero aureo (1,618), per cui le distanze fra le varie parti dell’interno (colonne, transetto, coro, e navata) sono tutte multiple del numero aureo. Non è tutto. Lascia senza fiato il misterioso miracolo alchemico della luce. A mezzogiorno del solstizio d’estate, un raggio di sole filtra attraverso il vetro trasparente della finestra a pannelli decorati di Sant’Apollinare e colpisce una pietra bianca fissata su un pezzo di metallo perpendicolare al pavimento raffigurante un labirinto. Il miracolo si ripete ogni anno anche se per via dell’ora legale adesso avviene un po’ più tardi. Ecco riproporsi per la seconda volta il simbolismo del labirinto, come se Chartres volesse ricordarci che nella casa di Dio e della Vergine si entra per perdersi e poi ritrovarsi, rinnovati nello spirito e aperti alla comprensione del mistero. 
Charpentier ha scritto: “Nessuno può vantarsi anche intellettualmente di uscire dalla cattedrale di Chartres identico a com’era prima”. Come negarlo? La “stella del mattino” (è così che la chiamava Peguy) congeda l’uomo vecchio e fa sorgere l’uomo nuovo che dorme dentro di noi, in attesa della chiamata.

sabato 23 luglio 2011

Omosessualità? No, grazie.


