mercoledì 28 settembre 2011

Chi si offre volontario?

Qualcuno si offre volontario? Secondo certi luoghi comuni che dipingono gli italiani come individui pigri, furbi e vili, questa domanda cade spesso nel vuoto. Ma è vero che ci facciamo piccoli, al punto di scomparire, se ci viene chiesto di mostrare un briciolo di coraggio o solidarietà nei confronti del prossimo? No, non è esattamente così. I fatti dimostrano il contrario. Flaiano diceva che gli italiani corrono sempre in aiuto dei vincitori. Forse aveva ragione ma è innegabile che sappiamo essere altruisti e capaci di gesti d’amore verso i bisognosi e i sofferenti. Non è certo un caso che il patrono d’Italia sia San Francesco d’Assisi. Ricordo d’avere letto in un libro di Roberto Gervaso questa frase: “Più che in Dio, l’italiano crede nei miracoli”. In realtà non ci accontentiamo di crederci, li facciamo. Fortunatamente, in Italia vige ancora la cultura del dono. Sappiamo donare il nostro tempo, le nostre energie, il nostro denaro. E ciò fa di noi un popolo benemerito, migliore di altri popoli presunti “maestri di vita” che hanno il braccino corto e spesso si mostrano aridi calcolatori. Siamo poeti pieni di slancio più che ragionieri. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che 1,1 milioni di italiani facciano volontariato con continuità nelle organizzazioni solidaristiche e che altri 4 milioni di individui forniscano il loro apporto di tanto in tanto. Secondo il Rapporto Italia 2010 dell’Eurispes, i settori verso cui è rivolta l’azione del volontariato sono soprattutto la sanità (28%), l’assistenza sociale (27,8%) e la tutela del bene comune – ambiente, cultura, istruzione ed educazione permanente, protezione civile, solidarietà internazionale – (28,6%). Le fasce d’età più impegnate in attività gratuite di volontariato sono quelle che riguardano i giovani tra i 18 e i 19 anni (11,1%) e quelle relative a coloro che possono dedicare più tempo per tali attività e cioè tra i 55 ed i 64 anni (23,8%). Il modo in cui reagiamo alle grandi emergenze nazionali o planetarie conferma la nostra eccellenza. Il mondo intero invidia la nostra Protezione Civile, i nostri tecnici e i nostri alpini. In genere, abbiamo lo scatto di Mennea quando si tratta di portare aiuto a chi ha bisogno ma possediamo anche la resistenza di un fondista. Il volontariato resta uno dei puntelli solidi del nostro scalcagnato Paese, un fondato motivo d’orgoglio, e i volontari suppliscano gratuitamente alle deficienze dello Stato. Purtroppo, la Finanziaria 2011 ha comportato un’ulteriore e drastica riduzione del 75% dei fondi destinati al volontariato. Con un  maxi emendamento, il Governo ha reinserito il 5 per mille, ma ha stabilito un tetto di 100 milioni anziché di 400 com’era in precedenza. E così, quasi 15 milioni di cittadini contribuenti che hanno scelto di sostenere il volontariato e il Terzo Settore con il 5 per mille, hanno visto tradita la loro libera scelta. È probabile che in futuro molte associazioni di volontariato no-profit saranno costrette a gettare la spugna. Sarebbe disdicevole se ciò avvenisse. L’importante è che non gettino la spugna i volontari.
Anch’io sono un volontario da nove anni nel settore sanitario e per quanto la fatica sia tanta e le soddisfazioni scarse come le precipitazioni nevose alle Galapagos, non rinuncerei mai a fare il bene.  “Si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene: e così si finirebbe anche a star meglio” scriveva Alessandro Manzoni. È vero, nulla appaga l’animo umano quanto fare il bene, cioè aiutare chi è in difficoltà o sta peggio di noi. E ancora oggi, nonostante tutto, molti italiani sono come il riso e l’acqua: uniti nei campi e inseparabili nella marmitta. Ora, ecco una novità di cui mi rallegro. Da pochi giorni, l’Associazione con cui collaboro (Croce Azzurra di Como) ha trovato una nuova sede, adeguata alle proprie necessità. È a Como, in via Colonna, accanto al vecchio Ospedale Sant’Anna. Ai primi di ottobre, presso la sede avrà inizio un corso gratuito di primo soccorso aperto a chiunque voglia sacrificare una piccola parte del proprio tempo libero per aiutare le persone in difficoltà a causa di eventi medici in generale e traumatici. Salire su un’ambulanza può essere un’ottima occasione per unirsi ai milioni di italiani che ancora credono nelle buone azioni. È il momento di iscriversi (031299210 o 031300699 o 0313370672). 
Chi si offre volontario? Avanti, c’è posto.

domenica 25 settembre 2011

Maldive: le isole che giocano con il mare


Per anni mi sono rifiutato di vedere le Maldive. Per quanto l’iconografia di queste isole idilliache fosse più che invitante, nutrivo il pregiudizio che fossero troppo decantate e che ci si annoiasse a morte, non essendoci altro che mare, spiaggia e sole cocente. Mi sbagliavo. L’arcipelago delle Maldive è così sorprendente, immaginifico e magnetico nella sua essenzialità da suscitare nel visitatore una sorte di sindrome di Stendhal. Non ne parlo più per sentito dire ma per esperienza diretta, avendo vinto la mia antica reticenza. Le Maldive sono uno stato insulare composto da 26 atolli naturali (+ 1 artificiale) situati nell’Oceano Indiano, a SO dell’India. L’arcipelago è attualmente composto da 1.190 isole, molte delle quali semplici banchi di sabbia in emersione, poggiate su basamenti di roccia calcarea e corallina formatisi circa 60 milioni di anni fa. Solo 190 isole sono abitate e più della metà di esse ospita un villaggio turistico. Uso l’avverbio “attualmente” perché va rilevato un fenomeno allarmante: negli ultimi anni, venti isole abitate sono state abbandonate perché erose dal mare e prive di acqua potabile. Purtroppo, le Maldive rischiano di diventare la prima nazione della storia a scomparire. Alte al massimo due metri sul livello del mare, queste isole esistono perché i coralli creano intorno ad esse una barriera protettiva contro le correnti oceaniche. Ma le acque, rese più calde e più acide dal riscaldamento globale, stanno danneggiando i coralli. In più, le Maldive pagano gli effetti di due drammatici eventi naturali: Il Niño del 1998 e lo Tsunami del 2004. El Niño provocò l’innalzamento della temperatura delle acque interne degli atolli di 4/5° C e il conseguente danneggiamento della barriera corallina. L’onda anomala che investì l’Oceano Indiano devastò anche le Maldive, causando ingenti danni alle cose e alle persone (un terzo della popolazione). Il bilancio fu di 82 morti, 43 dispersi e 8.352 sfollati. Forse, il famoso esploratore, navigatore e oceanografo francese Jacques-Yves Cousteau aveva ragione: le Maldive giocano col mare. Un gioco che sfortunatamente sta diventando pericoloso perché il mare, da sempre fonte di vita e prosperità per i maldiviani, oggi mostra loro il suo lato oscuro. Una cosa è certa: se un giorno Maakan’du (l’Oceano) sommergerà Dhivehi ruje (le Maldive) il Creato sarà più povero e il mosaico della Natura avrà perso uno dei suoi tasselli più preziosi e sbalorditivi.

