lunedì 15 agosto 2011

Il fascino ambiguo del "Porto Profumato"

Poche città al mondo hanno il fascino ambiguo di Hong Kong, il cui nome significa “Porto Profumato”. Alcuni anni fa, quando l’isola, Kowloon e i Nuovi Territori  erano ancora sotto il protettorato britannico, l’aeroporto si trovava incastonato fra le case di Kowloon e mentre l’aereo atterrava si aveva come l’impressione che le sue ali sfiorassero gli attici dei grandi palazzi appiccicati l’uno all’altro. I piloti non potevano permettersi il minimo errore di manovra e per i passeggeri, che fissavano il formicaio urbano dal finestrino con una certa apprensione, l’atterraggio al Kai Tak era emozionante come entrare nel ventre della balena di Giona. Ti accompagnava il feroce dubbio che il suo intestino fosse la dimora del caos. Oggi che Hong Kong fa parte della Repubblica Popolare Cinese e che un nuovo, modernissimo aeroporto accoglie il visitatore, non è più possibile provare l’emozione di trovarsi nel mezzo di un videogioco. Al Chek Lap Kok si atterra sul velluto, senza rischi. Nondimeno, il Porto Profumato conserva intatto il suo fascino elettrizzante. L’annessione alla Cina comunista non ha scalfito l’ambiguità di questo importantissimo, palpitante centro commerciale, finanziario e turistico la cui vocazione è ben rappresentata dal suo emblema, la seducente orchidea Bauhinia blakeana. Hong Kong può vantarsi di effondere un profumo unico al mondo. Per alcuni è l’aroma speziato del misterioso Oriente. Per altri la fragranza del Paradiso o l’odore del peccato (la meretrice Suzie Wong lavorava qui, nel quartiere a luci rosse di Wan Chai). E se fosse semplicemente il profumo inebriante dei soldi e del potere?
Hong-Kong è il drago. Ondeggia e si impenna e si tuffa e si attorciglia con tutti i viali irti di vie traverse, di mercati che sono viuzze, di vicoli ciechi equivoci e di scale a picco. E sembra che tutte quelle vie, quei viali, quelle viuzze, quei vicoli ciechi, quei mercati, quei gradini aspettino una processione religiosa, siano imbandierati per qualche festa spaventosa, che conducano al patibolo di un re.” Così si espresse Jean Cocteau, che considerava Hong Kong uno “scenario mobile, alle cui sorprese nessun regista, anche geniale, può aspirare.” Formata da una piccola penisola della costa meridionale cinese e da 236 isole nel mar Cinese meridionale (l'isola di Hong Kong è la seconda per estensione dopo Lantau) Hong Kong ha mantenuto non solo l’autonomia amministrativa e una propria valuta rispetto alla Cina ma quel fascino ambiguo che un tempo irretì Cocteau e molti altri viaggiatori e che oggi lascia senza fiato chiunque abbia modo di ammirare il poliedrico “scenario”, dominato da una skyline mozzafiato. Qui il consumismo è elevato alla potenza e c’è tutto, proprio tutto. Un tutto miracolosamente concentrato come in una grande scatola di latta. La densità abitativa è abnorme, la terza al mondo: 6.390 abitanti per km². L’immigrazione dalla Cina contribuisce alla costante crescita della popolazione di questo alveare laborioso ma soffocante. Per contro, a Hong Kong si registra uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (0,94 figli per donna). I suoi abitanti sono troppo affaccendati per fare figli; preferiscono fare affari, un campo in cui eccellono e dove esprimono gioia e vigore. Qui, gli esseri umani mostrano gli occhi di tigre al mondo e contano solo per i soldi. Più che temere la stagione dei tifoni, quando il Dai Foo (“grande vento”) riversa la sua violenza sulle coste, chi vive a Hong Kong teme la povertà, che ti rende invisibile. Il vero tifone, tuttavia, è benefico ed è quello che ogni giorno si manifesta nei mercati, nel porto e nelle vie commerciali pullulanti di folla, dove soffia un alito umido, che frastorna i sensi e dà le vertigini. La vera tempesta tropicale è ormonale. Forse perché qui la vita è una febbrile catena di montaggio, una giostra impazzita dove realtà e finzione, ricchezza e povertà, bellezza e squallore, felicità e dolore si amalgamano perfettamente secondo una ricetta antica dai sapori forti, non adatti a ogni stomaco.
