venerdì 26 agosto 2011

Che delusione l'America su libertà e diritti civili

Non è strano che sia passata inosservata la notizia diffusa dall’agenzia Nuova Cina secondo la quale il vicepresidente americano Joe Biden, durante un incontro avvenuto a Pechino col suo omologo cinese Xi Jinping, avrebbe dichiarato che gli Usa appoggiano una sola Cina (quella comunista), non sosterranno l’indipendenza di Taiwan e riconoscono che il Tibet è “una inalienabile parte della Cina”. Non è strano perché in questo momento gli Stati Uniti d’America stanno giocando una partita a scacchi con la Cina che richiede il silenzio, come nella finale di Wimbledon, oltre che una cospicua dose di piaggeria. Ogni mossa diplomatica azzardata può pregiudicare l’esito del gioco; è in palio la supremazia economica e geopolitica del pianeta. Per cui, qualora la notizia forse vera e Obama intendesse veramente fingersi amico della Cina al punto di sacrificare l’etica e la difesa della libertà che ha fatto grandi gli Stati Uniti d’America, verrebbe da chiedersi cosa sta succedendo a Washington. È possibile che il colosso americano si sia accorto di avere i piedi d’argilla e perciò tremi all’idea di crollare sotto i colpi sottili ma efficaci del drago cinese, che sta conquistando (e comprando) il mondo senza clamore? Certo, è possibile. In questo momento a Washington conviene dimenticare i torti subiti dal Tibet e strizzare l’occhio a Pechino in nome della cooperazione e della ragion di stato. Di più, vale la pena fare l’inchino all’imperatore del Catai e ai suoi dignitari come fece Marco Polo. Premesso che ho nei confronti del popolo americano un sincero sentimento di stima e gratitudine – gli Usa ci hanno salvati da Hitler e dai comunisti e impediscono ai fondamentalisti islamici e ai terroristi in genere di annichilire la nostra società – credo sia giusto esprimere sdegno e preoccupazione per la deriva morale dei governanti a stelle e strisce. Come può l’America dimenticarsi della tragedia del Tibet? Come può tradire le aspettative e i diritti di chi reclama giustamente d’essere aiutato, non di essere considerato invisibile? Ricordo che il Tibet è stato per secoli un paese unito, libero e indipendente, come attestano tre risoluzioni dell’Onu del 1959, 1961 e 1965 rimaste lettera morta. Nel 1950, la Cina invase il Tibet e decise la sua annessione forzata. Nel 1959, il Dalai Lama fu costretto a fuggire da Lhasa e da allora vive in esilio insieme a moltissimi profughi tibetani, privati di ogni cosa e su tutte di una patria. Da allora, Pechino ha vessato il pacifico popolo tibetano con continue offese, prevaricazioni e orribili atti di barbarie. Si stima che solo fra il 1950 e il 1980, i cinesi abbiano sterminato due milioni di tibetani. Migliaia di tibetani sono in carcere per reati di opinione e le donne subiscono la sterilizzazione e gli aborti forzati. Pechino vuole cancellare l’identità nazionale dei tibetani, la loro storia, la loro religione, la loro lingua, la loro civiltà millenaria. Di fronte a questo abominio, che la Cina nasconde sotto un muro di silenzio, non solo l’America ma il mondo intero dovrebbe inorridire e fare fronte comune contro l’arroganza di Pechino. Ma invece di sollevarci, noi chiniamo la testa e ci comportiamo come le tre scimmie della favola orientale. Non vediamo, non sentiamo e non parliamo. E se un giorno toccasse anche a noi? Nel 1963, J.F.Kennedy pronunciò la famosa frase “io sono berlinese” per esprimere la vicinanza e l’amicizia degli americani nei confronti degli abitanti di Berlino, divisi dal muro. Allo stesso modo, oggi Obama dovrebbe affermare che “siamo tutti tibetani” anziché compiacere la Cina. Ma i tempi sono cambiati. Purtroppo tira un’aria malsana ed è meglio far finta che il Tibet non esista.

Editoriale pubblicato il 25/8/2011 su:

mercoledì 24 agosto 2011

La verità sui cerchi nel grano


Se ne parla da tempo. Il film Signs, uscito nelle sale cinematografiche nel 2002 e interpretato da Mel Gibson, ha reso oltremodo popolare il fenomeno dei Crop Circles, noti in Italia come “Cerchi nel grano”. Se ne parla con entusiasmo o scetticismo, incerti se considerarli fenomeni naturali o artificiali, se attribuirli ai fratelli cosmici o all’uomo. Ho le mie idee sull’argomento, ovviamente, e poiché so che è sempre meglio collocare la verità nel mezzo, corre l’obbligo che io faccia un doveroso distinguo. Alcuni cerchi nel grano sono originali e inspiegabili, di origine extraterrestre, altri sono certamente disegni e scherzi umani. Resta il fatto che ogni estate, i cerchi appaiono misteriosamente e si rivelano sempre più complessi, simbolici e interessanti. Anche l’estate 2011 ci ha riservato scoperte sorprendenti. I cerchi sono apparsi un po’ ovunque, persino in Russia, ma soprattutto nelle campagne inglesi, in particolare nel Wiltshire e nell’Hampshire. Anche in Italia sono apparsi dall’oggi al domani disegni molto belli e particolari. Per esempio a Jesi, in alcune località del Veneto, in Piemonte e altrove. Il disegno più spettacolare è quello formatosi nella notte fra il 20 e il 21 giugno a Poirino, in provincia di Torino. Ma chi è l’artefice di ciò? Qual è la verità? È nel labirinto del gioco che la verità si fa luce, dicevano i cretesi. Simili al labirinto di Cnosso, i cerchi nel grano ci invitano a cercare la verità più che a trovarla. È forse questa la loro essenza, il loro vero compito: risvegliarci al mistero. In ogni caso, propongo al lettore di questo post la verità di Solaris, il fratello cosmico protagonista del mio libro Il Vangelo Cosmico. Le sue parole possono orientarci nel labirinto qualora decidessimo di affrontarne i meandri. 