Le Maldive sono il luogo dove “i profumi, i colori e i suoni si rispondono”, come direbbe Baudelaire, che era notoriamente innamorato del mare. I profumi delle Maldive non sono fisicamente accentuati come in altri luoghi esotici, sono invece eterici, intimi e rarefatti. Il cielo profuma di gioia ineffabile, la pioggia che ogni tanto da esso scende copiosa e rende lussureggiante la flora profuma di pulito, la notte profuma di stelle luminose come gemme preziose. I colori sono esagerati, fatti della stessa sostanza dei sogni, e comprendono l’intera gamma cromatica, per quanto regnino incontrastati gli azzurri, il verde e l’acquamarina in cui lo spirito pare dissolversi beato. Per quanto riguarda i suoni, ve ne sono di due tipi: il dolce suono del mare, compreso il brontolio sommesso delle onde che s’infrangono sul reef, e il silenzio pacificatore che ammortizza il vento e il fruscio delle palme e finisce per tacitare ogni moto dell’animo. L’uomo è spettatore attonito della pace sovrana e non c’è attività più appagante di quella semplice che l’alba o il tramonto offrono al cuore colmo di stupore e gratitudine. Ammirando il sole che sorge o scompare divorato dall’Oceano onnivoro, si percepisce il fitto dialogo poetico che i profumi, i colori  e i suoni delle Maldive intrecciano armoniosamente. In quel mentre, il mondo civile sembra così lontano da apparire per quello che è realmente: falso. E le Maldive ci mostrano la vera natura del nostro Io, la nostra intrinseca divinità. Qui si riscopre il panteismo. Victor Hugo scrisse che “c’è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo, e c’è uno spettacolo più grandioso del cielo ed è l’interno di un’anima”. Ecco perché un viaggio alle Maldive facilmente si trasforma in un viaggio solare e avventuroso all’interno dell’anima. 

In cosa consiste la quintessenza estetica di questa ghirlanda di isole a cavallo dell’Equatore? Sarebbe corretto rispondere: il mare cristallino di colore turchese, le ampie lagune, le spiagge incontaminate di sabbia fine come talco. Qui, l’incanto della natura contagia e avviluppa. Ci si sente più lievi, nudi e puri. Ma l’incanto più grande è il mondo sommerso. La componente più ammaliante delle Maldive è infatti la dimensione esoterica, cioè nascosta. Mi riferisco all’ambiente marino, accessibile attraverso le immersioni o lo snorkeling. Come in un iceberg, la parte di maggiore spessore è quella sottomarina. I fondali delle Maldive, ricchi di corallo e di vita, stupiscono per la loro bellezza e ricchezza, tale da farne una sorta di Galleria degli Uffizi del mare. C’è un solo, sommo Artista che vi espone le sue opere: è il buon Dio. Una miriade di capolavori dalla morfologia e dal cromatismo fuori del comune si susseguono in un carosello dettato da ritmi lenti e modi eleganti. La fauna ittica è così strabiliante e euritmica da suscitare emozioni fortissime e accostamenti artistici. Lo sguardo si fa catturare dalla grazia delle oltre 1.200 specie di pesci che volteggiano fra i coralli-pietra come ballerini dell’Opera e soprattutto dalle loro variopinte livree. I colori corposi e carichi di tensione del Pesce angelo fanno pensare a Rembrandt. Le macchie di colore pure e luminose del Pesce balestra evocano Matisse. I colori emozionanti del Pesce pappagallo sembrano spruzzati da Van Gogh. I colori spirituali del Pesce farfalla ricordano Kandinsky mentre quelli vivaci e brillanti del Pesce chirurgo suggeriscono l’arte di Chagall. Per tacere del Pesce pagliaccio nascosto fra gli anemoni di mare, dell’elegante Idolo moresco, dei Pesci flauto dalla sagoma sottile e allungata, del Ghiozzo, della Damigella indiana, del Pesce cardinale, del Fuciliere pinna gialla, della Castagnola e di molti altri pesci tropicali. Si dice che i pesci siano muti. Non è vero. Alle Maldive, essi comunicano con gli ospiti umani ricorrendo a un linguaggio intriso di mistero, fatto di vibrazioni. “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”, si lamentò Jorges Luis Borges. Non è necessario cercare di capirlo. Basta ascoltarlo, il corpo abbandonato fiduciosamente nell’acqua, la mente blandita dal canto seducente delle sirene. C’è più religiosità in questo regno marino di quanta se ne trovi in una chiesa. D’altronde, i fondali delle Maldive non sono molto diversi da un grande santuario atemporale in cui la Natura perpetua il suo canto gregoriano. 

La rigogliosa vegetazione delle Maldive finisce per essere un semplice accessorio. Eppure, è impossibile non subirne il fascino. Oltre alle palme da cocco alte fino a 25 m. (sono l’albero nazionale, da cui si ricava la copra), si notano in ogni dove le mangrovie casuarine, i pandani e il maestoso Nika, cioè il banyan che raggiunge i 30 m. di altezza. Ma sono degne di apprezzamento anche il gelso indiano, l’albero del pane, di mango, di papaia, di lime e il banano. Alle Maldive crescono 583 specie di piante, di cui 75 endemiche. Persino un semplice ibisco, la buganvillea, la gardenia e i frangipani sembrano toccati dalla grazia di Dio, un giardiniere così sensibile da imprimere loro una leggerezza aurea. Cosa rende la vegetazione così radiosa? I maldiviani risponderebbero: Ioabi, ovvero l’amore.

Alle Maldive capita di fare amicizia. La gente è molto cordiale e ospitale. Ma in realtà l’amicizia di cui parlo è quella che lega un essere umano a un animale. Mi è infatti capitato di affezionarmi alle pastinache che ogni giorno mi aspettavano immobili sul bagnasciuga, agli aironi cinerini che presiedono le spiagge e persino a Kaalhu, il corvo nero o cornacchia splendore la cui sfacciataggine è pari alla curiosità con cui ti si avvicina per rubarti qualcosa o semplicemente per essere nutrito. I marinai indiani e cingalesi erano soliti portare con sé alcuni corvi e rilasciarli quando pensavano d’essere vicini alla terra ferma. Se il corvo tornava alla nave significava che le terre erano lontane, in caso contrario esso latitava. Va da sé che molti corvi hanno trovato le Maldive così attraenti e ospitali da stanziarvisi e nidificare. Solitamente, i corvi col loro gracchiare sono fastidiosi. Quelli delle Maldive mi sono sembrati simpatici e quasi umani, sì da farmi sorgere il dubbio che fossero comparse arruolate dai Tour operator. Che abbiano frequentato gli studi cinematografici di Walt Disney?

