domenica 30 ottobre 2011

Adesso che corri felice nei Campi Elisi...


Prestatemi orecchio. Ho seppellito il Re e non serve che io tessa le sue lodi. Come dice il Marco Antonio di Shakespeare, “il male che gli uomini compiono sopravvive ad essi, il bene è spesso sepolto con le loro ossa”. Ma è proprio così? Intanto, il re di cui parlo non era un essere umano ma un cane. Il mio magnifico cane, un pastore tedesco che ho avuto accanto per oltre quattordici anni, durante i quali ho goduto della sua compagnia, della sua fedeltà, del suo amore disinteressato e puro. Si chiamava Rex e mai nome fu più appropriato. Erano i tempi sereni in cui spopolava in televisione il Commissario Rex e per quanto qualcuno giudicasse banale il fatto che avessi deciso di chiamarlo nello stesso modo – in effetti, l’allevamento da cui proveniva l’aveva registrato all’anagrafe canina col pomposo nome Rabe del Murnighello – oggi posso affermare che Rex doveva chiamarsi esattamente così. Perché? Non era solo un capobranco saggio e autorevole (ho avuto in casa fino a sei cani contemporaneamente) ma un sovrano illuminato. La sua regalità era così naturale, evidente e garbata a un tempo che era impossibile non ammirarlo e amarlo. Era figlio di Tex di Casa Britta, un campione, ed era potente, bello col suo mantello nero focato e il suo portamento cavalleresco, intrepido, leale, intelligente ed equilibrato. In secondo luogo, non sono d’accordo con Marco Antonio. Il bene che Rex ha fatto, il suo ricordo, la sua amabile presenza… questo patrimonio non è stato sepolto sotto un metro di terra, nel giardino che Rex amava e su cui regnava. La sua memoria non perirà mai. Non finché io e mia moglie saremo in vita, e lo saranno le mie figlie, che Rex ha protetto come fossero i suoi cuccioli quand’erano bambine e sulle quali ha vegliato con dignità fino a pochi attimi prima di spegnersi. Oggi, mentre lo seppellivo, ho invidiato Lord Byron. Si narra che il poeta inglese fosse molto affezionato al suo cane e quando morì fece incidere sulla sua tomba queste parole: “Qui riposano i resti di una creatura che fu bella senza vanità, forte senza insolenza, coraggiosa senza ferocia ed ebbe tutte le virtù dell’uomo senza averne i difetti”. Come vorrei avere il talento di Byron per rendere a Rex un omaggio così poetico e commovente! Ciò di cui sono capace, al massimo, è vincere la mia naturale reticenza ed aprire il cuore per svelarne il sancta sanctorum. Sento il bisogno di affidare alla rete un elogio funebre di Rex perché la sua storia merita di essere conosciuta. Penso mi capiranno in tanti, a cominciare da chi ama gli animali e sa che l’amore si coniuga inevitabilmente col dolore. Purtroppo, un cane non vive abbastanza a lungo da risparmiarci la sofferenza di perderlo. E spesso, la sua perdita è drammatica, ingiusta quanto la scomparsa di un essere umano. No, non credo di esagerare. Certi cani non sono animali domestici. Fanno parte della famiglia, sono quasi umani nella loro viscerale interazione col padrone e gli altri membri della casa. Era il caso di Rex, con cui c’era un’empatia straordinaria. Gli mancava solo la parola, sarei tentato di dire. Già, ma gli sarebbe servita? Rex usava lo sguardo per esprimere quello che aveva dentro. Si serviva delle orecchie per comunicare la comprensione dei fatti, l’intuizione di ciò che ci si aspettava da lui. Aveva pupille profonde, vigili, comunicative. I suoi occhi erano buoni anche se il suo aspetto poteva incutere soggezione. Era un guerriero ma di fattura orientale; gli bastava un’occhiata severa e il digrignare dei denti per inibire chiunque mostrasse cattive intenzioni. Uomini o bestie. Eppure, quand’era giovane amava gonfiare il petto, azzuffarsi coi cani del vicinato. Usciva sempre vincitore dagli scontri e non infieriva mai sullo sconfitto. Era capace di amare così intensamente che avrebbe dato la sua vita per me e la mia famiglia. “Chi non ha mai posseduto un cane non può sapere che cosa significhi essere amato” ha scritto Schopenhauer. Chi non ha conosciuto Rex non può immaginare di cosa sia capace un cane che adora i suoi padroni e ne intuisce gli umori. Ricordo le sue leccate sulla mano. A volte era per ringraziarmi, spesso per consolarmi e dirmi: “Guarda che io sono qui e ti voglio bene. Io non ti deluderò né tradirò mai”. E così è stato. Konrad Lorenz, che di animali se ne intendeva parecchio, sosteneva che “non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane”. Ci sono le eccezioni, fortunatamente. Io non sono mai stato tradito da chi amo, Rex compreso. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati un calvario. Lui, così forte, energico e brillante, era costretto a vivere subendo gli oltraggi dell’età e della malattia. Era diventato cieco, come l'Argo di Ulisse, e come Argo guaì di gioia quando tornai dall’Afghanistan con mia figlia Francesca, dopo tre mesi di lontananza che a lui dovettero sembrare interminabili. Pensai: adesso muore. Abbaiò con voce stentorea e un poco infastidito, come se avesse udito il mio pensiero inopportuno. Non era ancora giunto il tempo degli addii. Ultimamente non si reggeva più sulle zampe posteriori e un tumore lo stava uccidendo giorno dopo giorno. Eppure, non ha rinunciato fino all’ultimo a mostrarsi fiero né ha rinunciato alle sue piccole, perdonabili debolezze. Per un biscotto o un cioccolatino avrebbe recitato in greco antico. Gli ultimi giorni, purtroppo, sono stati terribili. Sembrava un re Lear. Si ribellava alla sua condizione e forse malediva in cuor suo l’impotenza. Non accettava la sua triste condizione, la sua frustrazione. Avrebbe voluto morire correndo dietro una palla, la sua passione. Sono certo che avrebbe preferito che il cuore gli scoppiasse per lo sforzo. Invece ha ceduto alla stanchezza e alla malattia. Eppure, quanta stupenda dignità è riuscito a mostrare anche nell’ora della morte. Se ne è andato con la serena consapevolezza e mitezza di un gigante, che sa di essere tale, e mentre mia moglie, Francesca ed io lo accarezzavamo per l’ultima volta, sforzandoci di accompagnarlo nel viaggio senza ritorno, abbracciandolo quasi per trattenere il suo spirito, lui deve avere pensato che la sua vita è stata meravigliosa. No, amico mio. La nostra vita accanto a te è stata meravigliosa e di ciò ti siamo infinitamente grati. Grazie di cuore. Sì, grazie magnifica anima di cui mai dimenticheremo il sublime valore. Sei volato in cielo e da lassù continuerai a vegliare su di noi, la nostra famiglia, la nostra casa. So che adesso correrai felice nei prati celesti, che immagino abbiano i bagliori dello smeraldo e siano immensi. Correrai dietro un pallone e il tuo divertimento più grande non sarà riportarlo agli angeli che te l’avranno lanciato, ma bucarlo coi tuoi canini affilati. Perché tu eri fatto così; dovevi imprimere sulle cose il tuo segno. Correrai senza il collare e non dovrai più preoccuparti di fare la guardia presso il cancello o di curare il tuo osso. Non avrai più bisogno di accucciarti ai miei piedi, nel mio studiolo, per respirare insieme a me l’aria profumata di incensi. Ora sei libero. Per quanto tu non sia mai stato un servo ma un cane gentiluomo, adesso puoi finalmente pensare solo a te stesso e goderti le gioie riservate ai giusti. Adesso che corri felice nei Campi Elisi, non fermarti mai. Assapora fino in fondo la luce, il vento, la melodia delle sfere celesti. Sai, io non ho le idee molto chiare su quello che ci aspetta dopo la morte ma di una cosa sono convinto. Se ne sarò degno, un giorno spero di andare nel tuo paradiso, non in quello degli uomini. Un giorno ti ritroverò.
In memoriam (1997-2011)

giovedì 27 ottobre 2011

La fine dei tiranni ha un retrogusto amaro


Viviamo stagioni caratterizzate da forti eventi tellurici. Nemmeno i tiranni resistono alle scosse ed escono incolumi dai violenti sismi politici, sociali ed economici che caratterizzano i nostri tempi. Dopo Saddam Hussein e Mubarak (per altro, ancora vivo), è malamente uscito di scena anche Muhammar Gheddafi, il dittatore per antonomasia che pensavamo fosse immortale e sul quale nei giorni scorsi è stato versato un ribollente fiume di inchiostro che, a conteggiarne la lunghezza, farebbe sfigurare il Nilo. Il re è morto, viva il re, è stato scritto. Ovviamente detestavo Gheddafi, re e giullare a un tempo, e non vedevo l’ora che pagasse i suoi efferati delitti. Ma nell’ora in cui ha reso la sua povera anima a Dio, ho avvertito un disagio sottile e persistente. La sua fine ha un retrogusto amaro, un ché di sgradevole. Le immagini agghiaccianti della sua cattura, della sua esecuzione e dell’esposizione del suo cadavere fanno parte di un rituale che come cristiano fatico ad accettare, per quanto non sia nuovo né scandaloso in sé. Si sa che i tiranni di rado invecchiano e che per loro la resa dei conti è quasi sempre parossistica e associata alla giustizia sommaria, oltre che a un cerimoniale ignobile. Gheddafi è stato esposto al ludibrio generale così come a suo tempo venivano esposti a scopo di monito le salme dei briganti. E come fu esposto Benito Mussolini, appeso a testa in giù come s’usa fare coi quarti di bue in macelleria. Confesso che ancora oggi, guardando le fotografie o le riprese filmate di piazzale Loreto, sono toccato da un sentimento di pietà e di vergogna che nulla ha a che fare col fascismo e la giustizia. Mi indigna pensare che le spoglie di un essere umano possano diventare il bersaglio di una folla canagliesca. Gli sbagli di un uomo non giustificano la vendetta e l’abominio. Allo stesso modo, nonostante Gheddafi meritasse la fine che ha fatto, la sua immagine sanguinolenta e sfatta fa sorgere un afflato di commiserazione. Era un essere umano, per quanto crudele e infame. E come ogni essere umano su cui la morte ha steso il suo velo, meritava più rispetto. Si dice sia stato giustiziato per evitare che vuotasse il sacco. In