Quante facce mostra Hong Kong? Ne ho viste tante, differenti l’una dall’altra, e ho apprezzato il fatto che sappiano convivere senza attriti il vecchio e il nuovo, la tradizione e il futuro. Chi è alla ricerca del tempo perduto non rimane deluso. I grandi hotels del mito – su tutti il The Peninsula, “il più bel albergo a est di Suez” dove sorseggiare il tè pomeridiano è un rituale all’insegna del savoir vivre – le viuzze del Yau Ma Tei, il tempio Man Mo, i vecchi che giocano al mahjong o praticano il T’ai Chi nei giardini fioriti, i risciò trainati da ragazzi coi capelli bianchi e i sampan che veleggiano sulle acque evocando l’era coloniale, sono l’anima serena e gentile, che sarebbe piaciuta ai saggi cinesi come Lao-Tze. Il Central (l’animato distretto degli affari), il caotico quartiere Mong Kok, gli sfavillanti centri commerciali e gli arditi grattacieli di Kowloon sono l’anima sfrenata della città, la sua proiezione edonistica, il suo altare a cielo aperto al dio denaro. Un’accezione che non sarebbe spiaciuta a Confucio. In ogni caso, angeli e demoni riescono a coabitare in un serraglio umano così ricco di attrazioni e contraddizioni da far perdere la misura oltre che il senso del tempo. Al turista viene spiegato che sono almeno venti le attrazioni imperdibili. In effetti, non ci si può recare a Hong Kong senza salire sul Victoria Peak, dalla cui terrazza panoramica si gode una vista immaginifica della baia e della città. Né si può ripartire senza avere sperimentato il piacere semplice ma intenso di navigare sullo Star Ferry, il caratteristico traghetto ovale a due ponti che fa spola fra Kowloon e Hong Kong. Ma senza meno, l’attrazione più emozionante è quella che dopo il tramonto trasforma Hong Kong in un regno incantato di luci e suoni grazie a uno spettacolo gratuito unico al mondo noto come Symphony of Lights. Ogni sera, alle ore 20, il Victoria Harbour, lo specchio di mare che divide Hong Kong da Tsim Tsa tsui, si trasforma in un maxipalcoscenico dove la luce disegna trame incantate su oltre 40 grattacieli della città, secondo una scenografia imperdibile, da guinness dei primati, a metà strada fra la danza delle stelle infuocate la notte di san Lorenzo, l’esplosione di un vulcano e un musical di Broadway. Impossibile non restare avvinti dal gioco cromatico luminoso dei laser che esalta e che al pari della musica sfiora le corde anche dell’animo meno sensibile. Impossibile non gustare i magici riverberi della luce sulle acque del porto e nel cielo, simili a liriche cinesi dinamiche che non hanno nulla da invidiare ai componimenti poetici di Li Po.  
Hong Kong è la città dei record. Ne cito tre. Il primo è la statua del Buddha Tian Tan. Alta poco meno di 34 m. calcolando il podio, la statua si trova sulle colline occidentali dell’isola di Lantau ed è considerata la più grande scultura di Gautama seduto in bronzo e all’aperto.  Sull’isola di Hong Kong c’è la scala mobile esterna e coperta più lunga del mondo. Il Central Escalator permette ai pendolari e ai turisti di godersi una tratta di 800 m. in assoluto relax, facendosi cullare dai comodi nastri trasportatori. Il terzo record riguarda il servizio tramviario. La rete di Hong Kong è l’unica al mondo ad usare tram a due piani. Dal 1904, quando entrarono in servizio, questi vecchi tram elettrici dalla livrea romantica sferragliano lungo la costa nord dell’isola di Hong Kong su 16 km. di rotaie. Sono il retaggio di un mondo che si ostina a resistere, per quanto il progresso sia implacabile. In questa caparbia capacità di progredire senza per altro fare tabula rasa di tutto il vecchio, Hong Kong rivela il suo segreto: mettere in pratica le regole dell’I-Ching, il misterioso Libro dei Mutamenti. Per altro, a ben guardare Hong Kong è una sorta di oracolo moderno: qualsiasi domanda riceve qui la sua risposta. E poco importa se a fornirla non sono i 64 esagrammi dell’I-Ching ma le mille voci di Nathan Road, dove è in vendita anche l’anima.  
Hong Kong è paragonabile ad alcune pietre nobili. È forte e vitale, dura e sanguigna come il rubino. È aristocratica e foriera di fortuna e prosperità come la giada, che i cinesi considerano il simbolo dell’immortalità. È anche luminosa e prorompente come lo smeraldo, eternamente giovane e fiduciosa come il turchese, preziosa come lo zaffiro. Per rendersene conto basta girarla senza la Lonely Planet, perdendosi nei suoi meandri simili a uno scrigno. Allora, capita di scoprire le piccole pietre preziose che il turista frettoloso disdegna: i deliziosi parchi dove cantano gli uccelli tropicali, i mercatini più assurdi del mondo, l’albero dei desideri di Lan Tsuen, il cannone di Causeway Bay, i negozi di pesce essicato, erbe medicinali, offerte di carta per i defunti e nidi di uccelli, i ristoranti degni del programma televisivo “Orrori da gustare” e tantissime altre curiosità che rendono un viaggio da queste parti indimenticabile. Perché se è vero che molte città affascinano il visitatore, il “Porto Profumato” lo seduce, ne stordisce i sensi con la stessa grazia con cui un tempo le cortigiane più abili e avvenenti facevano breccia nel cuore dei sovrani del Celeste Impero, il cui potere, è noto, si estendeva su tutto ciò che stava “al di sotto del cielo”, salvo inchinarsi di fronte alla bellezza.

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