“Ti parlerò di un fenomeno che la vostra disonestà sta inquinando; i cerchi nel grano, che più correttamente dovrei chiamare agroglifi o pittogrammi. Ritenete siano un fenomeno recente, risalente agli anni Settanta del XX secolo. E qui devo subito correggere la vostra erronea convinzione. Anche in epoche lontane abbiamo utilizzato la natura per imprimere nel suolo archetipi che facilitassero la comprensione dei nostri messaggi. Nel tempo che chiamate Medio Evo i cerchi nel grano prendevano forma nei campi di notte proprio come oggi e i vostri antenati ne attribuivano la fattura al diavolo mietitore Puck. Ma i cerchi nel grano sono opera nostra. Quelli genuini, s’intende. Di fronte al mistero della loro comparsa, molti di voi hanno rimosso il problema voltando la testa dall’altra parte. Ma alcuni, più superficiali o maliziosi, hanno tessuto la tela dell’inganno con lo scopo di screditare la verità. Tanti pittogrammi sono fatti dall’uomo; i più sono il frutto di una burla ma altri sono ancora più fraudolenti e minano la credibilità di quelli veri. È nella vostra natura corrotta opporre cortine alla luce. Per giustificare la formazione dei pittogrammi nei casi in cui appare forzato attribuirli all’intervento umano, avete vagliato ipotesi fantasiose; l’azione dei venti e dei tornado, i fulmini globulari, le forze geomantiche, la cimatica, i poteri telecinetici, i campi morfogenetici ed altre cause ancora. Qualcuno, a dire il vero, ha sposato la tesi che il fenomeno sia di natura extraterrestre e si è fatto paladino di questa verità. Purtroppo si tratta di deboli voci clamanti nel deserto, che i sacerdoti della scienza facilmente possono prevaricare in virtù della loro maggiore autorità. Eppure, la vostra scienza vi offre gli strumenti per discernere e non fare di tutta l’erba un fascio. Vi concede l’agio di ponderare con sagacia e distinguere il vero dal falso aldilà di ogni ragionevole dubbio. Basterebbe uno studio più attento di alcuni indizi inequivocabili per riconoscere che i cerchi nel grano di origine extraterrestre generano sulle graminacee effetti irripetibili nei casi in cui l’agente sia la natura o l’uomo. Intanto, non vi suggerisce nulla il fatto che testimoni visivi attendibili abbiano riferito di avere osservato la creazione dei cerchi di grano da parte di sfere di luce mobili, capaci di realizzare enormi pittogrammi in pochi secondi? Quale tecnologia umana può fare ciò? Le indicazioni più cristalline ve le offre l’agronomia, atta a spiegare il fenomeno con chiarezza, salvo mostrarsi incapace di trovare le risposte a determinate e inspiegabili anomalie. In sostanza, un cerchio nel grano è una formazione di spighe allettate, ossia prostrate al suolo anziché erette. Le piante sono soggette a tropismo e gli steli appaiono allungati e piegati, sì da formare figure non casuali e accurate. Le anomalie riscontrabili nei veri cerchi del grano (e assenti in quelli artificiosi) sono tante: presenza di una o più spirali composte da più strati di grano sovrapposti, spighe che continuano a crescere e non si spezzano nonostante siano piegate (sono integre e intatte), steli intrecciati, modifiche organiche quali rigonfiamenti nei noduli dovuti a un campo energetico anomalo, alterazione dei nodi degli steli, ritrovamento di insetti cotti e spesso incollati alle spighe, privi di organi interni e disidratati, forme ellittiche o circolari perfette, margini netti e precisi, nessun danno al terreno, presenza di una polverina bianca composta da microscopici granuli sferici e di cristalli di magnetite e di silicio, radioattività anomala e presenza di elettromagnetismo. Nessuno di questi effetti è invece riscontrabile dove c’è stata l’ingerenza umana. Eppure, gli scettici liquidano il problema con facile supponenza, negando l’evidenza e ridicolizzando chi chiama in causa forze di natura aliena. Voglio rivelarti la verità. I cerchi nel grano autentici sono realizzati da noi figli delle stelle con un sistema tanto semplice quanto oscuro per voi umani. Siamo in grado di produrre e indirizzare su qualsiasi obiettivo geofisico onde di calore e vibrazioni sonore che modellano nel paesaggio precise figure geometriche, secondo i nostri intenti. Per fare ciò usiamo la stessa energia di cui è composto un essere umano e un campo di orzo […]. Vuoi sapere perché i cerchi appaiano soprattutto nelle campagne del Regno Unito? In realtà, ne abbiamo disegnati e continuiamo a disegnarne ovunque nel mondo: nelle vaste praterie degli Stati Uniti d’America, nel tuo paese e in molte altre nazioni del pianeta. In un certo senso è vero che l’Inghilterra è la culla del fenomeno. Abbiamo sorvolato molte volte il Sud di quel paese, lasciando le nostre impronte nei campi di grano che si stendono in un triangolo virtuale compreso fra Avebury, Stonehange e Glastonbury. Abbiamo scelto quel punto preciso perché fin dai tempi più remoti, e di ciò i druidi erano a conoscenza, è un potente centro di energia che favorisce le canalizzazioni e gli allineamenti energetici. Ma in ogni parte del mondo scegliamo i luoghi energeticamente attivi e in particolare là dove si incrociano le cosiddette linee di prateria, le ataviche griglie energetiche del vostro pianeta. Privilegiamo i campi di cereali prossimi a fonti d’acqua sotterranee. Nell’universo ogni cosa è suono e il suono si trasforma e modella forme grazie al potere dell’acqua, che interagisce col suono e possiede un certo tipo di memoria. Parlo in special modo delle acque vibrazionali. È un concetto che stimerai arduo comprendere ma che era già patrimonio dei sapienti secoli fa. Il suono crea la realtà e, come riconobbe Pitagora, la geometria sacra nasce dal suono. In sostanza, i pittogrammi sono forme geometriche sacre. Ma tu vuoi sapere perché ricamiamo nei campi di grano diagrammi frattali, mappe astronomiche, simboli geometrici e spirituali e simboli che evocano le civiltà estinte. Giustamente ti chiedi che senso abbia tutto ciò ed io sono felice di soddisfare la tua curiosità. Sappi, dunque, che i cerchi nel grano sono messaggi provenienti dal cosmo rivolti principalmente al vostro inconscio, pur soddisfacendo il bisogno di comunicare fra noi. Il fine che ci spinge a realizzarli in numero sempre maggiore e con maggiore complessità morfologica è questo: desideriamo risvegliare la vostra coscienza e offrirvi la possibilità di orientarvi sulla via che porta al domani. Potremmo farlo direttamente, manifestandoci apertamente in varie parti del mondo, ma un contatto fisico produrrebbe in voi isteria e forse terrore. Abbiamo invece scelto di inviarvi messaggi grafici cifrati, confidando nella vostra capacità di decifrarli e individuare il nesso che li collega. Vi stiamo parlando con crescente assiduità, avvalendoci di esiti visivi universali, artistici ed ecumenici che non possono essere fraintesi a causa delle molteplici differenze linguistiche. Ad ogni latitudine, la figura di una spirale esprime il vortice. Mentre il termine spirale può essere espresso in tantissimi modi, pari al numero delle lingue esistenti, e di conseguenza può essere frainteso o non compreso. Vi stiamo parlando utilizzando forme e simboli con un crescendo di configurazioni ed espressioni che va di pari passo con la consapevolezza raggiunta dai più evoluti fra voi, quelli che non faticano a capire la logica che si cela dietro ai pittogrammi e al loro sviluppo. Ma è presto per dirti ciò che vogliamo annunciarvi. Per ora, ti basti sapere che stiamo tornando. Anzi, siamo tornati.”