effetti, cose da raccontare doveva averne tante l’uomo che l’Occidente odiava e nello stesso tempo blandiva con sussiego. Ma ve lo ricordate come si prostravano davanti al tiranno di Tripoli i nostri uomini politici? E cosa non facevano i nostri plenipotenziari per assicurarsi il petrolio libico! Sì, le verità del Colonnello potevano essere scomode e imbarazzanti per molti ed è meglio che abbia chiuso la bocca prima di svelare quanto sono ipocriti, cinici e corrotti i governi occidentali. Pur tuttavia, mi domando se per caso non sia stato commesso un errore maggiore oltraggiando la sua icona. E se ucciderlo come un cane rognoso contribuisse a fare di lui un martire? Se la sua morte, che non pochi, nei paesi arabi, assoceranno alla dignità di chi resiste fino all’ultimo e non si arrende, diventasse motivo di orgoglio ed emulazione? Gheddafi era un mostro eppure non tutti lo esecravano. La sua morte è stata pianta da molte migliaia di libici e da milioni di arabi. Tutta gente cattiva? Mah, chiediamoci piuttosto come e perché nascono dittature longeve come quella del Raìs. “Con quanta imprudenza molti cercano di levar di mezzo un tiranno senza essere in grado di eliminare le cause che fanno del principe un tiranno!” annotò il filosofo Spinoza. Adesso che Gheddafi non c’è più occorrerebbe distogliere l’attenzione dai clamori celebrativi e dalle manovre sotterranee sulla spartizione della torta libica – Chi mettiamo al potere? A  chi andranno le commesse della ricostruzione e del petrolio? – e concentrarci sulle ragioni per cui il mondo non può fare a meno dei suoi Policrate, Lisistrato e Dionisio. Forse aveva ragione Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe: “Tutti gli uomini sarebbero tiranni se potessero”. E molti lo sono, fatte le debite proporzioni. In casa, a scuola, nelle fabbriche e negli uffici. Molti si relazionano col prossimo cercando d’imporre il principio che Napoleone Bonaparte espresse senza remore: “Esigo che ci si sottometta anche ai miei capricci”. Siamo stati sulla Luna e andremo su Marte, eppure non riusciamo a liberarci di due vizi antichi: l’autoritarismo e il cesarismo. Lo dimostra il numero impressionante dei dittatori del Novecento, il secolo dei totalitarismi e dei genocidi: Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Franco, Tito, Ceausescu, Idi Amin, Mobutu, Pol Pot, Bokassa, Chiang kai-Shek, Mao Zedong, Marcos, Suharto, Hoxha, Duvalier, Mengistu, Papadopulos, Ataturk, Peron, Videla, Pinochet, Fidel Castro… E lo conferma il fatto che nel mondo ci sono ancora tanti oppressori al potere e se anche fossero deposti verrebbero presto sostituiti da nuove leve di despoti, tiranni e autocrati che hanno in dispregio i diritti umani e la libertà dei popoli. I nomi? L’elenco è interminabile. Ecco i più famosi: Ahmadinejad in Iran, Islam Karimov nell’Uzbekistan, Bashar al-Assad in Siria, Choummaly Sayasone nel Laos, Il generale Than Shwe in Birmania, Kim Jong-il nella Corea del Nord, Omar Al-Bashir in Sudan, Robert Mugabe nello Zimbabwe, Afewerki in Eritrea, Meles Zenawi in Etiopia, Idriss Deby nel Ciad, Yahya Jammeh nel Gambia, Paul Biya nel Camerun, Lukashenko in Bielorussia, Raul Castro a Cuba. Per tacere del re d’Arabia Abdullah e del presidente della Cina Hu Jintao. La triste verità è che la razza cui apparteneva Gheddafi non si estinguerà mai. E ogni volta che uno di loro arriverà a fine corsa, noi esulteremo. Salvo accorgerci, qualora non fossimo del tutto insensibili, che ogni fine truculenta ha un sapore sgradevole. Quasi avvertissimo in cuor nostro che il tiranno è tale perché siamo affascinati dal male almeno quanto desideriamo il bene.

lunedì 24 ottobre 2011

La Banda Bassotti ha colpito ancora


Non sono solito ritornare su argomenti già trattati, salvo che non ci siano sviluppi o novità interessanti. Mi va di riaffrontare l’argomento “banche”, al quale ho dedicato il post dal titolo Le banche sono vampiri assetati di sangue, pubblicato sul blog il 15 giugno 2011, perché mi hanno colpito due brevi notizie che avvalorano il mio impianto accusatorio. L’assunto che troppe banche commettano reati con troppa facilità (e troppo spesso impuniti) – quindi non siano dissimili dalle associazioni criminali organizzate – ha la sostanza di un teorema pitagorico e la forza di un sillogismo. In effetti, in questi giorni la famigerata Banda Bassotti ha colpito ancora. Chi è la Banda Bassotti? Facile; è la gang bancaria, sempre più truffaldina ma anche maldestra nel compiere rapine ai danni dei propri clienti e dello stato, col quale, però, ha solidi rapporti di connivenza. Tant’è che nel 1815, Napoleone Bonaparte annotava: “Quando un governo dipende dai banchieri per il denaro, questi ultimi e non i capi del governo controllano la situazione, dato che la mano che dà è al di sopra della mano che riceve. Il denaro non ha madrepatria e i finanzieri non hanno patriottismo né decenza; il loro unico obiettivo è il profitto.”  