Posso solo aggiungere che all’arrivo alle Maldive si viene accolti dal tradizionale saluto Marhabaa, cioè benvenuto. Ma quando si riparte, il cuore geme e la mente, straziata dal distacco, formula un eloquente Sukuria che vale più di ogni altra parola o frase di circostanza. Che significa Sukuria? Semplicemente “grazie”.

mercoledì 21 settembre 2011

La Svizzera e i cadaveri nell'armadio


Com’è pulita la Svizzera! Com’è ricca la Svizzera! Com’è bella la Svizzera! Bla bla bla… I luoghi comuni di segno positivo sulla Confederazione Svizzera si sprecano. La Svizzera è infatti considerata un paese modello, unenclave dell’Eden sulla terra. Chi non vorrebbe vivere in Svizzera, alla stregua di Heidi? Un paese dove i treni sono in orario e ogni cosa marcia precisa e regolare come gli orologi dei maestri orologiai di Ginevra e del Jura. Chi non vorrebbe abitare in un paese dove le mucche hanno uno sguardo che infonde pace, gli unici buchi sono quelli dell’Emmentaler e il mal di pancia viene solo se si abusa del cioccolato? Bé, io che vivo a Como, cioè a pochi chilometri dal confine col Canton Ticino, sono felice di non essere nato in Svizzera e nemmeno di abitarci. Perché? Perché la Svizzera è il paese dei sepolcri imbiancati. Sì, spiace dirlo ma gli svizzeri sono farisei e nascondono un buon numero di scheletri nei loro armadi in legno pregiato. La Svizzera, si sa, ha fondato il proprio benessere sulla neutralità, la sicurezza, l’ordine e il commercio; logico dunque che ricorra all’ipocrisia e al compromesso per mantenere il proprio status privilegiato. Uno svizzero, nativo di Berna piuttosto che di Lugano, non si sente europeo e tanto più cittadino del mondo. No, si sente svizzero e basta, assediato dal resto del mondo (per quanto gli “svizzeri sono armatissimi e liberissimi” come già riconosceva Niccolò Machievelli e guai se non ci fossero le Alpi!), il ché significa appartenere a un circolo esclusivo, arroccato su posizioni conservatrici e difensive. Una sorta di Rotary Club che accomuna il finanziere di Zurigo e il vignaiolo del Vallese. Il fatto incredibile è che a Ginevra ci sono le sedi di ICRC (Croce Rossa Internazionale) e dell’Onu, mentre nella vicina Losanna ha sede il CIO (Comitato Internazionale Olimpico), il ché indicherebbe che gli svizzeri sono un popolo aperto, solidale, cosmopolita ed ecumenico. Come la mettiamo, dunque? Dalle mie parti, molti lavorano come frontalieri nel Canton Ticino e devono fare i conti con un fenomeno crescente: la xenofobia elvetica. Alla faccia di Jean Henri Dunant, che nel 1862 fondò insieme ad altri quattro cittadini elvetici il Comitato destinato a divenire la Croce Rossa Internazionale, gli svizzeri sono gelosi del proprio benessere, in buon parte misantropi e nazionalisti sfegatati, chiusi come ricci. Ora che c’è la crisi sono diventati isterici e invocano "più sicurezza". Vorrebbero gettare a mare i “topi” che infestano la loro nave, sempre più in balia della burrasca globale che non risparmia nemmeno il paese di Guglielmo Tell. A proposito, cosa suggerisce il fatto che la Svizzera coltivi il mito di un personaggio mai esistito? Gli svizzeri rivelano una forma mentis invero bizzarra; mi ha colpito la notizia che gli animalisti svizzeri siano stati sconfitti nella loro battaglia per salvare i gatti randagi. Il Consiglio federale ha ribadito che “occorre sfoltire i gatti domestici inselvatichiti” e perciò ha confermato la legittimità della caccia ai felini. Qualunque cittadino svizzero è dunque autorizzato a sparare sui gatti senza padroni e ucciderli. Allo stesso modo, il signor Maier può sparare sui procioni, le cornacchie, le gazze, le ghiandaie e la tortora. Sono allibito. A quando potrà fare fuoco sui “sans-papiers” e sui “ratti” italiani, turchi, rumeni, maghrebini e slavi che infestano la Svizzera pur accrescendone la ricchezza col loro sudore? Sì, d’accordo, ma gli svizzeri sono liberali e democratici... Mah! Allora perché hanno vietato la costruzione di nuovi minareti? Questo provvedimento è stato preso dopo un referendum popolare che la dice lunga su come la pensano in materia religiosa. E qui emerge l’ipocrisia. Si accolgano pure i musulmani e gli si affidi i lavori più umilianti (già negli anni sessanta, al tempo della grande immigrazione, si diceva con disprezzo “cerchiamo braccia non uomini”), che nessuno svizzero farebbe mai, ma si limiti il diritto alla libera espressione di culto! Le moschee no, le mosche minano l’identità nazionale e la tradizione svizzera, anche se a finanziarle e a costruirle ci penserebbero le comunità islamiche dei vari Cantoni. Già, ma quale identità e tradizione difendono i pronipoti del leggendario ed eroico arciere del Canton Uri? 
La Svizzera ha fondato la propria ricchezza sull’egoismo e la mancanza di scrupoli, per cui ha accolto tutto il marcio che si forma nel mondo. Da secoli si inchina dinanzi ai capitali più sporchi; dall’oro degli ebrei e dei nazisti fino ai miliardi messi al sicuro nei caveaux degli istituti di credito dai dittatori più sanguinari del mondo, dai narcotrafficanti, dai boss delle organizzazioni criminali, dai banditi della finanza e via di seguito. Pecunia non olet. Il denaro non puzza, diceva Vespasiano, e questo potrebbe essere il detto della Svizzera. Quanti tesori sudici e sporchi di sangue hanno trovato calorosa accoglienza nei forzieri delle grandi banche svizzere come la Banca Centrale, UBS e Credit Suisse? La verità è che la Svizzera è come Faust, ha stipulato un patto di fuoco con Mefistofele. Si è venduta a Mammona e adora il vitello d’oro. Ho parlato di scheletri negli armadi e voglio mostrarne alcuni perché ancora oggi molti svizzeri si illudono di essere migliori degli altri. Il ché non è vero; ci sono in Svizzera tante brave persone e molti autentici mascalzoni, come in ogni altra parte del mondo. Ad esempio, è assodato che il comportamento della Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale fu meno limpido di quanto si creda. La Svizzera si dichiarò neutrale ma temeva di subire l’Anschluss (l’annessione) da parte della Germania, come capitò all’Austria, sebbene Hitler avesse alcuni validi motivi per risparmiarla. Comunque, per evitare rischi, Berna si comportò in modo di compiacere il Fuhrer. Come? Mi limiterò ai fatti, oggi ampiamente documentati.  In primis, la Svizzera, pur dichiarandosi neutrale, si rese complice di Hitler fornendo alla Germania belligerante materiale militare (il gruppo Oerlikon soprattutto). Negli anni della guerra circolava questa frase emblematica. “Gli svizzeri lavorano sei giorni a settimana per la Germania di Hitler e nel settimo giorno pregano per la vittoria inglese”.  Secondo, pur accogliendo tanti profughi (51.000, di cui 14.000 italiani), la Svizzera respinse almeno 25.000 rifugiati ebrei. Molti di loro si suicidarono o furono dati in pasto alla Gestapo. A dettare questo comportamento fu la cinica dottrina del Das Boost ist voll (“la barca è piena”). Già nel 1942, poi, il Governo di Berna e la sede ginevrina della Croce Rossa sapevano dei campi di concentramento nazisti ma non denunciarono all’opinione pubblica la “soluzione finale” partorita dalla mente malata di Hitler, rendendosi complici dell’Olocausto. Peggio, le autorità svizzere continuarono a marchiare con la lettera “J” i passaporti degli ebrei. Questa splendida idea, per altro, venne al capo della polizia degli stranieri, quell’Heinrich Rothmund il cui antisemitismo era noto. Costui dichiarò in seguito che non voleva che la Svizzera fosse invasa da gente incapace di assimilare lo stile di vita svizzero!  Capito? Ma procediamo. La Svizzera ha acquistato dai nazisti l’oro rubato agli ebrei e si è rifiutata con argomentazioni ridicole di restituire agli eredi degli ebrei deceduti nei campi di sterminio i fondi depositati nelle banche della Confederazione. I beni custoditi nelle cassette di sicurezza e sui cosiddetti “conti dormienti” non sono mai stati restituiti dalle banche svizzere ai legittimi proprietari. Sapete quale excamotage hanno usato il governo elvetico e i dirigenti della Banca nazionale per riciclare l’oro degli ebrei? Nel 1946, la Svizzera ha coniato oltre 72 tonnellate di marenghi d’oro apponendovi la data di emissione 1935. Un bell’artificio, non c’è che dire, ma le origini di quella ricchezza è inequivocabile; è il frutto di una colossale rapina. Tutti questi fatti, contenuti nel rapporto Bergier del 2002, inchiodano la Svizzera alla propria grave responsabilità al tempo del nazionalsocialismo e della seconda guerra mondiale, tant’è che la prima presidente donna della Svizzera Ruth Dreifuss dichiarò: “Il rapporto ci rammenta che in questo fosco periodo della storia dell’umanità la Svizzera non ha ottemperato come avrebbe dovuto e potuto alla sua tradizione umanitaria. Non una complicità legale, ma un aiuto funzionale che ha facilitato gli obiettivi nazista”. Qualcuno obietterà che non esiste nazione al mondo senza scheletri negli armadi. È vero, e il mio post non intende essere un J’accuse pregiudiziale contro la Svizzera quanto una riflessione sulla relatività dei valori e dei giudizi. La Svizzera resta un paese splendido, vivibile e certamente da prendere come esempio per molteplici aspetti. Ma è innegabile che i suoi governanti e parte della popolazione abbiano dimostrato in passato (e forse non hanno fatto tesoro della lezione) di non essere irreprensibili. Che la smettano, dunque, di guardare gli altri dal basso verso l’alto e pontificare in nome di un franco sempre più forte e del segreto bancario. La paura, l’avidità, la diffidenza, la negligenza, l’ipocrisia, i pregiudizi, il razzismo e la furbizia fanno parte del patrimonio elvetico al pari dello Swatch, del latte in polvere Nestlé e del Gruyere. Che piaccia o no. E la prossima volta che uno svizzero ci ricorderà con enfasi il motto nazionale: Unus pro omnibus, omnes pro uno, vale a dire “Uno per tutti, tutti per uno”, noi ricordiamogli che vale unicamente per chi è rossocrociato e che i moschettieri continuano a vivere solo nei romanzi di Dumas.