lunedì 22 agosto 2011

Crisi, ci salverà il pensiero creativo


Sono tempi duri - era solito ripetere un professore di latino del Liceo Classico Volta di Como ormai in pensione. In effetti, siamo in affanno e giustamente preoccupati. L’estate ha peggiorato le cose e l’autunno si annuncia carico di insidie. Fra le manovre del governo per tamponare le falle del Titanic-Italia che affonda, il crollo della Borsa e l’agonia del sistema creditizio-economico, rischiamo di vivere l’incubo di una recessione che ci costringerebbe a rivedere le nostre ambizioni e il nostro stile di vita. Ieri, il direttore di una banca mi spiegava che i cinesi hanno interesse a indebolire l’euro e il dollaro e perciò stanno attuando una sottile campagna speculativa di cui i rovesci della Borsa sarebbero l’effetto più evidente. Ma tutto passerà, diceva, è solo una bufera. Beato lui che ci crede! Sì, forse subiamo i capricci dei monsoni finanziari e chi ha i nervi saldi ne uscirà senza le ossa rotte, ma ho come l’impressione che la realtà sia persino peggiore di come appare. Se anche gli Usa (che hanno rischiato il default) e la Germania soffrono e il resto del mondo patisce, significa che la situazione è grave. Il mondo rischia un crack globale peggiore della grande depressione che seguì il crollo di Wall Street nel 1929. Figuriamoci l’Italia, che è un vaso di coccio. 
Che fare? Non sono un esperto di economia e neppure Nostradamus, perciò rinuncio a sparare corbellerie. Pur tuttavia, sono un umanista e quindi vorrei esprimere un’opinione che tenga conto del fattore umano anziché dei flussi e delle leggi economiche. Le crisi sono momenti fondamentali per lo sviluppo umano. Ci mettono in difficoltà ma insieme ci costringono a pensare e poi ad agire. Ci risvegliano dal torpore e dall’apatia prodotti dal benessere, dalle false sicurezze, dalle abitudini. La crisi che stiamo affrontando rappresenta una splendida opportunità di sviluppo. A patto che… 
“La bellezza ci salverà” – sosteneva Dostoevskij. Credo non basti, ci servono le idee. A salvarci sarà solo il pensiero creativo. Quello di cui abbiamo più bisogno in questo momento è ritrovare la capacità di usare la parte destra del cervello, che elabora il pensiero analogico. Ma temo che in molti sia rattrappita a furia di pensare con la testa altrui o non pensare affatto. Un tempo, eravamo famosi per il nostro genio, la nostra fantasia, la nostra creatività. Qualità nazionali che oggi sembrano un po’ appannate. Non dovrebbe essere impossibile lustrarle e rimetterle in gioco. Come? La ricetta l’ha dettata Einstein, cui non mancavano le idee. Primo: “esci dalla confusione, trova la semplicità”. Secondo: “dalla discordia trova l’unione”. Terzo: “nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole”. Se saremo in grado di restare calmi, essere uniti e vedere le cose che accadono intorno a noi col terzo occhio (l’intuito favorisce i disegni della mente), sapremo trovare le soluzioni ai problemi che ci assillano. Sapremo uscire dal pantano, individualmente e come comunità. Però dovremo avere la forza di pensare con la nostra testa, di avventurarci nei territori inesplorati della mente, dove altri non osano entrare. Dovremo essere creativi, innovativi, audaci. Ad esempio, se non troveremo il lavoro che fa per noi potremo sempre inventarci un lavoro nuovo. Come Mark Zuckerberg, il brillante giovanotto che ha avuto il coraggio di creare qualcosa (Facebook) che non esisteva, piace ed è utile. Quante idee nuove e vincenti come i social network attendono di essere scoperte e di fare ricchi i loro inventori? Credo che solo il pensiero creativo possa tirarci fuori dai guai. 
Perciò dobbiamo avere fiducia nelle idee che ci verranno domani.

Editoriale pubblicato il 22/8/2011 su: 


sabato 20 agosto 2011

La Somalia mette a nudo la nostra viltà

Nella regione del Corno d’Africa, e in particolar modo in Somalia, sta avvenendo una tragedia umanitaria di portata biblica che lascia indifferente l’opinione pubblica, come se la cosa non ci riguardasse, salvo fingere di tanto in tanto una parvenza di solidarietà, giusto per essere buoni cristiani o politicamente corretti. 
La Somalia è uno dei paesi più infelici e travagliati della Terra, oltre che fra i più poveri. Il suo karma è terribile. Attualmente è flagellata da tutte le piaghe dell’Apocalisse, nessuna esclusa. Da quando, nel 1960, ottenne l’indipendenza, la Somalia ha fatto i conti con problemi gravi e tuttora irrisolti. Prima le due guerre contro l’Etiopia per motivi territoriali (1964 e 1977), poi la nefasta dittatura di Siad Barre (dal 1967 al 1991) che ha provocato guerre civili dilanianti, quindi la carestia, il caos, il fallimento della missione dell’Onu Unosom (coi tragici fatti della “battaglia di Mogadiscio”), il predominio dei “Signori della Guerra” e infine il governo di transizione cui ha fatto seguito un nuovo caos. Le enormi difficoltà politiche e sociali della Somalia si sono intensificate negli ultimi vent’anni e dal 2007, con lo scoppio dell’attuale tragedia umanitaria (la più grande al mondo, come ha dichiarato l’Onu), il Corno d’Africa è il buco nero della fame, delle malattie, della violenza, degli abusi e del caos. Insomma, un Inferno sulla terra. In Somalia non piove più e questa è una delle ragioni per cui i somali stanno cadendo stecchiti come mosche. La siccità – la peggiore degli ultimi sessant’anni – ha fatto