Il primo fatto di cui voglio parlare è che Unicredit è stata accusata di frode fiscale. La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit, e ha disposto un maxisequestro preventivo di 245 milioni di euro ai danni dell’istituto di credito. Pare che Unicredit, con la complicità di Barclays, abbia evaso le tasse camuffando da dividendi gli interessi. Intanto, voglio sottolineare che non stiamo parlando di una banchetta locale ma di uno dei primi gruppi di credito europei e mondiali. Per essere precisi, Unicredit è attualmente il secondo gruppo bancario italiano con un capitale di oltre 16 miliardi di euro e una quota di mercato del 15%, il settimo in Europa, il ventitreesimo nel mondo e ha oltre 40 milioni di clienti. Per quanto riguarda Barclays, basti sapere che è una banca inglese presente in oltre 50 paesi del mondo, nota, fra l’altro, per avere lanciato la prima carta di credito in Europa nel 1966. Detto questo, ritengo che nessuno debba essere considerato colpevole di un reato finché la sua colpevolezza non è dimostrata. È giusto essere garantisti, anche nei confronti delle banche, che con le garanzie ci giocano. Per questa ragione mi farò passare il prurito e non emetterò sentenze, ci penseranno i giudici del Tribunale di Milano a farlo. Pur tuttavia, il sospetto che Profumo e i suoi amici di merenda abbiano agito in maniera fraudolenta è assai concreto. Non è la prima volta che Unicredit finisce nell’occhio del ciclone. Sulle malefatte di questo colosso bancario nel settore dei derivati (Unicredit ha fatto sottoscrivere ad aziende private ed enti pubblici dei contratti, detti derivati, contenenti costi impliciti che i clienti inesperti non sono in grado di calcolare) e sull’arbitrarietà della concessione del credito alle imprese si potrebbe scrivere un libro nero e non è detto che qualcuno, prima o poi, spezzi le catene dell’omertà e riveli al mondo quanto siano disinvolte le politiche bancarie, quanto strabordi il marciume di un sistema colluso con la classe politica e con la Consob. A tale proposito, mi giro una domanda ingenua oltre che retorica. Com’è possibile che in sette mesi (dal 16 febbraio al 16 settembre 2011) le azioni Unicredit abbiano perso il 63% del loro valore? Il 26 aprile 2007, un’azione valeva 6,505 euro. Oggi, il titolo Unicredit è quotato meno di un biglietto del bus. In pratica, è cartastraccia. Già, come si spiega un crollo così clamoroso, assurdo, inverosimile? Non si spiega. Si subisce e basta, perché ai grandi strateghi delle iperbanche quotate in Borsa non gliene frega niente degli azionisti, degli investitori e tanto più dei piccoli risparmiatori. A loro interessa solo il profitto e per ottenerlo speculano, azzardano operazioni sporche, s’invischiano in relazioni pericolose. Sono i sacerdoti laici di Mammona, gli emuli del re Mida (peccato che tutto quello che toccano lo distruggano anziché trasformarlo in oro) e poiché hanno assimilato i dettami de il Principe di Machiavelli agiscono secondo il principio che il fine giustifica i mezzi. 
La seconda notizia che commento ha dell’incredibile. Indurrebbe al riso, come ogni farsa brillante, se non fosse che essendo vera può alimentare un timore che fino ad oggi era inconscio ma che da oggi affiora in superficie. Quale? Il timore che i soldi che abbiamo depositato in banca (e che non si sa dove sono visto che le casse sono prive di contanti e il caveau piange miseria) siano in ostaggio della banca stessa o della Banca d’Italia, in sostanza non ci appartengono più. A New York, è successo infatti che alcuni clienti di Citibank, “indignati” per la politica truffaldina delle banche e i capricci della finanza, abbiano protestato e chiesto di chiudere i loro conti correnti. Richiesta più che legittima, ovviamente. Citibank ha risposto picche. Vista l’insistenza, le guardie del servizio di sicurezza di Citibank hanno trattenuto con la forza i clienti all’interno della banca e hanno chiamato la Polizia, che ha arrestato 24 persone. Una giovane donna che era uscita dalla banca dopo avere chiuso il suo conto corrente, è stata riconosciuta da una delle solerti guardie ed è stata spinta e costretta a rientrare nell’istituto di credito, dove è rimasta anche lei sotto sequestro. L’arresto da parte della Polizia di New York di 24 correntisti (che la Banca ha definito “dimostranti” essendo membri del movimento Occupy Wall Street) è stato accolto dalla folla accalcatasi in strada al grido “Vergogna! Vergogna!”