sabato 10 settembre 2011

I dieci anni che sconvolsero il mondo

Sono trascorsi dieci anni dagli attacchi suicidi da parte di Al-Qaeda contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d’America. La memoria del fatale 11 settembre 2001, in cui tre aerei dirottati dai terroristi si abbatterono sulle Torri Gemelle del World Trade Center di New York e sul Pentagono a Washington (il quarto aereo si schiantò in un campo in Pennsylvania), è ancora terribilmente vivida. Chi non ricorda le immagini strazianti dell’America colpita al cuore che le televisioni di tutto il mondo mettevano in onda in tempo reale e che provocarono in noi, incollati agli schermi, orrore e sbigottimento? Sentimenti mutuati successivamente in rabbia e desiderio di vendetta, poiché tutti (salvo i cretini) ci sentimmo americani, e in particolar modo cittadini della Grande Mela. Tutti ci sentimmo partecipi di un tragico evento che andava aldilà della nostra immaginazione. Eravamo solidali con l’America, straziata da un vile attacco che non era diretto solo all’America ma all’intera società civile e democratica di cui facciamo parte. Anche noi, idealmente, dichiarammo “guerra al terrorismo” e fummo colti da improvvisi conati di paura e diffidenza. A distanza di dieci anni da allora è giusto commemorare le circa 3.000 vittime della follia umana ma non ci può limitare a questo. Occorre fare una riflessione onesta su ciò che fu veramente l’11 settembre 2001 e sull’onda anomala che esso ha generato. Le domande da porsi sono tante. A cominciare da quella che molti di noi si sono fatti sottovoce. Si trattò veramente di un attentato terroristico o non fu, piuttosto, una macchinazione del governo ombra degli Stati Uniti d’America, cui premeva suscitare nell’opinione pubblica una forte ondata di indignazione che giustificasse azioni militari come la guerra in Afghanistan e l’invasione dell’Iraq? Non voglio ricamare inutili dietrologie né alimentare i dubbi, per altro consistenti. Aldilà dei veri mandanti degli attacchi, occorre riconoscere che l’11 settembre 2001 non collassarono solo le Torri Gemelle ma fu traumatizzata la nostra coscienza. Perciò, quella data funesta va considerata uno spartiacque; essa separa il mondo vecchio dal nuovo mondo. Il mondo che c’era prima è scomparso, spazzato via insieme alle nostre sicurezze, alla nostra serenità, alla nostra fiducia nel domani. Nel 1917, un giornalista statunitense di nome John Reed fu partecipe, oltre che spettatore, della Rivoluzione russa, che raccontò in un libro bellissimo: I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Parafrasandone il titolo, è quasi scontato affermare che il primo decennio del XXI secolo ha sconvolto il mondo, lo ha cambiato radicalmente. Come? Intanto, ha segnato l’inizio della decadenza dell’impero americano e il tramonto del diritto internazionale. Poi, sono crollate molte certezze e illusioni (la new economy, ad esempio). Infine, ha “normalizzato” le perverse logiche terroristiche (basti pensare agli attentati di Madrid, Londra e Mosca) e decretato la legittimità e la continuità dei conflitti armati. Non mi riferisco solo all’Iraq, all’Afghanistan e alla Libia, dove si è combattuto e si combatte aspramente, o al Medio Oriente, dove Israele e i Palestinesi si avvicinano a grandi falcate al redde rationem. Parlo del sottile ma devastante conflitto in corso contro nemici la cui morfologia ricorda il camaleonte e la cui strategia fa pensare al tarlo. Chi sono questi nemici? I fondamentalisti islamici? I terroristi in generale? Forse. Ma forse ce ne sono altri, che reggono i fili dei burattini e tramano per destabilizzare la società, indebolire l’economia, impaurire la gente. I veri nemici dell’umanità sono quelli che hanno bisogno di creare falsi nemici su cui riversare odio e attenzione per depistarci e realizzare subdole strategie di controllo e potere sul mondo. Il fatto è che viviamo in una società che si regge sulla mistificazione e qualcuno ha interesse a renderci deboli. L’ultimo decennio ha sancito la nostra debolezza e ci ha tolto il sorriso mettendo a nudo una vulnerabilità politica, sociale, economica e morale che induce al pessimismo sul genere umano e le sue prospettive. Ma, soprattutto, ha sancito l’avanzata del male nelle sue molteplici forme. È come se col crollo delle Torri Gemelle fossero cadute le fondamenta stesse di un umanesimo disgregato dal relativismo e dal materialismo, e già pericolante da tempo. Da tempo, infatti, il genere umano ha imboccato una strada a fondo cieco, si è imbarcato sulla nave dei folli. Eppure, l’11 settembre avrebbe dovuto sortire un effetto diverso. Avremmo dovuto risvegliarci dal torpore e riconoscere la vera consistenza dei vestiti dell’imperatore, che è nudo e osceno. Non solo. Avremmo dovuto reagire. Al contrario, abbiamo accettato passivamente di vivere con l’affilata spada di Damocle sopra la testa, come se fosse una condizione normale. È certamente normale il fatto che ci siamo abituati a vivere come ectoplasmi. Ricordate? Prima dell’11 settembre confidavamo nella docilità della vita, nella forza dell’Occidente, nella valenza positiva del nostro stile di vita. Pensavamo che il futuro ci avrebbe riservato piacevoli sorprese: una crescita costante del benessere collettivo determinata dal progresso umano. Oggi, invece, brancoliamo nel buio e barcolliamo confusi. La politica è un rebus, l’economia in ginocchio, la nostra identità compromessa, la civiltà giudaico-cristiana in crisi di idee e valori. Siamo naviganti senza bussola e col timone spezzato. Siamo naufraghi in un mondo alla deriva. Di chi è la colpa? Sorge un dubbio: se fosse anche nostra? Se l’apatia fosse divenuta organica e il nostro cervello si fosse atrofizzato a causa dei giornali e delle televisioni, strumenti di un sistema corrotto che tradisce la verità e incide sugli umori e l’evoluzione della coscienza collettiva come il pifferaio di Hamelin? Ma soprattutto, com’è possibile che gli ultimi dieci anni ci abbiano sconvolto al punto di avere fiaccato la nostra vitalità? Certo, va fatto un doveroso distinguo; ci sono nazioni che hanno reagito meglio di altre in virtù di risorse umane e non solo migliori. E noi italiani? Bé, si sa che gli italiani più che in Dio credono nei miracoli. E comunque, noi confidiamo nell’immaginazione per risolvere i problemi. Se non bastasse? Ho immaginato che rebus sic stantibus tra poco il Ground Zero potremmo averlo in casa e non credo che saranno gli epigoni di Osama bin Laden a creare il devastante vuoto in cui saremo risucchiati.