precipitare la produzione agricola e ciò ha causato una carestia senza precedenti. Il 20 luglio 2011, l’Onu ha dichiarato ufficialmente lo stato di carestia nelle regioni somale di Bakool e del Basso Shabelle. Per contro, si è verificato l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la sensibile diminuzione dei fondi a disposizione delle organizzazioni umanitarie. Oltre a pagare colpe riconducibili alle proprie sciagurate scelte, infatti, la Somalia sta pagando anche la crisi economica provocata e gestita dai paesi ricchi. Il fatto è che un terzo della popolazione somala, cioè 2,85 milioni di persone, ha urgente bisogno di aiuti umanitari che arrivano a destinazione col contagocce, tra infinite difficoltà, e ogni giorno oltre 2.000 persone muoiono a causa della malnutrizione e delle malattie. Secondo le stime di Save the Children, più della metà della popolazione delle zone più colpite è costituita da bambini. Per un milione di loro c’è il rischio imminente di perdere la vita. Molti muoiono nel disperato tentativo di raggiungere l’Etiopia o il Kenya. Arrivare al campo di Dadaab è un sogno che spesso si infrange lungo la strada, dove padroneggiano i banditi e i poliziotti corrotti e senza Dio. L’Onu stima che il 75% dei bambini somali vive nel Sud del Paese, dove è in atto la guerra civile più cruenta. L’ultimo rapporto diffuso da Amnesty International rivela che proprio a causa della guerra fra le forze del governo di transizione e i miliziani di Al-Shabaab, bambine e bambini somali sono vittime di violenze e crimini di guerra e sottoposti all’arruolamento forzato da parte dei gruppi islamisti in lotta contro il governo. Purtroppo, in Somalia, divenuta terra di nessuno spartita in sei stati autonomi più la Repubblica autonoma del Somaliland, va in scena un conflitto intestino che è privo di regole ma in compenso ha molti protagonisti: le truppe governative, gli eserciti dei Signori della guerra, le milizie delle Corti Islamiche, i “caschi verdi” ugandesi, i soldati etiopi e altre forze ribelli. La guerra di tutti contro tutti ha devastato il Paese, lo ha annichilito. Sfollati e profughi non si contano più. Dall’inizio di quest’anno, solo dalla capitale Mogadiscio sono fuggiti 400.000 disperati. I diplomatici occidentali sono scappati molto prima. Per gli occidentali entrare in Somalia significa giocarsi la vita ai dadi. Non c’è più legge, non c’è più rispetto né umanità in Somalia. Ma ci sono ottime occasioni per arricchirsi. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Human Right Watch, a Mogadiscio è fiorito un mercato parallelo degli aiuti umanitari, una borsa nera che ingrassa gli avidi speculatori, i quali, con la complicità dei funzionari governativi corrotti, sottraggono i sacchi di cibo inviati dall’Onu e destinati ai bisognosi e li rivendono a caro prezzo. Fa parte della guerra e sono le leggi del mercato, si giustificano gli sciacalli. Intanto, le epidemie furoreggiano (la copertura vaccinale è solo del 26% della popolazione), la malnutrizione è diventata acuta, i diritti civili sono decaduti da tempo, la violenza è endemica e i combattimenti non hanno tregua. L’Onu e le varie organizzazioni umanitarie si sforzano di aiutare la Somalia ma è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino da caffè. Occorrerebbe più determinazione. Il problema di fondo è che in Somalia non ci sono obiettivi strategici primari, ricchi giacimenti petroliferi, miniere o altre risorse che giustifichino un coinvolgimento politico del mondo civile traducibile in decise azioni di forza o diplomatiche, come è avvenuto altrove. A nessuno interessa mettere i piedi a mollo nel lurido Stige. Chi lo fece a suo tempo (gli americani) non prende nemmeno in considerazione l’idea di intervenire di nuovo. Come finirà? Temo che il mondo deciderà di considerare la Somalia un caso disperato e l’abbandonerà al suo tragico destino di morte. Un proverbio locale dice che quando l’uomo è preso dalla corrente si afferra anche alla schiuma. In Somalia non c’è più nemmeno quella e tutt’al più si schiuma di fame, rabbia e odio. Insomma, in quella che un tempo fu una fiorente colonia italiana (negli anni Trenta, la Somalia italiana ebbe un notevole sviluppo economico basato sull’esportazione di banane e prodotti agricoli), sta avvenendo qualcosa di cui anche noi italiani dovremmo vergognarci in quanto esseri umani e cittadini del mondo. Invece, non proviamo nessun disagio e nemmeno interesse per il dramma dei somali. “Tutto il mondo è colpevole” dichiarò tre anni fa lo scrittore somalo Nuruddin Farah in merito all’indifferenza con cui viene accolta la notizia che la Somalia sta morendo. Perché? La risposta è nel Vangelo. Quanti, fra i simpatizzanti di Gesù, lo seguirono sul Golgota e lo sostennero? La natura umana rifugge le disgrazie altrui, non le sopporta proprio perché costringono a un esame di coscienza, un gesto di coraggio e solidarietà. È più comodo essere apatici che partecipi. La Somalia e i somali stanno lassù, crocefissi sul Calvario africano, e noi preferiamo voltarci dall’altra parte per non vedere lo scempio. Al massimo, possiamo offrire agli assetati un bicchiere d’acqua che placherà solo il nostro senso di colpa. E poi, chi se ne frega della Somalia – come diceva ieri uno al bar – abbiamo già le nostre rogne a cui pensare! È così che si giustificano gli egoisti e i vili, per i quali mors tua vita mea.