. In effetti, non vedo in quale altro modo si possa definire l’accaduto. Si è trattato di un gravissimo abuso, una violazione dei diritti resa ancora più assurda dall’epilogo, a prescindere dal fatto che gli arrestati potrebbero aver peccato di intemperanza. Ma non è forse lecito innervosirsi di fronte a chi ti nega ciò che ti appartiene e abusa della legge? L’idea di estinguere il proprio conte corrente sta prendendo piede fra i membri di Occupy Wall Street e molto presto potrebbe diventare un fenomeno dilagante. In America, la gente è esasperata e l’odio verso le banche sta lievitando come un pancake nel forno. Per la cronaca, nello stesso giorno in cui il gruppo di OWS è stato arrestato nella filiale di La Guardia Place di Citibank, altre persone sono entrate in una filiale della Chase Bank, i cui impiegati hanno ascoltato le lagnanze e hanno provveduto a chiudere i conti, rispettando la volontà dai clienti. Alla Chase Bank è prevalso il buon senso e il direttore non ha fatto intervenire la Polizia. Ognuno può trarre dai fatti accaduti a New York la morale che vuole. Da parte mia, sottolineo che forse le banche non sono tutte uguali. Come non sono tutti uguali i detenuti di un carcere. Bisogna sperare che la nostra banca sia diversa, come promette una pubblicità televisiva. D’altra parte, è doveroso fare un distinguo. Le banche vengono accusate d’essere tra i maggiori responsabili della grave crisi economica che ha avuto inizio nell’estate 2007 e che fu in gran parte causata dall’eccesso di finanziarizzazione dell’economia globale. In verità, pur avendo grosse colpe, le banche sono state anche vittime di quella lucida follia. Altro dettaglio: occorre distinguere fra banche commerciali e banche finanziarie. Sono soprattutto queste ultime ad avere agito con dissennatezza e mancanza di scrupoli. Come? Hanno reso l’attività finanziaria fine a se stessa e non più al servizio dell’economia reale. Uno sbaglio che stiamo pagando a caro prezzo. Voglio anche rimarcare che la realtà può superare l’immaginazione. Al momento, per lo meno in Italia, è difficile immaginare che il giorno in cui alcuni correntisti si presentassero insieme agli sportelli di una banca e chiedessero di chiudere il conto, i funzionari bancari si rifiuterebbero di farlo e per tacitare le rimostranze dei clienti chiamerebbero la Polizia. È ancora più difficile pensare che la Polizia, i Carabinieri o la Guardia di Finanza trascinerebbero via in manette le persone che hanno cercato di esercitare un loro sacrosanto diritto. Già, è difficile ma se accadesse? Se domani i politici varassero un decreto legge che rende l’accesso al denaro ancora più arduo di com’è oggi, che quando vai in banca per prelevare ti guardano male e sembra che gli stai cavando il dente del giudizio? Con le ultime disposizioni, oggi non è più possibile effettuare transazioni in contante per importi superiori a 2.500 euro e quando si prelevano più di 5.000 euro si è soggetti a una segnalazione. Nulla vieta di pensare che in futuro non potremo più usare il denaro contante (non è forse questo l’obiettivo?) – di fatto, potremmo perdere definitivamente il controllo dei nostri soldi. Nulla ci impedisce di credere che il perdurare della crisi economica potrebbe indurre il Potentato che controlla la politica, la finanza e gli istituti di credito a varare misure straordinarie di stampo antidemocratico. È nella natura stessa di un sistema immorale e corrotto, così famelico da divorare anche i propri figli qualora non riuscisse più a sfamarsi, fare giochi di prestigio quando i conti non tornano. Ma le banche servono, obbietterà qualcuno, e poi hanno anche molti meriti. Oh, non lo metto in dubbio, ma come dichiarò nel 1819 l’allora Presidente degli Sati Uniti d’America, John Adams: “le banche hanno provocato più danni alla religione, alla moralità, alla tranquillità, alla prosperità e anche alla ricchezza della nazione rispetto al bene che possono aver fatto finora o che mai faranno.”  
Sì, insomma, la Banda Bassotti ce l'ha scritto in faccia che non farà mai giudizio. Paperopoli stia in guardia.