Non sono omofobico ma volendo esprimere la mia opinione su un tema insidioso – l’omosessualità – che spesso viene affrontato escludendo dal ragionamento il buon senso, so a priori che forse le mie parole risulteranno sgradevoli a chi è in mala fede o è solito ragionare col ventre. Premetto che dell’opinione di costoro non m’importa nulla. Dunque, ribadisco che non provo sentimenti pregiudiziali o di fastidio nei confronti degli omosessuali. Ritengo sia ingiusto discriminarli e trattarli come figli di un Dio minore. Pur tuttavia, mi irritano quelli che hanno trasformato l’omosessualità in un vessillo giacobino, un piede di porco per scardinare i valori etici e destabilizzare le istituzioni su cui si regge la società civile, a partire dalla famiglia. 
Prima questione: l’omosessualità è un’indole naturale o è contro Natura? A sostegno della prima ipotesi, si indica il fatto che è sempre esistita e che l’istinto affettivo e sessuale tra individui dello stesso sesso è connaturato nell’essere umano. Forse, però esistono da sempre anche la prostituzione e la follia! L’OMS stima che l’orientamento omosessuale riguardi “uno su venti”, come già indicava nel 1947 il Rapporto Kinsey. L’incidenza del 5% sulla popolazione umana suggerisce che l’omosessualità sia una anomalia della natura, un’eccezione e non certo la regola. Altra indicazione: l’omosessualità è comune fra gli animali. Gli etologi hanno osservato che in almeno 1.500 specie animali i rapporti omosessuali sono diffusi, sia in cattività che in ambiente naturale. Basti pensare al comportamento delle scimmie antropomorfe, dei pinguini, delle pecore, dei piccioni e dei delfini. Ma sarebbe più corretto parlare di bisessualità. Poiché gli animali non sono condizionati dalla morale e assecondano l’istinto, la bisessualità sarebbe un fatto naturale come bere, nutrirsi e cacciare. Ma in natura esistono anche la violenza sessuale e l’infanticidio. Dobbiamo legittimarli? In ogni caso, le specie animali classificate sono quasi due milioni e 1.500 casi costituiscono una vera inezia. Perciò, anche fra gli animali, come fra gli esseri umani, l’omosessualità non è la norma ma l’eccezione. Inoltre, l’istinto degli animali è primordiale e teso alla sopravvivenza (che detta atteggiamenti adattivi) e alla soddisfazione dei bisogni primari. Nell’essere umano è innata la coscienza morale che lo rende superiore alla bestia e che detta alla ragione il comportamento che assicura non solo la sopravvivenza ma anche l’evoluzione culturale e spirituale della specie. La coscienza ci conduce verso l’eterosessualità perché è l’unica forma di sessualità dettata dall’amore universale per la vita e in grado di dare continuità alla vita stessa. Per quanto l’amore fra persone dello stesso sesso possa essere sincero e profondo, l’atto fisico omosessuale, invece, è un piacere sterile poiché preclude il dono della vita. Il codice della Natura comanda sopra ogni altra cosa la riproduzione e in tale ottica è palese che l’omosessualità tradisce la natura. Ergo, non la si può considerare “normale”, trattandosi invece di una anormalità, una deviazione. 
Seconda questione: perché tutte le grandi religioni condannano l’omosessualità? Sebbene la Chiesa cattolica non condanni la persona con tendenze omosessuali, nel 1986 ha definito tale orientamento “intrinsecamente disordinato” e considera l’atto omosessuale un abominio perché contrario alla legge naturale, laddove per natura non ci si riferisce tanto alle cose naturali quanto alla natura umana e alla sua coscienza, capace di riconoscere il bene per grazia divina. Che diceva Gesù a tale proposito? Nel Vangelo non c’è alcun episodio da cui si possano evincere le idee o l’insegnamento cristico relativo ai rapporti omosessuali. Tutt’al più, si riscontrano esempi di tolleranza e amore e inviti a non giudicare. Ma è anche vero che Gesù non approvava le “intenzioni cattive”, quali l’impudicizia e le fornicazioni. Forse Gesù non biasimava gli omosessuali ma certamente non li additava come buoni esempi da seguire. È difficile pensare che abbia mai scagliato una pietra contro un pederasta, visto che salvava le prostitute, ma è ancora più difficile pensare che approvasse rapporti sessuali chiaramente contrari al disegno di Dio. Le altre religioni abramitiche (ebraismo e islamismo), al pari dei cristiani ortodossi, condannano l’omosessualità con fermezza. Un precetto buddhista recita: “Astenersi da una cattiva condotta sessuale”. Il Dalai Lama ha deplorato gli atti omosessuali con parole chiare e laconiche: “No assoluto. Senza sfumature”. Anche nell’induismo l’omosessualità, pur tollerata, è socialmente vista come realtà negativa. In sostanza, tutte le grandi religioni non vedono di buon occhio gli omosessuali e ne scoraggiano le pratiche quando non le vietano (come nell’Islam, dove l’omosessuale rischia la pena di morte). Perché? Quale significato dobbiamo cogliere in questa chiusura? Penso sia da stolti rispondere che le religioni sono istituzioni viete e repressive, che impongono le regole per avere il controllo della vita umana. Le religioni le abbiamo create noi e ci indicano la via per arrivare a Dio; poco importa se le vie sono diverse. Le accomuna il rifiuto delle scorciatoie serpeggianti e dei comportamenti dettati dall’egoismo. E quale forma di egoismo è più deleteria per la vita di quella che nega alla vita stessa la possibilità di perpetrarsi in modo naturale? In ogni caso, come conciliare la propria religiosità non tanto con l’inclinazione omosessuale, che non ha senso considerarla un peccato o una colpa, quanto con gli atti sessuali contro-natura che tutte le religioni disapprovano? Per riuscirci, occorre accettare compromessi che la coscienza, qualunque sia la fede cui attinge, non può accettare. Salvo sia intorpidita. 