lunedì 15 agosto 2011

Il fascino ambiguo del "Porto Profumato"

Poche città al mondo hanno il fascino ambiguo di Hong Kong, il cui nome significa “Porto Profumato”. Alcuni anni fa, quando l’isola, Kowloon e i Nuovi Territori  erano ancora sotto il protettorato britannico, l’aeroporto si trovava incastonato fra le case di Kowloon e mentre l’aereo atterrava si aveva come l’impressione che le sue ali sfiorassero gli attici dei grandi palazzi appiccicati l’uno all’altro. I piloti non potevano permettersi il minimo errore di manovra e per i passeggeri, che fissavano il formicaio urbano dal finestrino con una certa apprensione, l’atterraggio al Kai Tak era emozionante come entrare nel ventre della balena di Giona. Ti accompagnava il feroce dubbio che il suo intestino fosse la dimora del caos. Oggi che Hong Kong fa parte della Repubblica Popolare Cinese e che un nuovo, modernissimo aeroporto accoglie il visitatore, non è più possibile provare l’emozione di trovarsi nel mezzo di un videogioco. Al Chek Lap Kok si atterra sul velluto, senza rischi. Nondimeno, il Porto Profumato conserva intatto il suo fascino elettrizzante. L’annessione alla Cina comunista non ha scalfito l’ambiguità di questo importantissimo, palpitante centro commerciale, finanziario e turistico la cui vocazione è ben rappresentata dal suo emblema, la seducente orchidea Bauhinia blakeana. Hong Kong può vantarsi di effondere un profumo unico al mondo. Per alcuni è l’aroma speziato del misterioso Oriente. Per altri la fragranza del Paradiso o l’odore del peccato (la meretrice Suzie Wong lavorava qui, nel quartiere a luci rosse di Wan Chai). E se fosse semplicemente il profumo inebriante dei soldi e del potere?
Hong-Kong è il drago. Ondeggia e si impenna e si tuffa e si attorciglia con tutti i viali irti di vie traverse, di mercati che sono viuzze, di vicoli ciechi equivoci e di scale a picco. E sembra che tutte quelle vie, quei viali, quelle viuzze, quei vicoli ciechi, quei mercati, quei gradini aspettino una processione religiosa, siano imbandierati per qualche festa spaventosa, che conducano al patibolo di un re.” Così si espresse Jean Cocteau, che considerava Hong Kong uno “scenario mobile, alle cui sorprese nessun regista, anche geniale, può aspirare.” Formata da una piccola penisola della costa meridionale cinese e da 236 isole nel mar Cinese meridionale (l'isola di Hong Kong è la seconda per estensione dopo Lantau) Hong Kong ha mantenuto non solo l’autonomia amministrativa e una propria valuta rispetto alla Cina ma quel fascino ambiguo che un tempo irretì Cocteau e molti altri viaggiatori e che oggi lascia senza fiato chiunque abbia modo di ammirare il poliedrico “scenario”, dominato da una skyline mozzafiato. Qui il consumismo è elevato alla potenza e c’è tutto, proprio tutto. Un tutto miracolosamente concentrato come in una grande scatola di latta. La densità abitativa è abnorme, la terza al mondo: 6.390 abitanti per km². L’immigrazione dalla Cina contribuisce alla costante crescita della popolazione di questo alveare laborioso ma soffocante. Per contro, a Hong Kong si registra uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (0,94 figli per donna). I suoi abitanti sono troppo affaccendati per fare figli; preferiscono fare affari, un campo in cui eccellono e dove esprimono gioia e vigore. Qui, gli esseri umani mostrano gli occhi di tigre al mondo e contano solo per i soldi. Più che temere la stagione dei tifoni, quando il Dai Foo (“grande vento”) riversa la sua violenza sulle coste, chi vive a Hong Kong teme la povertà, che ti rende invisibile. Il vero tifone, tuttavia, è benefico ed è quello che ogni giorno si manifesta nei mercati, nel porto e nelle vie commerciali pullulanti di folla, dove soffia un alito umido, che frastorna i sensi e dà le vertigini. La vera tempesta tropicale è ormonale. Forse perché qui la vita è una febbrile catena di montaggio, una giostra impazzita dove realtà e finzione, ricchezza e povertà, bellezza e squallore, felicità e dolore si amalgamano perfettamente secondo una ricetta antica dai sapori forti, non adatti a ogni stomaco.
Quante facce mostra Hong Kong? Ne ho viste tante, differenti l’una dall’altra, e ho apprezzato il fatto che sappiano convivere senza attriti il vecchio e il nuovo, la tradizione e il futuro. Chi è alla ricerca del tempo perduto non rimane deluso. I grandi hotels del mito – su tutti il The Peninsula, “il più bel albergo a est di Suez” dove sorseggiare il tè pomeridiano è un rituale all’insegna del savoir vivre – le viuzze del Yau Ma Tei, il tempio Man Mo, i vecchi che giocano al mahjong o praticano il T’ai Chi nei giardini fioriti, i risciò trainati da ragazzi coi capelli bianchi e i sampan che veleggiano sulle acque evocando l’era coloniale, sono l’anima serena e gentile, che sarebbe piaciuta ai saggi cinesi come Lao-Tze. Il Central (l’animato distretto degli affari), il caotico quartiere Mong Kok, gli sfavillanti centri commerciali e gli arditi grattacieli di Kowloon sono l’anima sfrenata della città, la sua proiezione edonistica, il suo altare a cielo aperto al dio denaro. Un’accezione che non sarebbe spiaciuta a Confucio. In ogni caso, angeli e demoni riescono a coabitare in un serraglio umano così ricco di attrazioni e contraddizioni da far perdere la misura oltre che il senso del tempo. Al turista viene spiegato che sono almeno venti le attrazioni imperdibili. In effetti, non ci si può recare a Hong Kong senza salire sul Victoria Peak, dalla cui terrazza panoramica si gode una vista immaginifica della baia e della città. Né si può ripartire senza avere sperimentato il piacere semplice ma intenso di navigare sullo Star Ferry, il caratteristico traghetto ovale a due ponti che fa spola fra Kowloon e Hong Kong. Ma senza meno, l’attrazione più emozionante è quella che dopo il tramonto trasforma Hong Kong in un regno incantato di luci e suoni grazie a uno spettacolo gratuito unico al mondo noto come Symphony of Lights. Ogni sera, alle ore 20, il Victoria Harbour, lo specchio di mare che divide Hong Kong da Tsim Tsa tsui, si trasforma in un maxipalcoscenico dove la luce disegna trame incantate su oltre 40 grattacieli della città, secondo una scenografia imperdibile, da guinness dei primati, a metà strada fra la danza delle stelle infuocate la notte di san Lorenzo, l’esplosione di un vulcano e un musical di Broadway. Impossibile non restare avvinti dal gioco cromatico luminoso dei laser che esalta e che al pari della musica sfiora le corde anche dell’animo meno sensibile. Impossibile non gustare i magici riverberi della luce sulle acque del porto e nel cielo, simili a liriche cinesi dinamiche che non hanno nulla da invidiare ai componimenti poetici di Li Po.  
Hong Kong è la città dei record. Ne cito tre. Il primo è la statua del Buddha Tian Tan. Alta poco meno di 34 m. calcolando il podio, la statua si trova sulle colline occidentali dell’isola di Lantau ed è considerata la più grande scultura di Gautama seduto in bronzo e all’aperto.  Sull’isola di Hong Kong c’è la scala mobile esterna e coperta più lunga del mondo. Il Central Escalator permette ai pendolari e ai turisti di godersi una tratta di 800 m. in assoluto relax, facendosi cullare dai comodi nastri trasportatori. Il terzo record riguarda il servizio tramviario. La rete di Hong Kong è l’unica al mondo ad usare tram a due piani. Dal 1904, quando entrarono in servizio, questi vecchi tram elettrici dalla livrea romantica sferragliano lungo la costa nord dell’isola di Hong Kong su 16 km. di rotaie. Sono il retaggio di un mondo che si ostina a resistere, per quanto il progresso sia implacabile. In questa caparbia capacità di progredire senza per altro fare tabula rasa di tutto il vecchio, Hong Kong rivela il suo segreto: mettere in pratica le regole dell’I-Ching, il misterioso Libro dei Mutamenti. Per altro, a ben guardare Hong Kong è una sorta di oracolo moderno: qualsiasi domanda riceve qui la sua risposta. E poco importa se a fornirla non sono i 64 esagrammi dell’I-Ching ma le mille voci di Nathan Road, dove è in vendita anche l’anima.  
Hong Kong è paragonabile ad alcune pietre nobili. È forte e vitale, dura e sanguigna come il rubino. È aristocratica e foriera di fortuna e prosperità come la giada, che i cinesi considerano il simbolo dell’immortalità. È anche luminosa e prorompente come lo smeraldo, eternamente giovane e fiduciosa come il turchese, preziosa come lo zaffiro. Per rendersene conto basta girarla senza la Lonely Planet, perdendosi nei suoi meandri simili a uno scrigno. Allora, capita di scoprire le piccole pietre preziose che il turista frettoloso disdegna: i deliziosi parchi dove cantano gli uccelli tropicali, i mercatini più assurdi del mondo, l’albero dei desideri di Lan Tsuen, il cannone di Causeway Bay, i negozi di pesce essicato, erbe medicinali, offerte di carta per i defunti e nidi di uccelli, i ristoranti degni del programma televisivo “Orrori da gustare” e tantissime altre curiosità che rendono un viaggio da queste parti indimenticabile. Perché se è vero che molte città affascinano il visitatore, il “Porto Profumato” lo seduce, ne stordisce i sensi con la stessa grazia con cui un tempo le cortigiane più abili e avvenenti facevano breccia nel cuore dei sovrani del Celeste Impero, il cui potere, è noto, si estendeva su tutto ciò che stava “al di sotto del cielo”, salvo inchinarsi di fronte alla bellezza.