sabato 22 ottobre 2011

Ci vuole una rivoluzione, ma copernicana


In fondo, anche se non scendiamo in piazza a fare il quarantotto siamo tutti indignati, ognuno a modo suo, e questo è un bene. Ma quando il furore diventa cieco, prepotente e pernicioso, allora genera il male. Chiaro no? Alcuni giorni fa ho sostenuto con alcuni conoscenti che la situazione nel nostro Paese è tale che ci vorrebbe una rivoluzione. Mi hanno guardato in tralice, come se fossi un bolscevico o un attivista no global. Tranquilli, non aspiro a diventare un black bloc e non ho mai avuto simpatie per gli anarchici e i giacobini con l’eskimo. La “battaglia di Roma” ha impressionato i benpensanti e uno di loro mi ha accusato di irresponsabilità, pregandomi di non evocare più il fantasma della rivolta. Ora, premesso che non ho sconfessato il mio modo di pensare, che è di stampo liberale, per cui aborro ogni estremismo e forma di violenza ingiustificata, va da sé che se vogliamo uscire dal cul de sac politico, economico e socio-culturale in cui siamo finiti, è necessario armarsi di coraggio e ammettere che dobbiamo dare il via a una rivoluzione. La premessa è inequivocabile: gli italiani non ne possono più di parole vuote e promesse non mantenute (dov’è finito il taglio agli stipendi dei politici?). Non ne possono più di essere governati da gente incapace, ipocrita e riottosa. Non ne possono più di subire ingiustizie, pagare il conto degli altri, essere trattati con arroganza e stupidità da chi detiene il potere e non molla il cadreghino nemmeno se viene minato con 10 kg. di esplosivo al plastico. Siamo tutti indignati, anche chi non lo ammette perché è inelegante prendersela con chi abbiamo votato, in particolare col capo del governo, e poi si rischia di passare per comunisti. La verità è che non è più una questione di destra, centro o sinistra. E lasciamo perdere la Lega, che ha perso la propria identità e vaga nella nebbia come lo smemorato di Collegno. La verità è che l’esasperazione sta prendendo il sopravvento anche negli animi docili, nei cuori mansueti. Ciò di cui sono capaci gli esagitati l’abbiamo visto a suo tempo a Genova, in Val di Susa e nei giorni scorsi a Roma. Di questo passo, dal momento che non ci sono in vista rimedi reali ma solo palliativi, il clima si surriscalderà sempre più e la situazione potrebbe precipitare. Anche le acque chete potrebbero rompere i ponti. Ripeto, ci serve urgentemente una rivoluzione, ma qui, a scanso di equivoci, mi affretto a precisare: purché sia pacifica e di tipo copernicano. Credo che tutti i miei lettori sappiano chi era Niccolò Copernico e quale rivoluzione scientifica abbia avviato la sua teoria eliocentrica, rivelatasi esatta alla luce di rigorose dimostrazioni per il tramite di procedimenti di carattere matematico. Bene, oggi nessuno dubita che la terra giri intorno al sole eppure viviamo ancora in una società di stampo tolemaico. Ogni cosa ruota intorno allo Stato, che è l’epicentro fisso del nostro microuniverso. Siamo in balia del suo mastodontico e dispersivo apparato, che detta il bello e il cattivo tempo in termini di gestione della res publica, giustizia, sanità, scuola, ecc. Siamo tutti condizionati dalla sua pesante rotazione terrestre, dai suoi insopportabili capricci, dalle disfunzioni di un sistema che dovrebbe avere al centro di sé il sole e non la terra, come il sistema solare. Bisogna riscoprire la teoria copernicana e applicarla alla vita di tutti i giorni. Bisogna rimettere al centro di ogni cosa l’essere umano, coi suoi bisogni materiali e spirituali, i suoi valori, i suoi sogni. Lo Stato deve ruotare intorno ai cittadini, non il contrario. Deve muoversi secondo le necessità reali della gente, le aspirazioni dei giovani, i diritti degli anziani, la crescita equilibrata della società. In una parola, lo stato è il pianeta Terra e deve girare intorno al Sole, cioè i suoi cittadini, senza i quali non esisterebbe. Lo Stato deve porsi al servizio del popolo e non viceversa, come accade oggi, dove siamo vessati da tasse inique e da una burocrazia borbonica, siamo considerati mucche da mungere, carne da macello, numeri astratti. Ma anche fragili gusci di noce in balia di una tempesta senza fine. È possibile attuare una rivoluzione copernicana in Italia? Certo. Come si fa? Non con la lotta armata o con gli assalti alla Polizia, né con le secessioni. Bisogna agire in modo civile e democratico. Prima di tutto, occorre convincere la Casta a colpi di proteste civili sempre più autorevoli e ampie che è tempo di attuare le riforme radicali di cui abbiamo bisogno. Bisogna smantellare il Palazzo a colpi di pernacchie e abbattere i suoi assurdi privilegi. Bisogna mandare via chi ha fallito, chi è disonesto, chi calpesta l’etica in nome dell’immunità parlamentare. E questo vale in ogni ambito amministrativo e di potere: nazionale, regionale, provinciale e locale. Ovviamente bisogna ripartire, ma non da zero, non tutto è da buttare. Bisogna aprirsi al nuovo. Bisogna motivare e sostenere gli uomini e le donne che hanno entusiasmo, valori, idee vincenti. Bisogna convincerli a scendere nell’arena politica per sfidare le mummie, i vampiri, i licantropi che rendono agitato il nostro sonno. Bisogna riportare al centro della politica, dell’insegnamento e dell’economia il principio evangelico di fare agli altri ciò che vorremmo facessero a noi. È una regola semplice e vincente. Non è facile fare una rivoluzione di questo tipo, attuare una rivolta pacifica, intelligente e proficua. Ma dobbiamo provarci, affermando in ogni ambito professionale, sociale e culturale in cui recitiamo il nostro modesto ruolo, la volontà di cambiare le cose. Cominciando dalle piccole cose. Dai piccoli gesti come evitare gli sprechi, biasimare chi sbaglia consapevolmente, denunciare le ingiustizie, dare il buon esempio. È così che hanno inizio le rivoluzioni e mai rivoluzione potrebbe essere più bella di quella umanistica che portasse a un nuovo rinascimento d’Italia. Lo so, le mie parole profumano di utopia. Forse, a 56 anni suonati non ho ancora smesso di credere nella virtù, nei principi e negli ideali. Ma non era forse utopistico anche pensare che i coloni americani si affrancassero dalla Gran Bretagna, i parigini demolissero l’Ancien régime, i russi si liberassero dello zar e in tempi più recenti i tunisini, gli egiziani e i libici abbattessero i loro tiranni? Impegniamoci, pacificamente ma assiduamente, per spiegare a chi di dovere che il nostro Paese può rinascere solo a seguito di una rivoluzione copernicana. Auguriamoci che i testoni capiscano e non oppongano resistenza ai necessari cambiamenti. “Coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica renderanno inevitabile una rivoluzione violenta”, disse J. F. Kennedy in un discorso tenuto nel 1962. Sì, speriamo che i potenti, e non solo in Italia, capiscano che è la terra a girare intorno al sole e che il sole sta esaurendo la pazienza. Altrimenti saranno guai.

