domenica 30 ottobre 2011

Adesso che corri felice nei Campi Elisi...


Prestatemi orecchio. Ho seppellito il Re e non serve che io tessa le sue lodi. Come dice il Marco Antonio di Shakespeare, “il male che gli uomini compiono sopravvive ad essi, il bene è spesso sepolto con le loro ossa”. Ma è proprio così? Intanto, il re di cui parlo non era un essere umano ma un cane. Il mio magnifico cane, un pastore tedesco che ho avuto accanto per oltre quattordici anni, durante i quali ho goduto della sua compagnia, della sua fedeltà, del suo amore disinteressato e puro. Si chiamava Rex e mai nome fu più appropriato. Erano i tempi sereni in cui spopolava in televisione il Commissario Rex e per quanto qualcuno giudicasse banale il fatto che avessi deciso di chiamarlo nello stesso modo – in effetti, l’allevamento da cui proveniva l’aveva registrato all’anagrafe canina col pomposo nome Rabe del Murnighello – oggi posso affermare che Rex doveva chiamarsi esattamente così. Perché? Non era solo un capobranco saggio e autorevole (ho avuto in casa fino a sei cani contemporaneamente) ma un sovrano illuminato. La sua regalità era così naturale, evidente e garbata a un tempo che era impossibile non ammirarlo e amarlo. Era figlio di Tex di Casa Britta, un campione, ed era potente, bello col suo mantello nero focato e il suo portamento cavalleresco, intrepido, leale, intelligente ed equilibrato. In secondo luogo, non sono d’accordo con Marco Antonio. Il bene che Rex ha fatto, il suo ricordo, la sua amabile presenza… questo patrimonio non è stato sepolto sotto un metro di terra, nel giardino che Rex amava e su cui regnava. La sua memoria non perirà mai. Non finché io e mia moglie saremo in vita, e lo saranno le mie figlie, che Rex ha protetto come fossero i suoi cuccioli quand’erano bambine e sulle quali ha vegliato con dignità fino a pochi attimi prima di spegnersi. Oggi, mentre lo seppellivo, ho invidiato Lord Byron. Si narra che il poeta inglese fosse molto affezionato al suo cane e quando morì fece incidere sulla sua tomba queste parole: “Qui riposano i resti di una creatura che fu bella senza vanità, forte senza insolenza, coraggiosa senza ferocia ed ebbe tutte le virtù dell’uomo senza averne i difetti”. Come vorrei avere il talento di Byron per rendere a Rex un omaggio così poetico e commovente! Ciò di cui sono capace, al massimo, è vincere la mia naturale reticenza ed aprire il cuore per svelarne il sancta sanctorum. Sento il bisogno di affidare alla rete un elogio funebre di Rex perché la sua storia merita di essere conosciuta. Penso mi capiranno in tanti, a cominciare da chi ama gli animali e sa che l’amore si coniuga inevitabilmente col dolore. Purtroppo, un cane non vive abbastanza a lungo da risparmiarci la sofferenza di perderlo. E spesso, la sua perdita è drammatica, ingiusta quanto la scomparsa di un essere umano. No, non credo di esagerare. Certi cani non sono animali domestici. Fanno parte della famiglia, sono quasi umani nella loro viscerale interazione col padrone e gli altri membri della casa. Era il caso di Rex, con cui c’era un’empatia straordinaria. Gli mancava solo la parola, sarei tentato di dire. Già, ma gli sarebbe servita? Rex usava lo sguardo per esprimere quello che aveva dentro. Si serviva delle orecchie per comunicare la comprensione dei fatti, l’intuizione di ciò che ci si aspettava da lui. Aveva pupille profonde, vigili, comunicative. I suoi occhi erano buoni anche se il suo aspetto poteva incutere soggezione. Era un guerriero ma di fattura orientale; gli bastava un’occhiata severa e il digrignare dei denti per inibire chiunque mostrasse cattive intenzioni. Uomini o bestie. Eppure, quand’era giovane amava gonfiare il petto, azzuffarsi coi cani del vicinato. Usciva sempre vincitore dagli scontri e non infieriva mai sullo sconfitto. Era capace di amare così intensamente che avrebbe dato la sua vita per me e la mia famiglia. “Chi non ha mai posseduto un cane non può sapere che cosa significhi essere amato” ha scritto Schopenhauer. Chi non ha conosciuto Rex non può immaginare di cosa sia capace un cane che adora i suoi padroni e ne intuisce gli umori. Ricordo le sue leccate sulla mano. A volte era per ringraziarmi, spesso per consolarmi e dirmi: “Guarda che io sono qui e ti voglio bene. Io non ti deluderò né tradirò mai”. E così è stato. Konrad Lorenz, che di animali se ne intendeva parecchio, sosteneva che “non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane”. Ci sono le eccezioni, fortunatamente. Io non sono mai stato tradito da chi amo, Rex compreso. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati un calvario. Lui, così forte, energico e brillante, era costretto a vivere subendo gli oltraggi dell’età e della malattia. Era diventato cieco, come l'Argo di Ulisse, e come Argo guaì di gioia quando tornai dall’Afghanistan con mia figlia Francesca, dopo tre mesi di lontananza che a lui dovettero sembrare interminabili. Pensai: adesso muore. Abbaiò con voce stentorea e un poco infastidito, come se avesse udito il mio pensiero inopportuno. Non era ancora giunto il tempo degli addii. Ultimamente non si reggeva più sulle zampe posteriori e un tumore lo stava uccidendo giorno dopo giorno. Eppure, non ha rinunciato fino all’ultimo a mostrarsi fiero né ha rinunciato alle sue piccole, perdonabili debolezze. Per un biscotto o un cioccolatino avrebbe recitato in greco antico. Gli ultimi giorni, purtroppo, sono stati terribili. Sembrava un re Lear. Si ribellava alla sua condizione e forse malediva in cuor suo l’impotenza. Non accettava la sua triste condizione, la sua frustrazione. Avrebbe voluto morire correndo dietro una palla, la sua passione. Sono certo che avrebbe preferito che il cuore gli scoppiasse per lo sforzo. Invece ha ceduto alla stanchezza e alla malattia. Eppure, quanta stupenda dignità è riuscito a mostrare anche nell’ora della morte. Se ne è andato con la serena consapevolezza e mitezza di un gigante, che sa di essere tale, e mentre mia moglie, Francesca ed io lo accarezzavamo per l’ultima volta, sforzandoci di accompagnarlo nel viaggio senza ritorno, abbracciandolo quasi per trattenere il suo spirito, lui deve avere pensato che la sua vita è stata meravigliosa. No, amico mio. La nostra vita accanto a te è stata meravigliosa e di ciò ti siamo infinitamente grati. Grazie di cuore. Sì, grazie magnifica anima di cui mai dimenticheremo il sublime valore. Sei volato in cielo e da lassù continuerai a vegliare su di noi, la nostra famiglia, la nostra casa. So che adesso correrai felice nei prati celesti, che immagino abbiano i bagliori dello smeraldo e siano immensi. Correrai dietro un pallone e il tuo divertimento più grande non sarà riportarlo agli angeli che te l’avranno lanciato, ma bucarlo coi tuoi canini affilati. Perché tu eri fatto così; dovevi imprimere sulle cose il tuo segno. Correrai senza il collare e non dovrai più preoccuparti di fare la guardia presso il cancello o di curare il tuo osso. Non avrai più bisogno di accucciarti ai miei piedi, nel mio studiolo, per respirare insieme a me l’aria profumata di incensi. Ora sei libero. Per quanto tu non sia mai stato un servo ma un cane gentiluomo, adesso puoi finalmente pensare solo a te stesso e goderti le gioie riservate ai giusti. Adesso che corri felice nei Campi Elisi, non fermarti mai. Assapora fino in fondo la luce, il vento, la melodia delle sfere celesti. Sai, io non ho le idee molto chiare su quello che ci aspetta dopo la morte ma di una cosa sono convinto. Se ne sarò degno, un giorno spero di andare nel tuo paradiso, non in quello degli uomini. Un giorno ti ritroverò.
In memoriam (1997-2011)

2 commenti:

  1. Sentito e toccante, questo saluto a Rex, travolgente nella sua intensità...ne comprendo e condivido ogni parola... il sentimento che lega un cane al suo compagno uomo ("padrone" non è affatto un termine appropriato) è immenso, perciò se ne avverte profondamente e dolorosamente la mancanza. Ho condiviso 18 anni di vita con una cagnolina che non potrò mai dimenticare, anche se sono trascorsi ormai sette anni dalla sua salita al "Ponte dell'arcobaleno"... e anch'io, credo e spero con tutto il cuore, che un giorno ci ritroveremo. Ce lo siamo promesse, giardandoci negli occhi, quel giorno ormai lontano.

    luciana - (comoinpoesia)

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  2. Grazie. Gli animali ci insegnano ad essere migliori e il loro soave ricordo ci rende meno "bestiali".

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