giovedì 11 agosto 2011

Il cuore di tenebra dei filopalestinesi


Sei filopalestinese o stai dalla parte di Israele? Questa domanda mi è stata posta da un conoscente con la stessa, provocante spavalderia di un manicheo per il quale esistono solo il male e il bene, da sempre in lotta fra loro. Esistono anche le vie di mezzo, per cui rispondo che non faccio il tifo per nessuno. Palestinesi e israeliani hanno ragioni da vendere ma anche gravi torti da farsi perdonare. I primi hanno il diritto di avere una patria, i secondi hanno il diritto di esistere e di vivere in pace nella loro nazione, che è riconosciuta dall’Onu. Entrambi, tuttavia, sono arroccati su posizioni intransigenti e al momento inconciliabili. Se proprio devo esprimere una leggera preferenza, mi condiziona il fatto che sono lontano dai valori populisti e dalle posizioni pregiudiziali della sinistra e che non amo la kefiah. Quindi mi sento più vicino a Israele, le cui “malefatte” sono sempre state causate da reazioni forse eccessive ma logiche. Chi non reagirebbe con le maniere forti se la sua vita fosse in pericolo? Ricordiamoci che l’occupazione del Sinai fu la conseguenza dell’attacco proditorio dell’Egitto e che ogni altra occupazione o misura punitiva perpetrata da Tel Aviv è sempre stata una risposta commisurata a minacce, attacchi terroristici e manovre politico-militari destabilizzanti. Lo Stato di Israele non ha ambizioni espansionistiche – il Sionismo è una panzana – mentre si è sempre dovuto difendere militarmente da chi non ne riconosce l’identità nazionale e ne minaccia la sopravvivenza. Ciò non toglie, però, che sia solidale coi profughi palestinesi (come con ogni altro profugo o apolide) e auspichi una soluzione equa della questione che pur tenendo conto delle opposte ragioni e dei diversi interessi possa sacrificare una parte di essi in nome della pace. 
Ora, non è mia intenzione indagare le cause originarie dell’intolleranza che divide i palestinesi e gli ebrei. Un odio che ovviamente va ben oltre le questioni territoriali. È noto che i problemi hanno avuto inizio al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando la comunità internazionale, vergognandosi della Shoah e dovendo trovare una soluzione all’ennesima diaspora del popolo ebraico, decise di creare lo Stato d’Israele. Fu data agli ebrei una terra che apparteneva ai palestinesi ma che un tempo era chiamata Palestina ed era la patria degli ebrei. Una terra arida e adatta ai nomadi, per altro, che gli israeliani hanno saputo trasformare in uno splendido giardino grazie al sudore della fronte e all’ingegno. Tutti conosciamo (o dovremmo conoscere) la storia del dopoguerra e perciò sappiamo che i palestinesi non hanno mai riconosciuto il diritto di esistere di Israele, la qual cosa ha provocato lotte e lutti a non finire. L’aspro conflitto fra arabi e israeliani dura da oltre mezzo secolo e ha conosciuto momenti di autentica follia. La prospettiva che coesistano due stati sovrani viene accettata a parole; i fatti smentiscono gli intenti. Gli ultimi eventi politici sembrano suggerire che presto la tensione crescerà. È possibile che l’accordo firmato il 4 maggio 2011 al Cairo tra le due fazioni palestinesi rivali – il partito Fatah, al governo in Cisgiordania, e Hamas, egemone nella striscia di Gaza – abbia ripercussioni incisive per il futuro assetto dell’area medio-orientale. Al-Fatah e Hamas sono le due anime del movimento palestinese: moderata la prima, terrorista e antisionista la seconda, tant’è che Netanyahu l’ha definita “versione palestinese di Al-Qaeda”. Sono incompatibili eppure si sono riconciliate per fare fronte comune contro Israele, il cui premier ha dichiarato: “è un duro colpo per la pace e una grande vittoria per il terrorismo”. Ha ragione o esagera? Effettivamente, l’accordo è una minaccia per la pace poiché rinvigorisce le pretese dell’Olp e innervosisce Israele. Dal 2007, l’anno dei sanguinari scontri fratricidi a Gaza, Fatah e Hamas litigano violentemente, il ché non dispiace a Israele, il cui interesse e sforzo strategico è il divide et impera caro ai romani. L’accordo raggiunto comporta, in buona sostanza, la coesione dei palestinesi contro Tel Aviv. L’Olp intende sollevare all’assemblea generale dell’Onu che si terrà a settembre il tema del riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. In più, chiederà il ristabilimento dei confini antecedenti la guerra del 1967. Pur dichiarandosi “pronto a compromessi dolorosi” per la pace, Netanyahu ha già respinto al mittente tali richieste. Che farà l’Onu? La comunità internazionale desidera che i palestinesi abbiano una patria, pur tuttavia non può riconoscere l’esistenza di uno stato palestinese se prima i palestinesi non riconosceranno a Israele il diritto di esistere e ai suoi abitanti quello della sicurezza. È il punctum dolens. Mentre Fatah è aperta al dialogo con Israele, Hamas ragiona solo con le bombe e vuole l’annientamento dello stato ebraico. Hamas è inquieta perché la Siria (che ospita i terroristi, li nutre e li fornisce di armi e soldi iraniani) vacilla. Perciò, complici i Fratelli Musulmani, ha stretto un’alleanza con l’Egitto del dopo Mubarak, intermediario dell’intesa precaria con Fatah. Che senso hanno queste acrobazie diplomatiche? Il senso è chiaro: le due fazioni palestinesi si sono turate il naso per tentare un colpo di mano politico contro Israele. Inabili a vincere con le armi, stanno confezionando un capestro e cercano di metterlo al collo dell’odiato nemico con la speranza di poter stringere la corda già a settembre. Ma Fatah e i terroristi di Hamas, che lo stesso Abu Mazen oggi abbraccia calorosamente dopo averli definiti “signori delle tenebre”, fanno i conti senza l’oste, che è manesco. Penso che non si potranno mai tracciare i confini dello stato palestinese senza il consenso di Israele e il placet degli USA. Cosa accadrà, dunque? Difficile dirlo ma è possibile che Abu Mazen cada in disgrazia e che Hamas, più forte di Fatah, diventi la voce ufficiale del movimento palestinese. Una voce prepotente e isterica. Forse accadrà che l’Egitto, sotto la spinta dell’integralismo islamico di stampo sunnita, si avvicinerà all’Iran, per quanto quest’ultima nazione abbia un’anima sciita. Anche questa “amicizia” opportunistica farà salire la tensione nell’area del Mediterraneo, già resa frizzante dalla “primavera araba”. In definitiva, i toni potrebbero diventare sempre più aspri. E Israele? Israele osserva le scene di giubilo fra i componenti di Fatah e Hamas col sangue freddo degli eroi dei vecchi film western. Ha coscienza della sua forza militare e del suo peso politico; non si farà mettere il cappio al collo. Se i suoi avversari lo sfideranno in un duello stile “OK Corral” potrà sempre fare un fischio a John Wayne, che non ha bisogno di fare fuoco. Gli basterà bloccare i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese. 
Nel frattempo, l’antisemitismo più becero continua a influenzare le scelte di schieramento non solo della sinistra italiana ed europea ma anche dei qualunquisti che non vedono di buon occhio gli ebrei. Molti filopalestinesi sono tali perché a priori odiano gli ebrei (per quanto non lo ammettano). Hanno un cuore di tenebra formatosi attraverso secoli di pregiudizi razziali. Purtroppo, pur facendo parte noi tutti di una società la cui cultura è giudaico-cristiana, fatichiamo ancora oggi (nonostante l’Olocausto) a liberarci dell’odio verso la razza giudea, sedimentatosi nel nostro DNA e nutrito da luoghi comuni e timori infondati: gli ebrei hanno ucciso Gesù, sono tutti sporchi, avidi e senza scrupoli, hanno preparato la rivoluzione russa, hanno in mano la finanza mondiale e cospirano ai danni dell’umanità. Il Judenhass (“odio degli ebrei”) ha prodotto in passato odiose discriminazioni, persecuzioni e sciagure. Si spera che in futuro non vengano più ripetute le nefandezze di cui ci siamo macchiati. Ma ancora oggi, purtroppo, in nome del revisionismo c’è chi arriva a negare la Shoah. L’antisemitismo è più vivo che mai e l'esaltazione dell'Intifada ne è una conseguenza diretta, al pari della distorta propaganda filopalestinese. La verità è che moltissimi filopalestinesi vedono le cose a senso unico perché il loro cuore è offuscato. “Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità e soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei” – queste parole furono annotate da Anna Frank nel suo famoso Diario. Dovrebbero indurci a riflettere. Per quanto le rivendicazioni dei palestinesi possano apparire umanamente giuste, non è ragionevole pensare che essi abbiano tutte le ragioni e Israele sia uno stato fascista. E non è ragionevole odiare gli ebrei a priori e a prescindere. Il conflitto israelo-palestinese è una faccenda troppo seria perché la si possa trattare assumendo posizioni viziate dall’ignoranza (è essenziale conoscere la storia per capire l'oggi) e da sentimenti e umori preconfezionati. Il processo di pace necessità di buon senso, serenità di vedute e reciproco rispetto perché possa attuarsi. Altrimenti la guerra in medio Oriente non avrà mai fine e Gerusalemme, la nuova Armageddon, darà il via all’Apocalisse. Per chi vuole saperne di più, farsi un’idea seria del problema e depurare il cuore dalle scorie antisemitiche, suggerisco la lettura di due ottimi libri sull’argomento. Il primo è Vittime di Benny Morris, il capostipite dei nuovi storici israeliani. La sua è una visione obiettiva e non di parte del dramma dei palestinesi e dei coloni israeliani. L’altro è la Storia di Israele di Eli Barnavi. Entrambi ci aiutano a capire che gli ebrei non sono migliori o peggiori di noi e degli arabi. Sono uomini come noi, ma con un karma terribile e un futuro aleatorio. Come rimarcò Jean Paul Sartre nel suo saggio del 1946 su L’antisemitismo, “sono stati i cristiani a creare l’ebreo”. Strano, vero? Abbiamo bisogno di un capro espiatorio per giustificare i nostri conati e le nostre debolezze.