mercoledì 19 ottobre 2011

Zanzibar, la perla nera


Si pensa che il nome dell’isola di Zanzibar derivi dal persiano zangh, che significa “nero” e da bar, che significa “terra”. Indicherebbe dunque la “Terra dei neri”. Ma l’esploratore inglese Burton asseriva che esso derivi invece dalla frase araba “zayn za’l barr”, che vuol dire “Bella è quest’isola”. Entrambe le spiegazioni sono valide. La prima cosa che balza all’occhio a chi si reca a Zanzibar è che l’isola è molto bella e la si può giustamente definire “perla nera”.  A volere essere generosi, questo piccolo arcipelago – composto da due isole maggiori: Unguja e Pemba, più quaranta isolette – facente parte della Repubblica della Tanzania, meriterebbe altre definizioni. La storia insegna che è “l’isola dei sultani” e da ciò si comprende l’atmosfera unica che vi aleggia ed evoca visioni islamiche suggestive. Ma poiché viene suggerita da taluni una terza etimologia – il termine arabo zanjabl significa “zenzero” – è opportuno considerare Zanzibar “la terra delle spezie”. Oltre allo zenzero, qui si coltivano i chiodi di garofano, la noce moscata, la cannella, il cardamomo e il pepe. Che abbondanza! – si è tentati di esclamare. E quanti spunti in un luogo che si apre al visitatore come uno scrigno dai contenuti sorprendenti oltre che profumati! In ogni caso, Zanzibar è una marmitta dove ribolliscono svariati ingredienti; la cultura araba, persiana e bantu, tanto per cominciare. Poi la versatilità del commercio che da sempre lega Zanzibar al Medio Oriente, all’India e alla Cina. E quando si parla di commercio, purtroppo ci si riferisce anche alle stragi di elefanti per procurarsi l’avorio e affiora il ricordo del tristissimo fenomeno della “tratta degli schiavi”. Infine, la componente swahili. Lo swahili è la lingua franca dell’Africa Orientale e i fieri masai sono il pro memoria vivente che qui palpita l’anima nera di un’Africa cara agli avventurieri i cui principali connotati sono gli umori della foresta pluviale (sempre più ridotta al lumicino) e i colori strappalacrime dell’Oceano Indiano, dove i tramonti insanguinano il cielo e lo fanno implodere. Zanzibar è tutto questo e molto di più. È un posto dove elimu ni maisha si vitabu - in cui “si impara dalla vita, non dai libri”, come afferma un detto locale.
Zanzibar vanta un record difficilmente battibile: la guerra più rapida di ogni tempo. Nel 1896, accadde infatti che gli inglesi, padroni di Zanzibar dopo che il trattato di Heligoland del 1890 aveva trasformato l’isola in un protettorato britannico, furono sfidati dall’Oman, che voleva imporre loro un sultano non gradito. Scoppiò la guerra anglo-zanzibariana che si concluse dopo soli 45 minuti dall’inizio del conflitto. Tanto bastò alla marina di Sua Maestà, che bombardò la capitale Stone Town, per ottenere la resa senza condizioni del nemico. Un altro proverbio locale ammonisce che “Ng’ombe akivunjika guu hukimbilia zizini”, cioè: “quando la vacca si rompe la zampa, ritorna nel recinto”. È ciò che fecero gli abitanti di Zanzibar, il cui rapporto con gli inglesi è sempre stato di amore-odio. A proposito di inglesi, nel marzo 1866, il famoso esploratore Livingstone, che era fissato con la scoperta delle sorgenti del Nilo, che per lui valeva più del santo Graal, partì per la sua impresa da Zanzibar. Va da sé che qui si arriva e si parte con la sensazione di avere trovato una parentesi da riempire.
Zanzibar è un paradiso tropicale e il mare è struggente. Ha gli stessi colori delle Mauritius e delle Maldive ma è più capriccioso, vagamente scorbutico. Si mostra con generosità e insieme con garbata ritrosia. Il gioco delle maree ne rivela l’ancestrale timidezza, accompagnata però da una generosità che altrove manca. Le lunghe e bianchissime spiagge coralline di Zanzibar sono ricche di conchiglie incantevoli e su tutte spicca il genere “cipree” dal colore viola chiaro. Nel passato, queste conchiglie erano usate come moneta in alcune zone dell’Africa Occidentale e in ragione di ciò Zanzibar era una sorta di zecca primitiva del continente. I fiorini, i ducati, i dobloni, le sovrane e le altre monete del passato avevano di certo un valore più alto agli occhi dei mercanti e dei signori. Ma erano mute. Le cipree non tintinnavano né brillavano al sole pur tuttavia emanavano un suono che sfiorava le corde del cuore. Appoggiando all’orecchio queste conchiglie dalla forma ovoidale si udivano i lamenti del mare e dei naviganti in esso dispersi. Si sentiva la voce degli antenati.