lunedì 5 settembre 2011

Aiuto, il sole si è ammalato!


L’estate 2011 sta finendo. Per fortuna! – verrebbe voglia di esclamare visto che si è rivelata balorda come non mai. Ma in fondo, è l’ennesima stagione bizzarra che ci porta a dire che non ci sono più le estati di una volta. Mia moglie sostiene che i panni stesi al sole ci mettono più del solito per asciugare. È solo un’impressione o è vero? In effetti, ho maturato due certezze: il clima è cambiato e il pianeta ha una crisi isterica.  
L'osservazione del pianeta effettuata mediante i satelliti ha confermato il peggioramento dello spettro dei raggi infrarossi emessi dalla Terra. Gli scienziati ci avvertono da tempo che è in atto una brusca accelerazione verso temperature superiori alle attuali. Essi ipotizzano che l'aumento della temperatura sarà fino a 5,8°C entro il 2100. Stiamo dunque vivendo un evento epocale: il surriscaldamento del pianeta o global warming, più noto come “effetto serra”. Il surriscaldamento globale non è più un’opinione di chi paventa scenari apocalittici ma un dato di fatto inoppugnabile e fra mezzo secolo dovremo cercarci una casa nuova perché la Terra sarà inospitale. È stato stimato che dall'inizio della rivoluzione industriale ad oggi la temperatura della Terra si sia alzata di oltre 1°C. Sembra un'inezia ma ovviamente non lo è. Anche un piccolissimo aumento della temperatura globale è in grado di produrre effetti devastanti sull'ecosistema. Nell'ultimo mezzo secolo la temperatura è cresciuta di 2,5°C in Antartide provocando il distacco e lo scioglimento di numerosi iceberg. Negli ultimi cento anni il 40% dei 1.300 ghiacciai alpini si è sciolto e il rimanente 60% si sta dissolvendo. Nell'ultimo secolo la superficie dei ghiacciai italiani si è dimezzata, passando da 1.000 a 500 kmq circa. Naturalmente il limite delle nevi permanenti sale di quota anno dopo anno e aumentano l'instabilità dei versanti e il pericolo di frane. La diminuzione dei ghiacciai alpini alle medie latitudini, lo scioglimento della calotta di ghiaccio della Groenlandia e l'espansione termica negli oceani sta causando l'innalzamento del livello del mare. Nel corso del XX secolo, in media, si è verificata una crescita del livello dei mari di 1,5 cm. ogni 10 anni. L'atollo di Kiribati, nell'Oceano Pacifico, è già stato inghiottito ed entro la fine del secolo intere aree geografiche del sud-est asiatico, degli Stati uniti e dell'Europa saranno sommerse dalle acque. È previsto l'innalzamento medio degli oceani di almeno 80 cm.  
Ma c’è un’altra novità inquietante che gli astrofisici hanno rilevato: il sole si sta indebolendo. “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico” recita una poesia di Giovanni Pascoli. Di nuovo c’è che sta accadendo qualcosa di insolito alla stella madre del sistema solare. D’altra parte, come ammoniva Eraclito “il sole è nuovo ogni giorno”. Nel suo rinnovarsi pare stia perdendo vigore. Il sole diventa sempre più pallido e diminuiscono le attività sulla sua superficie, cioè le macchie solari. Inoltre, è stata registrata una diminuzione di potenza del vento solare del 20% circa e un indebolimento del campo magnetico. In sostanza, il sole fa le bizze e si teme che possa causare una nuova piccola era glaciale. E questo è l’antico che torna. In un passato relativamente recente, una diminuzione dell'attività solare (le macchie solari scomparvero) che ebbe inizio nella metà del XVII secolo e terminò una settantina di anni dopo, produsse sul nostro pianeta una mini-glaciazione capace di abbassare mediamente la temperatura di circa 2 gradi. Potrebbe ripetersi o avere addirittura effetti maggiori? Difficilmente vedremo cadere la neve a luglio in Sicilia e il Lago di Como si trasformerà in una landa di ghiaccio. Ma forse assisteremo ad anomalie inimmaginabili. Il paradosso è che malgrado il surriscaldamento globale e le previsioni fondate di aumento della temperatura terrestre potremmo andare verso il progressivo raffreddamento del pianeta o per lo meno di parte di esso. Fantascienza? Lo erano anche i voli sulla luna di Jules Verne. Va precisato che il sole ha circa 4,5 miliardi di anni di vita e che si trova a metà del suo ciclo vitale, in una fase di stabilità. Si ipotizza che fra 5 miliardi di anni entrerà in una fase di forte instabilità che prende il nome di “gigante rossa”. Solo allora il nostro pianeta verrà inglobato nella stella morente. Noi non ci saremo per assistere alla fine, dunque non è il caso di preoccuparci. Preoccupiamoci, invece, del fatto che il sole è indisposto e non sappiamo perché. Sappiamo solo che ultimamente la Terra si surriscalda quando il sole ha il motore al minimo mentre dovrebbe essere il contrario. Inoltre, la lunghezza d’onda delle radiazioni solari è anomala. La temperatura media sta diminuendo malgrado il continuo aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera e perciò il dogma del riscaldamento globale è meno assiomatico di quanto si pensasse fino a poco tempo fa. Vien voglia di chiedersi: ma che fa la scienza, si prende gioco di noi? 
Questa estate il sole è stato indolente fino a ferragosto, per poi picchiare come un fabbro nella seconda metà del mese. Vi sembra normale? Evidentemente il sole ha le paturnie. Per consolarmi di un’estate che si è rivelata anemica voglio raccontare una fiaba africana ricca di spunti. Dice: “A volte capita che anche il sole si ammali. Allora sono guai per noi: il cielo si riempie di nuvole nere, il vento soffia furioso piegando gli alberi e la pioggia forma torrenti impetuosi tra le case e i villaggi. I nostri vecchi dicono che il cielo si è mangiato il sole. Allora Dio impietosito si carica sulle spalle un grande sacco, si reca nelle vaste foreste del cielo, disseminate di un'infinità di astri e inizia a raccogliere le stelle più vicine, per terra e sui rami degli alberi. Riempito il sacco il vecchio si dirige verso il sole ma le stelle catturate cercano di scappare o di uscire dai forellini del sacco ormai consunto. Qualche stella cadendo si rompe formandone tante più piccole. Arrivato nei pressi del sole, Dio svuota il sacco e subito il sole risplende di luce nuova e calda. Il sole riappare infine sul villaggio a rallegrare i nostri occhi e a riempirci di nuova meraviglia”. 
Beh, auguriamoci che Dio non vada mai in ferie e guarisca il sole prima che sia troppo tardi. Nel frattempo, godiamoci gli scampoli di sole settembrino. Chi può, al mare, al lago o in montagna. Gli altri si accontentino del sole che splende in città e non si lamentino se farà caldo di quando in quando. Un giorno nemmeno tanto lontano potremmo rimpiangere la vecchia afa di un tempo. E ripetere dolenti le parole di san Francesco: “Laudato sie mi’ Signore cum tucte le Tue creature, specialmente messor lo frate Sole, lo quale è iorno. Et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.”