mercoledì 3 agosto 2011

Le virtù di pietre e cristalli


In mineralogia, il termine pietra si usa per indicare minerali di vario tipo, alcuni dei quali usati come gemma. Le pietre possiedono straordinarie virtù in campo architettonico-edilizio, chimico, industriale, orafo, ecc. Ma non è su queste note virtù che gli angeli ci istruiscono, bensì su quelle invisibili, che è impossibile percepire coi cinque sensi. Gli angeli sono maestri di cristalloterapia, una scienza antica che attribuisce ai minerali di forma poliedrica proprietà non solo fisiche ma sottili, e quindi curative della psiche e dello spirito. In questo post presento un piccolo patrimonio di informazioni di cui il lettore potrà far tesoro, alla condizione che modifichi il suo approccio verso le pietre e i cristalli. Solo apparentemente essie sono inanimatie, privi di vita. In realtà, come ci assicurano gli angeli, ogni pietra respira, esiste per uno scopo preciso e brama di realizzarlo con l’aiuto del suo Deva.  
Rimasi molto colpito il giorno in cui una persona dotata di poteri spirituali non comuni mi disse: “Vedi quell’ametista? Ti chiama”. Come può chiamarmi una pietra, pensai. E poi, cosa significa? La carismatica mi spiegò quello che aveva appreso dagli angeli. Ogni pietra è assistita da un angelo della Natura che la protegge e vive in attesa di trasferirsi presso un essere umano per offrirgli il suo aiuto, la sua specifica competenza. Perché ciò avvenga è necessario che la pietra che lo ospita entri in possesso della persona cui è destinata nel disegno divino. Il nostro pianeta è popolato da miliardi di pietre e altrettanti Deva il cui solo desiderio è diventare proprietà di qualcuno. Non di qualcuno a caso ma di chi ha bisogno di quella specifica energia sottile, di quella particolare pietra. Se era l’ametista a chiamarmi e non il quarzo o la corniola è perché in quel momento avevo bisogno dell’energia dell’ametista. È facile da capire, un po’ meno da comprendere ma solo perché la nostra mente fatica ad accettare le verità esoteriche. Abbiamo accettato l’idea che esistono i quark, i mesoni e i neutrini, eppure nessuno li ha mai visti. Perché dubitare che un rubino abbia un corpo eterico se non addirittura un corpo astrale, allora? Gli antichi avrebbero dubitato più facilmente dell’esistenza dei buchi neri nello spazio anziché diffidare delle proprietà spirituali oltre che fisiche di una giada, alla quale Giapponesi e Cinesi attribuiscono facoltà magiche e poteri sovrannaturali. Gli angeli ci invitano a ricostruire il ponte con i mondi invisibili e, nella fattispecie, a riconoscere nel regno minerale quello stesso flusso di energia cosmica che ci tiene in vita. Le pietre preziose in particolare sono il simbolo di una trasmutazione dall’opaco al luminoso che si presta a una interpretazione spirituale: è il perfezionamento dell’anima attraverso la sua lucidatura. Nell’Apocalisse di Giovanni la nuova Gerusalemme è un baluardo tutto rivestito di pietre preziosa e descritto così: “I gradini del baluardo sono rivestiti di pietre preziose di ogni genere: il primo è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardonica, il sesto di cornalina, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisoprasio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista” (21, 18-22). Ogni pietra ha le sue virtù e ogni anima può riconoscersi in essa, ambire a risplendere della medesima luce. Ecco dunque una breve ma utile guida alle virtù delle pietre. Di ognuna di esse gli angeli hanno dettato due categorie di informazioni. La prima traccia il profilo della personalità umana affine alla pietra in oggetto, nel senso di esserne particolarmente attratta o averne bisogno. La seconda ne evidenzia i benefici spirituali. Gli angeli ci suggeriscono di individuare la pietra che ha maggiore analogia con noi o può esserci utile. Possiamo tenerla in tasca, al collo,  sulla scrivania o sul comodino vicino al letto. La compagnia della nostra pietra virtuosa ci farà bene. Il suo Deva ci trasferirà l’energia peculiare di cui è dotata e ci metterà in comunione con il suo spirito.
Agata. È una gemma rilassante e depurativa. Apporta speranza e armonia, dona pace e serenità, favorisce la respirazione ed emette vibrazioni purificatrici per l’ambiente. È dunque associata all’equilibrio fisico ed emotivo. È preferita da chi ha voglia di vivere, possiede una notevole autostima, è sicuro ed esercita un certo magnetismo. È la pietra adatta per mettere a fuoco le situazioni perché stimola la concentrazione e la produzione di soluzioni pratiche.Opera sul 1° chakra e risveglia la coscienza di sé. L’agata blu agisce invece sul 5° chakra. Favorisce la digestione.
Amazonite. Indipendenza e forza spirituale sono le sue valenze. Favorisce la pratica della meditazione e calma il sistema nervoso.
Ambra. Questa resina di conifere fossili si accompagna alle persone positive capaci di irradiare molta luce e ai tipi intuitivi. Fu il filosofo Talete a scoprirne le proprietà “magnetiche”. I rosari e gli amuleti fatti d’ambra sono come i condensatori di elettricità e scaricano dei loro eccessi coloro che li portano. Lo Pseudo-Dionigi dice che è un attributo delle essenze celesti poiché rappresenta la purezza incorruttibile, inesauribile, indefettibile e intangibile dell’oro ma anche lo splendore brillante, luminoso e celeste dell’argento. Apre il 3° chakra, rilassa e protegge lo spirito dalle influenze negative. Fisicamente aiuta il sistema respiratorio e potenzia la memoria.
Acquamarina. È una varietà di berillo turchino affine agli individui che si distinguono per chiarezza mentale, capacità espressiva e ispirazione spirituale. Opera sul 5° chakra. Armonizza l’attività mentale e la calma. Agisce beneficamente in caso di asma e problemi respiratori
Ametista. Questo quarzo di colore viola esprime creatività, saggezza, intuito, autostima e grande disponibilità psichica e spirituale. È’ la pietra della temperanza e protegge dall’ebbrezza. Apre il 6° chakra. In astrologia è associata a Mercurio. Secondo la tradizione guarisce dalla gotta e, posta sotto il cuscino, è portatrice di sogni benefici, rafforza la memoria e immunizza contro i veleni.
Apatite. Questo minerale giallo, rossastro o verde è la pietra dell’amore per lo studio, della saggezza e della riflessione. Aiuta l’attività mentale.
Avventurina. Indicata per le personalità gioiose, tranquille, ottimiste e armoniche. Apre il 4° chakra e accresce la chiarezza mentale.
Azzurrite. Questo carbonato basico di rame di colore azzurro intenso è ideale per chi è in fase di crescita spirituale ed è un potenziale guaritore. Accresce la consapevolezza e le facoltà terapeutiche.
Berillo. È un minerale incolore associato alla generosità. Migliora il funzionamento dell’intestino e agisce come sedativo cardiovascolare.
Celestite. Sinonimo di meditazione spirituale e premonizione. Risveglia la spiritualità assopita, eleva lo spirito e stimola i sogni premonitori.
Corniola. Le sue valenze sono: energia, creatività, curiosità, sensualità, autorevolezza e carica emotiva. Apre il 2° chakra e potenzia l’energia e la prosperità. Agisce sugli organi di riproduzione.
Citrina. È’ la pietra della forza di volontà, dell’equilibrio e dell’indipendenza. Opera sul 2° chakra. Favorisce l’affrancamento da ogni tipo di dipendenza perché rafforza la volontà e l’equilibrio.
Calcite. È sinonimo di equilibrio. Stimola i reni.
Cristallo di rocca. È la pietra delle nature sagge, spirituali, che vogliono lasciarsi alle spalle il passato, ritrovare la fede in Dio, la gioia di vivere e la strada giusta. Apre il 7° chakra e mette l’anima in connessione con Dio.