Terza questione: cos’è veramente l’omosessualità? Oggi, guai a sostenere che l’omosessualità è una malattia. Non è politicamente corretto e si corre il rischio di essere insultati. Forte dell’opinione dei tre giganti della psichiatria – Freud, Jung e Adler, che avendo studiato a lungo l’omosessualità la consideravano una patologia – voglio correre questo rischio. La scienza ha vagliato molte ipotesi e spiegazioni. Secondo gli psicologi che sposano la teoria “innatista”, omosessuali si nasce. Vuoi per ragioni naturali (uno scherzo dell’ipotalamo), le stesse che portano una minoranza della popolazione ad essere mancina anziché destrimane. Vuoi per uno squilibrio ormonale durante la gravidanza. Vuoi per strani influssi, tra cui quello astrologico. Molti psicologi, invece, seguono la teoria “psicologica”, secondo la quale omosessuali si diventa per via di uno sviluppo disordinato della psiche. I sostenitori delle terapie di conversione sono infatti convinti che l’omosessualità sia un’alterazione dell’orientamento dello stato di default a causa di traumi emotivi, abusi sessuali e condizionamenti. Esiste una terza spiegazione “volontaristica”. Non esistono gli omosessuali, ma solo le tendenze e gli atti omosessuali. L’omosessualità sarebbe dunque un comportamento innaturale dettato dall’esterno: appreso ed acquisito. Sarebbe il frutto di una scelta individuale, un gesto di ribellione al conformismo sessuale. Chi ha ragione? Ad oggi, nessuna delle teorie eziologiche ha prevalso in virtù di prove scientifiche inoppugnabili. Il motivo per cui esistono i gay e le lesbiche costituisce un motivo di scontro e polemica anche per gli studiosi. Io penso che l’omosessualità sia “un disagio dell’anima”, un disturbo psichico. In quanto tale, è giusto capire e aiutare gli omosessuali.  Non esaltarli o imitarli. 
Quarta e ultima questione: perché la società sta virando verso l’omosessualità? Purtroppo siamo accerchiati, stretti alle corde da chi vuole imporci il falso concetto di normalità antropologica degli omosessuali. Intanto, non bisogna confondere la vera omosessualità coi comportamenti scabrosi e confusi di chi si dichiara bisessuale o sceglie un comportamenti trasgressivo perché è di moda. I falsi gay e le sporadiche lesbiche superano di gran lunga l’originale. Sono i prodotti scadenti di un’industria culturale informata dal relativismo, dal narcisismo, dall’ambiguità e dall’illusione che tutto sia possibile e lecito, per cui propone falsi miti da consumare con avidità. Rispetto gli omosessuali che vivono la loro condizione con garbo ma biasimo i depravati che danno il cattivo esempio e agiscono subdolamente per abbattere i valori umani in nome di una capziosa emancipazione, inducendo i giovani a scelte comportamentali che non sono affatto naturali, normali né tanto più sane. Prendiamo il penoso Gay Pride, ad esempio. Mi domando di cosa può andare orgoglioso un gay, delle sue scelte sessuali? Può essere orgogliosa una madre che mette al mondo il suo bambino e se ne prende cura con amore o chi ha costruito qualcosa con fatica e onestà, a prescindere dal fatto che sia etero, omo o casto. Trovo scandaloso che i mass media, asserviti a un’ingegneria sociale disgregante, cerchino di convincerci che l’orientamento omosessuale sia bello e giusto, e facilita il successo sociale. Eccolo il punctum dolens. Nella nostra società è in atto un processo di travisamento e ribaltamento dei principi morali per cui si spaccia per oro la pirite e si utilizza la leva mediatica per scardinare dalla testa (e dal cuore) della gente i perni etici e socio-culturali. I film ci spingono a credere che gay e lesbiche siano la punta di diamante della società contemporanea in termini di sensibilità, glamour e intelligenza. La televisione li esalta come se fossero tutti divertenti, sagaci e vincenti. La musica rock impone ai più giovani icone dai comportamenti sessuali deviati. Stolti! Non è certo la tendenza sessuale a fare di noi esseri migliori; caso mai è l’intelligenza, il cuore, l’umanità. La verità, purtroppo, è che l’omosessualità è vissuta ancora oggi come un problema per la maggior parte delle “anime in pena”. Molti omosessuali vivono male la loro condizione, con un senso di inquietudine e persino di colpa. Eppure, le lobbies gay sostengono che la chiave della felicità umana è gettare alle ortiche i nostri obsoleti schemi mentali e i valori tradizionali per aderire a una nuova, trasgressiva visione globale ed edonistica del mondo all’insegna della falsa libertà sessuale e del caos. Siamo sotto attacco. Un sistematico piano diseducativo sta lavando il cervello dei giovani e degli individui emotivamente più fragili, li sta confondendo e spingendo verso la crisi d’identità sessuale. Mi ha lasciato senza parole la recente dichiarazione di Umberto Veronesi, che non è uno stupido. Il noto oncologo ha infatti affermato che “quello omosessuale è l’amore più puro, al contrario di quello eterosessuale, strumentale alla riproduzione”. Inoltre, ha definito l’omosessualità “una scelta consapevole e più evoluta”. Magnifico! La strada a fondo cieco è segnata; si va non solo verso l’omologazione dell’omosessualità ma la sua glorificazione scientifica, etica e socio-culturale. Forse sarò inconsapevole e poco evoluto ma credo che ogni persona con la testa sulle spalle dovrebbe dire NO con fermezza ai tentativi di corruzione da parte dei cattivi maestri che esaltano l’omosessualità come modello positivo. Così come dico NO alla discriminazione e al pregiudizio nei confronti degli omosessuali, io dico NO alla immoralità dei corruttori, NO agli spettacoli volgari e provocatori come il recente Europride di Roma, NO ai matrimoni e alle adozioni gay, NO all’esaltazione della “diversità” sessuale e alla mistificazione, per cui s’inculca nell’immaginario collettivo la falsa coscienza che l’omosessualità non sia un disturbo della personalità ma una condizione naturale se non addirittura un plus. 
Quand’ero bambino non si diceva “gay”. I termini più eleganti per definire gli omosessuali erano “pervertito” e “sodomita”. Si può edulcorare la realtà, non falsarla. Penso sia esagerato chiamare “misfatto” il vizio dei sodomiti, come fece sant’Agostino. Ma credo anche che Dio “non ha creato gli uomini per fare un tale uso di se stessi”.