sabato 3 settembre 2011

Il pane (e il companatico) degli angeli





Si stima che nel corpo umano ci siano 50.000 miliardi di cellule. Nell’arco di un anno una buona parte di queste cellule viene rinnovata. Dopo sette anni il rinnovamento è pressoché totale. Si può affermare che ogni sette anni cambiamo in modo radicale, diventiamo individui nuovi con un corpo nuovo. Cos’è che determina una palingenesi così radicale? La risposta è quasi banale: il cibo. L’uomo si ciba di alimenti fisici, ma anche di luce e pensieri. Si ciba di energia che produce nuove cellule, destinate a sostituire quelle che muoiono. L’energia che assumiamo non serve solo a mantenerci in vita ma principalmente a ridisegnare nel tempo la nostra configurazione fisico-mentale e a plasmare il nostro futuro. Il cibo alimenta il nostro corpo carnale ma anche i corpi sottili. “L’uomo è ciò che mangia” diceva Feuerbach nel 1850. Nelle sue parole si coglie l’eco del Rigveda, uno dei testi fondamentali del pensiero indiano, dove si rammenta che “il cibo è Brahman”. Il cibo è veramente energia divina, confermano gli angeli, che ci sgridano per il modo meccanico, scriteriato e inconsapevole con cui ci alimentiamo. La qualità oltre che la quantità degli alimenti assimilati attraverso la bocca, la pelle e la mente, nutre la nostra coscienza cosmica e determina una maggiore o minore consapevolezza del nostro posto nell’universo. “Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei”, ha scritto Brillat-Savarin nella sua famosa Fisiologia del gusto. Fai attenzione a quello che mangi per sapere quello che diventerai, ci suggeriscono argutamente gli angeli, che si nutrono solo di luce e amore ma la loro competenza supera quella di tutti i dietologi del mondo, di tutti gli esperti di alimentazione.  E poiché non sono gelosi della loro sapienza, gli angeli ci donano pillole di consapevolezza nutrizionale affinché impariamo ad alimentarci in modo spirituale oltre che fisicamente, e in ogni caso con intelligenza. In questo post riassumerò dunque i principali insegnamenti degli angeli limitandomi al nutrimento fisico, vale a dire ciò che viene messo in tavola ed è destinato a finire nel nostro stomaco.  
Prima ancora di analizzare cosa mangiare, gli angeli ci indicano come mangiare. Le analogie fra le istruzioni angeliche da una parte e il ricco patrimonio costituito dalla saggezza dei vecchi e dalle tradizioni che consideriamo “alternative” ci stupiscono e ci fanno riflettere. Un tempo l’uomo conosceva la verità. Oggi preferiamo coltivare la menzogna in nome di un progresso il cui fallimento è davanti agli occhi di tutti. Basti pensare al problema della fame nel mondo cui fanno da contraltare alcune sindromi della società consumistica: obesità, bulimia e anoressia. Il primo monito è duplice: prima di sedervi a tavola lavatevi le mani. E prima di toccare il cibo ringraziate il Signore. Credo che la maggior parte delle persone, ovviamente mi riferisco alle persone civili, si deterga le mani prima di mangiare, principalmente per ragioni igieniche. Temo, invece, che poche persone mantengano in vita la tradizione una volta diffusa nelle famiglie di rivolgere un preghiera di ringraziamento al Cielo e chiedere la benedizione del cibo. Io per primo non avevo questa abitudine. L’ho adottata in tempi recenti, sollecitato a comportarmi come un patriarca dalla richiesta del mio angelo. Bene, devo confessare che inizialmente ero riluttante e provavo un certo imbarazzo, soprattutto se avevo ospiti a pranzo o mi trovavo in un luogo pubblico. Adesso troverei disdicevole non ringraziare Dio per il cibo che mi dà e rivolgere un pensiero misericordioso a coloro che soffrono la fame. Anche farsi il segno della croce è un modo di santificare il desco e trasformare un pranzo ufficiale piuttosto che un semplice spuntino in un convivio che attiri gli angeli. Sembra che Socrate abbia detto: “Gli uomini malvagi vivono per mangiare e bere, i buoni mangiano e bevono per vivere”. È il principio che deve condizionare il nostro rapporto con il cibo, illuminare le nostre scelte alimentari. C’è del vero in ciò. Quando Tertulliano, che dapprima avversò il cristianesimo ma poi si convertì e divenne un apologista famoso, scrisse che “la ghiottoneria è la porta dell’impurità” riferiva ciò che aveva sperimentato nelle taverne frequentate da giovane. L’abuso di cibo, soprattutto se è sofisticato, di vino e di alcolici non favorisce certo la crescita spirituale né mantiene sano il corpo e la mente. Come ben sanno gli storici, l’alimentazione è fra le cause della caduta dell’Impero romano, che raggiunse l’apice della civiltà anche in cucina. Molti secoli prima che Roma crollasse sotto il peso dei suoi manicaretti, Catone il Censore esclamava sconsolato: “Cosa difficile è discutere con il ventre perché non ha orecchie!”.
Bisogna mangiare poco ma quel poco che sia buono e abbastanza, ripeteva sempre mio nonno con il sorriso sulle labbra. La sua frase riceverebbe l’approvazione degli angeli, le cui principali raccomandazioni sono tre: 1. Mangiate con moderazione. 2. Mangiate ciò che vi piace. 3. Mangiate solo cibi buoni e sani. Gli angeli ci invitano alla giusta misura nelle cose. Il piatto non deve essere mai troppo pieno quando viene servito né lo stomaco troppo sazio quando ci alziamo da tavola. È meglio conservare sempre un pizzico di appetito piuttosto che provare nausea per ciò che si è ingerito. Può sembrare paradossale ma spesso mangiamo cibo che non ci piace, non ci soddisfa, non ci appaga. Ci giustifichiamo nei modi più puerili, come se le circostanze fossero più forti del nostro libero arbitrio. Nessuno ci obbliga a mangiare ciò di cui non sentiamo il bisogno. Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo del cibo, ci ritornerò fra breve. Gli angeli ci invitano a non mangiare in piedi né troppo in fretta e ci consigliano cibi naturali, cucinati semplicemente. Credo che gli angeli custodi entrino malvolentieri in un Fast food. Quando accompagnano un’anima che ha deciso di mortificarsi da Mc.Donalds le loro ali vibrano come le pale di un ventilatore nella speranza di allontanare il puzzo di fritto prima che s’impregni nelle piume. Secondo gli angeli, il cibo dev’essere sattvico. Sattva è un termine sanscrito che significa “equilibrio”. È il principio della luce, della consapevolezza, dell’intelligenza e dell’armonia che l’Ayurveda, la millenaria medicina indiana, ci raccomanda di metabolizzare a fini preventivi o curativi. Certi cibi contengono energia sattvica, altri no. Ciò significa che solo certi alimenti promuovono la longevità, la qualità della vita, la virtù, la forza, il benessere, la felicità, ecc. Altri, invece, causano accumulo di impurità, disagi, malattia, tensione, frustrazione, acidità. I cibi sattvici (potremmo definirli “angelici”) sono piacevoli, saporiti, sani, nutrienti, semplici ed equilibrati. Il mantenimento o il recupero della salute dove è compromessa passa necessariamente attraverso un’alimentazione sattvica, che per sua natura è semplice e naturale. Nemmeno la nouvelle cuisine o i trionfi gastronomici piacciono agli angeli. Per quanto saporiti siano e appaganti per i sensi, i cibi troppo elaborati o cucinati senza amore non favoriscono l’armonia né la salute. In una lettera a un suo conoscente, Seneca scriveva: “Ti meravigli che le malattie sono troppe? Conta quanti cuochi ci sono!”. È forse cambiato qualcosa rispetto ai tempi di Seneca? Le ricette della nonna o i piatti della tradizione contadina, i prodotti stagionali e gli alimenti privi di conservanti sono pur sempre il consiglio dello chef angelico. Gli angeli insistono su cosa non dobbiamo mangiare. Essi ci invitano a escludere dalla nostra dieta alimentare la carne e il pesce. Gli angeli sostengono il vegetarianesimo e lo supportano con argomentazioni ferme e convincenti. Ma prima di analizzarle, vorrei ricordare a chi considera i vegetariani con superficialità, fastidio o disprezzo, che la scelta vegetariana non è una moda bislacca o un vezzo estemporaneo. Essa costituisce una rigorosa scelta di vita che concilia motivazioni di natura morale e spirituale con istanze salutistiche. Ciò che la gente sa, crede di sapere o afferma del vegetarianesimo è in gran parte falso e denigratorio e questa non-informazione o informazione contorta rafforza i pregiudizi anziché fugarli. 
Per le tre grandi religioni che hanno avuto come culla l’India - induismo, buddhismo e jainismo - il vegetarianesimo è un cardine su cui ruotano abitudini, riti e credenze così radicate che è impossibile strapparle dal cuore degli uomini. Questo perno è retto dalla fede nella trasmigrazione delle anime o metempsicosi. In India la mucca gode d’immunità e cammina in mezzo alle strade dove ancora oggi si muore di fame perché nessun indiano ucciderebbe mai l’animale in cui potrebbe essersi incarnato suo nonno. La scelta vegetariana non penalizza certo la gastronomia. Come ha notato lo storico R. Tannahil, autore di un interessantissima Storia del cibo, “la cucina vegetariana del sud dell’India può essere considerata ancora oggi fra le cucine più raffinate del mondo”. Personalmente preferisco la cucina mediterranea. Noi italiani abbiamo il grande merito di avere inventato la pasta e la pizza; vale a dire il fuoco e la ruota. Guarda caso, sono alimenti vegetariani. E a proposito di inventori, vorrei sottolineare che Leonardo da Vinci e Albert Einstein, forse le menti umane più alte nell’intera storia della civiltà, erano vegetariani. Questo semplice appunto dovrebbe far riflettere quelli che si mettono in bocca sciocchezze del tipo: “il nostro cervello ha bisogno di pesce” o “i bambini non possono fare a meno della carne per crescere sani”. Ma chi l’ha detto? Chi ha mai dimostrato la fondatezza di assunti così arbitrari? Molti campioni dello sport, fra cui il più grande giocatore di basket di tutti i tempi, Michael Jordan, seguono un regime alimentare vegetariano. Non mi pare proprio che il cervello di Einstein, refrattario al pesce, e i muscoli di Jordan, sviluppatisi senza carne, rivelino particolari carenze. È più facile trovare riscontri negativi fra i grandi mangiatori di carne; gli psicologi potrebbero descrivere molto bene il nesso fra l’assunzione eccessiva di carne rossa e la violenza. Il Mahatma Gandhi era vegetariano. E se fossero stati i cereali e le verdure a dare forza all’ahimsa (la non violenza) con cui ha sconfitto l’impero britannico? Gli angeli sorridono dell’ignoranza umana, ancora più accentuata in chi crede di sapere perché ha studiato. In un congresso medico è facile incontrare le persone più intelligenti del mondo ma anche le più stupide. Le cose non sono cambiate da quando Gesù diceva “medico cura te stesso” se ancora oggi molti medici non vedono aldilà del proprio naso. Chi dice che non possiamo rinunciare alle proteine animali fa la figura dei medici di Pinocchio. Quando la Fata chiede ai tre medici riuniti al capezzale del burattino se egli è vivo o morto, il primo medico (il corvo) sentenziò : “a mio credere il burattino è bell’e morto, ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio che è sempre vivo!”. Non riporto le parole del secondo e terzo medico, che a poco serve confermare la superficialità e la cattiva fede di molti Soloni della scienza, che ignorano o fingono d’ignorare la straordinaria versatilità della natura. Le proteine della carne possono essere sostituite da quelle contenute nella soia, nei legumi e nella quinoa. Per il resto, tutto ciò che ci occorre è presente nei vegetali, nella frutta, nel latte e nei formaggi, nelle uova non fecondate, nei cereali e via di seguito. Ma perché dobbiamo rinunciare alla carne? La risposta è nel Vecchio Testamento. “Poi Dio disse: ecco, io vi do ogni sorta di erbe produttrici di seme, che sono sulla superficie di tutta la terra, ed anche ogni sorta di alberi in cui vi sono frutti portatori di seme: costituiranno il vostro nutrimento” (Genesi 1, 29). Gli angeli ci offrono poi tre ottime  ragioni per togliere dalla nostra dieta alimentare le creature di Dio. C’è una prima ragione spirituale: nutrirsi di animali che hanno subito una morte violenta significa cibarsi della loro paura e metabolizzare il loro karma negativo. Quando un animale viene sacrificato per i piaceri della nostra gola la morte imprime nelle sue cellule un marchio indelebile, diffonde nei suoi tessuti vibrazioni energetiche negative. Quando mangiamo una scaloppina di vitello o una coscia di pollo arrosto mastichiamo anche le sostanze biochimiche che il cervello della bestia ha prodotto nello spasmo della morte. Ci nutriamo della sua disperazione, della sua impotenza, dei suoi muti “perché?”