sabato 1 ottobre 2011

Figli e figlie


“E una donna che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei figli. E lui disse: I vostri figli non sono figli vostri. Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi. E benché vivano con voi non vi appartengono. Potete donar loro l’amore ma non i vostri pensieri. Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime: esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi. La vita procede e non s’attarda sul passato. Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccati in avanti. L’arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; poiché come ama il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco.” (Khalil Gibran,  Il Profeta, 1923)

Non esiste felicità più grande al mondo di quella che ci viene dalla procreazione. Mettere al mondo dei figli, prendersene cura e vederli crescere dà espressione e compiutezza alla vita più di qualunque altra gioia. Il successo mondano, il denaro, l’affermazione artistica o sociale del proprio Sé sono ben poca cosa rispetto al disegno che l’Arciere cosmico realizza attraverso l’arco. Sono beni effimeri, destinati a diventare polvere. Mentre un figlio è l’espressione più alta dell’aspirazione umana all’eternità, è il testimone cui affidiamo il compito di conservare una frazione di noi anche quando noi saremo dissolti e faremo parte del tutto. Eppure, quante preoccupazioni, quanta sofferta partecipazione ci lega ai nostri figli e alla loro sorte! Non riusciamo a staccarci del tutto da loro, mai. Per riuscirci bisognerebbe avere la capacità di metabolizzare le splendide parole del poeta libanese Khalil Gibran (1883-1931), cui sono affezionato fin dalla prima volta in cui aprii le pagine de Il Profeta e ne fui letteralmente conquistato. A quel tempo non avevo figli, la sete della vita non aveva ancora imposto il suo dettato al mio cuore, e non potevo immaginare che di lì a poco avrei scoccato, in rapida successione, tre splendide frecce, il cui volo si è rivelato dritto e stabile. Oggi, infatti, quei tre dardi continuano la loro corsa verso il futuro con la precisione che l’arco assicurò al tiro. Fui bravo a flettermi, o forse solo fortunato. Sta di fatto che intuii il “bersaglio sul sentiero dell’infinito” e l’Onnipotente tese il mio strumento con fermezza, oltre che con forza, affinché il volo delle frecce fosse accompagnato dalla sua benevolenza. Lo so, le mie figlie non mi appartengono, per quanto ci leghi il DNA. Dio mi ha solo concesso di donare il seme che dall’incontro con l’ovulo di mia moglie ha prodotto il miracolo della vita. In un’ottica spirituale, mi ha solo permesso di essere strumento dell’incarnazione di anime il cui karma aveva già determinato la scelta del dove, del come e del quando. Ho scelto le mie figlie quando vivevo in una dimensione sottile, così come le loro anime hanno scelto me come genitore prima di incarnarsi. Confesso di avere avuto la tentazione di farle simili a me, ma è durata poco. Si è limitata alla perseveranza con cui ho mostrato loro, tramite l’esempio, la via della virtù. O alla determinazione con cui ho suggerito loro il percorso degli studi che ritenevo più formativo. Grazie a Dio, a posteriori posso affermare che non ho commesso errori imperdonabili. Per il resto, pur seguendo il cammino della freccia con attenzione e apprensione, com’era giusto che fosse, offrendo il mio affetto e una solerte protezione, non ho mai cercato d’imporre o manipolare la direzione. Le mie frecce sapevano il fatto loro fin dal momento in cui le ho scoccate. Sarà così anche in futuro. Non è sempre così, però. Spesso, i figli deludono i genitori. “I figli rendono dolci le fatiche ma procurano le più amare disgrazie” diceva Francesco Bacone. Va da sé che il più delle volte ciò succede perché l’arco ritiene erroneamente d’essere il padrone della freccia o di poterne modificare l’impennaggio, la cocca, il fusto e la cuspide per farla a sua somiglianza. Che stoltezza! Solo il divino Arciere ha questo potere. Al divino Arciere, io posso solo chiedere di continuare a monitorare con la sua infinita misericordia il volo delle mie tre frecce e di risparmiarmi il dolore più grande che un essere umano possa provare nella vita. Un proverbio indiano dice che il dolore per la morte del padre dura sei mesi, della madre un anno, della moglie finché non se ne sposa un’altra. Ma il dolore per la morte di un figlio non cessa mai. Non può essere altrimenti, io credo, perché tra l’arco e la freccia permane un robusto filo invisibile, un cordone ombelicale eterico che rende indissolubile il legame fra le parti. E ciò nonostante genitori e figli possano arrivare al punto di odiarsi e rinnegarsi. La madre di un figlio drogato può persino desiderarne la morte piuttosto che vederne la lenta e dolorosa autodistruzione. Ma è solo per amore, un amore disperato, che l’arco arriva al punto d’invocare la caduta della freccia, la fine della sua corsa sfortunata. A meno che non sia un arco degenerato, nel qual caso considera la freccia un corpo estraneo. Purtroppo, ce ne sono tanti al mondo di archi sciagurati. Fa specie, infine, che un poeta sensibile come Gibran non si sposò e non generò figli. In più, ebbe col padre una relazione tormentata. Un fatto tutt’altro che raro. A volte, l’arco e la freccia possono essere legati da un rapporto di conflittualità atto a generare amore e odio a un tempo, sentimenti amalgamati nella marmitta del cuore come un condimento dove l’olio e l’aceto non possono fare a meno l’uno dell’altro.

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