giovedì 21 luglio 2011

Sembra Itaca con politici famelici come i Proci


Ho sognato che i principali protagonisti della scena politica italiana arrancavano distesi nel fango, sotto una pioggia maleodorante. Qualcuno litigava con un certo Ciacco ma i più cercavano di sfuggire a Cerbero, che li mordeva e graffiava. Ho immaginato si trovassero nel terzo cerchio dell’Inferno dantesco, quello dei golosi. Poi mi sono svegliato, deluso che fosse solo un sogno. Aldilà di queste improbabili suggestioni, è innegabile che la gente non ne può più dell’ingordigia dei politici, su cui il sommo Poeta avrebbe speso parole di brace. La gente è stufa di una casta che invia al Paese segnali chiari ma odiosi. L’Italia è in brache di tela e loro cosa fanno? Tanto per cominciare, alcune settimane fa il parlamento ha deliberato all’unanimità (ma sottovoce) un aumento della retribuzione dei parlamentari di 1.135 euro. Una bazzecola, visto che gli onorevoli già percepivano uno stipendio base che è oltre il doppio di quello dei loro colleghi europei e una remunerazione totale che coi rimborsi spese e le indennità sfiora i 20.000 euro al mese esentasse. Senza contare la serie infinita di agevolazioni (è tutto gratis, dai francobolli fino ai viaggi in aereo). Non li si può accusare di incoerenza, però; i nostri eurodeputati hanno lo stipendio più alto d’Europa (più del doppio dei francesi). Non contenti di essere i primi della classe, i “golosi” hanno rimandato al mittente il finto tentativo di abolire le Province e tagliare le spese della Politica, che come ha rimarcato Il Sole24Ore costa agli italiani ben 23 miliardi di euro all’anno. Una cifra da capogiro. Ogni tanto si favoleggia di diminuire il numero dei parlamentari, che sono troppi (945, contro i 510 degli USA e i 350 della Spagna) e troppo costosi, ma la possibilità che ciò avvenga è remota. È una favola, infatti. Perché la casta dovrebbe auto-mutilarsi? Perché dovrebbe rinunciare anche solo a una minima parte dei propri privilegi? In questo, la destra, la sinistra e il centro vanno a braccetto. Non se ne parla neppure di tagliare le indennità (144 milioni di euro annuali) e i vitalizi dorati (218 milioni di euro solo per gli ex-deputati). Il contribuente mantiene una torma famelica di 2.238 ex-parlamentari ed ex-consiglieri regionali. Nel 2010, un deputato di IDV propose un taglio dei suddetti costi del 60%: Si andò a votare alla Camera, dove nell’occasione erano presenti 525 deputati, che respinsero la folle idea (22 favorevoli, 498 contrari). Guai a toccargli il portafoglio e la pensione ai crapuloni gozzoviglianti della Politica! E guai a toccare i rimborsi elettorali, per quanto Tremonti punti a un taglio del 10%. La crisi è palpabile e i poveri sono sempre di più nel nostro derelitto Paese ma lo Sato continua a spendere un miliardo di euro solo per le auto blu e 2,5 miliardi di euro per le consulenze esterne, affidate agli amici e agli amici degli amici. Questa è la Politica, purtroppo, che non è una scienza esatta ma un’arte, come sosteneva Bismarck. Mi viene il sospetto che in Italia sia diventata l’arte di approfittarsi del prossimo. Per molti uomini politici, disonesti e parassiti, è la scorciatoia per fare affari e arricchirsi. Tutti conosciamo la storia di Ulisse e la sua Odissea. Ebbene, non vi pare che l’Italia di oggi ricordi la disgraziata Itaca caduta nelle grinfie dei proci? Chi ci invita ai sacrifici ci irride con le sue abbuffate. Che fare, dunque? È improbabile che ci soccorra un Ulisse vendicativo. Solitamente, poi, i salvatori della patria fanno solo danni. Non ci resta che attendere le prossime elezioni politiche per spedire all’inferno i golosi – ovvero i nuovi proci – con un biglietto di sola andata.
 
