giovedì 11 agosto 2011

Il cuore di tenebra dei filopalestinesi


Sei filopalestinese o stai dalla parte di Israele? Questa domanda mi è stata posta da un conoscente con la stessa, provocante spavalderia di un manicheo per il quale esistono solo il male e il bene, da sempre in lotta fra loro. Esistono anche le vie di mezzo, per cui rispondo che non faccio il tifo per nessuno. Palestinesi e israeliani hanno ragioni da vendere ma anche gravi torti da farsi perdonare. I primi hanno il diritto di avere una patria, i secondi hanno il diritto di esistere e di vivere in pace nella loro nazione, che è riconosciuta dall’Onu. Entrambi, tuttavia, sono arroccati su posizioni intransigenti e al momento inconciliabili. Se proprio devo esprimere una leggera preferenza, mi condiziona il fatto che sono lontano dai valori populisti e dalle posizioni pregiudiziali della sinistra e che non amo la kefiah. Quindi mi sento più vicino a Israele, le cui “malefatte” sono sempre state causate da reazioni forse eccessive ma logiche. Chi non reagirebbe con le maniere forti se la sua vita fosse in pericolo? Ricordiamoci che l’occupazione del Sinai fu la conseguenza dell’attacco proditorio dell’Egitto e che ogni altra occupazione o misura punitiva perpetrata da Tel Aviv è sempre stata una risposta commisurata a minacce, attacchi terroristici e manovre politico-militari destabilizzanti. Lo Stato di Israele non ha ambizioni espansionistiche – il Sionismo è una panzana – mentre si è sempre dovuto difendere militarmente da chi non ne riconosce l’identità nazionale e ne minaccia la sopravvivenza. Ciò non toglie, però, che sia solidale coi profughi palestinesi (come con ogni altro profugo o apolide) e auspichi una soluzione equa della questione che pur tenendo conto delle opposte ragioni e dei diversi interessi possa sacrificare una parte di essi in nome della pace. 
Ora, non è mia intenzione indagare le cause originarie dell’intolleranza che divide i palestinesi e gli ebrei. Un odio che ovviamente va ben oltre le questioni territoriali. È noto che i problemi hanno avuto inizio al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando la comunità internazionale, vergognandosi della Shoah e dovendo trovare una soluzione all’ennesima diaspora del popolo ebraico, decise di creare lo Stato d’Israele. Fu data agli ebrei una terra che apparteneva ai palestinesi ma che un tempo era chiamata Palestina ed era la patria degli ebrei. Una terra arida e adatta ai nomadi, per altro, che gli israeliani hanno saputo trasformare in uno splendido giardino grazie al sudore della fronte e all’ingegno. Tutti conosciamo (o dovremmo conoscere) la storia del dopoguerra e perciò sappiamo che i palestinesi non hanno mai riconosciuto il diritto di esistere di Israele, la qual cosa ha provocato lotte e lutti a non finire. L’aspro conflitto fra arabi e israeliani dura da oltre mezzo secolo e ha conosciuto momenti di autentica follia. La prospettiva che coesistano due stati sovrani viene accettata a parole; i fatti smentiscono gli intenti. Gli ultimi eventi politici sembrano suggerire che presto la tensione crescerà. È possibile che l’accordo firmato il 4 maggio 2011 al Cairo tra le due fazioni palestinesi rivali – il partito Fatah, al governo in Cisgiordania, e Hamas, egemone nella striscia di Gaza – abbia ripercussioni incisive per il futuro assetto dell’area medio-orientale. Al-Fatah e Hamas sono le due anime del movimento palestinese: moderata la prima, terrorista e antisionista la seconda, tant’è che Netanyahu l’ha definita “versione palestinese di Al-Qaeda”. Sono incompatibili eppure si sono riconciliate per fare fronte comune contro Israele, il cui premier ha dichiarato: “è un duro colpo per la pace e una grande vittoria per il terrorismo”. Ha ragione o esagera? Effettivamente, l’accordo è una minaccia per la pace poiché rinvigorisce le pretese dell’Olp e innervosisce Israele. Dal 2007, l’anno dei sanguinari scontri fratricidi a Gaza, Fatah e Hamas litigano violentemente, il ché non dispiace a Israele, il cui interesse e sforzo strategico è il divide et impera caro ai romani. L’accordo raggiunto comporta, in buona sostanza, la coesione dei palestinesi contro Tel Aviv. L’Olp intende sollevare all’assemblea generale dell’Onu che si terrà a settembre il tema del riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. In più, chiederà il ristabilimento dei confini antecedenti la guerra del 1967. Pur dichiarandosi “pronto a compromessi dolorosi” per la pace, Netanyahu ha già respinto al mittente tali richieste. Che farà l’Onu? La comunità internazionale desidera che i palestinesi abbiano una patria, pur tuttavia non può riconoscere l’esistenza di uno stato palestinese se prima i palestinesi non riconosceranno a Israele il diritto di esistere e ai suoi abitanti quello della sicurezza. È il punctum dolens. Mentre Fatah è aperta al dialogo con Israele, Hamas ragiona solo con le bombe e vuole l’annientamento dello stato ebraico. Hamas è inquieta perché la Siria (che