Diamante. Questa pietra preziosa è per eccellenza il simbolo della limpidezza, della perfezione, della durezza e della luminosità. Esso suggerisce passione e gelosia. Opera sul 7° chakra e oltre a stemperare il sentimento della gelosia e agire come afrodisiaco, scioglie i blocchi energetici e la negatività. Secondo Santa Ildegarda da Bingen, tenuto in bocca preserva dalla menzogna e facilita il digiuno. La varietà Herkimer favorisce la chiaroveggenza, i sogni premonitori e il ricordo delle vite passate. In più cura lo stress.
Eliotropio (o Diaspro sanguigno). È una varietà di calcedonio di colore simile al plasma. Esprime vitalità, coscienza espansa e coraggio. Apre il 1° chakra. Dona vitalità e aiuta il cuore.
Ematite. È la pietra dell’autostima, della positività e della vitalità. Attira le personalità magnetiche e sicure di sé. Apre il 1° chakra. Aiuta la circolazione sanguigna.
Fluorite. È preferita da chi ha percezioni chiare e forti. Apre la mente e le fa superare i problemi psichici. ndicata contro l’artrite.
Giada. Attira gli altruisti e i sentimentali. Apre il 4° chakra. Purifica il sangue, rafforza il sistema immunitario, protegge da lesioni e incidenti, aiuta i reni. Per i Cinesi la giada corrisponde allo yang, il principio maschile dell’universo.
Granato. È la pietra dei tipi calorosi, energici, vitali, volitivi, ricchi di immaginazione e controllo. Stimola l’immaginazione, dona energia e vitalità. Calma la rabbia e favorisce la circolazione del sangue. Migliora la pelle, purifica i polmoni e l’attività intestinale.
Lapislazzuli. Presso molti popoli antichi, fra cui i sasanidi e le culture precolombiane, era il simbolo cosmico della notte stellata. Questa associazione di minerali diversi di colore azzurro oltremare intenso è ideale per gli individui meditativi, puri, sensitivi, portati alla veggenza, ma anche ottimisti, fantasiosi, energici e costruttivi. Apre il 5° e il 6° chakra. Accresce le facoltà medianiche, stimola la voce e le capacità canore, stimola le rivelazioni attraverso il terzo occhio, purifica.
Malachite. Questa pietra è eccellente per i tipi visivi, dotati di ottima vista ed equilibrio mentale, lucidi ed intuitivi. Apre il 3° occhio ed è la pietra degli occhi. Infatti potenzia la capacità visiva, guarisce le malattie degli occhi, rigenera i tessuti e opera sull’emisfero di destra del cervello.
Occhio di Tigre. È la pietra delle persone molto spirituali, coscienti e forti nelle rinunce. Apre il 1° e 2° chakra. Favorisce la disintossicazione e i digiuni, aiutando la coscienza a separare i bisogni reali dai falsi desideri.
Opale. Esprime armonia, equilibrio, gioia e creatività. Il suo uso assicura tutte queste valenze, inoltre chiarisce il rapporto fra il Sé e l’universo.
Ossidiana. È’ la pietra di chi guarda al futuro. Sensibilità, facoltà profetica, ottimismo, positività e forza sono i suoi caratteri. Allontana gli influssi negativi e il pessimismo. Aiuta a dimenticare i vecchi amori, protegge nei viaggi, rafforza la capacità di introspezione.
Peridoto o Olivina. È la pietra della pazienza e dell’ottimismo. Accentua la chiarezza spirituale. Stimola la rigenerazione dei tessuti.
Pietra di luna. Grande sensualità, femminilità accentuata, intuizione, chiaroveggenza e ricettività. Apre il 2° chakra. Accentua la parte femminile e stempera la virilità. Rende sensitivi e armoniosi.
Quarzo affumicato. Questa varietà nerastra di uno dei minerali più comuni della litosfera favorisce la fertilità, dona gioia, potenzia la creatività, accentua la sensibilità e il mistero. Fisicamente aiuta l’assimilazione delle proteine
Quarzo bianco. È sinonimo di meditazione e chiarezza. È un potentissimo canale di produzione e trasmissione di energia positiva. Sblocca tutti e sette i chakra! Purifica la casa dalle energie negative, potenzia, cristallizza e dirige il pensiero, favorisce la meditazione.
Quarzo rosa. È la pietra di chi sa amare se stesso e gli altri, è positivo, dolce, innamorato della vita, sicuro, creativo, tenero e fondamentalmente buono. La tradizione popolare gli attribuisce il potere di attrarre l’amore verso chi lo porta. In realtà il suo significato è molto più profondo: esso è un archetipo dell’amore assoluto ed emana l’amore dell’Universo su di noi e su tutte le cose. Apre il 4° chakra. Accresce la sicurezza e la creatività. Dona conforto nel dolore e produce tenerezza e bontà. Favorisce la soluzione dei problemi sentimentali. Riempie di positività un ambiente chiuso.
È la pietra dei poeti e degli artisti. Sviluppa il senso dell’estetica. La nostra percezione di bellezza si esalta e siamo sommersi dall’armonia. Stimola la nostra sensibilità verso il bello e non solo nelle arti, ma anche nella nostra vita, verso la natura e i nostri simili. Inoltre, sviluppa la nostra capacità di meditazione.
Quarzo rutilato. Indicato per le persone innovative e forti, è un buon antidepressivo che contrasta la debolezza.
Rubino. È la varietà rossa del corindone, una pietra preziosa. Attrae le nature energiche e vitali, piene di grinta. È’ la pietra del potere e del sangue! Anticamente era considerato emblema di felicità poiché bandiva la tristezza. Apre il 1° chakra. Favorisce l’equilibrio, la flessibilità, l’energia. Cura il cuore, beneficia il cervello, la memoria e il vigore.
Sodalite. Coraggio, armonia e facilità di comunicazione sono le sue valenze. Apre il 5° chakra. Dona armonia e coraggio. Toglie le paure inconsce e i sensi di colpa. Rafforza il sistema linfatico.
Smeraldo. Verde e trasparente, questa varietà di berillo dalla “luce verde” ha un significato esoterico e un potere rigeneratore. È la pietra della conoscenza segreta e per gli alchimisti era la pietra di Mercurio. Simbolo di rinnovamento, evoluzione e, forze positive, è associato agli amanti perfetti. Frena la lascivia e aumenta la memoria. Apre il 4° chakra.
Topazio. Associato ai tipi solari, lucidi, comprensivi, creativi, calmi, dotati di buon gusto. Apre il 3° chakra. Stimola il senso del gusto. Aiuta a dimenticare il passato e comprendere gli altri. Rafforza il cuore e la colonna vertebrale.
Tormalina. È la pietra degli individui coraggiosi, positivi ed equilibrati. Apre il 4° chakra. Allontana le paure e la negatività. Favorisce il sonno tranquillo ed esorcizza gli incubi  e i brutti sogni. Dà equilibrio nelle relazioni. Aiuta il sistema immunitario. Se è verde cura le infiammazioni. Se è nera protegge dalle influenze negative e cura l’artrite. Se è rosa favorisce la fertilità e la creatività. Se è blu apre il 5° chakra e dona sollievo alla gola favorendo le capacità canore e di comunicazione.
Turchese. Questa pietra preziosa di colore dal verde al celeste è associata alla natura percettiva e comunicativa, molto tenera e sensibile, consapevole di sé. Apre il 5° chakra. Nelle antiche culture centro-americane è sempre in rapporto con il fuoco e il sole. Presso gli Aztechi, il dio del fuoco era detto “Signore della turchese”. Essa rafforza la vista, aiuta l’assimilazione degli alimenti, protegge dall’inquinamento e accresce la capacità di percezione. In astrologia è associata a Saturno.
Zaffiro. È la varietà di corindone colorata in azzurro, anch’essa rinomata come gemma preziosa. È la pietra celeste per eccellenza; un tempo si credeva che la meditazione su questa pietra portasse l’anima alla contemplazione dei Cieli. Nel cristianesimo rappresenta a un tempo la purezza e la forma luminosa del Regno di Dio. È associato alla chiaroveggenza, alle facoltà sensitive, alla telepatia e alla meditazione. Apre il 6° e 7° chakra. Stimola tutte le facoltà sottili e solleva il morale. Rende pacifici, amabili e pii. Alimenta la speranza e combatte l’insonnia. Nel Medio Evo si pensava che guarisse le malattie degli occhi. In oriente è considerato un potente talismano contro il malocchio. In astrologia è associato a Venere. (13. continua).