venerdì 8 luglio 2011

Sulle tracce di Maria Maddalena


A Maria di Magdala, forse la figura più controversa e affascinante del Vangelo, ho dedicato anni di studio i cui esiti sono affluiti nel romanzo Ecce me Domine, pubblicato nel 2008.  Le mie ricerche si svolsero in buona parte sul campo, per cui seguii le tracce storiche e fisiche della Maddalena con particolare riguardo agli eventi successivi alla sua partenza dalla Palestina. Secondo la tradizione, infatti, alcuni anni dopo la morte di Gesù ella prese la via del mare e migrò nella terra dei Celti: la Gallia narbonese. Questa tradizione è antica. La Vita di Maria Maddalena dell’arcivescovo di Magonza, risalente ai primi anni del IX sec., ci fornisce i primi indizi della sua “fuga” in Francia. Ma è nella metà del XIII sec., grazie a Jacopo di Varazze, arcivescovo di Genova autore de La leggenda di Santa Maria Maddalena e della fortunatissima Leggenda Aurea, che si afferma la tradizione che la vuole esule in Provenza. Questa credenza è resa ancora più stabile dalla leggenda provenzale delle Tre Marie, che ruota intorno a Saintes-Maries-de-la-Mer, località posta nel cuore della Camargue. Qui sarebbe approdata intorno al 48 d.C. un’imbarcazione partita dalla Palestina, da cui sbarcò un gruppo di transfughi comprendente le “tre Marie” – Maria di Magdala, Maria Salomé e Maria Giacobba o di Cleofa – ma anche Lazzaro e sua sorella Marta, Massimino, Sidonio e la misteriosa Sara, che si crede fosse una serva di pelle nera. Il sito in cui approdarono presso le bocche del Rodano si chiamava Oppidum Priscum Ra ed era un villaggio gallico trasformatosi in campo militare romano e chiamato in seguito Sancta Maria de Ratis. È la prima stazione di un ideale itinerario alla ricerca di colei che fu la prima testimone della risurrezione di Gesù oltre che la sua discepola preferita. Una stazione balneare e oasi naturalistica inondata di luce e da un’aura di profumi e sapori attraenti. Lì, nella chiesa che ha l’aspetto di una fortezza (intorno all’anno Mille fungeva da torre di avvistamento dei pirati saraceni) si rende omaggio alla statua di Sara la Nera, nota anche come Sara-la-Kalì. L’atmosfera è magica e devozionale. La santa è venerata dalla comunità gitana dei Rom, che ogni anno, il 24 maggio, affluiscono in massa per onorarla. Si crede che Sara fosse originaria dell’Alto Egitto ma ancora più arcani e stretti sarebbero i suoi legami con la Maddalena. C’è chi sostiene che fosse sua figlia. In questo caso, chi era il padre? “Mistero!” – taglierebbe corto Enrico Ruggeri. È invece certo che un altro cantante, Piero Pelù, è devotissimo di Santa Sara, tant’è che si è fatto tatuare il suo nome sulle braccia. Anche Davide Van De Sfroos non è insensibile al suo mito; nel brano Rosanera fa riferimento al pellegrinaggio annuale dei gitani. 
Che fece la Maddalena una volta giunta in Francia? Viaggiò a lungo, spinta da un bisogno di pace e di oblio insaziabile e insieme da un afflato karmico che la portò a cercare risposte, a evangelizzare e forse diffondere la conoscenza esoterica che Gesù le aveva donato.  Ella, infatti, era la vera depositaria degli insegnamenti più alti. Nel Vangelo di Maria, un testo apocrifo, Pietro dice alla Maddalena: “Sorella, noi sappiano che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Comunicaci le parole del Salvatore che tu ricordi, quelle che tu conosci ma non noi, (quelle) che noi non abbiamo neppure udito”. A cosa si riferisce Pietro? Forse la risposta è nel Graal, che da sempre suscita diatribe e ispira voli pindarici. Mi è difficile credere che il Graal sia un calice contenente il sangue di Cristo, dotato di poteri straordinari. Più facilmente, è da considerare un simbolo di regalità e di fedeltà agli insegnamenti segreti di Gesù. Credo che la Maddalena ne fosse il custode primigenio e che il suo peregrinare nel Midi della Francia testimoni la volontà di proteggerlo e nello stesso tempo distillarne piccole gocce ai meritevoli. Solo così si capirebbe la presenza della Maddalena a Rennes-le-Château, uno dei luoghi più chiacchierati e misteriosi d’Europa, che ebbi la fortuna di visitare in un giorno in cui non c’era in giro nessuno: né turisti né studiosi. Rennes-le-Château, un minuscolo comune dell’Aude, nella regione della Linguadoca, è diventato famoso grazie al corpus leggendario che ruota intorno alla figura dell’abate Bérenger Saunière, che resse la locale chiesa di Santa Maria Maddalena negli anni a cavallo del XIX e XX secolo. La storia è nota, soprattutto grazie al libro Il Santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln, pubblicato nel 1982. Nel corso dei lavori di