Anche Zanzibar ha il suo eroe. O meglio, il suo mito. Si chiama Freddie Mercury. Sì, proprio lui, il cantante leader dei Queen che qui venne al mondo nel 1946 e che morì giovanissimo di AIDS a Londra, nel 1991. Sul lungomare di Stone Town c’è un ristorante che porta il suo nome e una statua che lo ricorda (ce n’è una anche a Montreux, sul lago di Ginevra). In suo onore è stato persino battezzato un crostaceo isopode endemico: la Cirolana mercuryi. In realtà, il vero cognome di Freddy era Bulsara. I suoi genitori erano inglesi e fu ribattezzato “Mercury” in onore del dio greco messaggero dell’Olimpo. Per molti, questo illustre figlio di Zanzibar era un dio della musica. Chissà se oggi la sua voce da tenore leggero delizia gli dei nei campi elisi o consola Proserpina nell’Ade…
Non si può considerare di certo un eroe un altro personaggio nativo dell’isola: Tippu Tip. Chi è costui, dal nome che sembra tratto da un musical di Broadway? – è lecito domandarsi. Era un mercante swahili originario del Tanganica che è passato alla storia come il più abile e implacabile razziatore di schiavi. Faceva battute di caccia all’uomo nel cuore dell’Africa nera: Malawi, Zambia, Congo e Uganda. Ha sradicato dalla propria terra tanti di quegli esseri umani, condannandoli alla deportazione e alla schiavitù, da costruirsi un karma terrificante. Ritiratosi dal commercio nel 1891, fece in tempo a scrivere un libro autobiografico che fu tradotto in tedesco e in inglese. Alla sua morte, avvenuta a causa della malaria, Tippu Tip possedeva sette piantagioni, un harem fornito, diecimila schiavi e un tesoro in monete e preziosi. Non penso ci siano dubbi sul fatto che oggi marcisca all’Inferno.
Stone Town, la “città di pietra”, è un luogo strano, sgangherato per via della caotica scacchiera che me determina la fisionomia. L’Unesco l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. La sua valenza architettonica, artistica e culturale è notevole. Ma è inevitabile pensare che un tempo, prima di iniziare la costruzione di un edificio, qui si usava gettare tra le fondamenta uno schiavo vivo per ingraziarsi gli spiriti benevoli. Gli antichi palazzi dei sultani, le fortificazioni del periodo omanita, le moschee, gli antichi bagni persiani, il forte portoghese, i vicoli stretti e maleodoranti, i portali intagliati nel legno, i balconi decorati e le costruzioni in stile swahili rendono Stone Town suggestiva ma anche triste, tralignante al punto da suggerire nostalgie e rimpianti non sempre condivisibili. Le melodie del taarab, il genere musicale della cultura swahili in cui si fondono melodie, ritmi e strumenti della scuola araba e indiana, accrescono la sensazione di malinconia e di morte. Eppure, molti amano l’afflato poetico e il sogno esotico che Stone Town induce negli animi sensibili, e ne restano incantati. È il fascino della decadenza, che irretisce attraverso le icone più semplici: uomini dalle lunghe e candide vesti, donne velate di nero dalle mani e dai piedi decorati con l’henné, bambini dal sorriso languido che annunciano che qui il tempo non si è fermato del tutto, è solo incatenato alle ataviche colpe da una sorta di malia che il turismo non può sconfiggere né il progresso scalfire.
Chiunque va a Zanzibar finisce per imparare una filastrocca in swahili che si scolpisce nella memoria e diventa il souvenir di un viaggio indimenticabile. Recita così:  Jambo jambo bwana. Habari gani? Nzuri sana. Wageni wakaribishwa Zanzibar yetu hakuna matata! Significa: “Ciao ciao signori. Come state? Molto bene. Turisti benvenuti nel nostro Zanzibar, nessun problema!”. Eccola, la parola magica per capire Zanzibar e l’Africa nera di cui è la preziosa appendice: Hakuna matata. Non c’è problema. Molti ricorderanno che è anche l’allegro ritornello canoro del Re Leone, lo stupendo film di animazione della Disney che è portavoce di valori e insegnamenti preziosi. Che dire, dunque, di tanta semplicità, serenità e cordialità da parte di gente che ha conosciuto la schiavitù e la miseria e che ancora conduce una vita grama, legata a ritmi e abitudini ancestrali? Mahaba ni tongo – “l’amore è cieco” dicono i guerrieri masai, che facilmente si innamorano delle donne bianche e vorrebbero sposarle. Sì, non si può non amare l’aromatica, pittoresca, romantica e misteriosa Zanzibar, nonostante le sue debolezze. Le perle rare vanno poste accanto al cuore.