venerdì 14 ottobre 2011

Afghanistan: il Medioevo prossimo venturo

Molti mi chiedono quando uscirà nelle librerie il mio libro sull’Afghanistan. Sarò sincero: non lo so. L’editore mi ha messo in stand-by. È un editore serio, importante e mi ha assicurato che sa il fatto suo. Vale a dire: pubblicherà il libro nel momento giusto. Già, ma qual è il momento giusto? È trascorso oltre un anno da quando sono tornato dall’Afghanistan ed è come se avessi l’impressione che quel fottutissimo Paese sia stato rimosso dall’immaginario collettivo, sia sprofondato nel dimenticatoio. È come se agli italiani, preoccupati dalla crisi e disgustati dal raccapricciante scenario politico nazionale, non importasse nulla di ciò che accade nello sfintere afghano, dove in fondo non succede niente di nuovo e nulla che ci riguardi. In effetti, è la solita minestra riscaldata: bombardamenti e attentati in cui muoiono donne e bambini e attacchi ai nostri blindati. Ogni tanto ci scappa il morto e allora i giornali e le televisioni danno la notizia che abbiamo perso altri eroi. Al cordoglio fa seguito la melensa prosopopea dei politici. Per un paio di giorni, la gente si domanda che ci stiamo a fare laggiù. È una domanda retorica; non ce ne possiamo andare fin quando Obama (ma più facilmente il suo successore) non ordinerà: “Go home!”. 
Tutto qui. Per ora, e per quanto se ne parli poco, l’Afghanistan resta uno dei luoghi più incandescenti della Terra, una delle caselle del Risiko più strategiche. Lo paragono al Vesuvio; è apparentemente sotto controllo ma prima o poi erutterà lava. Di cose ne sono successe tante laggiù in un anno e naturalmente se ne è parlato poco e in modo superficiale. Uno dei fatti più importanti è stato la morte di Ahmad Wali Karzai, che ha complicato una situazione di per sé già inestricabile. Questo Karzai (da non confondere col Presidente Hamid Karzai, di cui era fratellastro), noto faccendiere e canaglia incallita, ultimamente faceva comodo agli americani e agli alleati: stava infatti negoziando coi capi talebani, alla ricerca di una soluzione diplomatica della crisi afghana. La sua morte ha vanificato gli sforzi per raggiungere il tanto agognato compromesso che alla faccia degli ideali e dei caduti in guerra dovrebbe sancire l’iniqua soluzione del problema: diamo l’Afghanistan agli afghani e chi se ne frega se a governarlo saranno i maledetti signori della guerra in combutta coi talebani. Per chiarezza: a dieci anni dall’inizio dell’occupazione dell’Afghanistan si punta a uscire dall’inferno alla chetichella, rinnegando le ragioni stesse per cui siamo intervenuti militarmente. Non è l’unico controsenso né mancano altri motivi per vergognarci di come ci stiamo comportando in Afghanistan. Recentemente ho incontrato un funzionario della Cooperazione italiana allo Sviluppo di ritorno da Herat. Mi ha raccontato cose che non ci fanno onore. Non è peggiorata soltanto la situazione generale, è peggiorato anche il nostro modo di lavorare. L’incompetenza e l’arroganza dei politici che stanno a Roma ostacola gli operatori di pace, che già devono stare sotto il tallone dei militari. In più, facciamo finta di non vedere le atrocità che vengono attuate dal potentato locale e dai suoi sgherri. Ovviamente mi riferisco allo scandalo scoppiato in queste ore, la cui notizia è però stata snobbata da molti mass-media. Per chi ancora non lo sapesse, l’Onu ha diffuso informazioni che attestano l’uso sistematico della tortura nelle carceri afghane. L’ultimo rapporto Unama sui diritti umani indica infatti che nelle strutture detentive dell’Afghanistan si praticano torture degne del Medio Evo ai prigionieri, compresi i minorenni. Le guardie carcerarie dell’Nds (Direttorato Nazionale di Sicurezza) e la Polizia nazionale afghana esercitano pressioni e violenze inaudite sui detenuti. Gli abusi fisici e psicologici sono all’ordine del giorno; lo scopo è estorcere informazioni e confessioni. Perciò i prigionieri subiscono continue umiliazioni sessuali, pestaggi belluini