ristrutturazione della parrocchia, l’abate scoprì un sepolcro sotto il pavimento della chiesa all’interno del quale giaceva sepolto un favoloso tesoro la cui origine ed entità è ancora oggi sconosciuta. Sta di fatto che la vita del parroco cambiò all’istante e con essa la fisionomia del villaggio, che si arricchì e onorò la memoria della Maddalena come se fosse passata da lì e lì avesse lasciato un ricordo indelebile. Se è vero, cosa lasciò? Quel che risulta certo, è che a Rennes-le-Château si respira un’aria strana, gravida di suggestioni e segni che riconducono alla Maddalena e al Graal. Forse la Santa si spinse fino a qui e poi oltre, a Montségur, dove mi recai attratto dal magnetismo che permea l’intera regione e fa emergere tracce sottili che fanno del paese dei Catari un’officina spirituale. Montségur è un altro piccolissimo comune francese posto ai piedi dei Pirenei dove il mito del Graal e il ricordo della Maddalena irretisce la mente e fa sobbalzare violentemente il cuore. Lì sorgono infatti i ruderi di un castello dove andò in scena l’estrema resistenza dei Catari, gli eretici che la Chiesa combatté e sterminò al tempo della Crociata degli Albigesi, nel XIII secolo. La fortezza catara era inespugnabile e pare custodisse il tesoro ritrovato a Rennes-le-Château. In realtà, si sa solo che prima che la fortezza cadesse e i suoi difensori fossero giustiziati, alcuni Catari misero in salvo il misterioso tesoro che si tramandavano e custodivano. Sulla vetta dello sperone dove si erge a mo’ di nido d’aquila il castello dei martiri, è facile provare emozioni difficili da descrivere. L’animo sensibile si fa partecipe non solo del sacrificio dei Catari ma ancor più del loro ufficio di testimoni di verità scomode e per questo da combattere. Le stesse verità di cui Gesù rese depositaria la Maddalena. 
Il luogo che più di ogni altro sulla terra comunica la presenza ancora viva di Maria di Magdala è la grotta de La Sainte-Baume, dove anche il viandante frettoloso non può fare a meno di fermarsi, inginocchiarsi e raccogliersi in preghiera. Qui si percepisce il respiro stesso della Maddalena perché qui ella visse gli ultimi trent’anni della sua vita in romitaggio, dedicandosi alle pratiche spirituali. Qui si affrancò più volte dal suo corpo, ascendendo con l’anima in virtù dell’abbraccio degli angeli, prima di congedarsi definitivamente dal mondo. La grotta si trova nell’omonimo massiccio montuoso, in una falesia sopra una foresta di 100 ettari descritta da Lucano nella Pharsalia e già nota ai soldati di Giulio Cesare, che la evitarono perché era un nemeton, un luogo sacro popolato di spiriti. In cima alla rupe, sopra la grotta, c’è una piattaforma di pietra dove sorge il St. Pilon, il punto in cui la Maddalena veniva rapita in estasi dagli angeli. Lì, ancor più che nella grotta, si ha come la sensazione che il corpo vibri a una frequenza sempre più alta. Quando il sole inonda il corpo ci si sente afferrare dalla luce. E quando il mistral, il famoso vento della Provenza, soffia con vigore, pare di udire l’eco del nome Myriam ripetuto infinite volte. Suggestione? Può darsi, ma confesso che ogni volta che mi sono recato al massiccio de La Sainte-Baume ho fatto il pieno di emozioni. La primitiva bellezza, l’integrità e il fruscio d’ali che s’alterna al frinire delle cicale, formano un corollario di cui ci si ammanta, felici di vivere un’esperienza di beatitudine, di condividere per pochi istanti lo stato di grazia che Maria di Magdala viveva quotidianamente. A Plan-d’Aups o a Nans-les-Pins, i due villaggi più vicini alla grotta, nessuno mette in dubbio che la Maddalena abbia trascorso qui la sua stagione tardiva. Nemmeno io ho dubbi in merito. Qualche dubbio, invece, lo nutro sul destino delle sue spoglie umane. Sarebbero custodite a Saint-Maximin-le-Sainte-Baume, nella locale, famosa basilica dedicata al vescovo di Aix-en-Provence, Massimino, uno dei protocristiani giunti via mare dalla Palestina. Si crede che la Maddalena spirò fra le sue le braccia e che il suo corpo fu sepolto là dove fu poi eretta a la cattedrale. In realtà, non esistono prove né documenti che lo attestino. Mi piace dunque pensare che la Maddalena ascese in cielo con il suo corpo fisico ed eterico e non solo con quello divino. Come Gesù e la Vergine Maria. Le sue tracce, infatti, si disperdono nell’azzurro color zaffiro del cielo mediterraneo. E la sua icona, che molti pittori hanno cercato di fissare, privilegiando i colori forti, si fonde con le nubi e diventa candida. Leggera come il volo di un colibrì e impalpabile come il riposo dello spirito.

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