. Gli angeli ci dicono che il miglior filetto del mondo saprà sempre di cadaverina. Le salse, gli intingoli e gli aromi della cucina più raffinata non potranno mai cancellare gli effetti di una uccisione non necessaria ma voluttuaria. Non è indispensabile immaginare o credere che un tonno sia l’incarnazione di un infelice essere umano in fase di espiazione per provare solidarietà verso i suoi resti compressi in una scatoletta di latta! L’uccisione di un animale dovrebbe farci pena e commuoverci in ogni caso. Così come dovrebbe indignarci l’assassinio brutale di un elefante per sottrargli le zanne d’avorio o lo scempio di una volpe argentata per farne una pelliccia. Mangiare le creature di Dio significa dunque rimanere attaccati alla materia e impedire alla nostra coscienza di acquisire una consapevolezza più alta, all’anima di elevarsi. Gli angeli evidenziano una seconda ragione, di natura etica. Gli animali sono nostri fratelli, come insegnava San Francesco. Gli angeli ci avvisano: “Essi possiedono un’anima, proprio come voi”. La terza ragione è la più pratica e accessibile alle menti meno solidali con il regno animale. Ormai le acque sono inquinate e la terra avvelenata. Molti allevamenti da cui proviene la carne in vendita nelle macellerie o nei supermercati delle nostre città sono autentici laboratori di morte. Non solo perché le bestie subiscono lo stesso trattamento dei deportati ad Auschwitz o nei gulag di Stalin, ma perché vi si usano metodi belluini e sostanze illegali. Il caso della “mucca pazza” in Inghilterra, l’affaire della diossina in Belgio  ei più recenti episodi registrati in varie parti del mondo dimostrano non solo l’esistenza di una perversa logica autodistruttiva ma anche la fragilità dei sistemi difensivi del consumatore. È facile per le industrie e i governi mettere a tacere gli scandali e utilizzare poi i paesi sottosviluppati come scolo dei loro liquami, dei loro incidenti di percorso. Ma la realtà è nuda. Ci mostra un sistema di potere talmente ottuso e cinico da sacrificare la Natura in nome dell’economia di mercato. Gli angeli ci avvertono che i cibi transgenici produrranno la mutazione del genere umano. Non è fantascienza. Non occorre avere la mente acuta di Asimov per immaginare lo scenario del futuro. Sorgeranno malattie nuove e devastanti, create nei laboratori delle multinazionali e la Natura sarà impotente. Gli angeli ci chiedono di riflettere e agire perché questa folle corsa al suicidio di massa venga arrestata. Ma è necessario che molte coscienze individuali si sveglino perché la coscienza collettiva prenda energicamente posizione. Bisogna cominciare a dire “No” e se questo comporterà qualche sacrificio pazienza. Rinunciare al gusto di una wiener schnitzel non è la fine del mondo. Le cotolette impanate di seitan sono altrettanto buone. In ogni caso, i cibi a coltivazione biologica costituiscono da tempo un’alternativa accessibile che gli angeli caldeggiano.  
Anche il digiuno è un insegnamento che gli angeli ci affidano con sollecitudine. Spiritualmente corrisponde a una border line, la linea di confine aldilà della quale le prospettive dell’occhio umano cambiano e lo spirito batte le ali. Il digiuno è uno dei cinque pilastri di fede dell’Islam. Il ramadam, cioé il mese del digiuno diurno, mostra quanto sia forte questa fede. Era in uso nei misteri eleusini e di Iside, fra gli asceti e i monaci, fra i brahmani. Ancora oggi si ricorre ad esso per soggiogare la carne e accrescere la fortezza, oppure per ottenere il perdono dei peccati come capitava con la poenitentia fidelium nel Medio Evo. Il digiuno era lo strumento della protesta di Gandhi e fu, soprattutto, la prova che Gesù affrontò nei quaranta giorni di isolamento nel deserto prima di iniziare la propria missione. Il cielo apprezza quello che i cristiani ortodossi chiamano dies vigiliae per analogia con la guardia posta a difesa del male. Gli angeli ci chiedono di digiunare regolarmente, almeno un giorno alla settimana. Ma perché dovremmo digiunare? Perché è un’arma potentissima contro il male e uno strumento potentissimo per arrivare a Dio. Inoltre, certi demoni si possono sconfiggere solo con il digiuno e la preghiera. Il cibo è una delle cose che maggiormente ci legano alla Terra, alle tentazioni del demonio. Dio non vuole che le sue creature muoiano di fame, naturalmente, e  ci ha donato i frutti della Terra per nutrirci, ma desidera anche metterci alla prova attraverso la rinuncia, che fortifica lo spirito, lo eleva e ci stacca dalla materia.
Sul piano spirituale, digiunare ci rende più aperti, più ricettivi, più guardinghi. Ci aiuta a connetterci con Dio, a  “sentire” con maggiore facilità le vibrazioni più sottili dell’universo. Durante il digiuno può capitare di sentire la voce degli angeli, di intuire verità fino ad allora nascoste. La nostra sensibilità aumenta perché la nostra anima è meno oppressa dalla materia.  Il digiuno è il capo Horn dei naviganti della buona tavola, un ostacolo che i più nemmeno prendono in considerazione. Perciò è necessario affrontarlo gradualmente. Bisogna iniziare questa pratica con le piccole rinunce, offrendo al Signore qualcosa che ci piace molto. In seguito, gli si può offrire una giornata di digiuno. Gli angeli suggeriscono i cosiddetti “fioretto”. Rinunciare ai dolci per una settimana o alla Coca Cola per un mese potrebbe essere un buon avvio. (14. continua).