sabato 20 agosto 2011

La Somalia mette a nudo la nostra viltà

Nella regione del Corno d’Africa, e in particolar modo in Somalia, sta avvenendo una tragedia umanitaria di portata biblica che lascia indifferente l’opinione pubblica, come se la cosa non ci riguardasse, salvo fingere di tanto in tanto una parvenza di solidarietà, giusto per essere buoni cristiani o politicamente corretti. 
La Somalia è uno dei paesi più infelici e travagliati della Terra, oltre che fra i più poveri. Il suo karma è terribile. Attualmente è flagellata da tutte le piaghe dell’Apocalisse, nessuna esclusa. Da quando, nel 1960, ottenne l’indipendenza, la Somalia ha fatto i conti con problemi gravi e tuttora irrisolti. Prima le due guerre contro l’Etiopia per motivi territoriali (1964 e 1977), poi la nefasta dittatura di Siad Barre (dal 1967 al 1991) che ha provocato guerre civili dilanianti, quindi la carestia, il caos, il fallimento della missione dell’Onu Unosom (coi tragici fatti della “battaglia di Mogadiscio”), il predominio dei “Signori della Guerra” e infine il governo di transizione cui ha fatto seguito un nuovo caos. Le enormi difficoltà politiche e sociali della Somalia si sono intensificate negli ultimi vent’anni e dal 2007, con lo scoppio dell’attuale tragedia umanitaria (la più grande al mondo, come ha dichiarato l’Onu), il Corno d’Africa è il buco nero della fame, delle malattie, della violenza, degli abusi e del caos. Insomma, un Inferno sulla terra. In Somalia non piove più e questa è una delle ragioni per cui i somali stanno cadendo stecchiti come mosche. La siccità – la peggiore degli ultimi sessant’anni – ha fatto precipitare la produzione agricola e ciò ha causato una carestia senza precedenti. Il 20 luglio 2011, l’Onu ha dichiarato ufficialmente lo stato di carestia nelle regioni somale di Bakool e del Basso Shabelle. Per contro, si è verificato l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la sensibile diminuzione dei fondi a disposizione delle organizzazioni umanitarie. Oltre a pagare colpe riconducibili alle proprie sciagurate scelte, infatti, la Somalia sta pagando anche la crisi economica provocata e gestita dai paesi ricchi. Il fatto è che un terzo della popolazione somala, cioè 2,85 milioni di persone, ha urgente bisogno di aiuti umanitari che arrivano a destinazione col contagocce, tra infinite difficoltà, e ogni giorno oltre 2.000 persone muoiono a causa della malnutrizione e delle malattie. Secondo le stime di Save the Children, più della metà della popolazione delle zone più colpite è costituita da bambini. Per un milione di loro c’è il rischio imminente di perdere la vita. Molti muoiono nel disperato tentativo di raggiungere l’Etiopia o il Kenya. Arrivare al campo di Dadaab è un sogno che spesso si infrange lungo la strada, dove padroneggiano i banditi e i poliziotti corrotti e senza Dio. L’Onu stima che il 75% dei bambini somali vive nel Sud del Paese, dove è in atto la guerra civile più cruenta. L’ultimo rapporto diffuso da Amnesty International rivela che proprio a causa della guerra fra le forze del governo di transizione e i miliziani di Al-Shabaab, bambine e bambini somali sono vittime di violenze e crimini di guerra e sottoposti all’arruolamento forzato da parte dei gruppi islamisti in lotta contro il governo. Purtroppo, in Somalia, divenuta terra di nessuno spartita in sei stati autonomi più la Repubblica autonoma del Somaliland, va in scena un conflitto intestino che è privo di regole ma in compenso ha molti protagonisti: le truppe governative, gli eserciti dei Signori della guerra, le milizie delle Corti Islamiche, i “caschi verdi” ugandesi, i soldati etiopi e altre forze ribelli. La guerra di tutti contro tutti ha devastato il Paese, lo ha annichilito. Sfollati e profughi non si contano più. Dall’inizio di quest’anno, solo dalla capitale Mogadiscio sono fuggiti 400.000 disperati. I diplomatici occidentali sono scappati molto prima. Per gli occidentali entrare in Somalia significa giocarsi la vita ai dadi. Non c’è più legge, non c’è più rispetto né umanità in Somalia. Ma ci sono ottime occasioni per arricchirsi. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Human Right Watch, a Mogadiscio è fiorito un mercato parallelo degli aiuti umanitari, una borsa nera che ingrassa gli avidi speculatori, i quali, con la complicità dei funzionari governativi corrotti, sottraggono i sacchi di cibo inviati dall’Onu e destinati ai bisognosi e li rivendono a caro prezzo. Fa parte della guerra e sono le leggi del mercato, si giustificano gli sciacalli. Intanto, le epidemie furoreggiano (la copertura vaccinale è solo del 26% della popolazione), la malnutrizione è diventata acuta, i diritti civili sono decaduti da tempo, la violenza è endemica e i combattimenti non hanno tregua. L’Onu e le varie organizzazioni umanitarie si sforzano di aiutare la Somalia ma è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino da caffè. Occorrerebbe più determinazione. Il problema di fondo è che in Somalia non ci sono obiettivi strategici primari, ricchi giacimenti petroliferi, miniere o altre risorse che giustifichino un coinvolgimento politico del mondo civile traducibile in decise azioni di forza o diplomatiche, come è avvenuto altrove. A nessuno interessa mettere i piedi a mollo nel lurido Stige. Chi lo fece a suo tempo (gli americani) non prende nemmeno in considerazione l’idea di intervenire di nuovo. Come finirà? Temo che il mondo deciderà di considerare la Somalia un caso disperato e l’abbandonerà al suo tragico destino di morte. Un proverbio locale dice che quando l’uomo è preso dalla corrente si afferra anche alla schiuma. In Somalia non c’è più nemmeno quella e tutt’al più si schiuma di fame, rabbia e odio. Insomma, in quella che un tempo fu una fiorente colonia italiana (negli anni Trenta, la Somalia italiana ebbe un notevole sviluppo economico basato sull’esportazione di banane e prodotti agricoli), sta avvenendo qualcosa di cui anche noi italiani dovremmo vergognarci in quanto esseri umani e cittadini del mondo. Invece, non proviamo nessun disagio e nemmeno interesse per il dramma dei somali. “Tutto il mondo è colpevole” dichiarò tre anni fa lo scrittore somalo Nuruddin Farah in merito all’indifferenza con cui viene accolta la notizia che la Somalia sta morendo. Perché? La risposta è nel Vangelo. Quanti, fra i simpatizzanti di Gesù, lo seguirono sul Golgota e lo sostennero? La natura umana rifugge le disgrazie altrui, non le sopporta proprio perché costringono a un esame di coscienza, un gesto di coraggio e solidarietà. È più comodo essere apatici che partecipi. La Somalia e i somali stanno lassù, crocefissi sul Calvario africano, e noi preferiamo voltarci dall’altra parte per non vedere lo scempio. Al massimo, possiamo offrire agli assetati un bicchiere d’acqua che placherà solo il nostro senso di colpa. E poi, chi se ne frega della Somalia – come diceva ieri uno al bar – abbiamo già le nostre rogne a cui pensare! È così che si giustificano gli egoisti e i vili, per i quali mors tua vita mea.

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