Editoriale pubblicato il 21-7-2011 su: 


sabato 16 luglio 2011

Dieci proverbi per uscire dalla crisi

Si dice che i proverbi siano la saggezza dei popoli. Attualmente, solo la saggezza – merce sempre più rara, forse esaurita – può farci uscire dalla crisi economica, sociale e morale in cui siamo invischiati come tordi nella pania. Dieci proverbi, qualora fossero messi in pratica, risolverebbero buona parte dei nostri problemi. Primo proverbio: i soldi risparmiati sono i primi guadagnati. Basta con gli sprechi! Che lo Stato dia il buon esempio e tagli le spese, che sono vertiginose. Facciamo tabula rasa della casta dei politici in esubero, delle auto blu, dei privilegi di pochi a carico dei cittadini e delle istituzioni inutili. Mettiamo un freno a questa vergogna ma anche al malvezzo individuale di spendere più di quello che abbiamo. Secondo proverbio: è ricco chi si accontenta di poco. Smettiamola di pretendere, come se avere di più fosse un sacrosanto diritto. Comportiamoci piuttosto come le sagge formiche, non come le cicale. Terzo proverbio: a stare fermi si fa la muffa. Diamoci da fare, come quando eravamo intraprendenti ed entusiasti. L’assistenzialismo è una rovina e chi sta con le braccia conserte non merita nulla. Quarto proverbio: chi semina raccoglie. Ci siamo convinti che non vale la pena fare fatica, che tanto la società è corrotta e la fortuna è cieca. Balle! Il successo può anche essere capriccioso e non accorgersi di noi, che non abbiamo padrini né la faccia di tolla, ma prima o poi, se sappiamo insistere, cioè fissarlo dritto negli occhi, il successo lo attiriamo a noi ed è probabile che i risultati arrivino. Quinto proverbio: chi fa il bene trova il bene. È vero, il mondo è diventato cattivo, quasi perfido, e noi non lo capiamo più. Ma non importa. Noi dobbiamo continuare a volere e a fare il bene di tutti perché è l’unica via per migliorare il mondo. E poi, non è forse vero che il Vangelo ci invita a non accumulare tesori sulla terra ma in cielo? Sesto proverbio: un giorno è maestro dell’altro. Facciamo tesoro dei nostri sbagli anziché perseverare nel commettere gli stessi errori. Se ci rendiamo conto di avere fatto scelte sbagliate cambiamo rotta. Proviamo a scrollarci di dosso le cattive abitudini. Settimo proverbio: l’onestà innanzi tutto. Non è utopistico sperare di cambiare le cose restando onesti in un mondo di gaglioffi. Solo gli onesti misurano il loro diritto al loro dovere e questo è l’unico modo per camminare a testa alta. Guai se smettessimo di fare il nostro dovere! Ottavo proverbio: la paura ingrossa il pericolo. Non dobbiamo avere paura del futuro. Il futuro dipende dai nostri pensieri. Perciò tranquilli, non arriverà la paventata fine del mondo. Tutt’al più cadrà per esaurimento un sistema corrotto e stantio che ormai procede per forza d’inerzia, privo di consenso e di valori etici. Verrà un mondo migliore e il futuro ci stupirà. Nono proverbio: chi prega, ammaestra se stesso e gli altri. Non importa in quale Dio crediamo, importa credere che facciamo parte di un piano divino e che lassù qualcuno ha grandi progetti su di noi. Perciò parliamo con Lui, riapriamo il dialogo che abbiamo bruscamente interrotto il giorno in cui abbiamo deciso che forse Dio non esiste e, se esiste, non ci serve più. L’ultimo è un vecchio proverbio comasco: “bisogna minga andà dòa se po’ minga passà”. Traduzione: non si deve andare dove non si passa. Non sarebbe il caso di spiegarlo, è chiaro, ma non fa certo male tenere presente che c’è un modo giusto di fare le cose (e riuscire) e un modo sbagliato. Per sapere qual è il modo giusto bisogna rivolgersi alla nostra coscienza, che non va mai in ferie o in pensione. Ma forse si sta risvegliando.

Editoriale pubblicato il 16/7/2011 su:

mercoledì 13 luglio 2011

Ashtar Sheran: Maestro e fratello cosmico

Chi è veramente Ashtar Sheran? È un essere reale o immaginario? È buono o malvagio? I suoi messaggi all’umanità, diffusi da diversi channelers e contattisti, sono credibili? Queste sono le domande più comuni che rimandano al misterioso personaggio che ufologi e cultori di scienze esoteriche e spirituali ben conoscono. Le risposte sono incerte anche se apodittiche, spesso di segno contrario. Di conseguenza, l’argomento appare delicato e costituisce una vexata quaestio. Cercherò, come semplice divulgatore, di illustrare i termini della questione con serenità e in maniera oggettiva, astenendomi dal giudizio, per quanto abbia maturato le mie convinzioni in merito. Ognuno potrà trarre le debite conclusioni in base alla propria consapevolezza e capacità di discernimento. Procediamo con ordine, dunque. Ashtar Sheran è il nome di un essere cosmico, una straordinaria creatura di luce extraterrestre che a partire dagli anni Cinquanta si relaziona col genere umano tramite uomini e donne che agiscono come canali di trasmissione dei suoi messaggi e appelli all’umanità. Ashtar Sheran fece il suo esordio il 18 luglio 1952. In quella data iniziò a corrispondere con George Van Tassel, un sensitivo-contattista americano. Si presentò come il Comandante della flotta spaziale intergalattica e precisò che proveniva dal pianeta Metharia, posto nel sistema solare di Alpha Centauri. Affermò che aveva una missione divina da compiere: risvegliare la coscienza del genere umano. Da quel primo contatto in poi, Ashtar Sheran ha ampliato il suo campo d’azione. Oltre a comunicare con Van Tassel, scomparso nel 1978, ha cominciato a utilizzare altri sensitivi, molti dei quali sono viventi e quindi attivi. Alcuni sono diventati fedeli e fervidi sostenitori-propagatori del suo programma educativo. In sostanza, da quasi sessant’anni Ashtar Sheran si relaziona amorevolmente col genere umano – nella fattispecie  “gli uomini di buona volontà” – avvisandoci che rischiamo l’autodistruzione a causa della irresponsabilità generale e offrendoci la sua collaborazione per innalzare la coscienza cosmica individuale e collettiva e facilitare il progresso planetario. Agendo dietro le quinte, questa potente guida galattica ci indica come risvegliare la nostra coscienza assopita e come prepararci ai cambiamenti epocali cui siamo attesi. Nel fare ciò, si avvale anche dei nostri angeli custodi. Ultimamente, Ashtar Sheran ha insistito sul fatto che il contatto fra esseri umani e fratelli cosmici è prossimo. A tale proposito ha annunciato che la flotta spaziale “arriverà come amica e ci appoggerà con consigli ed azioni nella creazione del nostro nuovo mondo”. Ha anche detto che il nostro DNA sta cambiando in funzione del passaggio alla IV dimensione e che la Fratellanza Cosmica favorirà la nostra imminente ascensione indolore nelle “stanze di luce”. Qualcuno ipotizza che ciò avverrà a partire dal 2012. Ma facciamo un passo indietro. Van Tassel affermò di avere viaggiato su invito di Ashtar Sheran su una delle astronavi aliene che orbitano attorno alla terra. Alcuni dei suoi successori hanno avuto modo d’incontrare personalmente e fisicamente il Comandante intergalattico e di sperimentare anch’essi il volo sulle aeronavi aliene. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta, la figura del messaggero cosmico suscitò un tale entusiasmo e divenne così popolare che l’editore tedesco Herbert Victor Speer fondò a Berlino il Centro della Pace (MFK) e iniziò a pubblicare i suoi messaggi (un corpus di 4.500 pagine), considerati fondamentali dai contattisti di tutto il mondo. Il Circolo medianico della pace fu attivo dal 1952 al 1976 e si avvalse dei medium Uwe Speer e Monika-Manuela Speer. Il 30 aprile 1962, sul monte Sona, alle pendici dell’Etna, Ashtar Sharan si manifestò come messaggero di Dio a Eugenio Siragusa, il più famoso contattista italiano scomparso nel 2006. In quell’occasione, Ashtar Sheran non era solo; lo accompagnava un altro importante araldo extraterrestre di nome Ithacar. Negli ultimi anni, hanno preso corpo nuove voci. Si sono moltiplicati coloro che dichiarano d’essere in contatto con Ashtar Sheran e di ricevere messaggi da lui. È il caso di Jelaila Starr, che dal 1995 presiede The Nibiruan Council. Secondo la nota contattista americana, Ashtar Sheran sarebbe la manifestazione fisica dell’arcangelo Michele e quando assume sembianze umane il suo aspetto suscita ammirazione: è alto più di 2 m., con gli occhi azzurri e i lunghi capelli biondi fluenti. In Italia, sono considerate figure autorevoli Anna Federighi e Davide Russo Diesi. La prima è una contattista che comunica telepaticamente con Ashtar Sheran (e altri maestri cosmici) dal 1996 e ha fondato a Vinci, presso Firenze, l’Ashtar Sheran Corporation. L’altro contattista di primo piano è il torinese Davide Russo Diesi, che si definisce umilmente uno dei 144.000 Walk-in (“cammina dentro”) sparsi in tutto il mondo. Russo Diesi tiene conferenze durante le quali entità cosmiche entrano nel suo corpo e operano per il risveglio delle coscienze. Ci sono anche sensitivi e carismatici che ricevono messaggi di Ashtar Sheran e li diffondono mantenendo l’anonimato. Sono fonti attendibili per quanto sconosciute al pubblico che si interessa di spiritualità e mistero. Personalmente, da anni ho rapporti stretti con una di queste fonti segrete e ho avuto modo di notare la sorprendente somiglianza formale e concettuale dei messaggi che riceve e quelli diffusi da Russo Diesi. I due non si conoscono e vivono in nazioni diverse. Fin qui, i fatti. 
Veniamo ora alle perplessità e alle controversie sviluppatesi intorno al personaggio Ashtar Sheran. Non voglio nemmeno prendere in considerazione i detrattori “a prescindere”. Per loro, negare è un bisogno fisiologico dettato dalla paura di scoprire i propri limiti. Per gli scettici, è una clamorosa panzana e Ashtar Sheran esiste solo nella mente dei visionari che ne alimentano il mito. Molti fra coloro che credono nella sua esistenza, invece, amano fare un distinguo. In effetti, è indispensabile separare il grano dalla pula; non tutti i contattisti che vantano familiarità con Ashtar Sheran sono veritieri. Ci sta. Neanche le apparizioni di Ufo sono tutte reali o di origine extraterrestre. C’è gente che ama ingannare il prossimo per interesse, divertimento, vanità o secondi fini. Ad esempio, io avanzo un dubbio. C’è chi sostiene (come Jelaila Starr) che Ashtar Sheran e l’arcangelo Michele siano la stessa entità. Ne dubito fortemente. Gli angeli vivono nella IV dimensione mentre i fratelli cosmici più evoluti (esseri di luce anch’essi) vivono nella V dimensione. Alcuni, come il ricercatore inglese David Icke, si interrogano sulle reali intenzioni di Ashtar Sheran, avanzando l’ipotesi che sia un lupo travestito da agnello. Sottolineano infatti che il suo nome (egli si chiamerebbe semplicemente Ashtar, mentre Sharan sarebbe un’aggiunta di Van Tassel) ha strane assonanze con Astarotte, uno dei demoni della cultura ebraica (colui che spinse Caino ad uccidere Abele), e con la dea semitica Ishtar-Astarte, da molti ritenuta un demone terrifico e ripugnante. E se Ashtar fosse in realtà un alieno subdolo e ostile, un inviato di Satana anziché un “angelo in astronave”? Mi è più facile pensare che siamo soli nell’universo. Probabilmente, il nome Ashtar deriva dalla lingua adamitica e significa “pastore”. Non è da escludere a priori il suo collegamento etimologico al termine astrum, cioè “stella”, o astor, una famiglia della confraternita galattica. A parte ciò, considerato il suo aspetto e i suoi insegnamenti, si può affermare che Ashtar appartiene alla razza aliena dei Beta, che secondo la classificazione dell’ufologo e studioso di paranormale statunitense Brad Steiger sono extraterrestri benevoli e saggi. In passato, essi furono spesso confusi con gli angeli e ciò spiegherebbe l’identificazione con l’arcangelo Michele. Ma ciò che maggiormente deve farci riflettere è che fino a prova contraria gli alberi si valutano per i frutti che producono. Quali sono i frutti maturati dal seme aureo di Ashtar? È presto detto. Da sessant’anni, Ashtar combatte gli errori e le menzogne del genere umano, predica l’amore universale, la pace, l’armonia e la fraternità, ci ammonisce che abbiamo fatto della Terra d’oro una terra di piombo, sensibilizza ed educa lo spirito. Fra l’altro, ha parlato della guarigione vibrazionale molto prima che nascesse la geobiologia, ha insegnato che il pensiero crea e perciò è in grado di fare ogni cosa, non ha mai dato ordini, non interferisce né impone condotte limitandosi a indicare all’umanità la retta via, la verità e la vita, come fece Gesù. Le sue lezioni hanno prodotto cambiamenti di coscienza, guarigioni psicofisiche e un’attenzione sempre maggiore verso le stelle. In senso fisico e figurato. Naturalmente, di ciò può rendersi conto solo chi ha stabilito un contatto col suo Io divino. Gli altri, si limitano a fare spallucce o a ridere di ciò che non sono in grado di capire. In conclusione, Ashtar non è certo una meteora. Ha resistito alle mode e ai tempi. Anzi, negli ultimi tempi ha alzato il tiro, iniziando a impartire istruzioni pratiche. Alcune sono così complesse da alimentare il sospetto che siano rivolte solo agli iniziati. Accanto al mio computer, sulla scrivania, ho un suo messaggio inedito. Il figlio delle stelle che ci fa sentire parte della grande famiglia cosmica spiega come avverrà l’ascensione finale, firmandosi “servitore di Dio”. Ogni tanto allungo lo sguardo sul foglio, avverto un’emozione profonda e non posso fare a meno di provare un po’ di invidia per chi ha maggiore confidenza coi nostri fratelli cosmici di quanta ne abbia io. Oltre tutto, mi rendo conto di come sia modesta e in parte errata la mia scienza.