e torture dozzinali. È un vero clima del terrore quello che si respira nelle prigioni afghane e di ciò mi resi conto personalmente quando visitai “a sorpresa” il famigerato carcere della morte di Kabul. Ho raccontato questa mia esperienza nel libro. Per quanto il “mastino” che mi accompagnava nella visita di Pol-i-Charkhi fosse abile nel nascondermi le brutture che era meglio non vedessi, intuii che la prigione era un inferno dove l’essere umano veniva umiliato e trattato in modo disumano. Il report di 74 pagine di Unama riguarda la vita in 47 carceri, situate in 22 province, e delinea un quadro orrendo di violenze e connivenze. Si sa ma si tace. E nessuno, fino ad oggi, ha alzato un dito per evitarlo. Nemmeno noi, i “bravi” italiani che ad Herat non abbiamo costruito solo l’Ospedale pediatrico ma il carcere. Un carcere realizzato coi fondi italiani, cioè coi soldi dei contribuenti, dove pare avvenissero torture degne dell’epoca dei Borgia e dell’Inquisizione spagnola. D’altra parte, che ciò succeda in Afghanistan è quasi inevitabile. Ci sono precedenti eclatanti e non mi riferisco al tempo i cui i sovietici torturavano i partigiani afghani e i dissenzienti o alle terribili torture che i talebani infliggevano ai loro stessi connazionali, bensì alle sevizie che i soldati americani hanno praticato ai prigionieri afghani nel carcere di Bagram (per tacere di Guantanamo). Già nel 2005, il New York Times diffuse un rapporto di 2.000 pagine dell’Esercito statunitense che riguardava tali pratiche e, in particolare, l’uccisione di due prigionieri politici – tali Habibullah e Dilawar – che furono incatenati al soffitto e picchiati a morte. Sette soldati americani furono accusati di omicidio. Ma poi, il generale Daniel K. McNeill, futuro comandante del contingente ISAF in Afghanistan, sostenne che le vittime non erano state incatenate né maltrattate nonostante le prove fossero schiaccianti. I militari non furono puniti e chi condusse le indagini fu spedito in Iraq, alla tristemente famosa prigione di Abu Ghraib. Così vanno le cose e i carcerieri di Bagram non hanno perso il vizio, come è emerso da accuse recenti. Tornando al Report dell’Onu, devo precisare che il documento non manca di una certa dose di diplomazia ed è politically correct poiché precisa che le torture in atto nelle prigioni afghane non sono il risultato di una politica di governo. Che significa? Forse il ministro della giustizia afghano non era al corrente del fatto che le prigioni del suo Paese sono in mano agli aguzzini? Forse che il Presidente Karzai, che è di etnia pashtun, ignora che i pashtun sono famosi per la loro crudeltà, tant’è che in Afghanistan si dice: “rahm e Uzbeki o qahre Afghanistan” ovvero “la misericordia di un uzbeko, la tortura di un pashtun”? Va da sé che il governo afghano ha respinto ogni accusa, pur ammettendo che nei carceri si verificano alcuni abusi. In ogni caso, ha promesso che verranno prese le misure necessarie per evitarli. E noi? I nostri funzionari e i nostri militari di stanza ad Herat non sapevano nulla? Mi risulta che nel 2010 il ministero della Difesa italiano abbia elargito i soldi per costruire una centrale di videosorveglianza nel penitenziario di Herat, dove sono ammassati 1.800 detenuti. Funzionano le telecamere? Oppure chiudono un occhio, come forse capita ai nostri uomini politici quando vanno in gita ad Herat per farsi fotografare in mezzo ai soldati e riprendere dalle cineprese? Sì, d’accordo – dirà qualcuno – però in fondo abbiamo ridato la libertà al popolo afghano e siamo lì per imporre la democrazia. 
Mah! Mi chiedo cosa penserebbe della faccenda un nostro nobile connazionale, quel Cesare Beccaria, autore del saggio Dei delitti e delle pene, che ha lasciato scritto: “Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa”. E mi chiedo, citando il titolo di un libro di Roberto Vacca, se in Afghanistan non sia per caso iniziata una nuova era: il Medioevo prossimo venturo.

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