ospita i terroristi, li nutre e li fornisce di armi e soldi iraniani) vacilla. Perciò, complici i Fratelli Musulmani, ha stretto un’alleanza con l’Egitto del dopo Mubarak, intermediario dell’intesa precaria con Fatah. Che senso hanno queste acrobazie diplomatiche? Il senso è chiaro: le due fazioni palestinesi si sono turate il naso per tentare un colpo di mano politico contro Israele. Inabili a vincere con le armi, stanno confezionando un capestro e cercano di metterlo al collo dell’odiato nemico con la speranza di poter stringere la corda già a settembre. Ma Fatah e i terroristi di Hamas, che lo stesso Abu Mazen oggi abbraccia calorosamente dopo averli definiti “signori delle tenebre”, fanno i conti senza l’oste, che è manesco. Penso che non si potranno mai tracciare i confini dello stato palestinese senza il consenso di Israele e il placet degli USA. Cosa accadrà, dunque? Difficile dirlo ma è possibile che Abu Mazen cada in disgrazia e che Hamas, più forte di Fatah, diventi la voce ufficiale del movimento palestinese. Una voce prepotente e isterica. Forse accadrà che l’Egitto, sotto la spinta dell’integralismo islamico di stampo sunnita, si avvicinerà all’Iran, per quanto quest’ultima nazione abbia un’anima sciita. Anche questa “amicizia” opportunistica farà salire la tensione nell’area del Mediterraneo, già resa frizzante dalla “primavera araba”. In definitiva, i toni potrebbero diventare sempre più aspri. E Israele? Israele osserva le scene di giubilo fra i componenti di Fatah e Hamas col sangue freddo degli eroi dei vecchi film western. Ha coscienza della sua forza militare e del suo peso politico; non si farà mettere il cappio al collo. Se i suoi avversari lo sfideranno in un duello stile “OK Corral” potrà sempre fare un fischio a John Wayne, che non ha bisogno di fare fuoco. Gli basterà bloccare i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese. 
Nel frattempo, l’antisemitismo più becero continua a influenzare le scelte di schieramento non solo della sinistra italiana ed europea ma anche dei qualunquisti che non vedono di buon occhio gli ebrei. Molti filopalestinesi sono tali perché a priori odiano gli ebrei (per quanto non lo ammettano). Hanno un cuore di tenebra formatosi attraverso secoli di pregiudizi razziali. Purtroppo, pur facendo parte noi tutti di una società la cui cultura è giudaico-cristiana, fatichiamo ancora oggi (nonostante l’Olocausto) a liberarci dell’odio verso la razza giudea, sedimentatosi nel nostro DNA e nutrito da luoghi comuni e timori infondati: gli ebrei hanno ucciso Gesù, sono tutti sporchi, avidi e senza scrupoli, hanno preparato la rivoluzione russa, hanno in mano la finanza mondiale e cospirano ai danni dell’umanità. Il Judenhass (“odio degli ebrei”) ha prodotto in passato odiose discriminazioni, persecuzioni e sciagure. Si spera che in futuro non vengano più ripetute le nefandezze di cui ci siamo macchiati. Ma ancora oggi, purtroppo, in nome del revisionismo c’è chi arriva a negare la Shoah. L’antisemitismo è più vivo che mai e l'esaltazione dell'Intifada ne è una conseguenza diretta, al pari della distorta propaganda filopalestinese. La verità è che moltissimi filopalestinesi vedono le cose a senso unico perché il loro cuore è offuscato. “Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità e soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei” – queste parole furono annotate da Anna Frank nel suo famoso Diario. Dovrebbero indurci a riflettere. Per quanto le rivendicazioni dei palestinesi possano apparire umanamente giuste, non è ragionevole pensare che essi abbiano tutte le ragioni e Israele sia uno stato fascista. E non è ragionevole odiare gli ebrei a priori e a prescindere. Il conflitto israelo-palestinese è una faccenda troppo seria perché la si possa trattare assumendo posizioni viziate dall’ignoranza (è essenziale conoscere la storia per capire l'oggi) e da sentimenti e umori preconfezionati. Il processo di pace necessità di buon senso, serenità di vedute e reciproco rispetto perché possa attuarsi. Altrimenti la guerra in medio Oriente non avrà mai fine e Gerusalemme, la nuova Armageddon, darà il via all’Apocalisse. Per chi vuole saperne di più, farsi un’idea seria del problema e depurare il cuore dalle scorie antisemitiche, suggerisco la lettura di due ottimi libri sull’argomento. Il primo è Vittime di Benny Morris, il capostipite dei nuovi storici israeliani. La sua è una visione obiettiva e non di parte del dramma dei palestinesi e dei coloni israeliani. L’altro è la Storia di Israele di Eli Barnavi. Entrambi ci aiutano a capire che gli ebrei non sono migliori o peggiori di noi e degli arabi. Sono uomini come noi, ma con un karma terribile e un futuro aleatorio. Come rimarcò Jean Paul Sartre nel suo saggio del 1946 su L’antisemitismo, “sono stati i cristiani a creare l’ebreo”. Strano, vero? Abbiamo bisogno di un capro espiatorio per giustificare i nostri conati e le nostre debolezze.

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