lunedì 11 luglio 2011

Aggiorniamo l'atlante, è nato un nuovo Stato.

Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo, diceva Plinio il Vecchio. 
In effetti, il 9 luglio 2011 l’Africa ha festeggiato la nascita del suo 54° stato: il South Sudan (Sudan del Sud). Si tratta del 202° stato indipendente della Terra, il 194° riconosciuto dall’Onu. 
Aggiorniamo l’atlante, dunque. 
Purtroppo, il termine “festeggiato” è un eufemismo dato che in Africa c’è poco da festeggiare. Ci si ammala di HIV e si continua morire a causa della malnutrizione e della guerra, come se ciò fosse normale. Il Sud Sudan è una nazione grande due volte l’Italia e ha circa dieci milioni di abitanti. Nasce dalla secessione con la Repubblica del Sudan dopo che due terribili guerre civili durate trent’anni hanno causato oltre tre milioni di vittime e chissà quanti rifugiati in quello che nell’antichità era noto come Regno della Nubia o di Kush. Ai tempi dei faraoni era un paese favoloso. Oggi è un paese dilaniato e fragile, al centro di un’area geopolitica molto instabile. L’indipendenza del Sud Sudan è già a rischio. Fra il nuovo stato, che ha come capitale Juba ed è guidato da Salva Kiir, e la “Madre patria”, capitale Khartum e come leader Omar al-Bashir – una canaglia incriminata per il genocidio nel Darfur e già amico di Osama bin Laden – permangono fortissime tensioni. Il Sudan è sempre stato un calderone, oggi è una pentola a pressione difettosa. Il Nord è arabo e musulmano, il Sud animista e cristiano. A parte ciò, esistono altre vertenze: l’odio tribale, il contenzioso sulla regione di Abyei (ricca di giacimenti petroliferi), i confini territoriali, le risorse petrolifere (il 75% si trova nel Sud), l’elevatissimo debito pubblico. Nel frattempo, le violenze non cessano e l’Onu ha deciso di inviare in loco 7.000 caschi blu. Il neostato corre un altro rischio, di essere saccheggiato dalle multinazionali. Solo nel 2009, i predatori globali o neocolonizzatori occidentali hanno acquistato 45 milioni di ettari di terra, di cui il 75% nell’Africa subsahariana. Il Sud Sudan è in vendita alla modica cifra di 4 pence all’ettaro (0,011 centesimi di euro!). Chi è stanco d’investire in titoli di stato e ama il gioco d’azzardo ci faccia un pensierino. A meno che abbia a cuore la sorte di donne e bambini il cui destino, per altro, sembrerebbe già segnato. In Africa si dice che quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata. Chiaro, no? Forse il lettore si chiederà a cosa serve parlarne visto che abbiamo i nostri problemi. È vero, anche da noi gli elefanti della politica e dell’economia non vanno per il sottile, tant’è che il nostro paese assomiglia sempre più a una cristalleria devastata. Eppure, una ragione per interessarci della nascita e del destino del Sud Sudan c’è. Siamo cittadini del mondo. Di più, cittadini dell’universo. Non possiamo restare insensibili a ciò che accade sul pianeta, sia sul piano politico-militare che sociale e ambientale. Non viviamo in una bolla. Apparentemente, la nostra vita non sarà modificata da quello che accadrà nel Sud Sudan. In realtà, anche lo stupro di una donna Niam-Niam e l’uccisione di un bambino Zagawa ci riguardano. La nostra indifferenza ci renderebbe in qualche modo corresponsabili dell’ingiustizia e del male. Per il momento, auguriamoci che il nuovo stato sappia resistere alle pressioni che subirà e che la comunità cristiana di laggiù (la cui persecuzione fu approvata da Khartum) possa finalmente avere pace. Idem per chi non ha ancora incontrato Gesù. Ma se siamo credenti, facciamo un piccolo sforzo supplementare: affidiamo il Sud Sudan e la sua povera gente al Signore. Se è vero che anche il pensiero di una formica arriva in Cielo, non dobbiamo porre limiti alle nostre preghiere. 

