lunedì 11 luglio 2011

Aggiorniamo l'atlante, è nato un nuovo Stato.

Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo, diceva Plinio il Vecchio. 
In effetti, il 9 luglio 2011 l’Africa ha festeggiato la nascita del suo 54° stato: il South Sudan (Sudan del Sud). Si tratta del 202° stato indipendente della Terra, il 194° riconosciuto dall’Onu. 
Aggiorniamo l’atlante, dunque. 
Purtroppo, il termine “festeggiato” è un eufemismo dato che in Africa c’è poco da festeggiare. Ci si ammala di HIV e si continua morire a causa della malnutrizione e della guerra, come se ciò fosse normale. Il Sud Sudan è una nazione grande due volte l’Italia e ha circa dieci milioni di abitanti. Nasce dalla secessione con la Repubblica del Sudan dopo che due terribili guerre civili durate trent’anni hanno causato oltre tre milioni di vittime e chissà quanti rifugiati in quello che nell’antichità era noto come Regno della Nubia o di Kush. Ai tempi dei faraoni era un paese favoloso. Oggi è un paese dilaniato e fragile, al centro di un’area geopolitica molto instabile. L’indipendenza del Sud Sudan è già a rischio. Fra il nuovo stato, che ha come capitale Juba ed è guidato da Salva Kiir, e la “Madre patria”, capitale Khartum e come leader Omar al-Bashir – una canaglia incriminata per il genocidio nel Darfur e già amico di Osama bin Laden – permangono fortissime tensioni. Il Sudan è sempre stato un calderone, oggi è una pentola a pressione difettosa. Il Nord è arabo e musulmano, il Sud animista e cristiano. A parte ciò, esistono altre vertenze: l’odio tribale, il contenzioso sulla regione di Abyei (ricca di giacimenti petroliferi), i confini territoriali, le risorse petrolifere (il 75% si trova nel Sud), l’elevatissimo debito pubblico. Nel frattempo, le violenze non cessano e l’Onu ha deciso di inviare in loco 7.000 caschi blu. Il neostato corre un altro rischio, di essere saccheggiato dalle multinazionali. Solo nel 2009, i predatori globali o neocolonizzatori occidentali hanno acquistato 45 milioni di ettari di terra, di cui il 75% nell’Africa subsahariana. Il Sud Sudan è in vendita alla modica cifra di 4 pence all’ettaro (0,011 centesimi di euro!). Chi è stanco d’investire in titoli di stato e ama il gioco d’azzardo ci faccia un pensierino. A meno che abbia a cuore la sorte di donne e bambini il cui destino, per altro, sembrerebbe già segnato. In Africa si dice che quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata. Chiaro, no? Forse il lettore si chiederà a cosa serve parlarne visto che abbiamo i nostri problemi. È vero, anche da noi gli elefanti della politica e dell’economia non vanno per il sottile, tant’è che il nostro paese assomiglia sempre più a una cristalleria devastata. Eppure, una ragione per interessarci della nascita e del destino del Sud Sudan c’è. Siamo cittadini del mondo. Di più, cittadini dell’universo. Non possiamo restare insensibili a ciò che accade sul pianeta, sia sul piano politico-militare che sociale e ambientale. Non viviamo in una bolla. Apparentemente, la nostra vita non sarà modificata da quello che accadrà nel Sud Sudan. In realtà, anche lo stupro di una donna Niam-Niam e l’uccisione di un bambino Zagawa ci riguardano. La nostra indifferenza ci renderebbe in qualche modo corresponsabili dell’ingiustizia e del male. Per il momento, auguriamoci che il nuovo stato sappia resistere alle pressioni che subirà e che la comunità cristiana di laggiù (la cui persecuzione fu approvata da Khartum) possa finalmente avere pace. Idem per chi non ha ancora incontrato Gesù. Ma se siamo credenti, facciamo un piccolo sforzo supplementare: affidiamo il Sud Sudan e la sua povera gente al Signore. Se è vero che anche il pensiero di una formica arriva in Cielo, non dobbiamo porre limiti alle nostre preghiere. 

Editoriale pubblicato il 11/7/2011 su:

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