Editoriale pubblicato il 11/7/2011 su:

venerdì 8 luglio 2011

Sulle tracce di Maria Maddalena


A Maria di Magdala, forse la figura più controversa e affascinante del Vangelo, ho dedicato anni di studio i cui esiti sono affluiti nel romanzo Ecce me Domine, pubblicato nel 2008.  Le mie ricerche si svolsero in buona parte sul campo, per cui seguii le tracce storiche e fisiche della Maddalena con particolare riguardo agli eventi successivi alla sua partenza dalla Palestina. Secondo la tradizione, infatti, alcuni anni dopo la morte di Gesù ella prese la via del mare e migrò nella terra dei Celti: la Gallia narbonese. Questa tradizione è antica. La Vita di Maria Maddalena dell’arcivescovo di Magonza, risalente ai primi anni del IX sec., ci fornisce i primi indizi della sua “fuga” in Francia. Ma è nella metà del XIII sec., grazie a Jacopo di Varazze, arcivescovo di Genova autore de La leggenda di Santa Maria Maddalena e della fortunatissima Leggenda Aurea, che si afferma la tradizione che la vuole esule in Provenza. Questa credenza è resa ancora più stabile dalla leggenda provenzale delle Tre Marie, che ruota intorno a Saintes-Maries-de-la-Mer, località posta nel cuore della Camargue. Qui sarebbe approdata intorno al 48 d.C. un’imbarcazione partita dalla Palestina, da cui sbarcò un gruppo di transfughi comprendente le “tre Marie” – Maria di Magdala, Maria Salomé e Maria Giacobba o di Cleofa – ma anche Lazzaro e sua sorella Marta, Massimino, Sidonio e la misteriosa Sara, che si crede fosse una serva di pelle nera. Il sito in cui approdarono presso le bocche del Rodano si chiamava Oppidum Priscum Ra ed era un villaggio gallico trasformatosi in campo militare romano e chiamato in seguito Sancta Maria de Ratis. È la prima stazione di un ideale itinerario alla ricerca di colei che fu la prima testimone della risurrezione di Gesù oltre che la sua discepola preferita. Una stazione balneare e oasi naturalistica inondata di luce e da un’aura di profumi e sapori attraenti. Lì, nella chiesa che ha l’aspetto di una fortezza (intorno all’anno Mille fungeva da torre di avvistamento dei pirati saraceni) si rende omaggio alla statua di Sara la Nera, nota anche come Sara-la-Kalì. L’atmosfera è magica e devozionale. La santa è venerata dalla comunità gitana dei Rom, che ogni anno, il 24 maggio, affluiscono in massa per onorarla. Si crede che Sara fosse originaria dell’Alto Egitto ma ancora più arcani e stretti sarebbero i suoi legami con la Maddalena. C’è chi sostiene che fosse sua figlia. In questo caso, chi era il padre? “Mistero!” – taglierebbe corto Enrico Ruggeri. È invece certo che un altro cantante, Piero Pelù, è devotissimo di Santa Sara, tant’è che si è fatto tatuare il suo nome sulle braccia. Anche Davide Van De Sfroos non è insensibile al suo mito; nel brano Rosanera fa riferimento al pellegrinaggio annuale dei gitani. 
Che fece la Maddalena una volta giunta in Francia? Viaggiò a lungo, spinta da un bisogno di pace e di oblio insaziabile e insieme da un afflato karmico che la portò a cercare risposte, a evangelizzare e forse diffondere la conoscenza esoterica che Gesù le aveva donato.  Ella, infatti, era la vera depositaria degli insegnamenti più alti. Nel Vangelo di Maria, un testo apocrifo, Pietro dice alla Maddalena: “Sorella, noi sappiano che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Comunicaci le parole del Salvatore che tu ricordi, quelle che tu conosci ma non noi, (quelle) che noi non abbiamo neppure udito”. A cosa si riferisce Pietro? Forse la risposta è nel Graal, che da sempre suscita diatribe e ispira voli pindarici. Mi è difficile credere che il Graal sia un calice contenente il sangue di Cristo, dotato di poteri straordinari. Più facilmente, è da considerare un simbolo di regalità e di fedeltà agli insegnamenti segreti di Gesù. Credo che la Maddalena ne fosse il custode primigenio e che il suo peregrinare nel Midi della Francia testimoni la volontà di proteggerlo e nello stesso tempo distillarne piccole gocce ai meritevoli. Solo così si capirebbe la presenza della Maddalena a Rennes-le-Château, uno dei luoghi più chiacchierati e misteriosi d’Europa, che ebbi la fortuna di visitare in un giorno in cui non c’era in giro nessuno: né turisti né studiosi. Rennes-le-Château, un minuscolo comune dell’Aude, nella regione della Linguadoca, è diventato famoso grazie al corpus leggendario che ruota intorno alla figura dell’abate Bérenger Saunière, che resse la locale chiesa di Santa Maria Maddalena negli anni a cavallo del XIX e XX secolo. La storia è nota, soprattutto grazie al libro Il Santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln, pubblicato nel 1982. Nel corso dei lavori di ristrutturazione della parrocchia, l’abate scoprì un sepolcro sotto il pavimento della chiesa all’interno del quale giaceva sepolto un favoloso tesoro la cui origine ed entità è ancora oggi sconosciuta. Sta di fatto che la vita del parroco cambiò all’istante e con essa la fisionomia del villaggio, che si arricchì e onorò la memoria della Maddalena come se fosse passata da lì e lì avesse lasciato un ricordo indelebile. Se è vero, cosa lasciò? Quel che risulta certo, è che a Rennes-le-Château si respira un’aria strana, gravida di suggestioni e segni che riconducono alla Maddalena e al Graal. Forse la Santa si spinse fino a qui e poi oltre, a Montségur, dove mi recai attratto dal magnetismo che permea l’intera regione e fa emergere tracce sottili che fanno del paese dei Catari un’officina spirituale. Montségur è un altro piccolissimo comune francese posto ai piedi dei Pirenei dove il mito del Graal e il ricordo della Maddalena irretisce la mente e fa sobbalzare violentemente il cuore. Lì sorgono infatti i ruderi di un castello dove andò in scena l’estrema resistenza dei Catari, gli eretici che la Chiesa combatté e sterminò al tempo della Crociata degli Albigesi, nel XIII secolo. La fortezza catara era inespugnabile e pare custodisse il tesoro ritrovato a Rennes-le-Château. In realtà, si sa solo che prima che la fortezza cadesse e i suoi difensori fossero giustiziati, alcuni Catari misero in salvo il misterioso tesoro che si tramandavano e custodivano. Sulla vetta dello sperone dove si erge a mo’ di nido d’aquila il castello dei martiri, è facile provare emozioni difficili da descrivere. L’animo sensibile si fa partecipe non solo del sacrificio dei Catari ma ancor più del loro ufficio di testimoni di verità scomode e per questo da combattere. Le stesse verità di cui Gesù rese depositaria la Maddalena. 
Il luogo che più di ogni altro sulla terra comunica la presenza ancora viva di Maria di Magdala è la grotta de La Sainte-Baume, dove anche il viandante frettoloso non può fare a meno di fermarsi, inginocchiarsi e raccogliersi in preghiera. Qui si percepisce il respiro stesso della Maddalena perché qui ella visse gli ultimi trent’anni della sua vita in romitaggio, dedicandosi alle pratiche spirituali. Qui si affrancò più volte dal suo corpo, ascendendo con l’anima in virtù dell’abbraccio degli angeli, prima di congedarsi definitivamente dal mondo. La grotta si trova nell’omonimo massiccio montuoso, in una falesia sopra una foresta di 100 ettari descritta da Lucano nella Pharsalia e già nota ai soldati di Giulio Cesare, che la evitarono perché era un nemeton, un luogo sacro popolato di spiriti. In cima alla rupe, sopra la grotta, c’è una piattaforma di pietra dove sorge il St. Pilon, il punto in cui la Maddalena veniva rapita in estasi dagli angeli. Lì, ancor più che nella grotta, si ha come la sensazione che il corpo vibri a una frequenza sempre più alta. Quando il sole inonda il corpo ci si sente afferrare dalla luce. E quando il mistral, il famoso vento della Provenza, soffia con vigore, pare di udire l’eco del nome Myriam ripetuto infinite volte. Suggestione? Può darsi, ma confesso che ogni volta che mi sono recato al massiccio de La Sainte-Baume ho fatto il pieno di emozioni. La primitiva bellezza, l’integrità e il fruscio d’ali che s’alterna al frinire delle cicale, formano un corollario di cui ci si ammanta, felici di vivere un’esperienza di beatitudine, di condividere per pochi istanti lo stato di grazia che Maria di Magdala viveva quotidianamente. A Plan-d’Aups o a Nans-les-Pins, i due villaggi più vicini alla grotta, nessuno mette in dubbio che la Maddalena abbia trascorso qui la sua stagione tardiva. Nemmeno io ho dubbi in merito. Qualche dubbio, invece, lo nutro sul destino delle sue spoglie umane. Sarebbero custodite a Saint-Maximin-le-Sainte-Baume, nella locale, famosa basilica dedicata al vescovo di Aix-en-Provence, Massimino, uno dei protocristiani giunti via mare dalla Palestina. Si crede che la Maddalena spirò fra le sue le braccia e che il suo corpo fu sepolto là dove fu poi eretta a la cattedrale. In realtà, non esistono prove né documenti che lo attestino. Mi piace dunque pensare che la Maddalena ascese in cielo con il suo corpo fisico ed eterico e non solo con quello divino. Come Gesù e la Vergine Maria. Le sue tracce, infatti, si disperdono nell’azzurro color zaffiro del cielo mediterraneo. E la sua icona, che molti pittori hanno cercato di fissare, privilegiando i colori forti, si fonde con le nubi e diventa candida. Leggera come il volo di un colibrì e impalpabile come il riposo dello spirito.